1 Maggio: appello per una mobilitazione internazionale.

Il 1 Maggio è una giornata internazionale di lotte e rivendicazioni lavorative, durante la quale si svolgono in numerosissime città del mondo cortei e altre iniziative di militanza politica e sindacale. Il sindacato di base tedesco di ispirazione anarchica FAU lancia per il 1 Maggio 2017 la proposta di una giornata di azione e lotta sul tema lavoro e migrazione, ovunque vi siano le condizioni e la volontà per realizzarla. Sul sito della FAU è possibile consultare l’appello alla mobilitazione, tradotto in diverse lingue. La versione qui sotto è una mia traduzione, elaborata ancor prima che comparisse quella fornita sul sito della FAU – ciascuno/a usi la traduzione che preferisce… Ovviamente potete stampare, copiaincollare, diffondere l’appello come preferite, anzi vi invito a farlo e ad aderire ad un 1 Maggio di lotta e solidarietà senza confini!

“Le lotte lavorative non conoscono confini!

Se i segni del tempo non ci ingannano, ci troviamo di fronte ad una fase del populismo che non abbiamo ancora conosciuto nei decenni passati. Le persone vengono aizzate le une contro le altre e lo sfruttamento di lavoratori/trici ed esclusi/e viene portato avanti sotto il segno del nazionalismo e del razzismo. Contro il progetto di un mondo pieno di nuovi muri, ai confini e nelle menti, abbiamo bisogno di un progetto che sia in grado di abbattere tutti i muri, creando al loro posto legami fra noi lavoratori e lavoratrici, solidarietà e aiuto reciproco. Non abbiamo più tempo di coltivare ciò che ci divide – vogliamo invece cercare ciò che ci unisce nella lotta per condizioni di vita migliori e, in senso anarcosindacalista, combattere per un mondo senza dominio né sfruttamento.

La FAU chiama tutte le singole persone, i collettivi, i sindacati di base e le altre iniziative sociali a partecipare alla giornata internazionale di azione sul tema “Lavoro e migrazione”. Il 1 Maggio vogliamo esprimere solidarietà di classe con i/le migranti, mobilitare al di là delle frontiere contro xenofobia, razzismo e nazionalismo dominanti, che sono le armi degli Stati e del capitalismo. Una lotta coerente contro il razzismo significa per noi anche una lotta contro il sistema capitalista, che si basa su disuguaglianze estreme e che per mantenersi in piedi deve ricorrere alle divisioni sociali.

Nella nostra società i lavoratori e le lavoratrici particolarmente colpiti/e dallo sfruttamento e dalla privazione dei diritti sono i/le migranti, che soffrono a causa di politiche migratorie razziste, rapporti di lavoro illegali, proibizione o costrizione al lavoro. Principalmente operanti nell’edilizia, nella gastronomia e nel settore delle pulizie, con uno scarso livello organizzativo o senza alcun tipo di organizzazione sindacale, hanno ben poche possibilità di lottare contro la crescente precarizzazione dei rapporti lavorativi. I sindacati più affermati, dediti alla concertazione, mostrano dal canto loro solo un limitato interesse nell’organizzare i migranti illegalizzati o nel sostenerli nelle lotte contro ostacoli giuridici ed espulsioni. Piuttosto l’attenzione di questi sindacati si concentra su clientele abituali ben consolidate (con contratti di lavoro a tempo indeterminato) e sulla logica delle divisioni sociali a vantaggio degli interessi economici nazionali.

A questa situazione penosa è necessario opporre solidarietà ed autoorganizzazione – come nel caso dei nostri colleghi rumeni, impiegati nel cantiere del centro commerciale “Mall of Berlin” e costretti a vivere e lavorare in condizioni scandalose, sfruttati, imbrogliati sul salario e minacciati: la loro organizzazione nella FAU e la comune lotta in questa vertenza lavorativa hanno fatto diventare il centro commerciale berlinese, ribattezzato “Mall of Shame” (“centro commerciale della vergogna”), un simbolo di sfruttamento dei/lle migranti in Germania. In questo modo abbiamo potuto rispondere al clima di persecuzione in particolare contro lavoratori/trici migranti dal Sud-Est europeo con un esempio di resistenza efficace. Anche nell’attuale tentativo di obbligare i profughi al lavoro sottopagato noi vediamo il procedere di pari passo di emarginazione e abbassamento degli standard nei diritti lavorativi, che riguardano conseguentemente tutti i lavoratori e le lavoratrici. In quanto classe lavoratrice dovremmo mostrarci solidali e opporre resistenza, lottando non solo per la libertà di movimento di ogni persona, ma anche contro lo sfruttamento legittimato dal razzismo. Le lotte lavorative non conoscono confini!

In linea con la tradizione del 1 Maggio, invitiamo alla solidarietà con i lavoratori e le lavoratrici migranti, per protestare insieme contro le condizioni lavorative precarie, lo sfruttamento capitalista, il regime razzista delle frontiere. Non importa quali forme assumono queste proteste – scioperi, manifestazioni, comizi, azioni informative, performance; non importa se locali o interregionali; non importa se verranno organizzate da lavoratori/trici, disoccupati/e, studenti/esse, pensionati/e, migranti o profughi/e, l’importante è che ci sia per tutti e tutte la possibilità di organizzarsi contro lo sfruttamento. Solo con la solidarietà internazionale e con una pratica sindacalista che superi le frontiere possiamo difenderci dal capitalismo. Unitevi a noi, per mettere in pratica una giornata comune di azione per il 1 Maggio sotto lo slogan “Le lotte lavorative non conoscono confini!”. Insieme costruiremo ponti laddove altri vogliono erigere muri.

Il Comitato Internazionale della FAU (Freie ArbeiterInnen Union – Unione dei/lle Liberi/e Lavoratori e Lavoratrici).

P.S. Contattateci se avete domande. Siamo aperti a suggerimenti, idee, osservazioni o alternative. Saremo felici per qualsiasi adesione alla giornata di mobilitazione.”

Comunicato anarchico sulla manifestazione dell’11 Febbraio a Milano per la liberazione dei prigionieri politici in Turchia.

Il seguente comunicato è tratto dal sito di Umanità Nova. L’iniziativa milanese si inserisce nel più ampio contesto europeo di iniziative per i prigionieri e le prigioniere politici in Turchia. In particolare, dal 1 all’11 Febbraio, ha luogo una lunga marcia dal Lussemburgo a Strasburgo: ulteriori informazioni possono essere consultate qui: http://www.uikionlus.com/invito-alla-lunga-marcia-liberta-per-ocalan-status-per-il-kurdistan-01-11-febbraio-2017/

“Milano: spezzone anarchico al corteo nazionale per la liberazione delle prigioniere e dei prigionieri politici in Turchia

febbraio 10 @ 14:0020:00

s1640201CONTRO IL SILENZIO COMPLICE

SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALISTA!

SABATO 11 FEBBRAIO 2017

CORTEO NAZIONALE per la liberazione

delle prigioniere e dei prigionieri politici in turchia

ORE 14.00 PORTA VENEZIA – MILANO

SPEZZONE ANARCHICO ROSSO/NERO

Le Costituzioni borghesi valgono più della carta su cui sono state scritte, o dell’inchiostro per scriverle? Niente come l’attuale involuzione dello Stato turco – sino a pochi anni fa, modello di “democrazia” per il Medio Oriente – può rispondere oggi a questa domanda. Né la costituzione del 1995, né il diritto internazionale, com’è ovvio, potevano proteggere i lavoratori turchi dalla macelleria sociale promossa nel 2012 dall’allora paladino del fondo monetario internazionale Recep Tayyip Erdoğan. Né potevano tutelare i manifestanti di piazza Taksim e di Gezi Park dalla spietata repressione dell’anno dopo, costata 9 morti e migliaia di feriti e arrestati, né le cittadine minorenni dall’infame consuetudine che in Turchia ancor oggi consente ai colpevoli di abusi sessuali l’opzione del matrimonio riparatore. Sbotta l’opinione pubblica occidentale, sbottano gli uffici stampa degli uomini delle istituzioni. Poi il silenzio. E il silenzio è calato anche sull’incarcerazione e la tortura di migliaia di militari di leva, ignari complici del cosiddetto golpe del luglio 2016; è calato il silenzio sulle città del Kurdistan Bakur colpite dall’artiglieria e dall’aviazione turche nel 2015 e nel 2016, sulle migliaia di civili, donne e bambini uccisi a Cizre, Nusaybin, Mardin, Amed, colpevoli di essere Kurdi, ma soprattutto di avere scelto l’autogoverno laico come alternativa all’islamo-fascismo capitalista del nuovo duce di Ankara; è calato il silenzio sulle militanti anti-fasciste catturate dalle squadracce paramilitari dell’AKP, torturate stuprate e trascinate nude per le strade, vergognosi trofei del trionfo del maschio oppressore, portabandiera del regime; è calato il silenzio sugli aiuti, copiosi, in denaro e armi, prestati dal governo turco alle milizie dello Stato Islamico, lasciato libero dalla NATO di smerciare il proprio petrolio attraverso Israele e la Turchia, in cambio di quei dollari che ogni giorno producono nuovi omicidi, nuovi stupri, nuove bombe, nuova oppressione. A nulla vale la legge, quando il potere del tiranno poggia sull’interesse e sul timore: e nel caso di Erdoğan l’interesse è quello del blocco atlantico, preoccupato di rinsaldare le sue file nella nuova competizione per procura col colosso russo; e il timore è quello dei vertici UE dell’arrivo in Europa dei profughi in fuga dalla guerra suscitata in Siria dall’appetito degli imperialismi (a partire da quello statunitense) e dall’appetito del capitalismo internazionale. Sotto i nostri occhi, miliardi di euro versati dalla UE nelle casse di Ankara per compiacere la gretta xenofobia europea finanziano orridi campi di concentramento al confine turco-siriano, dove le famiglie sono imprigionate in condizioni disumane, gli uomini sfruttati quale manodopera a basso costo, i bambini prostituiti. Ma finanziano anche quell’alleanza tra Erdoğan, lo Stato Islamico e l’imperialismo regionale arabo saudita responsabile degli attentati terroristici in Europa, quegli attentati in cui ad essere colpiti saremo sempre e solo noi, quelli che non contano, e non certo i centri reali del potere. Unione Europea e NATO, dunque, garantiscono a dispetto del diritto pieno sostegno al macellaio dei corpi e delle coscienze di centinaia di migliaia di turchi, di kurdi, di siriani. La loro quiescenza ha consentito al governo di Ankara brogli e intimidazioni in sede elettorale, l’incarcerazione di migliaia di oppositori – inclusi parlamentari e sindaci –, la chiusura dei giornali dissidenti – e tra questi il foglio anarchico Meydan –, la repressione violenta del dissenso. Su questi e molti altri crimini contro l’umanità, i governi del mondo hanno scelto il silenzio. Noi crediamo e affermiamo che il silenzio è il più viscido complice dell’oppressore. Noi crediamo e affermiamo che l’individuo ha dei diritti sino a che è in grado di difenderli, non solo per sé e non solo dove vive, ma per chiunque e in ogni parte del mondo. Noi crediamo e affermiamo che l’unica forza capace di tutelare la dignità di ogni essere umano è quella che proviene dall’unità delle sfruttate e degli sfruttati, delle oppresse e degli oppressi, emancipati da ogni servitù e liberi di autogovernarsi secondo i principi dell’uguaglianza e della solidarietà libertaria.

Per questo noi scenderemo in piazza l’11 febbraio: insieme alla comunità kurda e agli altri movimenti della nostra città, porteremo la nostra solidarietà internazionalista alle compagne e ai compagni detenuti nelle carceri turche e a tutti i gruppi – dalle anarchiche e anarchici del D.A.F., ai promotori del Confederalismo Democratico – che oggi proseguono in Turchia e in Siria la lotta per la liberazione di genere, la lotta armata contro l’islamo-fascismo, la lotta per una società laica e pluralista, la lotta anti-razzista e anti-nazionalista, la lotta di classe contro il Capitale, percorsi irrinunciabili e non negoziabili verso l’Avvenire Libertario.

Viva la Rivoluzione Sociale!

Viva l’Anarchia!

FEDERAZIONE ANARCHICA – MILANO

viale Monza, 255 – Milano

Qui la mozione del convegno della FAI di sostegno alla DAF e al loro giornale Meydan

Qui la mozione del convegno della FAI di appoggio allo spezzone promosso dalla Fed.Anarchica Milanese “

Campagna straordinaria di sottoscrizione per Umanità Nova.

 Bild in Originalgröße anzeigen  Umanità Nova è il giornale anarchico più vecchio d’Italia, fondato nel 1920 da Errico Malatesta e passato attraverso numerose vicissitudini, dal grande successo iniziale come quotidiano stampato in oltre 50.000 copie alla repressione a mano armata da parte delle camicie nere fasciste appoggiate dai regi sbirri, dall’illegalità durante la dittatura mussoliniana e la stampa in esilio in diversi Paesi alla rinascita durante la Resistenza… Oggi Umanità Nova esce con periodicità settimanale, tra grandi difficoltà. La crisi dei periodici cartacei è un fatto risaputo e le vittime celebri sono noti quotidiani e settimanali che hanno dovuto forzatamente cessare le pubblicazioni. Umanità Nova sopravvive e resiste, ma ha urgente bisogno di aiuto. Perciò è stata organizzata una campagna straordinaria di sottoscrizione per il settimanale con l’obiettivo di raccogliere 10.000 Euro, come si può leggere nell’appello pubblicato dal giornale, che invita ad organizzare eventi pubblici, presentazioni e diffusioni del giornale. Ma anche semplicemente abbonarsi può essere un contributo importante, non solo per continuare un percorso editoriale iniziato quasi 97 anni fa, ma anche per confrontarsi con opinioni che non trovano spazio nella stampa che oggi va per la maggiore. Umanità Nova non è solo l’organo della Federazione Anarchica Italiana, ma anche la voce e lo spazio di espressione di movimenti di lotta e protesta sociale, sindacalismo, realtà culturali e sociali, una fonte di informazione al di fuori di ciò che propone l’appiattimento mediatico quotidiano al quale troppi sono abituati. Per chi fosse interessato/a ad abbonarsi, questo link contiene tutte le informazioni necessarie. Per altri cent’anni di libere idee!

No al congresso dei neonazisti europei a Bruxelles!

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Un’alleanza europea di partiti neo-nazifascisti, APF (Alleanza per la Pace e la Libertà), ha recentemente aperto una sede a Bruxelles, all’indirizzo 22 Square de Meeûs, Ixelles. A comporre quest’alleanza, che con i termini “pace” e “libertà” non ha realmente nulla a che vedere, sono le  organizzazioni NPD (Partito Nazionaldemocratico Tedesco, Germania), Forza nuova (Italia), DN (Democracia Nacional, Spagna), Chrysi Avgi (Alba Dorata, Grecia), Nation (Belgio) e altre ancora, distintesi nel corso degli anni per propaganda e azioni razziste, sessiste, omofobe, autoritarie e, in generale, indirizzate contro chiunque non rientri nei loro schemi ideologici e si opponga ai loro progetti. Membri di Nation hanno aggredito e picchiato immigrati e senzatetto in Piazza Luxembourg a Bruxelles, mentre Alba Dorata è responsabile di centinaia di aggressioni a strutture autogestite, lavoratori/trici in sciopero, oppositori/trici politici/che e immigrati, i suoi membri hanno ucciso almeno una dozzina di immigrati e, nel 2013, il rapper antifascista Pavlos Fissas- solo per citare alcuni esempi.

È grazie alla donazione di 600 000 € da parte del Parlamento Europeo che Alba Dorata e i suoi alleati hanno potuto aprire un ufficio nella capitale belga. Le attività pubbliche dell’ APF sembrano non disturbare né chi ha affittato loro i locali nei quali svolgono le loro funzioni ufficiali, né le autorità comunali.

È ovvio che l’estrema destra non ha il monopolio di razzismo, sessismo e autoritarismo nelle nostre società europee. In ogni caso, l’influenza dell’estrema destra nell’attuale dibattito politico è innegabile. Altri partiti, non solo della destra conservatrice, giocano al sorpasso e avanzano proposte xenofobe, securitarie e antiemancipatorie con la scusa i voler sottrarre consensi ai neofascisti, mentre i loro argomenti vengono sdoganati e resi maggiormente accettabili per l’opinione pubblica.

Il prossimo 17 Dicembre si svolgerà il congresso annuale dell’APF, al quale parteciperanno neo-nazifascisti di tutta Europa. La campagna “Bruxelles Zone Antifasciste”, impegnata nell’obiettivo di far chiudere gli uffici dell’APF, invita tutti/e gli/le antifascisti/e a bloccare questo congresso, per impedire che la capitale belga diventi per un fine settimana un punto di incontro degli estremisti di destra europei e, alla lunga, il centro di riorganizzazione delle loro forze politiche e militanti. Non è necessario aspettare nuove tragedie, non bisogna esitare nel fermare chi fa proprio un passato di genocidi, dittature e guerre e un presente di aggressioni e omicidi. Non diamo a questi personaggi l’opportunità di organizzarsi, diffondere la loro propaganda nei quartieri, applicare la loro ideologia!

Altre informazioni e aggiornamenti: https://bxlzoneantifasciste.wordpress.com/

Comunicati in diverse lingue: https://freecollective.wordpress.com/2016/12/04/bruselas-llamado-para-boicotear-el-congreso-de-la-apf-alianza-europea-de-org-neonazis-17diciembre/

Saronno: 3 giorni contro le frontiere.

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: https://collafenice.wordpress.com/2016/11/17/3-giorni-contro-le-frontiere/

4 Novembre 2016: sciopero generale!

https://anarcomedia.files.wordpress.com/2016/10/manifesto_sciopero_web-21.jpeg?w=215&h=300https://www.cub.it/images/img-pdf/volantini16/locandina-web.jpg

I sindacati USI-AIT e CUB hanno proclamato uno sciopero generale su tutto il territorio italiano per l’ intera giornata del 4 Novembre 2016, al quale ha aderito anche il sindacato SGB. A Milano si svolgerà un corteo, nel resto d’Italia sono previste numerose iniziative locali. Le ragioni di questo sciopero vengono, tra l’altro, spiegate in un articolo apparso sul periodico Umanità Nova: “Il 4 Novembre per uno sciopero non sottomesso alle politiche di palazzo”. Altre informazioni sono disponibili sui siti delle organizzazioni sindacali USI-AIT e CUB. Appoggiamo e diffondiamo!

6-10 Ottobre 2016: campeggio antimilitarista in Sardegna.

Fonte: nobasi.noblogs.org

” [Aggiornato] Secondo campeggio antimilitarista della Rete No Basi né Qui né Altrove – 6/10 ottobre 2016 – Sud Sardegna

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[Aggiornamento] Per motivi logistici abbiamo deciso di far slittare di un giorno le date del campeggio, che sarà quindi dal 6 al 10 ottobre.

La Rete No Basi né Qui né Altrove propone anche quest’anno cinque giorni di mobilitazione e campeggio, in concomitanza con l’inizio del secondo semestre di esercitazioni militari, per rafforzare i percorsi di lotta contro il militarismo e la militarizzazione dei territori della Sardegna e non solo.

In questo momento l’asse Base Aerea di Decimomannu – Poligono di Capo Frasca può diventare, se già non è così, l’anello più debole della presenza militare in Sardegna. La crisi innescata dall’annunciata dipartita dell’aeronautica tedesca al termine del 2016 potrebbe mettere in forte dubbio l’esistenza stessa dell’aeroporto militare e, conseguentemente, del poligono di Capo Frasca.

Per questi motivi vogliamo creare un clima sempre più ostile contro i militari, affinché possibili nuovi affittuari (in sostituzione dei tedeschi) rivedano i loro propositi e gli italiani stessi vadano sempre più in crisi. L’anno scorso e quest’anno si sono tenute diverse manifestazioni e iniziative nei territori intorno all’aeroporto di Decimomannu, con l’obiettivo di bloccarne le attività, come quella dell’11 giugno contro la STAREX. Queste pressioni hanno dato dei risultati, minando le “condizioni per operare con la serenità necessaria”, come hanno dichiarato i vertici militari a pochi giorni dal corteo.

Annunciamo l’iniziativa del campeggio con largo anticipo, al fine di poter creare un percorso legato al territorio che ci permetta di arrivare ai primi giorni di Ottobre con idee, progetti e partecipazione più ampia e consapevole possibile.

Seguendo quello che per la Rete è stato un tratto distintivo inamovibile, il campeggio non vuole essere una mera iniziativa d’opinione: in quei giorni vorremmo che si alternassero momenti di lotta, socialità, analisi, dibattito, approfondimento, presenza sul territorio e tanto altro. Ci preme avere dei momenti di confronto, in cui si possa ragionare di prospettive ed esperienze e fare un bilancio di come le lotte si sono sviluppate, modificate e allargate.

Il campeggio sarà autofinanziato e autogestito. Come al solito non saranno presenti istituzioni e partiti, chi facesse parte di queste componenti potrà partecipare al campeggio e alle iniziative a titolo individuale, come tra l’altro faranno tutti coloro che vi vorranno contribuire.

Il programma in questo momento è in definizione.

Vorremmo discutere delle ramificazioni dell’apparato bellico e di come colpirle. La nostra attività degli ultimi tempi si è soffermata in particolare: sulle complicità tra civile e militare nel campo della logistica e della ricerca universitaria, sull’opposizione alla RWM Italia spa, fabbrica di bombe di Domusnovas, e in generale sul trovare delle soluzioni efficaci nel creare un territorio inospitale alla macchina bellica.

Quest’anno, a differenza del campeggio tenutosi a Cagliari lo scorso anno, abbiamo deciso di spostare l’attenzione nei pressi dei territori dove si svolgono maggiormente le esercitazioni militari, per approfondire la conoscenza di quei luoghi e rafforzare i rapporti e le relazioni tra le persone.

In questo momento pensiamo che sia importante ritornare a Capo Frasca, davanti a quei cancelli dove il 13 settembre 2014 si riaccese la fiamma dell’antimilitarismo sardo.

Le assemblee della Rete no basi né qui né altrove sono pubbliche, a cadenza settimanale e distribuite in varie zone della Sardegna.

Sul blog della Rete No Basi né Qui né Altrove, nobasi.noblogs.org, verranno pubblicati il programma, gli approfondimenti del campeggio, i prossimi appuntamenti e trovate i nostri contatti.

La Rete No Basi né Qui né Altrove”

“War, Capitalism & Liberty”, le opere di Banksy in mostra a Roma.

 

2016-05-06-1462534828-9797183-xxx_2.jpgBanksy è un artista la cui identità è misteriosa, ma le sue opere sono oltremodo note. Sui muri e per le strade di innumerevoli città si possono ammirare i suoi messaggi ironicamente critici espressi attraverso il linguaggio della street art, veri e propri schiaffi che risvegliano le coscienze intorpidite e svelano le contraddizioni ed i fallimenti della nostra società, ma che sanno essere pungenti anche nei confronti di chi questa società la vorrebbe cambiare. Lo street artist di Bristol, Regno Unito (una delle poche informazioni presumibilmente certe che abbiamo su di lui, oltre al suo anno di nascita, 1974), non ama ovviamente rinchiudere le proprie opere nei musei, ma stavolta, ancora una volta, piaccia o meno, qualcuno lo ha fatto per lui. A Roma, dal 24 Maggio al 4 Settembre 2016, ha luogo presso il Museo Fondazione Roma la mostra War Capitalism & Liberty, che propone circa 150 opere provenienti da collezioni private, ma non sottratte alla strada, non rubate alla collettività. L’esposizione è suddivisa in base a tre temi (guerra, capitalismo e libertà) e comprende anche laboratori didattici per adulti e bambini. “E’ la prima volta che così tante opere di questo personaggio vengono esposte in un museo. Si è sempre detto che la street art non ha legittimazione nei musei. Che sia nata per esportare la bellezza dell’arte a tutti, indipendentemente dalla capacità economica. Ma era indispensabile e doveroso un omaggio a questo artista in un museo. Le sue opere di solito sono sui muri e quindi, anche se purtroppo è successo, non si possono strappare e muovere. In questo caso esponiamo opere certificate e realizzate su altri supporti”, afferma Emmanuele Emanuele, presidente della Fondazione Terzo Pilastro-Italia e Mediterraneo, che organizza la mostra.

Chissà se questa esposizione sarà un passo in più nel lungo percorso che vorrebbe portare ad un’accettazione di graffiti&co. nella percezione collettiva come opere d’arte piuttosto che come vandalismo e danneggiamento della proprietà pubblica o privata, oppure tenderà piuttosto ad acuire l’accesa polemica sull’ arte di strada contrapposta alla logica delle gallerie d’arte e dei musei. O quella sulla proprietà intellettuale di un’opera e sui suoi confini, non solo legali. Comunque vada, Banksy ha sempre saputo essere, tra le altre cose, originale e imprevedibile: forse stavolta lo sarà anche la sua reazione alla mostra.

Capodanno globale anticarcerario 2016.

 

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Anche quest’anno a Capodanno si ripeteranno un pò in tutto il mondo le manifestazioni di solidarietà rumorosa e colorata ai/lle detenuti/e rinchiusi/e nei diversi istituti di pena, un appuntamento fisso per chi lotta contro tutte le galere e contro il sistema che le produce. Stati Uniti d’America , GermaniaCanada, Spagna, Italia, Gran Bretagna sono solo alcuni dei Paesi coinvolti dalle iniziative. Ma perchè opporsi alle prigioni? Non è giusto punire i criminali e tenerli isolati affinchè non danneggino le persone perbene?

E perchè invece non rimuovere le cause che portano le persone a compiere atti che danneggiano il prossimo? Sbattere in cella qualcuno non significa renderlo/a una persona migliore, ma piuttosto nascondere alla vista lui/lei e le cause del suo “comportamento deviante”: povertà, ignoranza, condizionamento sociale, violenza, emarginazione. Isolare dal tessuto sociale una persona che ha commesso un “reato” è la cosa più dannosa che si possa fare se si intende reinserire o “rieducare” tale persona, usare la tortura del carcere per migliorare qualcuno è assurdo e palesemente contraddittorio. Il carcere esiste come strumento di controllo sociale, come fonte di profitto per chi lo gestisce e per chi ci guadagna (ad esempio sfruttandone la manodopera a bassissimo costo o fornendo servizi e beni alle strutture detentive) e come punizione per chi non si attiene a regole eteronome che valgono finchè non si ha il potere ed il denaro per potersi sottrarre ad esse; esso disgrega il tessuto sociale, disumanizza, è dimostrazione palese del disinteresse da parte del sistema di risolvere i problemi che esso crea, è vendetta istituzionalizzata e mediata dalla fredda burocrazia. In galera non ci sarebbero spacciatori di droga se non esistesse l’attuale legislazione proibizionista in materia di stupefacenti, non ci sarebbero ladri se non esistessero proprietà privata, miseria, profonde diseguaglianze economiche, avidità e logiche di profitto capitaliste, non ci sarebbero responsabili di violenze sessuali se non esistesse la logica del dominio e della violenza sessista, non ci sarebbero “clandestini” se vivessimo in un mondo dove le persone possono spostarsi liberamente e vivere dove preferiscono. E gli assassini? Rinchiuderli non ha mai riportato in vita nessuno, molti di loro hanno agito in modo impulsivo e non ripeteranno quell’azione una seconda volta, per non parlare del fatto che chi uccide per gli “interessi nazionali” non viene considerato un criminale dalle leggi del Paese per il quale agisce, mentre spesso ad essere colpiti/e da provvedimenti restrittivi della libertà sono coloro i/le quali si battono contro devastazione ambientale, razzismo, sfruttamento, militarismo, povertà, emarginazione e altre ingiustizie. Allo stesso modo chi avvelena la terra, manda sul lastrico piccoli risparmiatori, sfrutta e sfratta, spinge le persone ai margini della società, toglie la dignità e criminalizza intere categorie di “indesiderati/e” agisce di solito secondo le leggi: non stupiamoci se nei centri dove vengono gestiti denaro e potere c’è più gente moralmente abietta di quanta non ce ne sia in galera.

Siamo tutti più sicuri/e rinchiudendoci nelle nostre case e chiudendo gli/le altri/e dietro le sbarre, tutti in qualche modo in una qualche prigione? Chiediamoci piuttosto se vogliamo prevenire che una persona ne danneggi un’altra e, in presenza di un danno, trovare un rimedio che eviti ulteriori sofferenze e lacerazioni del tessuto sociale. In questo caso opporsi alla logica del carcere significa voler risolvere e superare i mali delle nostre società combattendone le cause, cercare soluzioni nonviolente per la soluzione dei conflitti tra persone, rifiutare la logica repressiva del sorvegliare e punire attuata dai sistemi repressivi su scala mondiale, ma anche e soprattutto opporsi allo stato di cose che produce le logiche punitive esistenti.

CONTRO IL CARCERE E LA SOCIETÀ CHE LO PRODUCE, NON SOLO IL 31 DICEMBRE, MA TUTTI I GIORNI!

Il clima che cambia.

Sarà anche corretto e forse utile sottolineare le contraddizioni della sedicente democrazia rappresentativa/parlamentare, ma lo stupore è un altro paio di maniche: lo stato di emergenza e la conseguente limitazione delle libertà garantite dalla legge in Francia dopo gli attentati terroristici del 13 Novembre scorso non sono un caso unico né isolato, in Italia chi non ha la memoria troppo corta si ricorderà quante volte le manifestazioni, specialmente negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, siano state vietate per motivi legati alla “sicurezza”. Anche in altri Paesi europei certe misure di limitazione della “libertà” cortesemente concessa dall’alto non sono nuove, né scandalizzano più di tanto un’opinione pubblica anestetizzata e omologata. Non tutti/e però sono anestetizzati e omologati, anzi si sentono ancor più spronati da limitazioni e divieti a manifestare pubblicamente il proprio dissenso. In un momento nel quale gli eserciti degli Stati nei quali viviamo sono in guerra e ciò viene annunciato come se si trattasse della cosa più normale del mondo, mentre i leader mondiali si riuniscono a Parigi per la “nuova ultima chanche” (non sono l’unico a ricordare che si parlava di “ultima chanche” anche al vertice sul clima di Copenhagen nel 2009…) per ridurre il surriscaldamento globale del pianeta, ad alcuni/e, forse troppo pochi/e ma pur sempre presenti ed esistenti, sono chiari un paio di concetti di fondo imprescindibili: guerra e politiche securitarie e repressive sono due facce della stessa medaglia e le guerre non sono altro che uno strumento per ottenere o rafforzare il dominio su territori e popolazioni, per accaparrarsi nuove risorse, controllare nuovi mercati, incrementare gli affari e lo sviluppo-espansione del capitale che non possono fermarsi di fronte a nulla, nemmeno di fronte alla possibile distruzione del pianeta Terra. I veri accordi vengono stabiliti altrove, non durante gli spettacolini ad uso e consumo dell’opinione pubblica credulona. Nessuna conferenza sul clima è mai servita nel passato a raggiungere accordi soddisfacenti almeno per rallentare considerevolmente la catastrofe, perchè la crescita economica e il profitto vengono prima di tutto. Prima degli ecosistemi, degli esseri umani e di tutte le creature viventi, prima dei diritti revocabili stabiliti sulla carta, della pace e, non te ne meravigliare, della sicurezza di ciascuno/a di noi.

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