Too little, too late: gli assassini razzisti Zimmerman e Roof assaggiano un pò di giustizia.

Un ragazzo di colore cammina per le strade di Sanford, Florida, USA. Ha in mano un pacchetto di caramelle e una bibita, la testa coperta dal cappuccio della sua felpa per ripararsi dalla pioggia. Va di fretta, sta andando a casa della fidanzata del padre. È la sera del 26 febbraio del 2012. Il ragazzo si chiama Trayvon Martin, ha diciassette anni e non arriverà a compierne diciotto: un vigilante privato gli spara a seguito di una colluttazione dopo averlo seguito credendolo, a suo dire, un malintenzionato sotto l’effetto di droga. Il vigilante, tale George Zimmerman, viene processato per omicidio di secondo grado e, il 13 Giugno del 2013, la giuria lo dichiara innocente. Il caso scatena negli USA un acceso dibattito sul razzismo e su una controversa legge di matrice repubblicana in materia di diritto all’autodifesa, la “Stand-your-ground law“. Zimmerman viene da più parti tacciato di razzismo, cosa che lui nega sottolineando le sue origini latinoamericane e portando a testimoniare a suo favore in tribunale alcuni suoi amici di colore. Di certo non si tratta del primo razzista a non avere un pedigree da WASP, né del primo razzista ad avere qualche “amico di colore” da mettere in bella mostra come alibi, così come è certo che Zimmerman non ha un gran bel carattere, essendo stato coinvolto, dopo il processo, in alterchi durante i quali ha fatto uso di violenza fisica e mostrato senza troppi problemi un’arma da fuoco. A proposito di arma da fuoco: quella usata per freddare Trayvor Martin è stata venduta all’asta da Zimmerman lo scorso Maggio per 250mila $, denaro con il quale egli dichiara di voler sostenere non meglio specificati “gruppi d’interesse”.

La Mother Emanuel African Methodist Episcopal Church, è una chiesa di Charleston, nella Carolina del Sud, USA, fondata nel 1816 dopo la scissione dalla chiesa metodista bianca nella quale dominava il razzismo. Uno dei membri fondatori fu Denmark Vesey, uno schiavo che comprò la propria libertà con il denaro vinto ad una lotteria, ma che non riuscì coi pochi soldi risparmiati col suo duro lavoro di muratore ad affrancare la moglie e la figlia, anch’esse schiave. Nel 1822 Vesey venne impiccato insieme ad altri 34 uomini dopo un processo svoltosi in segreto per essere stato accusato di aver organizzato una cospirazione atta ad uccidere i proprietari di schiavi a Charlestone, liberare gli schiavi e fuggire ad Haiti. La Mother Church venne bruciata da razzisti bianchi. Ricostruita definitivamente solo nel 1865, diverrà quasi un secolo più tardi uno dei centri della protesta per i diritti civili. Quella della chiesa e della comunità di fedeli che l’ha animata nel corso del tempo è una storia notevole, quasi simbolica e non sono in pochi a saperlo. Tra questi il giovane ventunenne suprematista bianco Dylann Roof, che il 17 Giugno del 2015 apre il fuoco sui/lle fedeli radunati/e dentro la chiesa, uccidendone 9. Catturato poche ore dopo dalla polizia, Roof si trova attualmente in carcere, il processo che lo vede imputato è iniziato il mese scorso. Su un sito web registrato da Roof pochi mesi prima che compisse la strage egli esterna le proprie convinzioni sulla superiorità della razza bianca e afferma che è stato l’omicidio di Trayvon Martin ad “aprirgli gli occhi”, perchè sono necessarie “azioni drastiche” per riaffermare il potere bianco in Nord America e in Europa.

Chi semina vento raccoglie tempesta”: un verso biblico che si sente citare spesso. Chissà se quel 17 Giugno di un’anno fa nella chiesa metodista di Charleston, durante l’ora di lettura della Bibbia, si discuteva anche di quel passaggio dell’ Antico Testamento. Di certo si tratta di un detto adatto a commentare quel che è accaduto pochi giorni fa ai due assassini nominati poco sopra. George Zimmerman si trovava in un ristorante nella zona di Sanford l’ultimo fine settimana di Luglio. Notando un tizio con un tatuaggio della bandiera degli Stati Confederati d’America, (la stessa bandiera che Dylann Roof mostra con orgoglio in alcune foto postate sul suo sito web, un simbolo considerato razzista da molti, non solo negli States), gli fa i complimenti e si identifica come “quello che ha sparato a Trayvon Martin”, per confermarlo tira addirittura fuori la carta d’identità. A quel punto un altro avventore del locale, identificato semplicemente come Eddie, si avvicina e gli dice “You’re bragging about that? You better get the fuck out of here” (“Te ne stai vantando? È meglio che ti levi dal cazzo”). Ne segue un’accesa discussione, al termine della quale Eddie sferra un potente cazzotto al volto di Zimmerman, lasciandolo sanguinante con gli occhiali fracassati per poi dileguarsi a bordo di una Harley Davidson prima del sopraggiungere della polizia. Pochi giorni dopo, la mattina del 4 Agosto, Dylann Roof viene assalito da un altro detenuto nel carcere di Charleston, nel quale è recluso in attesa di giudizio. L’aggressore, il 26enne di colore Dwayne Stafford, colpisce Roof provocandogli lividi e abrasioni. Intanto Stafford è appena uscito di prigione in attesa del suo processo che lo vede imputato per rapina: ha potuto pagarsi la cauzione grazie ai 100mila $ donati anonimamente da parecchie persone in un arco di tempo brevissimo su un sito di raccolta fondi appena diffusasi la notizia del pestaggio ai danni di Roof. Uno dei commenti più frequenti che gira per il web riguardo i due casi di giustizia “sommaria” nei confronti dei due razzisti: troppo tardi, troppo poco. A me piace pensare che ci siano persone che ancora hanno il coraggio di non tacere e di non stare ferme di fronte al razzismo ed alle sue manifestazioni concrete e mi piace anche pensare che, almeno qualche volta, anche se in piccolo, chi semina raccoglie.

Buonista un cazzo.

Quante volte ho sentito lanciare l’accusa di “buonismo” nei confronti di persone che si preoccupavano sinceramente per i diritti di minoranze, categorie sociali deboli, soggetti discriminati? Troppe, direi. Tra quelli/e che hanno sempre in bocca la parola “buonista”, pronti/e a sputarla contro chiunque mostri anche solo un minimo di empatia umana, c’è chi sul politicamente scorretto, sull’insulto gratuito, sulla provocazione a fini reazionari e sullo stivale premuto in faccia al debole e all’oppresso ci ha costruito la propria carriera politica. Uno di questi tanti, troppi personaggi regolarmente ospiti di quei salotti televisivi che sono la morte della cultura e del confronto fra opinioni argomentate con logica e fatti, uno di quei personaggi che mangiano a sbafo grazie ad un lauto stipendio da carica istituzionale alla faccia di chi lavora veramente o un lavoro non riesce a trovarlo nonostante gli sforzi, uno che fino a ieri intratteneva il pubblico con provocazioni atte a offendere e avvilire omosessuali, migranti, donne, musulmani, italiani/e meridionali, vittime delle disuguaglianze sociali con veri e propri siparietti capaci di mandare in visibilio i suoi aberranti soci razzisti forcaioli, uno di quelli che godono nel veder annegare gli immigrati nel Mediterraneo e che potendo brucerebbero i campi rom o li spianerebbero con la ruspa, che vorrebbero negare diritti fondamentali a chi secondo loro ama in modo diverso dalla “norma” o crede in un Dio che non è il loro, che trattano gli esseri umani che loro ritengono inutili o dannosi per la loro causa come spazzatura, uno di quelli che proliferano in un sistema di corruzione e malaffare ma sono sempre pronti a scagliare la prima pietra, uno di quelli che hanno fatto dell’odio nei confronti del diverso il loro pane quotidiano, uno di questi ladri di ossigeno, per concludere, s’è levato dai piedi. Per sempre. L’unico rammarico è che non si sia portato dietro tutti i suoi degni compari, ma mi rendo conto che sarebbe chiedere troppo. La sua scomparsa rende il mondo un posto migliore? Io, da buonista, penso che la risposta sia sì. Magari solo un pochettino, ma d’altra parte mi piace pensare che non siano solo i migliori quelli che se ne vanno, prima o poi tocca a tutti/e e in casi come questo, meglio prima che poi. Peace and love!

Più di mille parole.

Ci sono immagini capaci di comunicare verità e spiegare situazioni più di quanto possano fare mille parole. Eppure i discorsi, tanto nella loro profondità e complessità quanto riassunti finchè possibile in poche parole, sono indispensabili, anche se non sempre vengono recepiti. C’è chi antepone paure irrazionali, pregiudizi e informazioni sbagliate e non verificate a fatti e analisi, rifiuta il confronto ed è sordo a qualsiasi argomento. Con queste persone spesso accade di discutere fino allo sfinimento, sempre che stiano ad ascoltare, per poi accorgersi di aver parlato al vento. Si può spiegar loro come tutte le “culture” siano in fondo multiculture, non siano monolitiche, si evolvano col tempo, siano soggette a cambiamenti e commistioni e come la “nostra” non sia necessariamente migliore di altre; si può far presente che le cause che costringono le persone ad abbandonare i luoghi nelle quali sono nate hanno solitamente origini sociali, politiche ed economiche e che per far sì che nessuno/a sia costretto/a ad emigrare è indispensabile risolvere il problema alla radice in un’ottica emancipatoria, egualitaria ed antiautoritaria; si può far presente che gli/le immigrati/e, in determinate circostanze, fanno comodo al capitalismo e quando non fanno più comodo vengono criminalizzati, deportati o costretti comunque a tornare da dove sono venuti o ghettizzati nel Paese nel quale si trovano; si può ricordare come colonialismo e imperialismo abbiano gettato le basi per le tragedie odierne che hanno luogo in Siria, Iraq, Mali, Nigeria, Somalia, Libia, Afghanistan e altrove, si può far presente come ancora oggi ai potenti nostrani faccia comodo supportare dittature, tacere sulle violazioni dei diritti umani, fomentare divisioni etnico-tribali, esportare armi ed evitare la via diplomatica per risolvere i conflitti ricorrendo a interventi militari quando conviene; si può smontare ogni menzogna diffusa dal primo ignorante di passaggio sui privilegi concessi agli/lle immigrati/e e sui danni che essi provocherebbero alla nostra economia/cultura/nazione… Si può, si deve. Costi quel che costi, col rischio di farsi disprezzare o peggio da chi sputa veleno e sentenze senza conoscere i fatti, senza interrogarsi, senza avere un briciolo di umanità né di solidarietà. Prima o poi qualcuno dei/lle nostri/e interlocutori/trici drizzerà le orecchie, aprirà gli occhi, accenderà il cervello. Vale la pena tentare: con le immagini, le parole, la musica, coi fatti concreti, sempre e comunque.

Lyrics:

Wrong place of birth, wrong papers, wrong accent
“Your presence here is unacceptable accident“
They turn backs on them, puppetry level’s excellent
They’re spitting lies in their eyes and never hesitate

You know what I’m saying, it’s time to spare your prayers
They look the other way for terrorists, smugglers and slavers
But if you’re running for your life, trying to escape the slaughter
They’ll let your wife die and feast on your sons and daughters

Poison the water, the feast of legalized murder
Their lies about human rights don’t cost a quarter
They bomb your home, let the beast roam, close the border
And feed the world another tale by double-tongued reporter

Forward to the past, Can I ask? Do you remember
How the allies were sending people back to gas chamber?
Beware the beast, at least you know what to expect
The circle closes and the history repeats itself

Hook 2x:
Papers, please! They get you on your knees
Straight face, race to the death, Deaf to your pleas
Who’s the real illegal people, who’s the real disease?
We’re all immigrants, We’re all refugees.

The circle closes and the history repeats itself
Like 80 years ago abandoning those to the death
Who happened to be born on the wrong side of the fence
Ignoring obvious atrocities and cries for help

Not all was apathy – fallacy, lost humanity
Progressive wanna-be society begets another malady
No remedy, humanitarian calamity
another people denied the right to live with vanity

Another Human race catastrophe,
Another instance of entitled masses showing lack of empathy
Authorities are waging war, you people lie in idleness
Refuse to take responsibility for leaders’ violence

Communities of hypocrites reveal their rotten values
“Civilized world” devoid of basic principles of kindness
Close minded, close the borders: entry denied
The price of economic comfort is their innocent lives

Hook 2x:
Papers, please! They get you on your knees
Straight face, race to the death, Deaf to your pleas
Who’s the real illegal people, who’s the real disease?
We’re all immigrants, We’re all refugees.

Face the facts, no thanks, “Your passport lacks stamps
Please go back for war, torture and the death camps”
Join the ranks, labeled as illegal people
Cursed by those who suck blood from golden calf’s nipple

Broken families, tragedies, who the devil is
They put another spiked wall on the land they’ve seized
Barbed wire, peace expires, lost evidence
Infection of the whole soul, unknown genesis

Contro tutti i nemici della libertà.

Una giornata di merda. Per chi rispetta la vita umana, per chi ama la libertà che da oggi sarà più limitata che mai, per chi odia i confini degli Stati che verranno chiusi impedendo l’accesso di chi fugge dallo stesso terrorismo che oggi ha colpito gli/le abitanti di Parigi. Un giorno di merda, ma non l’unico, non solo in un posto. Tutti parlano di Parigi, pochi di Beirut, troppi dimenticano i morti sotto le bombe francesi in Libia, Mali, Siria. Qualcuno dice che si tratta della strage più grave avvenuta in Francia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, altri però ricordano quei morti del 1961, algerini che manifestavano nella capitale contro il colonialismo e che vennero massacrati dalla polizia, i cadaveri gettati nella Senna, più di 200 i morti. La chiamano democrazia, Stato di diritto, ma è retta da interessi economici di pochi, si mantiene con guerre, sfruttamento, controllo ed oppressione, si fonda sulla disuguaglianza, sulle divisioni, sul dominio. C’è chi a quest’ordine di cose vorrebbe sostituire forme ancor peggiori di dominio, oppressione, discriminazione, punizione per chi non accetta l’ordine imposto. E c’è chi si sfrega le mani e ne approfitta per attizzare l’odio razzista e xenofobo. Siamo sotto attacco, è vero: ci attaccano le guerre condotte in altri Paesi e gli attentati terroristici “a casa nostra”, gli Stati con il loro imperialismo, i loro eserciti, le loro polizie, le loro misure “low and order”, le loro frontiere, i loro interessi che non sono i nostri, ci attaccano gli oscurantisti e i fondamentalisti religiosi, i razzisti e i nemici della solidarietà umana. La nostra lotta, non da oggi, la conduciamo su diversi fronti: chiedetelo ai/lle compagne di Ankara e di Kobane, di Damasco e di Parigi e chiedetelo pure a me. Daesh colpisce, gli islamofobi ringraziano, i governi ne approfittano, mentre a pagarne le conseguenze sono coloro i/le quali cadono vittime del terrorismo, di quello che si esprime coi kalashnikov che sparano su persone a caso per le strade e nei locali di una qualisiasi cittá europea o di quello che fa strage sotto forma di interventi militari “liberatori”, in Irak come in Afghanistan, in Libia come in Siria. Chiedetevi da dove nasce il problema, chiedetevi da dove arrivano Al-Qaeda, ISIS, Al-Nusra, Boko Haram, chiedetevi da dove pescano consensi Front National, English Defence League, Pegida e Lega Nord. Riflettete con luciditá anche nei momenti nei quali la ragione viene sopraffatta dalle emozioni e agite di conseguenza, come quei/lle dimostranti che a Lille, durante una manifestazione per le vittime di Parigi, hanno avuto la lucidità e la fermezza necessarie per respingere un gruppo di razzisti che si volevano unire al corteo. Una piccola buona notizia in una giornata di merda come tante, non l’unica, non l’ultima.

Lieber Afrikaner/Cari africani.

Video satirico tedesco del 2011 sullo splendido rapporto di amicizia tra l’Europa ed i popoli africani e sul generoso trattamento riservato agli immigrati nel vecchio continente. La traduzione in italiano è opera mia.

“Caro africano, già in passato noi europei abbiamo diffuso nel tuo continente benessere e felicità e anche oggi mandiamo a te ed ai tuoi governi molti soldi e molti regali. Naturalmente sappiamo che non tutti da te sono pronti per la democrazia, ma noi siamo tolleranti: finché il commercio funziona, noi non ci immischiamo…altri Paesi, altri costumi! Ma, nel caso con il commercio qualcosa non vada per il verso giusto, ti mandiamo volentieri i nostri “aiutanti per l’economia” in soccorso, perché se l’economia va bene anche le persone stanno bene. Così tutti ci guadagnano qualcosa, noi europei riceviamo da te un pó di materie prime e risorse naturali e ti regaliamo in cambio i prodotti della nostra civilizzazione europea…anche la tua numerosa prole ne risulta contenta! Dopo tutta questa nostra generosità comprendiamo il fatto che tu voglia venire in Europa per ringraziarci personalmente, perciò sosteniamo tutti i Paesi attraverso i quali dovrai viaggiare in modo che essi possano costruire le infrastrutture necessarie a rendere il tuo viaggio il più confortevole possibile. E non é tutto, caro africano: se ce l’hai fatta ad arrivare fino al Mediterraneo, verrai aiutato dai nostri amichevoli dipendenti del Frontex, che faranno in modo che tu non ti perda nell’ immensità del Mediterraneo e ti offriranno lezioni gratuite di nuoto. E visto che ogni anno aumentiamo i finanziamenti per Frontex , loro potranno assicurarti che tu abbia sempre abbastanza acqua a bordo e, lavorando contemporaneamente con i tuoi parenti africani, trasformeranno il fondale marino in una bella passerella. Caro africano, quando ( se ) arrivi da noi in Europa, noi teniamo pronta per te una confortevole sistemazione dove puoi finalmente riposarti in pace dopo il faticoso viaggio durato mesi e puoi partecipare alla nostra lotteria per ottenere l’asilo: se vinci puoi rimanere da noi in Europa e guardare ad un roseo futuro. Se però non vinci non devi comunque essere triste, caro africano, perché ricevi comunque come premio di consolazione un biglietto gratuito per il viaggio di ritorno in Africa…e lì il tempo é molto migliore che qui da noi in Europa!”

Si scrive tragedia, si legge massacro.

“Coloreremo il mare con il vostro sangue”, minacciavano i jihadisti dell’ ISIS lo scorso Febbraio in uno dei loro deliranti video rivolti all’Italia. A tingere il Mar Mediterraneo non è però il sangue degli italiani, ma quello di migliaia di disperati/e partiti/e su imbarcazioni di fortuna dalle coste del Nord Africa, che finiscono spesso per perdere la vita nel tragitto. Due giorni fa, di fronte a più di 900 migranti vittime dell’ennesima tragedia della disperazione, massmedia e politici di tutta Europa fanno a gara nel proclamare il proprio sdegno e nell’individuare cause e soluzioni per evitare che certi drammi si ripetano in futuro. Fatta la somma delle dichiarazioni che vanno per la maggiore, provenienti da diverse istituzioni e rappresentanti politici e governativi, il messaggio potrebbe suonare all’incirca così: “servono più fondi e mezzi per rendere sicuro il Mar Mediterraneo, le politiche di accoglienza dei rifugiati richiedenti asilo vanno migliorate, va combattuto il traffico di esseri umani e puniti più severamente gli scafisti, le persone che fuggono verso l’Europa vanno aiutate a casa loro”. Lo sciacallaggio degli scafisti e la minaccia dell’ISIS e dei conflitti locali come cause, gli aiuti allo sviluppo per i Paesi fonte di emigrazione e il pattugliamento marittimo come soluzioni…Tutto qui? Di quei 900 esseri umani periti in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa, molti provenivano da Iraq e Afghanistan, Paesi invasi e devastati da guerre imperialiste scatenate da potenze occidentali per puri interessi economici e strategici. È vero che molti fuggono dalle violenze perpetrate da gruppi fondamentalisti islamici, ma è indispensabile ricordare che, prendendo l’esempio della Nigeria, Boko Haram è un problema recente, mentre a devastare ambiente ed economie locali e a spargere il terrore sono da decenni le compagnie petrolifere che rapinano i/le nigeriani/e delle ricchezze della loro terra, fomentando guerre locali e foraggiando regimi autoritari, mettendo a ferro e fuoco i villaggi che si oppongono all’avvelenamento della terra ed alle condizioni di vita miserabili riservate ad ampie fasce della popolazione private delle più elementari fonti di sostentamento. Anche in Siria, mancando la benchè minima volontà da parte delle potenze interessate “a distanza” dal conflitto di risolverlo con la dipolomazia, gruppi come l’ISIS hanno avuto la possibilità di rafforzarsi ed espandere il proprio raggio d’azione grazie al sostegno delle potenze occidentali, che ancora fino a poco tempo fa appoggiavano quest’organizzazione in chiave anti-Assad. A far fuggire tante persone dai loro luoghi di origine sono perciò conflitti, dittature e disastri economici che hanno spessissimo origine nella volontà da parte degli Stati “ricchi” di mantenere ed espandere le proprie ricchezze ed il proprio dominio. D’altra parte, al di là dell’ipocrisia e della retorica dei politicanti europei, di fronte a crescita, competitività, espansione sul mercato, produttività, aumento del prodotto interno lordo, le vite umane contano ben poco, specialemnte se sono quelle di abitanti di Paesi “poveri”. Aiutarli a casa loro dovrebbe significare lasciarli in pace, liberarli dalla morsa delle multinazionali, del debito, delle occupazioni militari, dalla devastazione del territorio, dalle dittature per procura e dai gruppi di mercenari, ma tutto ciò è impensabile per le potenze occidentali. Fuggiti/e verso l’Europa, i/le migranti che sopravvivono al viaggio e agli aguzzini che glielo organizzano devono vedersela con la burocrazia, col razzismo statale e con quello di quei/lle cittadini/e europei/e che temono di perdere i loro privilegi o i loro diritti per mano dei/lle nuovi/e arrivati, non rendendosi conto che i diritti li si conquista con la lotta unitaria di tutti/e gli/le oppressi/e e sfruttati/e e li si perde quando ci lascia dividere da chi ha interesse a dominarci per poterci meglio sfruttare. Ed è proprio lo sfruttamento, il più brutale, che attende gli/le immigrati/e che riescono a rimanere nel vecchio continente. Manodopera a basso costo che esegue le mansioni più logoranti, faticose e pericolose in cambio, nel migliore dei casi, di una scarsa remunerazione e senza la possibilità di far valere i propri diritti legali. Ci sono però una minoranza di immigrati/e che hanno ottimi titoli di studio, esperienza lavorativa in settori particolari: questi servono all’economia “emersa”, pertanto sono ufficialmente i benvenuti ed anche i politici neoliberisti e della destra moderata li accolgono volentieri. Gli/le altri/e vanno bene come carne da macello, capri espiatori, bassa manovalanza, argomenti di bassa lega per partiti e movimenti razzisti, fonte di guadagno per organizzazioni legali e criminali, valvola di sfogo per frustrati e ignoranti incapaci di ribellarsi contro chi è veramente causa della miseria delle loro vite. E pensare che chi fugge verso la Fortezza Europa cerca solo una vita normale. Forse non tutti/e immaginano che ad aspettarli/e ci sia proprio la normalità, con le fauci spalancate, pronta a sbranarli.

PEGIDA e il razzismo che avanza in Germania.

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Sembrano esserci riusciti, gli islamofobi tedeschi, a trovare un contenitore ed una strategia appropriati per portare per le strade  il loro messaggio con un seguito consistente di seguaci. Dopo i tentativi falliti di creare un nutrito movimento di protesta conto immigrazione ed islam, portati avanti già da alcuni anni a questa parte dalle organizzazioni della destra populista PRO- (PRO-Deutschland, PRO-NRW, Pro-Köln, ecc…), a manifestare per le strade di diverse città tedesche è stata recentemente l’iniziativa HO.GE.SA (“Hooligans Gegen Salafisten”, “hooligans contro i salafisti”), animata da frange violente del tifo calcistico in gran parte autodichiaratesi apolitiche e da personaggi legati ad ambienti di estrema destra. Nonostante alcuni successi di partecipazione numerica, come nel caso della manifestazione tenutasi a Colonia lo scorso 26 Ottobre alla quale parteciparono dalle 4000 alle 4500 persone, l’HO.GE.SA non è un movimento attraente per il cittadino medio tedesco avente tendenze reazionarie e razziste, al quale si rivolge invece il messaggio tanto semplice quanto facente leva su sentimenti irrazionali, sciovinismo e darwinismo sociale del movimento PEGIDA (“Patriotische Europäer Gegen Islamisierung Des Abendlandes”, “patrioti europei contro l’islamizzazione dell’Occidente”). Difatti le manifestazioni organizzate da e con gli hooligans sono situazioni nelle quali la folla si scatena dando sfogo alla violenza in buona parte fine a se stessa, ma anche indirizzata verso il “diverso”, come nel caso del grosso corteo a Colonia, iniziato con lanci di bottiglie e bengala e aggressioni contro negozi e persone dall’aspetto “straniero”, proseguito col rovesciamento di una camionetta della polizia e interrotto infine dalle cosiddette forze dell’ordine. Il movimento di protesta PEGIDA, attivo dall’autunno 2014, promette invece di non voler usare la violenza: esso si rivolge ai cittadini tedeschi preoccupati per le politiche a loro dire troppo permissive in materia di immigrazione, riecheggiando in parte rivendicazioni fatte proprie dal partito euroscettico e ultraconservatore AfD (“Alternative für Deutschland”, “Alternativa per la Germania”) e presentandosi come movimento che intende difendere la libertà di opinione ed il benessere tedesco, minacciati dall’avanzare dell’islamismo in Germania e dai troppi diritti e sussidi concessi agli immigrati, promuovendo passeggiate in diversi  centri tedeschi per richiamare l’attenzione della classe politica e della cittadinanza su tali problematiche.

Ma guardiamo più da vicino le idee di questi “patrioti europei antiislamici”. Nella sostanza le loro richieste sono simili a quelle di diversi partiti e movimenti europei della destra populista, moderate nei toni dei proclami ufficiali rintracciabili sul web, ma più radicali quando espresse nelle piazze o nelle conversazioni private. Accanto al classico euroscetticismo in nome della sovranità nazionale si evidenziano chiare posizioni razziste, laddove si paventa una minaccia da parte di culture diverse da quella locale o più genericamente da quella “occidentale” con particolare riferimento al mondo islamico, si accusano i  migranti di voler abusare di diritti e ammortizzatori sociali e si associa la presenza di “stranieri” all’aumento della criminalità, anche quando i dati statistici non supportano queste tesi; l’unico tipo di immigrazione accettabile è quello di persone qualificate ed istruite che possano giovare al benessere economico della Nazione e che vogliano integrarsi alla svelta, il tutto in una chiara ottica di darwinismo sociale ed in funzione sciovinista. È d’obbligo qundi un richiamo ai valori tradizionali, perciò anche alla famiglia come classico nucleo composto da uomo e donna con ruoli ben definiti ( ecco l’elemento omofobo e sessista, nemmeno troppo latente) ed al “popolo tedesco” come “comunità nazionale” che dovrebbe venir interpellata nelle decisioni prese dal parlamento: qui non è tanto la critica parziale alla democrazia rappresentativa che dovrebbe saltare all’occhio, quanto la volontà di richiamarsi al “modello svizzero”. In questo quadro reazionario, discriminatorio ed esclusivo non può certo mancare il richiamo all’ordine calato dall’alto e mantenuto con la violenza dallo Stato, laddove si chiedono più mezzi e poteri per la polizia (ironico, quella stessa polizia attaccata dai manifestanti dell’ HO.GE.SA. a Colonia…). Abbozzando un’analisi sociologica, risulta evidente che a raccogliersi attorno alla sigla PEGIDA sono persone bisognose di un’identità di gruppo, che si sentono minacciate da un possiblie decadimento del loro benessere e che rivalutano se stesse individualmente, superando i propri complessi d’inferiorità e le proprie incertezze, attraverso la marginalizzazione e l’attacco nei confronti di categorie di persone considerate “inferiori”. Bisognosi di una guida e di un contenitore all’interno del quale esprimere la propria rabbia, sono spesso resistenti ad argomenti razionali e dati di fatto che contrastino con le loro tesi. L’unico motivo per il quale un movimento come PEGIDA si dichiara avverso al neonazismo -smentendosi nei fatti- è la volontà di entrare a far parte di un discorso politico che non venga ritenuto né resti marginale e possa quindi attrarre maggiori consensi ed attenzione anche da parte della classe politica dominante.

Sarebbe opportuno inoltre gettare uno sguardo, oltre che alle idee promosse da PEGIDA, anche ai personaggi che animano il movimento. Il fondatore dell’iniziativa protestataria è un certo Lutz Bachmann. Classe 1973, di Dresda, un passato turbolento alle spalle fatto di processi e condanne per guida in stato d’ebbrezza, furto e rapina, calunnia, istigazione a delinquere, violazione della legge sul pagamento degli alimenti (Verletzung der Unterhaltspflicht) e lesioni, Bachmann riuscì per alcuni anni a sottrarsi alla giustizia tedesca emigrando (!) in Sudafrica , Paese dal quale venne cacciato dopo esser stato trovato per due volte in possesso di cocaina. Tra i promotori delle singole manifestazioni si trovano esponenti dei movimenti PRO-, mentre tra i partecipanti sono riconoscibili elementi noti del neonazismo organizzato e alcuni di quegli Hooligans, sedicenti apolitici, che hanno partecipato ad altre manifestazioni promosse sotto la sigla HO.GE.SA. Anche alcuni politici del Partito AfD non disdegnano mostrarsi alle “passeggiate” islamofobe prendendo addirittura all’occorrenza la parola sul palco. Eppure, nonostante alcune di queste tanto inequivocabili quanto ingombranti presenze, le “tranquille” e “pacifiche” passeggiate organizzate da PEGIDA sono riuscite ad attrarre “comuni cittadini” il cui latente razzismo si combina con un’attitudine poco incline allo scontro violento o al teppismo: poco importa se poi ai margini di tali “passeggiate” non siano mancate aggressioni contro manifestanzi antirazzisti ad opera degli elementi meno inquadrati nel concetto di facciata del “cittadino medio preoccupato”. L’epicentro delle proteste islamofobe è Desda, dove ogni Lunedì si svolgono le passeggiate di PEGIDA. Il numero di partecipanti è salito dalle 350 persone della prima iniziativa svoltasi lo scorso 20 Ottobre alle 10-15mila del 15 Dicembre (nona manifestazione finora). In altre città le derivazioni locali di PEGIDA ( DüGIDA a Düsseldorf, KAGIDA a Kassel, WüGIDA a Würzburg, BOGIDA a Bonn…) hanno avuto meno successo, ma in alcuni casi hanno potuto comunque contare sulla presenza di diverse centinaia di partecipanti.

Di fronte al triste spettacolo di razzisti che tentano di rendere popolari e accettabili le loro idee gli/le antifascisti/e e antirazzisti/e non sono rimasti/e a guardare. A Dresda, pur essendo spesso in inferiorità numerica, hanno bloccato in almeno due occasioni i cortei di PEGIDA, in altre città si sono presentati all’appuntamento in forze numericamente superiori: esemplare è il caso di Bonn, dove alla prima iniziativa di BOGIDA hanno preso parte 300 persone, alle quali 1600 controdimostranti hanno impedito non solo di “passeggiare”, ma anche di tenere un qualsiasi comizio udibile a distanza, subissando i razzisti radunati in pochi metri quadri con fischi, slogan e musica. È proprio la superiorità numerica, unita a strategie appropriate alla situazione in corso, l’elemento principale sul quale possono contare in diversi casi gli/le oppositori/trici di PEGIDA nel contrastare e impedire le iniziative razziste. A monte rimane indispensabile un lungo e paziente lavoro quotidiano di contrasto di qualsiasi tendenza razzista, sessista, omofoba, sciovinista e nazionalista, in qualsiasi forma tali tendenze si manifestino.

Gabbie.

Apprezzo il tentativo di Balasso di far riflettere con parole immediate e argomenti razionali sul tema del razzismo e dell’immigrazione, dal momento in cui il disprezzo nei confronti degli “stranieri”, lungi dall’essere un problema nuovo o passeggero, raggiunge in situazioni di crisi economica i suoi punti più alti- o forse sarebbe meglio dire più bassi, se si parla di bassezza dell’essere umano. Le guerre tra poveri, innescate a seguito degli effetti di un sistema economico e sociale che promuove disuguaglianza economica, sfruttamento, esclusione e marginalizzazione, servono proprio a chi questo sistema economico e queste strutture sociali le difende e le vuol perpetuare inalterate nella sostanza. Risposte semplici e irrazionali, che non prevedono approfondimento e analisi di problemi complessi, atte ad alimentare il conflitto tra individui ingabbiati in categorie spesso artefatte, impegnati a scannarsi tra loro senza rendersi conto delle origini del loro reale disagio: la metafora dei topi chiusi in gabbia non poteva essere più azzeccata. Eppure, proprio per evitare un’eccessiva semplificazione e per avvicinarsi alla radice dei problemi, anche il concetto di legalità e delinquenza sul quale in parte fa leva il discorso di Balasso andrebbe messo in discussione. Non importa ciò che è legale, le leggi possono cambiare, sono create non solo in base a fittizi valori condivisi all’interno di una società, ma soprattutto in base agli interessi di chi domina. Oggi in Italia ad esempio esiste il reato di clandestinità, ma non è reato sfruttare o gettare nella miseria un/a lavoratore/trice licenziandolo/a solo perchè le leggi non scritte del capitalismo lo richiedono, non è reato sfrattare chi non ha i mezzi per pagarsi un alloggio, non è reato reprimere con la violenza chi si trova forzato/a da circostanze avverse a violare le leggi sulla difesa del patrimonio e della proprietà privata, leggi fatte per tutelare chi più ha e deruba i più. Non è nemmeno reato colpire qualunque forma di dissenso e opposizione concreta al sistema dominante quando questa fuoriesce dai binari della legalità, una legalità tanto univoca quanto ingiusta e ipocrita, invocata da personaggi che spesso e volentieri nemmeno la rispettano. E così chi conduce campagne repressive a suo dire contro “insicurezza e degrado” e aizza i poveri del posto contro altri poveri venuti “da fuori” etichettando qualsiasi critica come “buonista”, è il primo a promuovere il vero degrado e ad assicurare solo il proprio benessere e quello degli appartenenti alla propria classe sociale, con o senza l’aiuto della legge, all’interno o al di fuori di essa, alla faccia di chi abbocca e vota e difende le sbarre della propria gabbia: il recente scandalo annunciato sulla corruzione e il malaffare a Roma ne è solo l’enesimo esempio. Tanto, finchè le galere e i centri d’accoglienza ed espulsione saranno pieni, finchè i quartieri popolari saranno disagiati ed esisteranno persone senza un tetto sulla testa, finchè i disoccupati saranno pronti ad accettare qualsiasi lavoro in cambio di due soldi bucati, finchè la gente invocherà la stessa polizia dalla quale nemmeno loro dovrebbero sentirsi al riparo, finchè insomma ci sarà carburante per la macchina del dominio e dello sfruttamento, chi ha stabilito le regole del gioco continuerà a vincere, mentre i topi litigano in gabbia.

“Lampedusa, strage di Stato”.

Fonte: Umanità Nova.

” Lampedusa, strage di Stato

 

L’eccidio dei migranti

 

Lampedusa, strage di Stato

Quando i lettori di Umanità Nova leggeranno questo articolo, si sarà già detto e scritto molto sulla strage di immigrati di Lampedusa. Nel momento in cui scriviamo, i corpi recuperati sono 195. Nel ventre del motopeschereccio affondato davanti all’isola dei Conigli, poco più di uno scoglio accanto a Lampedusa, ci sono ancora decine di altri cadaveri.
Per chi si occupa di immigrazione, i fatti di Lampedusa non costituiscono una novità. Da quando, nella concezione di chi ci governa, i flussi migratori sono diventati una questione di ordine pubblico, le tragedie del mare scandiscono una “normalità” alla quale molti si erano praticamente assuefatti. Chi lotta per un miglioramento delle normative vigenti o per una loro radicale revisione, ha sempre posto una questione dirimente: se non fosse così difficile entrare legalmente in Italia (e in Europa), verrebbero meno le condizioni che stanno alla base di questi eventi luttuosi.
La logica proibizionista, d’altra parte, funziona così: un divieto assoluto alimenta la clandestinità e la speculazione affaristica. Basti pensare al proibizionismo degli alcolici negli Stati uniti nel secolo scorso, che fece le immense fortune di mafiosi e gangster; o all’attuale proibizionismo in fatto di consumo di droghe, che consente alla mafia e agli spacciatori di ingrassarsi, alle carceri di riempirsi all’inverosimile, e allo stato di esercitare una sua presunta superiorità morale.
Nel caso dell’immigrazione, ancora più brutalmente, la “merce” proibita sono gli esseri umani. Il proibizionismo imposto alla libera circolazione delle persone serve al capitalismo per garantirsi un serbatoio di manodopera ricattabile e a basso costo; serve agli stati per dare in pasto all’opinione pubblica l’idea che non siamo tutti uguali e che gli stranieri sono potenzialmente pericolosi; serve alle mafie per fare lucrosi affari sui traffici di esseri umani che si affidano ai viaggi della speranza.
La notte tra il 2 e il 3 ottobre scorsi, è successo quello che è successo tante altre volte, al largo di Lampedusa, o di Malta, o a pochi metri dalla battigia di una qualunque spiaggia siciliana. In questo caso, le proporzioni del disastro sono state talmente grandi da suscitare un disagio che, in questi tempi di bulimia informativa ed emotiva, sembrava non esistesse quasi più. Le immagini delle bare allineate, tantissime, tutte uguali, in un hangar dell’aeroporto di Lampedusa, si commentano da sole, e non c’è alcun bisogno di fare retorica, almeno non su queste pagine.
Vale la pena riferire qualcosa a proposito dei soccorsi, all’alba del 3 ottobre, a largo di Lampedusa. Fonti più che attendibili (l’associazione agrigentina Borderline Sicilia) rivela che quando sono arrivati sul posto i mezzi della Guardia costiera, i diportisti che avevano chiamato i soccorsi avevano già salvato 47 persone, tutte vive. Drammatiche le fasi del salvataggio: gli immigrati erano tutti intrisi di gasolio, scivolavano dalle mani dei loro soccorritori, erano sfiniti. Eppure, dall’s.o.s. all’arrivo delle autorità, sono passati almeno tre quarti d’ora. Davvero troppo per un’isola ipermonitorata da chi di dovere, e che si circumnaviga nel giro di un quarto d’ora. Durante le concitate fasi del salvataggio, uno dei diportisti ha chiesto ai militari il trasbordo veloce dalla sua barca al gommone della Guardia costiera fatto apposta per questo tipo di operazioni, ma gli è stato detto di no: «Dobbiamo rispettare i protocolli» ha chiarito – imperturbabile – un uomo in divisa.
Questa risposta, fredda e disumana, riassume perfettamente il senso delle cose. Di fronte a un’umanità in fuga da guerre e miseria, di fronte al bisogno umano di spostarsi e di vivere, si erge una burocrazia insensibile ed estranea. È questa burocrazia che uccide gli immigrati, ancor prima degli episodi singoli che provocano materialmente le tragedie.
Basti pensare che i superstiti del naufragio, appena qualche giorno dopo dal disastro, sono stati inscritti nel registro degli indagati per il reato di immigrazione clandestina. Un atto dovuto, hanno spiegato alla Procura di Agrigento, in virtù della legge Bossi-Fini. Ecco come funziona lo stato, ecco come funzionano le sue leggi. Quelle stesse leggi che innescano paure e ritrosie anche nei lavoratori del mare, i pescatori che, tante volte, incrociando nelle loro rotte le carrette cariche di immigrati, preferiscono lanciare l’allarme guardandosi bene dal prestare alcun tipo di soccorso per non incorrere nell’odiosa accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e nel conseguente sequestro del peschereccio, unico e insostituibile strumento di lavoro. 
Non si vuole, qui, né generalizzare né puntare il dito. In moltissime occasioni, infatti, pescatori e diportisti siciliani hanno salvato vite umane senza derogare all’universale e atavica legge del mare che impone il mutuo soccorso al di là di ogni confine. Quello che si sottolinea, in questa sede, è la funzione terroristica delle attuali norme sull’immigrazione e, soprattutto, la maniera terroristica con la quale esse vengono applicate. Persino i trattati internazionali obbligano il salvataggio in mare, e il reato di favoreggiamento è comunque subordinato soltanto a determinate fattispecie, e dovrebbe essere segnalato nel corso degli appositi pattugliamenti predisposti dalle autorità competenti. Invece, questa minaccia viene fatta incombere sulle persone indiscriminatamente, a prescindere dai contesti concreti.
Non sappiamo nemmeno se sia il caso di riferire sulle dichiarazioni degli esponenti politici di tutti gli schieramenti all’indomani della tragedia. Grande dolore, grande commozione, grande indignazione, da destra a sinistra. Perfino il capo dello stato ha suggerito, bontà sua, la necessità di rivedere le norme sull’immigrazione in Italia. Peccato però che si tratti dello stesso Giorgio Napolitano che firmò nel 1998 – insieme a Livia Turco – la prima famigerata legge che istituì i centri di detenzione per immigrati e sulla quale fu impostato l’impianto normativo della Bossi-Fini, che tutti – oggi – criticano da sinistra. Dall’altra parte, gli esponenti di quel che resta del Popolo della Libertà cadono letteralmente dalle nuvole, difendono la Bossi-Fini, e scaricano ogni responsabilità sull’Unione europea che «dovrebbe fare di più, e non dovrebbe lasciarci soli». Quello che non si dice è che la Bossi-Fini risponde a un’esigenza che discende direttamente dalla concezione politica ed economica dei confini che delimitano la “fortezza Europa” di cui tante volte abbiamo parlato. In Italia, queste esigenze di dominio sono state declinate tecnicamente, e cavalcate politicamente, da personaggi dell’ultradestra razzista e fascista, con il contorno di un pressapochismo tutto italiano che rende le cose ancora più intollerabili: nessuna idea di accoglienza, gestione perennemente emergenziale dei fenomeni sociali, miopia politica ai limiti del dilettantismo.
Dopo la strage di Lampedusa è il momento del dolore, senza dubbio. Ma il nostro dolore esiste da moltissimi anni, ed è lo stesso, insopportabile dolore che proviamo tutte le volte che sappiamo di una morte, di una mutilazione, di uno stupro, di una violenza che si producono nel contesto della repressione sugli immigrati.
L’unica certezza, che può alleviare il profondo malessere che ci opprime il cuore, sta nella consapevolezza che questa situazione non può durare all’infinito. Le leggi sull’immigrazione sono così antistoriche e disfunzionali, di fronte agli eventi planetari del tempo in cui viviamo, che – prima o poi – dovranno essere profondamente modificate, se non spazzate via. Noi europei siamo senz’altro più fortunati degli “altri”, ma sono moltissimi i segnali che ci fanno capire quanto poco sia destinata a durare questa nostra “fortuna”. La miseria e l’oppressione che oggi bussano alle nostre porte sotto le spoglie di immigrati e profughi sono, per molti versi, delle lugubri presenze che condizionano già adesso le nostre vite di precari, di sfruttati, di senza futuro.
Ci sono due modi per affrontare la questione. Uno è quello irrazionale, egoistico, razzista: gli “altri” non sono come me, che stiano al loro posto, che muoiano. L’altro è quello razionale, squisitamente umano, antirazzista: gli “altri” sono come me, e sono vittime – come me – di quelli che rendono possibile questo scempio attraverso la politica e l’economia.

Alberto La Via “

Immigrati, le vittime nascoste dell’austerità in Grecia.

“Into the Fire” è un documentario indipendente sulla situazione degli immigrati in Grecia, vittime di umiliazioni, soprusi e violenze da parte degli apparati dello Stato e dei neonazisti di Alba Dorata. Diffuso sul web lo scorso 21 Aprile, il documentario è stato finanziato tramite il metodo del crowd funding e tradotto in diverse lingue (per selezionare i sottotitoli cliccare sul simbolo corrispondente in basso a destra).