Grecia: sgomberati tre edifici occupati destinati all’accoglienza dei rifugiati.

Fonte: Pressenza- International press agency.

” Grecia, sgomberati a Salonicco tre edifici occupati dai rifugiati

28.07.2016 – Redacción Barcelona

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Grecia, sgomberati a Salonicco tre edifici occupati dai rifugiati

Di Theodoros Karyotis

La mattina del 27 luglio a Salonicco, in un atto senza precedenti nella ‘democrazia’ greca, il governo ha fatto sgomberare tre case occupate utilizzate come rifugio per i profughi.
Il governo di sinistra intende così trasmettere un messaggio preciso: nella difficile situazione dei rifugiati non c’è spazio per risposte basate sulla solidarietà e l’auto-gestione. Al loro posto solo carità statale, confino, emarginazione e deportazioni selettive, portati avanti da un governo che applica alla lettera le criminali politiche sull’immigrazione dell’Unione Europea.

Lo sgombero è avvenuto solo due giorni dopo la conclusione del campo No border a Salonicco, in cui migliaia di attivisti di tutta Europa si sono riuniti per protestare contro queste politiche.

Una delle case, Nikis, era occupata da tempo. E’ stata aperta per accogliere famiglie allo scoppio della crisi dei rifugiati. Un’altra casa, Orfanotrofeio, è stata rioccupata l’anno scorso con l’esplicito proposito di ospitare famiglie di migranti e profughi in modo auto-gestito. La terza, situata nel centro della città, è stata occupata pochi giorni fa, sempre con lo stesso obiettivo.

Orfanotrofeio  è stata sgomberata e subito dopo demolita. Sono rimaste così sepolte sotto le macerie tonnellate di medicine, cibo, vestiti e articoli di prima necessità destinate alle famiglie di rifugiati, così come gli effetti personali degli occupanti. Nel corso delle tre operazioni sono state arrestate centinaia di persone, tra cui molte profughe, inviate ai campi di detenzione e militanti greci ed europei del movimento di solidarietà con i rifugiati. A metà giornata del 27 luglio erano ancora sotto la custodia della polizia.

Non è la prima volta che il governo di Syriza mostra la sua faccia autoritaria. Dopo aver imposto le disastrose misure di austerity che il precedente governo di destra non era riuscito a realizzare, compete anche con questo nella dura repressione di chi continua a protestare e a lottare per la libertà e la dignità degli esseri umani.

Come risposta, una moltitudine di gente ha occupato la sede di Syriza a Salonicco. L’edificio è circondato da ingenti forze di polizia ed esiste la possibilità di scontri violenti. In tutta la Grecia intanto si stanno organizzando eventi, proteste e manifestazioni di solidarietà.

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Assalto agli edifici occupati dai rifugiati

Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo”

“Projekt A”, ovvero l’anarchia che esiste.

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“Projekt A” è un documentario realizzato  nel 2015 dai registi indipendenti tedeschi Moritz Springer e Marcel Seehuber. Il documentario, vincitore del premio del pubblico alla Filmfest München, racconta attraverso un viaggio in giro per l’Europa diverse esperienze anarchiche al di là dei cliché su caos e violenza erroneamente legati al concetto di anarchia. Dall’incontro anarchico internazionale svoltosi nel 2012 a Saint-Imier in Svizzera al movimento anti-nucleare tedesco, passando per il sindacato anarchico spagnolo CNT, il progetto Parko Narvarinou ad Atene e il collettivo Kartoffelkombinat di Monaco di Baviera, il film mostra e spiega esempi pratici di anarchia vissuta, forme di autogestione e creazione di progetti solidali, ecologici e collettivi nonostante e contro il dirigismo statale, le logiche di profitto e sfruttamento e le insanabili contraddizioni che affliggono la società nella quale viviamo. La morale può esser riassunta con uno dei miei slogan preferiti: “L’anarchia è ordine senza dominio“. Projekt A viene attualmente proiettato nelle sale cinematografiche di innumerevoli città tedesche e austriache (qui la lista completa).

Vio.Me.: la fabbrica va all’asta, i/le lavoratori/trici resistono!

Gli ultimi sviluppi della lotta dei/lle lavoratori/trici della fabbrica occupata e autogestita Vio.Me. di Salonicco non sono per nulla positivi. La fabbrica verrà battuta all’asta il prossimo 26 Novembre. Nonostante ciò l’assemblea dei/lle lavoratori/trici afferma in un recente comunicato di non volersi arrendere e rilancia la lotta per la difesa di uno spazio produttivo e autogestito che nel tempo è diventato parte di una fitta rete di scambio e solidarietà che va oltre i confini greci. Quello che segue è il link al comunicato di chi lavora, produce, decide e lotta alla Vio.Me.:

La Viome va all’asta, i lavoratori rilanciano la lotta

Soap Opera.

Qualche lettore/trice di questo blog ricorderà forse un mio vecchio post del Febbraio 2013 sull’inizio della produzione nella fabbrica occupata e autogestita VIO.ME. di Salonicco, in Grecia. Sono passati due anni e mezzo da allora e la produzione autogestita da parte degli/lle operai/e della fabbrica non si è fermata, così come continua la lotta per un riconoscimento legale di questa esperienza profondamente democratica- e quando uso la parola “democrazia” nella sua accezione positiva intendo quella di base, diretta, prassi emancipatoria e non certo l’inganno parlamentare e falsamente rappresentativo al quale ci hanno abituati gli Stati…

Oggi la VIO.ME., nata come fabbrica di materiale edile, produce sapone e detergenti a base di sostanze naturali di qualità eccellente (il sapone è vegano, prodotto e confezionato a mano), è gestita dai/lle lavoratori/trici  in modo egualitario e aperto sia nei confronti di altre realtà produttive autogestite, sia nei confronti dei/lle consumatori/trici, dei solidali e di qualsiasi componente della società che si batta contro le logiche capitaliste, di sfruttamento e di austerity. Oltre alla produzione e all’autogestione, i lavoratori e le lavoratrici della VIO.ME. portano avanti, non senza difficoltà e insuccessi, una lotta per il riconoscimento legale della loro posizione e contro le pretese del vecchio proprietario della fabbrica di riaverla indietro, mentre innumerevoli iniziative vengono svolte un pò in tutto il mondo per far conoscere e sostenere la fabbrica autogestita, che oggi consente non solo a più di dodici famiglie di vivere con uno stipendio (seppur basso per il momento) mentre troppi/e in Grecia soffrono le conseguenze della disoccupazione, ma permette a chi produce di poter veramente decidere e organizzare il lavoro senza badare agli interessi, alle pretese e alle imposizioni di un qualche padrone. I prodotti della VIO.ME. possono essere acquistati anche al di fuori della Grecia: ecco qui linkato un esempio riguardante Svizzera e Italia. Pensateci se fate parte di un collettivo, di una qualche associazione solidale o se siete attivi/e in spazi occupati/autogestiti o circoli libertari e magari avete uno spazio fisico dove poter distribuire il sapone e gli altri prodotti della VIO.ME. Chi fosse interessato/a può direttamente contattare i/le compagni/e greci/che della VIO.ME., scrivendo in greco o in inglese al seguente indirizzo e-mail:

[email protected] <mailto:[email protected]>

Uscire dal capitalismo, non dall’Euro!

Quando la coalizione di sinistra Syriza vinse lo scorso Gennaio le elezioni politiche in Grecia, le forze progressiste e quelle antieuropeiste di tutta Europa, anche reazionarie e di destra, accolsero il voto popolare come fosse stato un referendum contro la permanenza nell’Euro. Molti/e greci/che avevano votato Syriza senza troppa fiducia né speranze, consapevoli del fatto che gli aiuti economici provenienti dalla Troika venivano elargiti ad un prezzo troppo alto da pagare in termini sociali e di mera sopravvivenza. Licenziamenti, tagli agli stipendi ed alle pensioni, privatizzazioni e tagli alla spesa pubblica ed ai servizi sociali hanno significato impoverimento per gran parte della popolazione greca, per alcuni la caduta nel baratro della miseria nera. Dal punto di vista psicologico sembrava importante avere ancora una speranza di poter contrastare non solo la miseria ma anche l’umiliazione, si chiedeva semplicemente che un nuovo governo di rottura con i partiti tradizionali, che avevano fallito negli anni passati, ristabilisse la sovranità nazionale greca rispetto ai ricatti di organismi finanziari transnazionali, recuperasse il terreno perduto sul piano delle conquiste sociali introducendo misure urgenti e di vitale importanza per la sopravvivenza dei ceti meno abbienti, negoziasse condizioni realisticamente accettabili per il pagamento del debito senza ricorrere a misure di massacro sociale. Purtroppo le ultime speranze affidate mesi fa alla compagine capitanata da Alexis Tsipras sono andate via via sfumando col passare delle settimane, è risultato evidente che nemmeno questa aveva un piano concreto per uscire nel modo meno doloroso possibile dalla crisi economica. Spulciando fra i tanti discorsi contraddittori fatti dai membri del governo di Syriza mi è sembrato di capire che, oltre a voler guadagnare tempo, il ministro dell’economia Janis Varoufakis puntasse ad un recupero della competitività sui mercati piuttosto che ad una politica di tagli e privatizzazioni indiscriminati. Nei fatti però il governo, a parte riaprire l’emittente televisiva pubblica chiusa dal governo precedente e strappare concessioni a dir poco risibili su misure di risparmio sulla spesa sociale comunque messe in atto, ha accettato tagli alle pensioni e aumento dell’IVA, aumento delle imposte sulla navigazione e altre misure che ricadono sulle spalle dei consumatori, dei lavoratori salariati e dei pensionati. La spesa militare invece non è stata ridotta e la Grecia, obbediente membro della NATO, continua ad acquistare armi da guerra, peraltro obsolete, col denaro che invece potrebbe venir indirizzato altrove.

Andare avanti accettando le condizioni della Troika sarebbe stato alla lunga impossibile, soprattutto avrebbe significato per Syriza fare la fine del socialdemocratico PASOK, partito storicamente forte ridotto ora a forza politica insignificante, pertanto è stato indetto il referendum consultivo che ha visto la vittoria del “no” e quindi un appoggio all’azione di governo. Di appoggio Tsipras ha incassato anche quello di altri tre partiti che in parlamento hanno scelto ora di sostenere la sua linea, mentre ha scaricato il ministro Varoufakis, al centro di critiche e campagne diffamatorie da parte della stampa mainstream europea, sostituendolo con un economista dal look più presentabile ma che porta avanti sostanzialmente le stesse idee in materia politico-economica. I portavoce delle istituzioni politiche ed economiche transnazionali non si sono scomposti ed hanno mantenuto inalterate le loro richieste e condizioni.  Il voto referendario non ha perciò cambiato nulla di sostanziale, le trattative tra governo greco e UE, BCE e FMI proseguiranno nei prossimi giorni…

Osservando questo scenario molti/e si chiedono innanzitutto quand’è che la Grecia riuscirà finalmente ad uscire dalla moneta unica. Questa sembra per molti una soluzione, introdurre una sorta di Nuova Dracma come valuta potrebbe attirare investimenti internazionali, permettere la gestione delle risorse con maggiore autonomia rispetto alle istituzioni finanziarie e politiche transnazionali, aumentare esportazioni e afflusso turistico ora in calo, favorire nuovi accordi commerciali con Paesi al di fuori dell’UE, Russia in primis. Il fatto è che non è detto che la Grecia esca dall’Euro, e anche se ciò dovesse accadere non si dovrebbe essere troppo ottimisti sulla condizione sociale di lavoratori/trici dipendenti, pensionati/e, disoccupati/e e inabili al lavoro in un Paese con un basso costo del lavoro che tenta disperatamente di uscire dalla crisi economica presentandosi appetibile ai mercati internazionali ed agli investitori che non hanno certo scrupoli né tantomeno intenti caritatevoli. Voglio ricordare per un attimo dov’é nato il problema: le crisi economiche nel sistema capitalista sono cicliche. Non è un dogma marxista, è un fatto osservabile. Quest’ultima crisi è partita con l’esplosione della bolla finanziaria delle ipoteche sugli immobili negli USA (2007/08), ha colpito prima di tutto chi aveva richiesto prestiti per gli immobili mandando in rovina parecchie famiglie del ceto medio-basso, ha coinvolto le banche che, negli USA e negli Stati europei ad economia più solida (Germania innanzitutto), sono state “salvate” col denaro dei contribuenti e dei risparmiatori, ha portato sull’orlo del baratro le economie dei Paesi più deboli. Le “manovre speculative di pochi incoscienti”, come le hanno definite alcuni, non sono altro che un sintomo della necessità del capitale di espandersi, rinnovarsi, conquistare nuovi mercati, spingere per un’ ulteriore crescita che richiede sempre maggiori investimenti; non sono altro che un sintomo della necessità del denaro di riprodurre se stesso. Ogni soluzione di stampo capitalista alla crisi porta con se nuove conseguenze -sia essa l’immissione sul mercato di nuovi titoli, la riduzione di salari e stipendi, il taglio alla spesa pubblica, la delocalizzazione delle imprese-, perpetuando al tempo stesso quel sistema che le crisi le genera.

Ma davvero abbiamo bisogno di tutto questo? Davvero i/le greci/che e noi tutti/e dovremmo sacrificarci per salvare un sistema nel quale veniamo usati e sfruttati e che per le sue dinamiche interne può precipitarci nella miseria e  nell’emarginazione privandoci di qualsiasi prospettiva? È da ormai troppo tempo che studiamo in funzione del nostro futuro lavoro, lavoriamo per pagare i costi e le spese che sosteniamo quotidianamente ed in prospettiva della pensione, viviamo in base ai ritmi imposti dal lavoro ed alle esigenze di consumo più o meno subdolamente imposte dai mercati, avvalliamo la morte e lo sfruttamento ancor più brutale di milioni di persone in tutto il mondo, solo perchè non siamo in grado di immaginare e creare una realtà diversa da quella presente. Sarebbe ora di farla finita, in Grecia e ovunque, coi sacrifici per il bene dell’economia, sarebbe ora di creare reti e strutture autogestite che nascono nei quartieri, nelle fabbriche, negli uffici, per sottrarre le ricchezze dalle mani di pochi, per riorganizzare la produzione secondo le reali esigenze di chi finora è stato/a sfruttato/a, riappropriandosi dei mezzi di produzione e decidendo di comune accordo cosa e come produrre, liberandoci del superfluo, abolendo le strutture gerarchiche, prendendoci la responsabilità delle nostre azioni e del nostro presente senza delegare ad altri la promessa di un futuro migliore. Gruppi e strutture autogestiti ne esistono già, vanno moltiplicati e rafforzati, resi più efficaci con contributi concreti, idee e partecipazione diretta. Sarebbe ora di agire in modo solidale e non competitivo, per costruire o riappropriarsi di beni e risorse comuni, evitando le guerre tra poveri, comprendendo che ognuno/a di noi non è solo/a in questa lotta, che ogni singolo individuo vale più di quanto non ci abbiano mai fatto credere e che ciascuno/a di noi è in grado di prendere decisioni libere riguardo la propria vita ed il proprio futuro, è padrone del proprio tempo e della propria intoccabile integrità fisica e psichica e dovrebbe prendere ciò di cui ha bisogno dando allo stesso tempo ciò che può, senza costrizioni, senza diktat né politiche di lacrime e sangue. Facciamo in modo, con la nostra volontà e con la determinazione delle nostre lotte consapevoli, che stavolta a piangere siano i burattinai ai vertici del sistema, i vampiri ai quali succhiare il sangue degli strati sociali ridotti allo stremo non basta, che ricorrono alla propaganda più infima per dipingere gente che s’è rotta la schiena lavorando una vita intera come “sfaticati che hanno voluto vivere al di sopra delle loro possibilità”. Voltiamo le spalle alle negoziazioni farlocche tra Stati, organizziamoci fra diretti/e interessati/e, dal basso e orizzontalmente…altrimenti finiremo per giaciere davvero orizzontali o supini, ancora vittime di chi ci sfrutta e gioca col nostro destino e col nostro presente.

L’interruzione della normalità.

Francoforte, 18 Marzo 2015: le vetrine delle banche infrante, le barricate e le auto della polizia in fiamme, i blocchi stradali, le diverse azioni di protesta pacifiche o meno e il corteo pomeridiano di Blockupy (25mila partecipanti) hanno interrotto per un giorno il businnes as usual al quale gran parte di noi sono più o meno abituati/e ed assuefatti, con grande disappunto di Schäuble, Draghi e compagnia danzante. Ma non è il loro disappunto che dovrebbe stupire e preoccupare- semmai di ciò si può solo gioire-, quanto quello dei/lle tanti/e cittadini/e comuni che magari hanno a parole poca simpatia per banche e sistema finanziario, ma che ritengono che le proteste, se hanno luogo, si debbano sempre e comunque svolgere entro i margini della legalità o perlomeno della nonviolenza. Costoro, oltre ad esprimere quasi sempre una critica ridotta e parziale del sistema capitalista di stampo riformista (se e quando esprimono qualcosa), vorrebbero che si attirasse l’attenzione dei potenti per chiedergli di agire diversamente, vorrebbero che si giocasse secondo le regole stabilite da chi per ora con quelle regole ha sempre vinto, sono pronti a indignarsi per una vetrina rotta o per una pietra lanciata contro un agente in tenuta antisommossa. A parte l’illusione a dir poco patetica di queste persone sulla possibilità di far leva sui sentimenti umani dei potenti e dei loro servi ai piani più alti chiedendo contentini e aggiustamenti di rotta, mi chiedo- limitandomi ad osservare la situazione della Grecia piegata da debito e politiche di austerity- dove sia la loro indignazione di fronte al fatto che la mortalità infantile in Grecia è aumentata del 40% negli ultimi tempi, che i malati di cancro ricevono medicinali gratuiti solo in fase terminale, che sempre più persone si suicidano dopo aver perso qualsiasi prospettiva ma anche e soprattutto la propria dignità, mentre altri finiscono a vivere per strada oltretutto minacciati dalle bande neonaziste di Alba Dorata e dalla polizia, che chi ha lavorato tutta la vita si trova ora ad avere nulla, a dover elemosinare un tozzo di pane secco mentre i più abbienti, i grossi capitalisti, gli investitori hanno fatto sparire dal Paese le loro ricchezze lasciando nella merda quelli che sfruttavano fino al giorno prima mentre tra un meeting e un’inaugurazione di edifici dai costi stratosferici i vari Juncker, Barroso e Draghi bevono champagne in onore di un sistema economico immondo e disumano. Ancora una volta, questi/e cittadini/e perbene indignati e scandalizzati per due vetri rotti nella loro città della Borsa e degli affari dovrebbero pensare, pensare, pensare e svegliarsi e mostrare una vera coscienza. Oppure tacere, almeno per un minimo di giustizia nei confronti del senso del pudore. Una banca sfasciata non è la rivoluzione, né il gong che ne segna l’inizio, non cambierà il mondo, ma è un segno tangibile della rabbia legittima di chi è oppresso e solidarizza con altri/e oppressi/e.

Elezioni greche, vittoria di Pirro? Un tentativo di analisi.

Il raggruppamento della sinistra (“radicale”, aggettivano in molti) Syriza ha vinto le elezioni politiche in Grecia con la proposta di un programma basato principalmente sull’opposizione alle politiche di austerità imposte al Paese da UE e BCE, sul rilancio del welfare e sull’aumento di salari e pensioni. È possibile che Syriza riesca veramente a mantenere le promesse fatte in campagna elettorale, si chiedono ora in molti? Innanzitutto, per formare un governo il partito di Tsipras dovrebbe appoggiarsi ad un secondo partito, vista la mancanza di due seggi in parlamento necessari per ottenere la maggioranza assoluta, ma a prescindere da ciò le probabilità che in Grecia vi possa essere una netta inversione di tendenza rispetto alle politiche di lacrime e sangue imposte dal capitale europeo è a mio parere remota. Non si tratta qui di speculare su ciò che avverrà nelle prossime settimane, quanto di prendere atto di alcuni dati di fatto dai quali non si può prescindere, pena l’astrazione di qualsiasi ragionamento da un contesto reale. Provo a mettere da parte per un attimo la mia ostilità a partiti, elezioni, governi, istituzioni varie e a vedere la faccenda in modo pragmatico e scarno, considerando come valida la via istituzionale. Partiamo dal presupposto che le proposte fatte da Syriza, pur essendo di stampo riformista, porterebbero sollievo, almeno a breve termine, tra gli stati sociali più deboli della popolazione. Tsipras e i suoi colleghi e simpatizzanti sono in gran parte persone giovani, così come è giovane il loro raggruppamento politico, difficile accusarli di essere attaccati al potere a tutti i costi, altrimenti non avrebbero investito le loro energie in una lista di recente creazione che fino a pochi anni fa raggiungeva risultati elettorali trascurabili, perciò prendiamo per buono il presupposto secondo il quale credono veramente in quel che fanno, non sono corrotti (o almeno non ancora…) e sono intenzionati in buona fede nel voler cambiare le condizioni sociali ed economiche del Paese all’interno del sistema parlamentare, governando. Forse lo sanno anche loro, forse non lo vogliono ammettere nemmeno a se stessi o forse hanno una loro strategia, per quanto improbabile, ma dovranno fare i conti col fatto che chi tiene i cordoni della borsa non lascerà che la Grecia scantoni dal corso di riforme neoliberiste imposte dai creditori del Paese. I capitali si sposteranno altrove, niente investimenti, UE e BCE si faranno sentire a modo loro, non ci saranno i soldi per portare avanti le riforme sociali promesse, per rimettere in piedi lo stato sociale, per aumentare stipendi e pensioni. Possibile che il nuovo governo trovi un modo efficace di finanziare il suo programma tramite altri canali, altri partner commerciali? Lo ritengo improbabile. Ritengo improbabile anche una possibilità di intervento esterno sotto forma di golpe per impedire che la Grecia si renda autonoma dai piani di austerità e di riforme neoliberiste, ma d’altra parte un vero e proprio colpo di stato non è l’unico modo nel quale il potere economico-finanziario riesce ad influenzare la situazione di un Paese: a volte basta il caos creato da disordini interni, un paio di parlamentari di maggioranza che fanno i franchi tiratori, nuove elezioni… in un modo o nell’ altro, magari con l’aiuto di quella polizia che per metà vota l’estrema destra e di quell’esercito o di quei servizi segreti eredi di una tradizione reazionaria (o reazionari per natura, a dirla tutta), qualcosa si combina, magari un nuovo governo “pragmatico” e ben disposto a seguire i diktat della troika… e addio sogni di gloria della sinistra parlamentare!

Un’altro aspetto importante, almeno per me in quanto anarchico (modus “validità della via istituzionale” off!), è quello dei movimenti di lotta. Che fine hanno fatto in Grecia? Sembra che proteste, lotte nelle piazze e organizzazione dal basso nei quartieri, esperimenti autogestionari, scioperi e quant’altro siano andati via via riducendosi, perdendo col tempo vitalità. È solo una mia impressione? E se non lo è, ciò dipende dal fatto che chi porta avanti le lotte è semplicemente esausto, messo in difficoltà dalla repressione o che altro, o forse una parte di queste persone, con l’avvicinarsi delle elezioni, ha iniziato a sperare in una via istituzionale per cambiare la situazione attuale? Sono convinto che questo discorso non riguardi gli/le anarchici/che, non almeno ad un livello numericamente degno di nota, ma questi/e non sono le uniche persone che dovrebbero portare avanti un cambiamento socio-economico radicale, nel quale devono invece venir coinvolti ampi strati della società. Se chi realmente vuole cambiare le cose in Grecia, dal basso e in modo radicale in chiave emancipatoria e antiautoritaria, fosse incappato (o dovesse d’ora in poi incappare) nell’illusione parlamentarista, dovrà fare i conti con una vittoria di Pirro. Vinte le elezioni, formato un governo, investiti tempo, energie, speranze e progettualità in tutto questo, dopo la grande delusione arriverebbe la vera sconfitta e difficilmente rimarrebbero risorse impiegabili a breve termine per riportare la lotta nei luoghi che ad essa realmente competono.

 

Atene: rapper antifascista ucciso da neonazista di Alba Dorata.

Nelle prime ore di Mercoledì 18 Settembre un neonazista appartenente al famigerato partito Alba Dorata ha accoltellato ed ucciso ad Atene il rapper antifascista Pavlos Fissas, noto col nome d’arte di Killah P. Il fatto è avvenuto alle prime luci dell’alba, ma la dinamica viene riportata in modo differente a seconda delle fonti: secondo il racconto del padre dell’ucciso, Pavlos si sarebbe trovato in un bar a guardare una partita di calcio con alcuni amici, che tra di loro avrebbero pronunciato frasi di disprezzo nei confronti dei neonazisti di Alba Dorata; un’avventore seduto ad un tavolo vicino, sentendoli, avrebbe telefonato ad alcuni neonazisti per informarli dell’ “affronto” ed essi, giunti sul posto, avrebbero aggredito Pavlos ed i suoi amici: uno avrebbe estratto un coltello e pugnalato a morte il rapper antifascista. Secondo altre versioni, la vittima al momento dell’agguato mortale passeggiava con la fidanzata e altri due amici nel quartiere ateniese di Keratsini, quando sarebbe stato inseguito da un gruppo di neonazisti, al quale se ne sarebbero uniti altri poco dopo; da un’auto fermatasi nei pressi degli aggrediti sarebbe sceso un uomo che avrebbe pugnalato Fissas. Sembrerebbe anche che un gruppo di agenti di polizia dell’unità motorizzata DIAS fossero presenti sul luogo dell’aggressione e non siano intervenuti. Solo in un secondo momento l’assassino è stato fermato e identificato: si tratta di Giorgos Roupakias, 45 anni, residente a Nikaia. I rapresentanti di Alba Dorata hanno cercato di negare i legami tra il loro partito e l’omicida, ma questi ha confessato sia il gesto che la sua affiliazione politica. Nella foto sotto si vede Roupakias durante un’iniziativa di Alba Dorata (accanto al parlamentare di Alba Dorata Barbarousis):

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In risposta all’omicidio del rapper sono state organizzate manifestazioni antifasciste in tutta la Grecia, durante alcune di esse vi sono stati momenti di tensione e scontri con numerosi feriti tra i manifestanti. La polizia ha fatto largo uso di gas lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo (a causa di ciò un manifestante ha perso un’occhio), in alcuni casi ha sparato pallottole di gomma. La rabbia per il vile assassinio di Pavlos Fissas non si placa, non ci sarà pace finchè i neonazisti continueranno a scorrazzare liberi di ammazzare chi vogliono con la copertura di polizia, capitalisti e istituzioni compiacenti alle quali fa comodo che i teppisti di estrema destra facciano per loro il lavoro di sporca manovalanza contro chi si oppone alle attuali condizioni sociali ed economiche lottando per una società migliore e radicalmente diversa da quella attuale.

Per continui aggiornamenti sulla vicenda di Pavlos Fissas consiglio di seguire il sito in lingua inglese Occupied London, che riporta aggiornamenti continui sulla vicenda e sulla risposta antifascista a seguito dell’ennesimo omicidio per mano dei neonazisti in Grecia.

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Svendita totale.

Tre notizie risalenti ai giorni scorsi che non sarebbero dovute passare inosservate: in Polonia viene formalmente abolita la giornata lavorativa di 8 ore, in Italia i sindacati confederali e Confindustria siglano un accordo contro il diritto di sciopero, in Grecia il governo chiude la radiotelevisione pubblica disoccupando in blocco 2500 dipendenti. Reazioni? A parte quelle in Grecia, in Polonia solo qualche debole protesta di circostanza da parte dei sindacati asserviti, mentre in Italia nemmeno quelle: sono i sindacati asserviti ad aver sottoscritto l’ennesimo accordo-scempio coi padroni. Mi chiedo solo cosa pensino della faccenda i lavoratori e le lavoratrici iscritti a CGIL, CISL e UIL…

Immigrati, le vittime nascoste dell’austerità in Grecia.

“Into the Fire” è un documentario indipendente sulla situazione degli immigrati in Grecia, vittime di umiliazioni, soprusi e violenze da parte degli apparati dello Stato e dei neonazisti di Alba Dorata. Diffuso sul web lo scorso 21 Aprile, il documentario è stato finanziato tramite il metodo del crowd funding e tradotto in diverse lingue (per selezionare i sottotitoli cliccare sul simbolo corrispondente in basso a destra).