Lavoro, consumo, spettacolo, tecnologia: “Black Mirror”.

La doppia schiavitù del lavoro e del consumo in una società distopica altamente tecnologica, un mondo sterile dove i sentimenti sono falsi e servono ad alimentare la dipendenza, dove lo spettacolo ha raggiunto la sua funzione più alienante, dove la tecnologia che molti credevano mezzo per soddisfare agevolmente le esigenze umane si trasforma in droga e al tempo stesso in gabbia, perno dello sfruttamento. Se, come affermava Theodore Adorno, “La libertà non sta nello scegliere tra il bianco e il nero, ma nel sottrarsi a questo tipo di scelta prestabilita”, abbiamo ben presente che nella storia qui narrata non esistono vere vie d’uscita dal labirinto nel quale ci si trova, ma solo scelte obbligate. Lo scenario nella quale ci si muove, per quanto fantascientifico, è ispirato alla realtà nella quale viviamo in questo momento. Gli schermi ci nutrono di emozioni stereotipate studiate a tavolino dai servizievoli esperti di marketing e comunicazione, mentre noi ambiamo a conquistare il biglietto che ci permetterà di metterci in mostra -il che equivale ad esistere, in un mondo dove apparire è tutto- e di ottenere, forse, un passaggio di livello in una gerarchia fatta di piccoli e grandi ingranaggi, dove un pizzico di libertà può essere infine ottenuta solo vendendo la propria etica. In un mondo del genere ciò che è bello, autentico, non può che venir triturato, manipolato, corrotto, distrutto nella sua essenza e riproposto come involucro vuoto al fine di perpetuare il sistema e nutrire i suoi compiacenti schiavi.

Il video che segue è una puntata della miniserie televisiva Black Mirror. Un prodotto del sistema che si vuole criticare, direbbe qualcuno/a. Oppure un’operazione di riempimento di un involucro vuoto creato a scopo di lucro con contenuti che possano far riflettere e prendere coscienza di alcuni aspetti della realtà nella quale viviamo, una volta tanto non semplice intrattenimento, ma uso consapevole di uno strumento alienante per opposti fini?

“Projekt A”, ovvero l’anarchia che esiste.

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“Projekt A” è un documentario realizzato  nel 2015 dai registi indipendenti tedeschi Moritz Springer e Marcel Seehuber. Il documentario, vincitore del premio del pubblico alla Filmfest München, racconta attraverso un viaggio in giro per l’Europa diverse esperienze anarchiche al di là dei cliché su caos e violenza erroneamente legati al concetto di anarchia. Dall’incontro anarchico internazionale svoltosi nel 2012 a Saint-Imier in Svizzera al movimento anti-nucleare tedesco, passando per il sindacato anarchico spagnolo CNT, il progetto Parko Narvarinou ad Atene e il collettivo Kartoffelkombinat di Monaco di Baviera, il film mostra e spiega esempi pratici di anarchia vissuta, forme di autogestione e creazione di progetti solidali, ecologici e collettivi nonostante e contro il dirigismo statale, le logiche di profitto e sfruttamento e le insanabili contraddizioni che affliggono la società nella quale viviamo. La morale può esser riassunta con uno dei miei slogan preferiti: “L’anarchia è ordine senza dominio“. Projekt A viene attualmente proiettato nelle sale cinematografiche di innumerevoli città tedesche e austriache (qui la lista completa).

“Ecos del desgarro”: un documentario sulla rivoluzione siriana.

“Ecos del desgarro” (Echi dello strappo o Echi della ferita), un documentario in spagnolo, inglese e arabo realizzato dal collettivo libertario spagnolo La Cámara Negra, racconta lo scoppio e gli sviluppi dell’attuale rivoluzione in Siria attraverso le parole ed il materiale audio e video di attivisti/e politici/che in esilio in Turchia.

Vite precarie.

Rosetta, il film del 1999 diretto dai fratelli belgi Jean-Pierre e Luc Dardenne, in molti se lo saranno già dimenticato o non l’avranno affatto visto. Peccato, perchè si tratta di un capolavoro, che parla di una situazione tipo non troppo diversa da quella vissuta da molte persone ancora oggi in Europa e non solo. Durante le manifestazioni sindacali in Belgio, successivamente all’uscita del film, veniva scandito lo slogan “Siamo tutti Rosetta”. In quanti/e lo sono ancora? Per quanti/e la prospettiva di una vita “normale” è ancora un miraggio, e per quanti una vita “normale” è sinonimo di un lavoro stabile, una casa, una famiglia senza problemi? Quando l’essenziale sembra irraggiungibile non si può aspirare a qualcosa che vada oltre, che ci liberi definitivamente dalla spirale di sfruttamento e precarietà delle nostre esistenze in balìa di meccanismi che ci stritolano giorno dopo giorno?

Black Block (Film documentario).

Inizialmente pensavo di scrivere un’introduzione per presentare questo documentario realizzato da Carlo Augusto Bachschmidt e uscito nel 2011, ma alla fine mi sono convinto che non ci sia nulla da aggiungere, almeno da parte mia, almeno in questa circostanza, a quanto raccontato dalle persone intervistate. Ognuno tragga le sue conclusioni. Per quanto mi riguarda io ho tratto le mie, ormai da tempo. “Dentro quella scuola non ce l’hanno fatta” dice Muli: penso abbia ragione, in fondo penso che non ce la faranno mai.

“Dentro quella scuola non ce l’hanno fatta.”
“Dentro quella scuola non ce l’hanno fatta.”
“Dentro quella scuola non ce l’hanno fatta.”
“Dentro quella scuola non ce l’hanno fatta.”

Notizie e approfondimenti sui riots a Stoccolma.

Stockholm riots

Alcuni articoli di controinformazione in diverse lingue sulla recente rivolta scoppiata a Stoccolma a seguito dell’omicidio di un anziano da parte della polizia:

“Stoccolma: seconda notte di Rivolta!”, da Infoaut;

“Svezia, calma apparente a Stoccolma ma i riot si estendono”, da Infoaut;

“Ancora sui riots di Stoccolma”, da Infoaut;

“Sweden, Stockholm, Megafonen statement on Stockholm riots”, da A-Ifos (inglese);

“Megafonen: We don’t start no fires”, da Libcom (inglese);

“Solidarität mit den Rebellierenden in Stockholm, da Contra-Info (tedesco);

“Do not treat us like animals”, documentario sull’ organizzazione Pantrarna e sulle problematiche dei quartieri periferici a Stoccolma (svedese, sottotitoli in inglese);

-“Stoccolma Riot. È la fine del capitalismo dal volto umano”, da Anarchaos.

Immigrati, le vittime nascoste dell’austerità in Grecia.

“Into the Fire” è un documentario indipendente sulla situazione degli immigrati in Grecia, vittime di umiliazioni, soprusi e violenze da parte degli apparati dello Stato e dei neonazisti di Alba Dorata. Diffuso sul web lo scorso 21 Aprile, il documentario è stato finanziato tramite il metodo del crowd funding e tradotto in diverse lingue (per selezionare i sottotitoli cliccare sul simbolo corrispondente in basso a destra).

Catastroika.

“Catastroika- Privatisation Goes Public” è un documentario greco del 2012, realizzato da Aris Chatzistefanou e Katerina Kitidi, che tratta il tema delle privatizzazioni di servizi pubblici. Prodotto con un budget limitato, ha raggiunto milioni di persone grazie anche alla sua distribuzione su internet attraverso canali gratuiti. L’analisi del documentario mette in relazione crisi economica, ideologia neoliberista, autoritarismo e privatizzazioni, spiegando dinamiche e conseguenze di un processo tutt’ora in corso non solo in Grecia. Quella che potrebbe sembrare a prima vista una presa di posizione in favore del monopolio statale su determinati settori dell’economia si rivela essere (specialmente nella parte finale dell’opera) un’invito ad una maggiore democratizzazione dell’economia in chiave partecipatoria, concetto a mio parere valido e interessante, ma poco sviluppato in questa occasione dagli/lle autori/trici del documentario.  Nella versione che ho deciso di pubblicare qui, è possibile attivare i sottotitoli in diverse lingue selezionando quella preferita cliccando sulla prima icona che si trova in basso a destra nella schermata del video. Buona visione e, come sempre, se vi piace diffondete!

Iniziativa sul caso di Giuseppe Uva al Kinesis di Tradate (Varese).

Fonte: Kinesis Tradate.

neisecoli_locandina

” VENERDÌ 18 GENNAIO 2013 ore 20.30
al KINESIS via carducci 3 TRADATE
proiezione gratuita del documentario
NEI SECOLI FEDELE. Il caso di Giuseppe Uva
dopo la proiezione interverrà Lucia Uva, sorella di Giuseppe

La notte del 14 giugno 2008 Giuseppe Uva viene fermato dai carabinieri Dal Bosco e Righetto di Varese e portato nella caserma di Via Saffi, insieme al suo amico Alberto (sono presenti anche degli agenti di polizia). Ed è proprio Alberto a richiedere i primi soccorsi al 118, quando sente il suo amico gridare «Ahi! Ahi! Basta!», ma l’operatore all’altro capo del telefono, dopo averlo rassicurato «Va bene, adesso mando l’ambulanza», chiama in caserma e si accorda coi carabinieri per non inviare alcun aiuto «Sono due ubriachi, ora gli togliamo il cellulare». Saranno poi gli stessi carabinieri, poche ore dopo, a chiamare una guardia medica, che richiederà all’Ospedale di Circolo di Varese di effettuare un T.S.O. (Trattamento Sanitario Obbligatorio). Il corpo di Giuseppe è pieno di lividi, il suo naso è rotto, i suoi testicoli sono blu, la sua pelle è segnata da alcune bruciature di sigaretta, dal suo ano esce del sangue che forma una grossa macchia sui pantaloni, ma non viene curato per le lesioni e niente di tutto ciò viene trascritto sui documenti del ricovero. Gli vengono però somministrati dei tranquillanti. Egli inoltre racconta alla psichiatra di essere stato brutalmente pestato in caserma: ma da parte dell’Ospedale non parte nessuna denuncia. La stessa psichiatra aspetterà ben tre anni e mezzo per raccontare queste tragiche parole di Giuseppe, probabilmente le sue ultime. Tutti fingono di non vedere, di non sapere. Tutti fingono che tutto ciò sia normale. Anche quando Beppe, dopo poche ore, muore. E infatti, nonostante il suo corpo presenti evidenti segni di violenza la magistratura sceglie di indagare solo un paio di medici, attribuendo la morte di Uva ad una errata somministrazione di farmaci, e non a quanto avvenuto in precedenza in caserma. Ma le perizie smentiscono questa ipotesi: Giuseppe non è morto a causa dei farmaci, che in nessun caso potevano ucciderlo; le cause della sua morte sono invece da ricercarsi in un mix di fattori, fra cui le misure di contenzione ed i traumi da corpi contundenti che ha subito. Nonostante questo, ad oggi nessun carabiniere o poliziotto è indagato per quanto accaduto e l’unico testimone presente quella notte non è mai stato sentito dal giudice. La verità su quanto accaduto, è ormai sotto gli occhi di tutti. Carabinieri, Polizia di Stato, Magistratura, 118, Pronto Soccorso, Reparto di Psichiatria: la sintonia con cui hanno agito o lasciato agire è il risultato di comportamenti ed abitudini a lungo tramandate. Le responsabilità per la morte di Giuseppe non possono essere ricondotte al singolo gesto, al singolo uomo, al singolo momento. Esse piuttosto perdurano nel riprodursi continuo di gesti di dominio e sottomissione. La violenza, di tutti gli sbirri di tutto il mondo, è resa possibile solo dal collaborazionismo, dall’indifferenza, e dal silenzio di tutti quegli altri che nella loro complicità si fanno un po’ sbirri anch’essi. Ma aldilà di ogni democratico tribunale (o divino, o politico) cui non chiediamo giustizia, crediamo che l’assassinio di Giuseppe ci riguardi tutti. Così come la storia antica e comune della violenza di coloro che si sono resi forti grazie alla collaborazione di alcuni fra i presunti deboli. Così come la comune necessità di riscossa contro gli oppressori e i loro sgherri. Adesso.

NEI SECOLI FEDELE. Il caso di Giuseppe Uva è un documentario ideato da Adriano Chiarelli (già autore del libro Malapolizia) per la regia di Francesco Menghini. Ricostruisce le ultime ore di vita di Giuseppe Uva, la battaglia per la verità portata avanti dalla sorella Lucia e la conseguente vicenda giudiziaria. Inoltre, attraverso le voci dei suoi amici e parenti, restituisce la figura di Beppe al suo ambiente, ai suoi luoghi, alle sue abitudini, alla sua dignità continuamente negata dalle istituzioni dopo la sua morte. ”