Blockupy Frankfurt 2015.

Il 18 Marzo prossimo è la data prevista per l’inaugurazione della nuova sede della Banca Centrale Europea a Francoforte sul Meno. Per l’occasione una rete di gruppi, collettivi, attivisti/e della sinistra più o meno radicale, dell’area antagonista/autonoma/comelavoletechiamare, sindacalisti ed altri/e ancora si sono dati appuntamento nel cuore finanziario della Germania per rilanciare la lotta contro le politiche di austerity neoliberiste. Pur con qualche riserva e critica a tratti di non poco peso riguardo parte delle analisi e delle proposte prodotte finora dal coordinamento che organizza Blockupy, per non parlare di alcuni gruppi e realtà politiche che vi prenderanno parte, ritengo che sia importante per movimenti e individualità anarchici/che cogliere al volo quest’occasione di mobilitazione e rilancio di proposte e progetti alternativi al sistema dominante, portando all’interno di questa come di altre lotte contenuti, analisi, proposte e azioni di stampo libertario. E poi, detto sinceramente, poter cagare in mezzo al banchetto dei padroni d’Europa e dei loro lacché non è certo un’occasione da perdere.

Di seguito l’appello alla mobilitazione in lingua italiana, tratto dal sito Blockupy.org:

blockupy18m-aufruf2“Dieser Post ist auch verfügbar auf: Inglese, Tedesco

Il 2015 è iniziato con qualcosa di inaudito. Il popolo greco si è opposto a tutte le minacce provenienti dall’Europa eleggendo un nuovo governo di sinistra. È accaduto dopo 5 anni rovinosi, che hanno costretto la popolazione greca a una costante lotta contro la crisi umanitaria e la distruzione sociale. Questo governo è stato eletto per resistere alle istituzioni europee, per non accettare più le misure di austerità imposte alla gente. Noi appoggiamo la decisione del popolo greco di rifiutare la dottrina neoliberale che scandisce il solito ritornello «nessuna alternativa all’austerità». Questa decisione ci dà nuovo potere e apre la possibilità di un futuro differente, tanto più considerando altri importanti movimenti popolari come quello attivo in Spagna. Proprio in questi giorni per le strade di Madrid centinaia di migliaia di persone hanno detto a voce alta: «si può e si vincerà di nuovo!». Poco dopo, l’11 febbraio, in Grecia e in tutta Europa centinaia di migliaia di persone hanno riempito le piazze, lo stesso giorno in cui l’Eurogruppo ha aperto la rinegoziazione del debito greco. Si è scatenata così un’ondata transnazionale di solidarietà.

Questo senso di potere dà speranza a milioni di persone in Europa e incoraggia la resistenza contro il regime della crisi. La solidarietà per il popolo greco e per le sue decisioni democratiche non è solo un obbligo per noi, ma è anche un nostro comune interesse: l’interesse di chiunque in Europa lotta contro le logiche dell’austerità e per migliorare le proprie condizioni di lavoro e di vita. Per questo diciamo: è giunto il momento di agire! Per questo chiamiamo tutte e tutti, da ogni parte d’Europa, a unire le nostre forze transnazionali contro l’apertura della BCE il 18 marzo a Francoforte!

È vero, il regime della crisi europeo è cambiato nel corso del tempo: le riunioni di emergenza dell’UE sembrano essersi fermate e i paesi stanno lasciando il fondo di salvataggio dell’euro. Tuttavia, la pressione esercitata oggi sulla Grecia dimostra che ciò non significa affatto che l’Unione europea e le misure della BCE siano terminate. Il ricatto non si è fermato – tutt’altro. Le istituzioni europee reagiscono ogni volta che sono minacciate, rispondono a loro volta con le minacce e non esitano a riattivare dure misure di austerità. Contemporaneamente, ci troviamo di fronte a qualcosa che appare quasi normale: una nuova terribile normalità della precarietà e della povertà, divenuta realtà attraverso le politiche neoliberiste che sono state attuate durante la crisi. Queste misure si sono radicate saldamente nelle istituzioni statali e non sono soltanto temporanee. Esse favoriscono governi autoritari, sostengono l’ulteriore smantellamento della partecipazione democratica, l’attacco alle condizioni di lavoro, lo sfruttamento delle gerarchie costruite sul regime dei confini. Esse rimandano alla militarizzazione della politica interna ed estera, al crescente razzismo e all’estremismo di destra. In questi ultimi anni, la famigerata Troika e la governance neoliberista hanno aperto una strada a una nuova fase in Europa: un modello precario dei diritti sociali limitati, un modello di controllo e di competizione a cui noi rifiutiamo di abituarci!

Ora sentiamo le élite e i governi gridare forte – con la Germania in prima linea – contro la richiesta del popolo greco di fermare e invertire le privatizzazioni, contro le rivendicazioni di diritti sociali e di una tassazione che colpisca la ricchezza, contro il suo rifiuto di pagare un debito e un interesse che non ha causato. Le élite e i governi temono l’effetto domino che sta attraversando l’Europa; hanno paura che il loro «programma» di competitività e di controllo neoliberale imposto come modello europeo sia ora sul punto di sgretolarsi.

Uno dei principali agenti del ricatto e della normalizzazione dell’austerità, del bastone e della carota, è proprio la BCE. Con la Commissione europea e il Fondo monetario internazionale, essa è parte integrante della scellerata Troika che, insieme al Consiglio dell’Unione europea, ha promosso l’austerità e le privatizzazioni, con il conseguente impoverimento e la precarietà di gran parte delle popolazioni in Europa. Chiedendo di non accettare i titoli greci come garanzia per i prestiti della banca centrale, la BCE impone la continuazione della politica di austerità, prendendo direttamente e chiaramente le parti del governo tedesco.

Per questo Blockupy fa ancora una volta appello per ampie azioni transnazionali contro la BCE, proprio quando sarà inaugurata la sua nuova sede a Francoforte il 18 marzo. Una torre alta 185 metri, simile a una fortezza circondata da una barriera di sicurezza e da un fossato, un simbolo di potere che è costato la cifra sbalorditiva di 1,3 miliardi di euro. Il nostro appello per forti, diffuse e vivaci proteste europee lanciato mesi fa ha già lasciato il segno: la BCE ha annunciato che il gran gala previsto inizialmente sarà ridimensionato in un semplice brindisi. Tuttavia, il numero degli ospiti non ci ha mai interessato. La nostra protesta comporta una critica radicale del suo lavoro – la progettazione, l’esecuzione e la normalizzazione delle misure di austerità.

Sappiamo che Francoforte è il posto giusto per ritrovarci – precari, migranti, operai, attivisti sociali, forze di emancipazione. Sappiamo che non saranno i governi di sinistra a risolvere tutti questi problemi: la vera dinamica inizia nelle strade e nelle piazze, tra i gruppi e le associazioni, all’interno e all’esterno dei luoghi di lavoro come una dinamica sociale. Non ci limiteremo a dimostrare la nostra solidarietà al popolo greco e verso la sua decisione democratica, ma chiariremo anche che non c’è alcun conflitto di interessi tra la gente in Europa. Questa lotta riguarda tutti i popoli in Europa e le lotte, in Grecia e altrove, hanno aperto la strada per tutti noi!

Se non ora, quando? Più rumorosi e forti che mai, facciamo appello per realizzare azioni transnazionali il 18 marzo davanti alla BCE a Francoforte! Il 18 marzo è il momento giusto per convergere a Francoforte, per intensificare i nostri sforzi e per fare in modo che tutti si uniscano alla lotta. Questo è il momento per essere li fulcro della lotta transnazionale dentro e contro il ventre della bestia. Questo è il momento per giudicare la BCE responsabile per le sue politiche e pretendere con forza una direzione politica diversa. Il 18 marzo è tanto la nostra occasione quanto la nostra responsabilità di costruire una comune ed efficace forza dal basso: se loro vogliono il capitalismo senza democrazia, noi vogliamo la democrazia senza il capitalismo.

Il 18 marzo ci prenderemo le strade e le piazze di Francoforte, intorno al nuovo edificio della BCE e nel centro della città con migliaia di persone provenienti da tutta Europa. Ci incontreremo di mattina intorno alla BCE per mettere in campo azioni di disobbedienza civile per bloccare la sua autocelebrazione, interrompendo la normale giornata di lavoro. Sono attività pensate per la partecipazione di massa, costruite con un consenso comune, per questo ognuno è invitato a partecipare. Seguirà poi nel pomeriggio una forte, colorata e vivace manifestazione.

Unisciti all’azione, unisciti ai blocchi della BCE al mattino, ai presidi e alla manifestazione nel pomeriggio: prima abbiamo preso Atene, ora tocca a Francoforte!

Per maggiori informazioni, visita il sito di Blockupy: quanto più ci avviciniamo al 18 marzo, quanto più saranno dettagliate le informazioni che troverai sulle attività, i trasporti e l’accoglienza, il programma del presidio e della manifestazione e molto altro. Per chiedere chiarimenti si può scrivere a[email protected] o collegarsi su Twitter (@blockupy #18M) e Facebook”

7 Novembre: proteste a Cagliari.

Ieri 7 Novembre ha avuto luogo a Cagliari una grossa manifestazione organizzata dalla cosiddetta Consulta Rivoluzionaria. L’iniziativa, definita dagli organizzatori come “Assemblea generale del Popolo Sardo” e che ha visto la partecipazione di alcune migliaia di persone, è nata dopo mesi di incontri e dibattiti tra le diverse componenti della Consulta. I motivi della protesta sono molteplici e non suoneranno certo nuovi a chi conosce la realtá sarda: gli alti tassi di disoccupazione, ormai cronica, e la chiusura di realtá produttive spesso avviate in modo avventuristico da multinazionali che lasciano dietro di sé persone senza lavoro, danni ambientali e distruzione dell’economia locale spinge molti giovani ad emigrare da una terra che è stata sempre gestita con piglio colonialista dallo stato centrale italiano, grazie anche al supporto della locale classe dirigente. Un’isola che è in parte laboratorio di pratiche repressive e in parte “pattumiera”, da un lato occupata da carceri- anche “speciali”- e da numerose installazioni militari dove si stoccano armamenti nucleari ( La Maddalena) e si sperimenta con i proiettili all’uranio impoverito (Teulada e Quirra), dall’altro cementificata e deturpata per gli interessi dei più ricchi e potenti e a favore del turismo d’élite, una terra alla quale la classe dirigente preferisce elargire qualche briciola di assistenzialismo piuttosto che allentare la morsa delle banche e delle sanguisughe di Equitalia, dove ad essere senza prospettive ed a sentirsi disperati sono tanto gli studenti quanto i pastori, gli agricoltori, i piccoli imprenditori ed artigiani, i lavoratori che rischiano di perdere il loro impiego (come quelli dell’ Alcoa o della Carbosulcis, per citare i due casi più recenti e più noti) e quelli che un impiego lo hanno già perso o non lo trovano affatto. Sono proprio questi soggetti e queste realtá ad aver partecipato alla manifestazione tenutasi sotto il palazzo della Regione Sardegna nella centralissima Via Roma a Cagliari, un’iniziativa preceduta da una serie di misure di sicurezza grottesche messe in atto dalle autoritá evidentemente timorose che l’esasperazione dei/lle partecipanti potesse trasformarsi in concrete esplosioni di rabbia. Come aspetto “coreografico” non si poteva fare a meno di notare alcuni cappi con nodi scorsoi, appesi accanto ai nomi delle istituzioni ritenute maggiormente colpevoli dell’attuale situazione: Regione, Governo centrale, Equitalia, banche, INPS, agenzia delle entrate…

Da sottolineare la forte adesione da parte di organizzazioni indipendentiste, che si rispecchia anche nelle rivendicazioni tese all’autodeterminazione in materia economica dell’isola ed alla valorizzazione della cultura e dell’identitá sarda. Ma sará veramente una soluzione quella dell’indipendenza? Serve a molto avere un proprio Stato con governanti della propria terra che stilano documenti nelle lingue locali quando poi continuano ad esistere disuguaglianze sociali e sfruttamento del lavoro salariato? Ci si può sentire liberi sapendo che comunque il capitale che comanda è quello internazionale e che, se anche così non fosse, il capitale nazionale o locale non è cosa migliore? Queste sono solo alcune delle contraddizioni con le quali la Consulta Rivoluzionaria e chi la appoggia dovranno fare i conti, fermo restando le sacrosante ragioni di fondo che animano l’iniziativa e le potenzialitá insite nelle proposte finora avanzate e nei loro eventuali sviluppi. Tra chi era in piazza c’é chi ha la consapevolezza di rappresentare in qualche modo un’avanguardia, con la convinzione che in molti si uniranno in un futuro prossimo alle lotte. Lo sviluppo degli eventi mostrerà se questi hanno avuto ragione, se finalmente si è innescato un processo di reale ribellione nei confronti di uno stato di cose intollerabile che permane da troppo tempo e quali saranno i frutti di questo processo.

31 Ottobre, sciopero generale in Spagna.

L’organizzazione sindacale di base CGT (Confederación General del Trabajo) ha proclamato in Spagna uno sciopero generale per la giornata del 31 Ottobre. Sulle ragioni che hanno spinto a prendere questa decisione e sugli obiettivi che la CGT, con questa ed altre mobilitazioni, intende perseguire, è stato reso noto un comunicato a firma dell’organizzazione sindacale, che ho tradotto nella sua forma riassunta (l’originale lo potete leggere sul sito dedicato all’iniziativa; una versione del comunicato più estesa è stata invece tradotta dall’ufficio relazioni internazionali della FdCA e si trova su Anarkismo):

“Il 31 Ottobre la CGT, insieme ad altre organizzazioni, convoca uno sciopero generale di 24 ore in tutto lo stato Spagnolo perchè il governo, con la sua politica di tagli e riforme ai diritti lavorativi, alla spesa sociale, a salari, pensioni, sanità e educazione, sta smantellando i servizi pubblici essenziali e ci ha postato ad una autentica situazione di emergenza sociale. Dette politiche hanno provocato la disoccupazione di 6 milioni di persone, che il 52% dei giovani non abbia lavoro e sia costretto ad emigrare, che più di 700 mila persone siano state sfrattate dalle loro abitazioni, che milioni di persone stiano ingrossando le file dei poveri, sono politiche che stanno truffando tutta la popolazione per farci pagare la loro crisi. Uno sciopero generale perchè c’è l’amnistia fiscale per i defraudatori e privilegi fiscali per il grosso capitale. Uno sciopero generale perchè la crisi la paghi chi l’ha provocata, perchè i truffatori vengano perseguiti penalmente.

Perchè stiamo indicendo uno sciopero? Che tipo di sciopero?

Lo sciopero generale del 31 Ottobre è in primo luogo uno sciopero del lavoro, quindi dei lavoratori e delle lavoratrici per bloccare le imprese, i trasporti, i servizi, le comunicazioni e le amministrazioni, però è anche uno sciopero del consumo, per attaccare il capitalismo nella sua essenza e ridefinire il modello di sviluppo che sta depredando la vita nel pianeta, così come uno sciopero sociale per esigere diritti e libertà, per cambiare il modello con un’altro del quale possa beneficiare la maggioranza della popolazione attraverso una democrazia diretta e partecipativa.

Alternative della CGT alla crisi:

  • Abolire tutta la legislazione e le riforme aprovate contro i diritti della popolazione.
  • Protezione economica suffciente ai milioni di persone disoccupate.
  • Moratoria degli sfratti fino alla fine della crisi e politica sociale abitativa.
  • Riduzione della giornata lavorativa e dell’età pensionabile. Divieto della ERE (un tipo di procedura di licenziamento collettivo), cottimo, sottocontratti e ore extra.
  • No alla privatizzazione di sanità, istruzione, trasporti, comunicazioni, energia…
  • Accesso universale ai servizi pubblici per tutti e tutte.
  • Sviluppo degli aiuti alle persone non autosufficienti e suddivisione egualitaria dei lavori di assistenza.
  • Riforma fiscale, che paghi di più chi più ha e maggior tassazione di imprese e grande capitale.
  • Banca pubblica sotto controllo sociale che permetta l’accesso delle famiglie alle risorse.
  • Uso del denaro pubblico per la soddisfazione delle necessità delle persone e non per salvare le banche.
  • Abbandono di una politica economica indirizzata alla crescita illimitata e sostituzione con un’altra che tenga conto dei limiti delle risorse del nostro pianeta.
  • Il loro modello di democrazia non ci sta bene. Puntiamo su un altro modello di democrazia diretta, partecipativa e dal basso.”

In appoggio all’iniziativa è stata anche indetta, nella cittá tedesca di Dresda, una manifestazione di solidarietà con lo sciopero generale promossa sempre per il 31 Ottobre dall’Allgemeine Syndikat Dresden (FAU-IAA), che intende anche tematizzare i recenti scioperi in Portogallo, Italia, Grecia e Francia ma anche la situazione dei/lle lavoratori/trici salariati in Germania. Infatti, nonostante il capitalismo tedesco festeggi da vincitore e la popolazione non sia stata ancora colpita duramente dalla crisi così come avviene nei Paesi del Sud Europa, “si è comunque giunti negli ultimi anni ad un massiccio peggioramento della condizione sociale: pensione a 67 anni, calo dei salari reali (diminuzione del potere di acquisto, ndt), peggioramento dell’accesso a istruzione e sanitá, diffusione del lavoro interinale e di altre forme di precariato, umiliazione dei disoccupati e difficoltá di accedere ad alloggi a prezzi economici sono solo alcuni esempi”, si legge nel comunicato dell’Allgemeine Syndikat Dresden, che ricorda che “se noi stessi non agiamo, ci rendiamo responsabili dello sfruttamento di altri esseri umani” e che la manifestazione del 31 a Dresda “deve interessare tutte le persone dipendenti dal salario. Abbiamo bisogno di tutti/e!”

Argentina: crisi economica, lotte ed esperienze di autogestione.

Tre documentari sulla crisi economica che colpì l’Argentina alla fine degli anni ’90 del secolo scorso e sulle lotte dei ceti sociali vittime di tale crisi.

Diario del saccheggio, di Fernando E. Solanas, 2005. Narra le vicende della crisi economica in Argentina fino al Dicembre del 2001, data della caduta del governo di De La Rùa. Un vero e proprio atto di accusa nei confronti del genocidio sociale compiuto da politici, banche e multinazionali, supportato da una mole di informazioni rese però accessibili da un montaggio efficace e da una narrazione semplice e diretta. E, a proposito di “diretta”, a molti sembrerà di viverci dentro, a questo film: le analogie con molti aspetti  dell’attuale situazione italiana si sprecano.

La dignità degli ultimi, di Fernando E. Solanas, 2005. La prosecuzione ideale del documentario precedente (stavolta l’arco di tempo è dal 2001 al 2004), incentrato però maggiormente su storie personali di uomini e donne che hanno deciso di unirsi e resistere alla miseria, ai soprusi ed all’ingiustizia del potere. Toccante ma non stucchevole, a tratti poetico: le storie raccolte da Solanas hanno molto da insegnare e ridanno significato pieno a termini troppo spesso abusati e svuotati quali solidarietà, dignità, umanità e coraggio.

The Take- La Presa, di Avi Lewis (sceneggiatura di Naomi Klein), 2004. Il documentario è incentrato sull’occupazione delle fabbriche dismesse compiuta degli/lle ex operai/e rimasti disoccupati in seguito alla crisi economica ed alla fuga dei padroni. Estremamente formativo: quello che gli anarchici vanno ripetendo da sempre viene messo in pratica negli anni della crisi in Argentina da persone spinte dalla necessità e prive di preparazione teorica, che mettono in pratica principi quali autogestione, azione diretta, democrazia di base, mutuo appoggio, nonostante le difficoltà quotidiane e la reazione del capitale e dei suoi sgherri.

Spagna: giornate di lotta dal 29 Maggio al 15 Giugno.

Fonte: Anarkismo.

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“CGT, CNT e SO convocano le giornate di mobilitazione dal 29 maggio al 15 giugno


Questo maggio segna un anno di movimenti popolari che si sono presi le strade per dimostrare la loro indignazione in molteplici località del pianeta, dalla “primavera araba” passando per la porta del Sol fino ad arrivare ad Occupy Wall Street. L’esplosione di indignazione popolare del 15 maggio 2012 si è concretizzata in diverse assemblee di città e di quartiere, gruppi di lavoro ed un’estesa rete di comunicazione, di mobilitazione e di azione comune, che unisce tutte le lotte che collegano l’intera popolazione e che permette ad essa di affrontare le lotte in maniera organica e collettiva. Questo ci rende consapevoli che non siamo soli e che l’azione unita può cambiare le cose.

La CGT, la CNT e Solidaritat Obrera hanno sostenuto tutti i nostri militanti nelle mobilitazioni globali convocate dal 12 al 15 maggio, ed hanno invitato tutta la classe lavoratrice a scendere nelle piazze e nelle strade per partecipare alle azioni previste in quelle giornate. Come organizzazioni sindacali abbiamo fatto nostre le parole d’ordine espresse da questo movimento: “Non un euro per salvare le banche; istruzione e sanità pubbliche e di qualità; No alla precarietà; no alla Riforma del lavoro; Per una casa decente”.

Per continuare a lottare per i nostri diritti, convochiamo diverse giornate di mobilitazione a partire dal 29 maggio fino al 15 di giugno.

Le organizzazioni sindacali CGT, CNT e SO, dopo l’esito favorevole dello sciopero generale del 29 marzo e di fronte all’atteggiamento dei governi regionali per cui nulla è mutato rispetto alla Riforma del Lavoro, ai tagli ed al Patto Sociale, considerano assolutamente necessario per la classe lavoratrice, e specialmente per i poveri, continuare subito con le manifestazioni necessarie per mettere fine alla carneficina di diritti a cui viene sottoposta l’intera società.

Durante le giornate dal 29 maggio al 15 giugno faremo comizi, manifestazioni, presidi, scioperi dei consumatori, giornate di lotta e tutte quelle azioni che ci portino a denunciare l’attacco che stiamo subendo, per incamminarci verso un altro sciopero generale per la fine dei tagli brutali, per l’abrogazione della Riforma del Lavoro e per la restituzione di tutti i nostri diritti.

Sappiamo che per fare tutto ciò, bisogna unirsi e lavorare con quelle organizzazioni sindacali e sociali che stanno soffrendo questa situazione di ingiustizie, che si schierano contro il Patto Sociale e per la mobilitazione. Le invitiamo dunque a partecipare alle prossime iniziative.

CNT – Confederació Nacional del Treball
CGT – Confederació General del Treball
SO – Solidaritat Obrera

Traduzione dal catalano a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali.

“Forma e sostanza del regime dei banchieri”.

Articolo scritto da Michele Fabiani e pubblicato sul sito Anarchaos:

“Forma e sostanza del regime dei banchieri (di Michele Fabiani)

 

In un precedente articolo ho iniziato un percorso di studi sul rapporto fra la democrazia e il capitalismo. E’ bene ricordare che il capitalismo non è sempre stato democratico, anzi non lo è stato quasi mai. Ed essere pignoli non lo è stato mai.

 

Democrazia e governo rappresentativo

Uno dei pregiudizi nati nel Novecento e che ancora ci portiamo appresso è quello che distingue la democrazia “diretta” da quella “indiretta”, come se fossero ramificazioni da una stessa radice comune. La democrazia diretta era quella antica (Atene), quella indiretta invece è rappresentata dal regime contemporaneo in Occidente. Bisogna perdere cinque minuti per confutare tale pregiudizio. In primo luogo, non è vero che la democrazia antica fosse una democrazia diretta. In secondo luogo, non è vero che il regime contemporaneo sia un regime democratico.

La democrazia ateniese non era affatto una democrazia senza incarichi. Vi erano delle magistrature e numerose persone vi erano deputate, negli ambiti più disparati della vita civile nella sua complessità. Non è nemmeno vero che tutti partecipassero alla vita politica: le donne, gli schiavi, gli stranieri ne erano esclusi. Anzi, proprio quei momenti di democrazia “diretta” si rendevano possibili perché vi era una classe di sfruttati che mandava avanti la società ateniese anche quando i suoi cittadini erano in assemblea. Esattamente quello che avveniva a Sparta, con la differenza che invece che giocare alla democrazia gli spartiati giocavano alla guerra e mentre gli schiavi messeni mandavano avanti la società i cittadini si addestravano per il combattimento. Insomma la democrazia – che non è una democrazia “diretta” – non è poi una cosa così bella.

Ma se la democrazia antica non era una democrazia diretta, ma era “la” democrazia, cosa distingue il regime antico da quello contemporaneo? La divisione fra democrazia diretta e democrazia indiretta salta. Non è vero che prima c’era l’assemblea popolare mentre oggi ci sono i deputati. La distinzione sta nel modo con cui vengono nominati i governanti. Nella democrazia i governanti vengono estratti a sorte per dare a tutti i cittadini le stesse opportunità statistiche di essere nominati, nel sistema contemporaneo invece ci sono le elezioni.

Mi rendo conto che una tale affermazione può sembrare sorprendente: come le elezioni non sono il baluardo della democrazia? Se prendiamo la letteratura politica – da Aristotele a Rousseau – la distinzione fra democrazia e aristocrazia sta nel fatto che nella democrazia c’è l’assemblea sovrana e l’estrazione a sorte degli esecutori, mentre nell’aristocrazia c’è l’elezione dei migliori e il potere esecutivo diviene a tutti gli effetti un governo. Oggi infatti “esecutivo” e “governo” sono sinonimi, il che non è possibile in democrazia dove, per definizione, il governo è del demos, i cittadini che non fanno parte delle classi oppresse, e gli esecutori sono dei meri funzionari estratti a sorte. E’ evidente che quindi le forme dei governo occidentali oggi in vigore non sono governi democratici, ma aristocratici, almeno secondo la letteratura politica classica.

Tale letteratura ebbe una forte influenza fino alla fine del XVIII secolo. Non a caso gli estensori della Costituzione USA non si consideravano dei democratici, ma dei repubblicani. Tutti i regimi rappresentativi contemporanei non nascono da democrazie, ma da regimi monarchici elettoralizzati. Prendiamo l’Italia. L’Italia non discende “geneticamente” dalle repubbliche democratiche cittadine rinascimentali (da Venezia a Firenze), ma dal regime dei Savoia. Il salto che ci ha portati dai Savoia alla Repubblica, per quanto abbia assunto con la Resistenza momenti rivoluzionari presto traditi, non è un salto di sostanza, ma solo, in parte, di forma. Tanto è vero che oggi lo Stato che ci opprime non è uno Stato “altro” rispetto a quello precedente, come ci dimostra Napoletano che, festeggiando i 150 anni dell’Unità d’Italia, riconosce anche la monarchia come la forma precedente di una stessa nazione. La nazione è la stessa dei tempi della monarchia, con l’elezione del Capo dello Stato invece che la discendenza dinastica.

 

Mussolini e Monti: due governi legali ma infami

Bisogna distinguere ciò che è legale da ciò che è giusto. Gli storici si sono a lungo interrogati sulla legalità o meno del fascismo rispetto alla “costituzione” dell’epoca, lo Statuto Albertino. Interessante il fatto che il regime di Mussolini si sia insediato senza il bisogno di sovvertire le istituzioni monarchiche-costituzionali preesistenti. Insomma sul piano della legalità, il regime fascista era un regime legale. Questo significa che fosse un regime giusto e buono? Ovviamente no. La legalità è stata da sempre la giustificazione degli oppressori per ogni infamità.

Combattere il fascismo in quanto illegale era l’operazione teorica che stava alla base dei partigiani monarchici: per loro Mussolini era un usurpatore semplicemente perché non aveva più la fiducia del Re e guidava uno stato (la Repubblica Sociale Italiana) fantoccio in mano all’occupante tedesco. Fino a quando Mussolini era il capo del governo, formalmente incaricato dal Re, per i monarchici era una gran brava persona. Viceversa, per la stragrande maggioranza dei combattenti della lotta armata antifascista, il fascismo era ingiusto, infame, violento e reazionario riguardo alla sostanza del suo essere politico.

Il parallelismo fra Mussolini e Monti è molto istruttivo. Anche Monti, a mio avviso, è una degenerazione legale del regime esistente. Non sono d’accordo con chi ritiene Monti una sospensione della democrazia.  In primo luogo, perché prima non c’era la democrazia. Ma in ogni caso perché Monti non viola la Costituzione Repubblicana. Credo, anzi, che l’insistere sull’illegalità del governo Monti, sull’illegalità delle intrusioni di Napolitano nel dibattito politico, porti ad un suicidio tattico: dimostrata la legalità del regime dei banchieri, verrà castrato il movimento rivoluzionario.

Dobbiamo quindi uscire dal giustizialismo di chi vuole cacciare Napolitino e Monti perché golpisti. Naplitano e Monti vanno cacciati riguardo alla sostanza della loro nefasta azione politica, non riguardo alla forma.

Capitalismo e involucro liberale: fine di un matrimonio di interesse

E’ evidente che siamo di fronte ad una forzatura reazionaria, autoritaria. Siamo di fronte ad una rottura mondiale – sicuramente europea – fra il capitalismo e la cosiddetta democrazia liberale (che democrazia non era nemmeno quella).

Il mio intervento, sia ben chiaro, non vuole in nessun modo giustificare tale svolta; piuttosto vuole spiegare che non è sulla via della legalità, del giustizialismo, dell’invocazione patriottica della Costituzione che possiamo difenderci dall’attacco.

Può sembrare un gioco di parole, ma stiamo entrando nell’epoca del liberismo illiberale. Il capitalismo, nella sua forma più sfrenata, nel suo più estremo liberismo, non sopporta più quei lacci e laccioli che un regime liberali prima comunque prevedeva. In un regime liberale ci sono dei principi certamente capitalisti (la proprietà privata), ma ce ne sono altri che invece in questa fase non sono tollerabili: la dignità della persona umana, la libertà di espressione, la libertà di protestare.

Il punto è che se continuiamo a porci in un’ottica difensiva, conservatrice non ne usciremo mai. Come nel calcio, se ti chiudi in difesa finisci per perdere.

Tanto più che il terreno della legalità sarebbe totalmente sbagliato. Non è quello il campo su cui si sta giocando tale partita. Il governo Monti rappresenta una forzatura della Costituzione, così come il fascismo era una forzatura dello Stato Albertino; ma comunque tale forzatura è del tutto legale, almeno fino ad ora. Chi oggi fa appello alla Corte Costuzionale contro Napolitano ci trascina nello stesso gravissimo errore che già fecero i liberali e i socialisti nel voler contrastare l’ascesa di Mussolini per vie legali, quando era l’ora della lotta armata.

Un errore simile è stato fatto nei primi anni ’70. Dopo la strage di stato di piazza Fontana si diffuse la tesi complottista (illuminante un articolo comparso recentemente su anarchaos contro il complottismo di Lucio Garofalo) secondo la quale un colpo di stato era alle porte. Il pericolo di golpe era certamente reale, ma i veri dietrologi era i bravi democristiani che dietro a tali minacce ne approfittarono per incatenare la sinistra alla difesa della “democrazia” in pericolo, rinunciando all’attacco. Un errore strategico madornale che porterà ad anni di pace sociale, almeno fino al ’77 – anche quelli puniti con una nuova strage, a Bologna nell’80, e anche quella strage non portò al golpe ma a nuova pace sociale fondata sulla lotta al terrorismo.

Non vorrei che oggi si ripetesse la stessa cosa: si afferma che Monti è un golpista, ci si stringe uniti per la difesa della “democrazia” e si finisce ingabbiati nella Costituzione e in generale nelle compatibilità con lo Stato liberale.

 

La sostanza politica del regime dei banchieri

Il regime dei banchieri è certamente una degenerazione. Tale degenerazione, fino ad ora legale, si traduce sul piano sostanziale in una aggressione senza precedenti dai tempi dell’ultima guerra mondiale. Si tratta di un peggioramento terribile delle condizioni di vita ormai di centinaia di milioni di persone: il regime dei banchieri ha messo ormai propri uomini alla guida di paesi come l’Italia, la Grecia, la Romania, governa indirettamente la Spagna, il Portogallo e l’Irlanda, e si parla fortemente di una Grande Coalizione che unisca di nuovo democristiani e socialdemocratici perfino in Germania. La ricetta è più o meno la stessa: non potendo stampare moneta a causa del nefasto euro si abbassano i salari, si aumentano le tasse indirette per evitare di sfuggire al fisco, si introducono i licenziamenti facili, in sintesi si mobilita l’intero corpo dello Stato al servizio del capitalismo finanziario tagliando i servizi e ottenendo maggiori entrate con una tassazione forsennata.

E’ questo il piano sostanziale dello scontro. Non penso che facendo appelli alla Corte Costituzionale contro le esternazioni ormai non più superpartes di Napolitano in materia di lavoro che si possa rispondere alla violenza dell’attacco.

 

Napolitano e Monti: servi o traditori?

C’è chi afferma che Monti e Napolitano, soprattutto il secondo in quanto garante, sarebbero dei traditori. L’accusa è di aver svenduto la nazione alla finanza internazionale. Da qualche tempo, anche un demagogo come Grillo sta cavalcando questa ondata di indignazione democratica. Nessuna menzogna poteva essere camuffata con altrettanta arte in verità. Monti e Naplitano certamente hanno consegnato milioni di sfruttati al servizio del potere finanziario. Il nostro sudore serve a pagare il credito delle elité che hanno investito sulla crisi. Tale operazione di vera e propria rapina, però, non si configura come un tradimento della Costituzione e dello Stato. Viceversa è assolutamente coerente con lo scopo ultimo dello Stato da quando questo esiste: essere il cane da guardia delle classi dominanti. Nondimeno, è persino legale sul piano costituzionale, dato che siamo in un regime parlamentare.

Il contrasto alla svolta autoritaria ed alla rapina attuata dal regime dei banchieri non può più essere sostenuto sul terreno della legalità. Non dobbiamo difendere lo Stato da dei traditori, ma abbatterlo con tutti il suo codazzo di servi.

Michele Fabiani”

Sullo stesso argomento, sempre di Michele Fabiani: “Dai colonnelli ai banchieri. Quando al capitalismo la democrazia liberale sta stretta” e “L’onore e il sacrificio al tempo del regime dei banchieri“.