Nuove forme di lavoro e vecchio sfruttamento. Il caso di Foodora in Italia.

Quando le tecnologie diventano uno strumento di controllo e sfruttamento; quando il cottimo si reinventa in una forma addirittura peggiore di quello al quale erano abituati lavoratori e lavoratrici nelle fabbriche e nei campi; quando un lavoretto per arrotondare rimane l’unica fonte sottopagata di sostentamento economico; quando la precarietà è la norma, travestita da lavoro autonomo… Dopo aver parlato delle condizioni lavorative e delle lotte nel settore della logistica in Italia, ecco un altro approfondimento su un tema correlato, che focalizza l’attenzione su una azienda della cosiddetta “gig economy”, la Foodora, e sulle lotte lavorative portate avanti dai riders, ovvero quelle persone che consegnano i pasti in bicicletta. L’articolo che propongo è in inglese, ma contiene collegamenti ad altri articoli di informazione e approfondimento in lingua italiana:

“Foodora strikes in Italy – the dark side of the sharing economy”, by Struggles in Italy.

2016_10_11_foodora

La situazione dei/lle lavoratori/trici di Foodora è in continua evoluzione, fra licenziamenti, nuove forme di protesta e proposte di legge contro quello che viene definito “caporalato digitale”. Sono convinto che sentiremo parlare ancora a lungo delle lotte in questa azienda e nel settore della “gig economy” nel suo complesso, a fronte dello sfruttamento che, lungi dall’essere nuovo nella sua essenza, assume forme semplicemente più moderne, anche grazie all’impiego di nuove tecnologie da parte di chi sfrutta e a fronte della deregolamentazione per le aziende e dell’assottigliamento dei diritti della classe lavoratrice.

Matteo Renzi mi scrive: “Caro italiano…”.

http://www.sardegnasoprattutto.com/wp-content/uploads/2014/10/renzino.jpg

Stamane, tra la posta ho trovato una lettera che mi invita a votare “Sì” al Referendum Costituzionale che si terrà il mese prossimo. La prima pagina contiene, oltre alle istruzioni di voto per i/le cittadini/e italiani/e residenti all’estero, diverse immagini dell’attuale presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi, immortalato durante lo svolgimento delle sue funzioni di rappresentante istituzionale dell’Italia nel mondo. Sul retro, una vera e propria lettera. “Cara italiana, caro italiano…“, inizia il panegirico intriso di retorica ed opportunismo, “nessuno meglio di voi, che vivete all’estero, sa quanto sia importante che il nostro Paese sia rispettato fuori dai confini nazionali“. E questo è solo l’inizio. Matteo mi fa sapere che il nostro Paese è vittima di pregiudizi, il più persistente dei quali è quello per cui siamo, per dirla con l’immancabile riferimento calcistico buono appunto a rafforzare i pregiudizi sul popolino italico, “un Paese dalla politica debole, che si perde in un mare di polemiche. Un Paese instabile, che cambia il presidente del Consiglio più spesso di un allenatore della Nazionale“. Matteo dice d’essersi impegnato, durante le sue innumerevoli visite all’estero, nel promuovere un’immagine positiva dell’Italia, incita a “fare di più, tutti insieme” e parte col discorso della riforma costituzionale. Sembra che Matteo creda di sapere quel che deve affrontare un “cittadino/a italiano/a” costretto/a ad emigrare, non un cervello in fuga, ma braccia da lavoro. Va da sé che il mondo dorato nel quale vive Matteo da Rignano sull’Arno non è il mio, ad accomunarci non abbiamo nulla se non appunto il genere e la nazionalità scritta sui documenti d’identità, cose che per me contano praticamente nulla. Matteo pensa che all’estero si parli male di noi perchè abbiamo un sistema politico e burocratico farraginoso, sprechiamo risorse e denaro pubblici, abbiamo una classe politica litigiosa e attaccata alle poltrone. In parte è così, d’altronde dovrebbe ben sapere che molte critiche rivolte all’Italia, giuste o sbagliate che siano secondo i punti di vista, si rivolgono proprio a personaggi come lui, l’attuale presidente del Consiglio, preoccupato più di fare “bella figura” (termine spesso usato letteralmente dalla stampa tedesca) su podi e palcoscenici che di migliorare veramente la situazione del Paese. Renzi però non dispiace a tutti, almeno non del tutto. Basta seguire le regole del capitalismo e dei mercati globalizzati, destreggiarsi tra le rivalità di interessi e le contraddizioni interne, trovare i partners più adatti per firmare nuovi accordi e contratti, fare i favori giusti alle persone giuste ed ecco che inizi a piacere ad un sacco di gente in giro per il pianeta, gente influente, che fa girare la grana, che crea l’opinione, che gestisce il dominio. È questo quel che importa all’attuale imbonitore a capo del teatrino governativo, mentre i/le cari/e cittadini/e italiani/e, in patria e all’estero, servono solo quando devono dire SÌ. E per convincerci basterebbero un paio di frasi fatte sull’emozione suscitata dai nostri sguardi orgogliosi e dall’inno di Mameli, scritte da (o per) uno che non ci conosce, che se ne frega delle nostre esigenze, dei nostri problemi, delle nostre vite, uno tra tanti che è parte del problema e non della soluzione, che tratta ciò che dovrebbe essere di tutti come una proprietà privata sua e dei suoi amichetti, un’arrivista che blatera un terzo neolingua, un terzo retorica stantia e un terzo anglicismi mal digeriti? Ma che cazzo ne sa lui, che cazzo ne sai tu, Matteo Renzi, del nostro orgoglio, delle nostre esistenze, delle nostre storie, come le chiami tu? Vaffanculo! Vaffanculo a te e a tutti i signori e le signore che hanno fatto del clientelismo, della corruzione, del carrierismo, della concorrenza e degli interessi di classe o casta una ragione di vita, ma vaffanculo anche a tutti quelli che credono che la disonestà sia l’unico problema, quelli che non hanno capito che si ruba più legalmente che illegalmente, perchè il capitalismo stesso è nato dal furto e dal saccheggio in grande stile e lo sfruttamento può benissimo venir esercitato entro i confini stabiliti dalle leggi. E Vaffanculo anche a chi si illude che la “nostra” Costituzione sia da salvare, un pezzo di carta che ci viene sventolato sotto il naso ad ogni pié sospinto dalle stesse persone che lo usano per nettarcisi il deretano, un guazzabuglio di leggi decise da pochi per imbrigliarci e limitarci, per illuderci di aver raggiunto qualcosa, mentre gli assassini della dittatura fascista tornavano ai loro posti da bravi burocrati e compagni e compagne non assimilabili dal “nuovo” sistema finivano in carcere o venivano eliminati, mentre i “nuovi” padroni usavano il terrore come strumento di controllo per schiacciare qualsiasi aspirazione egualitaria ed emancipatoria. Fá una cosa, Matteo, la prossima volta che mi scrivi non parlarmi del tuo orgoglio di rappresentante di un Paese svenduto, colonizzato e al contempo colonizzatore, mandato in malora da un sistema malavitoso parzialmente legalizzato. Raccontami piuttosto di come tu sia orgoglioso di vivere in un Paese tutto da creare, dal quale nessuno/a deve emigrare pur di poter sbarcare il lunario e nel quale chiunque fugge da situazioni peggiori trova una dignitosa accoglienza; che non spreca risorse in dannosissimi progetti faraonici ma che investe nelle infrastrutture realmente necessarie con particolare riguardo all’ecocompatibilità; che non smantella i diritti dei/lle lavoratori/trici, ma li/le vede padroni/e del proprio lavoro; che non manda soldati a fare guerre in giro per il mondo né dichiara guerra ai poveri sul proprio territorio, ma cerca soluzioni il meno violente e il meno coercitive possibili per risolvere le controversie e s’impegna a creare una società solidale di individui liberi ed eguali. Raccontami che non vuoi il mio voto per far approvare più rapidamente le leggi che fanno comodo a te ed ai tuoi compari raccomandati, ma chiedimi piuttosto di impegnarmi in prima persona per mettere in moto il cambiamento che vorrei avvenisse intorno a me, non ciarlare di rappresentanza ma ammetti che l’unica democrazia degna di questo nome è quella diretta e dal basso, ovunque, nei luoghi di studio come nei posti di lavoro come nei quartieri nei quali viviamo. Ma soprattutto rivolgiti a me alla pari dopo esserti ritirato dai tuoi incarichi ed aver rinunciato a tutti i tuoi privilegi, e ricorda che finchè batti sui tasti del patriottismo, dei confini, del progresso fine a se stesso, del prestigio internazionale e del futuro (concetto col quale veniamo eternamente illusi), noi due non parleremo mai la stessa lingua, con buona pace dell’essere entrambi “italiani”. Fino ad allora faresti più bella figura se tu tacessi.

4 Novembre 2016: sciopero generale!

https://anarcomedia.files.wordpress.com/2016/10/manifesto_sciopero_web-21.jpeg?w=215&h=300https://www.cub.it/images/img-pdf/volantini16/locandina-web.jpg

I sindacati USI-AIT e CUB hanno proclamato uno sciopero generale su tutto il territorio italiano per l’ intera giornata del 4 Novembre 2016, al quale ha aderito anche il sindacato SGB. A Milano si svolgerà un corteo, nel resto d’Italia sono previste numerose iniziative locali. Le ragioni di questo sciopero vengono, tra l’altro, spiegate in un articolo apparso sul periodico Umanità Nova: “Il 4 Novembre per uno sciopero non sottomesso alle politiche di palazzo”. Altre informazioni sono disponibili sui siti delle organizzazioni sindacali USI-AIT e CUB. Appoggiamo e diffondiamo!

Controinformazione sul terremoto nel Centro Italia.

https://giovannacosenza.files.wordpress.com/2009/04/media-by-banksy.jpg

Come ci viene raccontato dai massmedia il terremoto che in Italia ha colpito la zona appenninica compresa tra Lazio, Marche e Umbria provocando la distruzione di interi paesi, la morte di più di 300 persone e lo sfollamento di altre migliaia? Più che informazione corretta e scientifica, unita ad una seria e impietosa riflessione sull’impreparazione a tali catastrofi naturali tremendamente aggravate sia dall’incuria che dalla cinica speculazione umana, l’evento viene spettacolarizzato in chiave emotiva. Gli sciacalli sono lì alla ricerca di dettagli macabri, storie strappalacrime, immagini simbolo che devono tenere incollati/e i/le telespettatori/trici allo schermo, piangono lacrime di coccodrillo mentre pensano alla grande occasione di profitto che riempirà le tasche di pochi. Esiste però un altro tipo di mentalità e quindi un modo molto diverso di fare informazione e vorrei qui fornirne degli esempi, riportando alcuni articoli “di parte”, contro-informativi, contenenti testimonianze critiche, osservazioni tecniche e notizie utili su come aiutare sfollati/e e sopravvissuti/e:

Terremoto, e tutto tornerà come prima”, di Zatarra su Alternativa libertaria;

“Solo le montagne sono serene”, su Malamente;

“Terremoto: aumenta la solidarietà popolare e dal basso contro sciacalli, razzisti e istituzioni”, su InfoAut.

 

È sempre colpa dei rom…

Circa un mese fa mi sono imbattuto per caso in un’articolo molto interessante scritto da Carlo Gubitosa per l’Espresso. Solo oggi, essendomi finora mancato il tempo, riesco a riproporne il link su questo blog, ma a pensarci bene la mia intempestività risulta opportuna, un pò perchè ormai per le elezioni comunali a Roma i giochi sono fatti, ma soprattutto perchè quel che scrive Gubitosa è sempre valido anche a distanza di un mese e purtroppo temo che lo sarà anche a distanza di anni e proprio per questo va tenuto sempre presente e va ripetuto a voce alta in faccia a tutti i populisti, ignoranti e razzisti. Per sforzarsi di capire al di là dei pregiudizi, per dare voce a chi altrimenti resta solo un capro espiatorio, un sacco da boxe preso a cazzotti dai frustrati menati per il naso da opportunisti d’ogni risma, incapaci di individuare le cause reali della propria e dell’altrui sofferenza.

I diritti agli italiani, i doveri ai Rom: Virginia Raggi, antiziganista a sua insaputa”, di Carlo Gubitosa.

“War, Capitalism & Liberty”, le opere di Banksy in mostra a Roma.

 

2016-05-06-1462534828-9797183-xxx_2.jpgBanksy è un artista la cui identità è misteriosa, ma le sue opere sono oltremodo note. Sui muri e per le strade di innumerevoli città si possono ammirare i suoi messaggi ironicamente critici espressi attraverso il linguaggio della street art, veri e propri schiaffi che risvegliano le coscienze intorpidite e svelano le contraddizioni ed i fallimenti della nostra società, ma che sanno essere pungenti anche nei confronti di chi questa società la vorrebbe cambiare. Lo street artist di Bristol, Regno Unito (una delle poche informazioni presumibilmente certe che abbiamo su di lui, oltre al suo anno di nascita, 1974), non ama ovviamente rinchiudere le proprie opere nei musei, ma stavolta, ancora una volta, piaccia o meno, qualcuno lo ha fatto per lui. A Roma, dal 24 Maggio al 4 Settembre 2016, ha luogo presso il Museo Fondazione Roma la mostra War Capitalism & Liberty, che propone circa 150 opere provenienti da collezioni private, ma non sottratte alla strada, non rubate alla collettività. L’esposizione è suddivisa in base a tre temi (guerra, capitalismo e libertà) e comprende anche laboratori didattici per adulti e bambini. “E’ la prima volta che così tante opere di questo personaggio vengono esposte in un museo. Si è sempre detto che la street art non ha legittimazione nei musei. Che sia nata per esportare la bellezza dell’arte a tutti, indipendentemente dalla capacità economica. Ma era indispensabile e doveroso un omaggio a questo artista in un museo. Le sue opere di solito sono sui muri e quindi, anche se purtroppo è successo, non si possono strappare e muovere. In questo caso esponiamo opere certificate e realizzate su altri supporti”, afferma Emmanuele Emanuele, presidente della Fondazione Terzo Pilastro-Italia e Mediterraneo, che organizza la mostra.

Chissà se questa esposizione sarà un passo in più nel lungo percorso che vorrebbe portare ad un’accettazione di graffiti&co. nella percezione collettiva come opere d’arte piuttosto che come vandalismo e danneggiamento della proprietà pubblica o privata, oppure tenderà piuttosto ad acuire l’accesa polemica sull’ arte di strada contrapposta alla logica delle gallerie d’arte e dei musei. O quella sulla proprietà intellettuale di un’opera e sui suoi confini, non solo legali. Comunque vada, Banksy ha sempre saputo essere, tra le altre cose, originale e imprevedibile: forse stavolta lo sarà anche la sua reazione alla mostra.

Unioni civili e Paesi incivili.

Finalmente in Italia è stata approvata una legge sulle unioni civili che regolamenta a livello legale la situazione delle coppie di fatto, finora discriminate rispetto alle coppie eterosessuali sposate. Una legge-compromesso che per il momento offre solo un contentino a chi da decenni chiede di non essere più discriminato/a, alla quale si sono opposti fino all’ultimo i settori più retrivi, oscurantisti e tradizionalisti del Paese, teocon in primis, una legge mutilata che non concede nulla sul tema importantissimo delle adozioni e che arriva con ventisette anni di ritardo rispetto a quella approvata in Danimarca, primo Paese europeo a riconoscere i diritti delle coppie non sposate. Oltre ad introdurre la possibilità di unione civile tra persone dello stesso sesso, la legge riconosce e regolamenta anche i diritti delle coppie “di fatto”, eteterosessuali ma non sposate, anche se “riconosce” è un termine in questo caso esagerato. Da riconoscere piuttosto è ancora una volta il tranello del percorso parlamentare nell’istituzionalizzazione dei diritti civili, che dovrebbero innanzitutto essere parte delle coscienze e del patrimonio morale della società e non strumento di stampo elettoralistico negoziabile a seconda delle esigenze opportunistiche e delle alleanze del momento. L’isteria che ha accompagnato e tuttora accompagna la discussione intorno alla legge appena approvata e più in generale sul tema delle “famiglie non tradizionali” dovrebbe spingere chiunque si batta contro l’omofobia e le discriminazioni di genere a lottare con rinnovato vigore per un cambiamento culturale nella società nella quale si vive, per il rispetto e l’uguaglianza di diritti, contro il dominio del patriarcato e le derive reazionarie. La libertà di gay, lesbiche, trans-, bi- e intersessuali è anche la mia libertà. Risultati immagini per anarchists against homophobia

Il fondo del barile.

http://3.citynews-anconatoday.stgy.it/~media/horizontal-low/5758049467817/1a-corte-no-trivelle.jpg

Il 17 Aprile si terrà in Italia un referendum che propone l’abrogazione della legge che consente lo sfruttamento illimitato, “a vita”, dei giacimenti petroliferi in zona marina. A prescindere dalla mia opinione sullo strumento referendario, da molti definito una forma di democrazia diretta sancita dalla Costituzione, da me ritenuto invece un contentino distrattivo per chi vorrebbe attivarsi per influenzare le decisioni politiche prese da pochi/e nell’interesse di pochi/e sulla pelle di tutti/e, ritengo interessante condividere alcune informazioni trovate sul blog “Paradisi Artificiali”, che potrebbero aiutare a comprendere meglio su cosa verte la questione delle trivellazioni anche al di là del referendum. A me pare evidente che il governo italiano stia mostrando per l’ennesima volta (banche fallimentari e TAV sono altri due esempi fra i tanti che potrei citare) il proprio volto lobbista e clientelare e stia tentando disperatamente di illudere i/le potenziali elettori/trici sul tema della ripresa economica, sul rilancio del made in Italy, sulla difesa dei posti di lavoro e sull’autosufficienza energetica, insomma stia ancora raschiando il fondo del barile. Di petrolio, stavolta. Pertanto mi prendo la briga di segnalare una riflessione, che considero almeno in buona parte condivisibile, sul tema delle trivellazioni e del referendum, pubblicata su InfoAut. Non solo vi invito alla lettura, ma come sempre ad una riflessione più ampia sui risvolti che presenta il tema in questione, dalla contrapposizione fra occupazione e salvaguardia ambientale al paradigma fallimentare e distopico dello sviluppo infinito dell’economia capitalista, alla scelta delle energie rinnovabili tra limiti,  potenzialità e alternative al nostro attuale stile di vita… Non si tratta di questioni astratte o lontane, ma faccende che ci riguardano tutti/e e con le quali siamo costretti/e a fare i conti, volenti o nolenti, prima che sia davvero troppo tardi.

Padre Pio Superstar!

Tra santi, beati, prelati e altre figure della chiesa cattolica romana, uno dei miei preferiti è e rimarrà sempre Padre Pio…pardon, San Pio! Senza dubbio la sua storia merita di venir conosciuta e approfondita visti i risvolti allucinanti e altamente comici legati al suo culto ed alla sua beatificazione e, successivamente, santificazione. Nonostante gli sforzi da me costantemente compiuti nel tentare di non considerare automaticamente gli aderenti ad una qualsiasi religione come persone da compatire, devo confessare che chiunque si riveli a me come ammiratore, estimatore, seguace et similia del frate di Pietralcina perde ai miei occhi gran parte della propria credibilità e affidabilità più rapidamente di quanto non avvenga con altri “credenti”, perchè se c’è un personaggio rappresentativo più di altri della cialtroneria delle religioni organizzate e della loro grossolana strategia di marketing a uso e consumo di masse esagitate (e direi fulminate, se non fosse che per essere fulminato uno dovrebbe essere stato prima illuminato), quello è proprio San Pio. Fatte le mie brevi considerazioni, in questo spirito (santo, naturalmente) segnalo un articolo sulla visita di Pio (no, non il pulcino!) a Roma/Città del Vaticano, durante l’attuale Giubileo. Magari non firmerà autografi, ma un selfie non ve lo negherà di certo!

Acido fenico, santità e silicone. È arrivato Padre Pio!