TTIP e CETA, il neoliberismo che avanza.

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Attualmente UE e USA stranno mettendo a punto un contratto commerciale e sugli investimenti chiamato TTIP (“Transatlantic Trade and Investiment Partnership”, ovvero “partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti”), mentre un simile accordo tra Canada e Unione Europea, chiamato CETA, sta per essere ratificato. Il TTIP, discusso e steso a porte chiuse da un’apposita commissione europea, verrà infine sottoposto all’approvazione del parlamento europeo che non potrà modificarlo, ma solo approvarlo o respingerlo così com’è, il che vale anche per i parlamenti nazionali che dovranno a loro volta deciderne l’approvazione o meno.  Ma di cosa si tratta realmente, cosa stabilisce questo accordo, chi ne giova e quali sono le ricadute sul piano economico, sociale, ambientale, umano? Innanzitutto va detto che l’obiettivo principale del TTIP, del quale solo alcuni dettagli dell’accordo steso in segreto sono finora trapelati, è quello di limitare ulteriormente l’influenza degli Stati nell’economia capitalista, facilitare gli scambi e aumentare il volume degli investimenti a livello internazionale creando la più grande area mondiale di libero scambio, accrescere il potere delle grandi imprese, creare o espandere il mercato a settori non ancora (o limitatamente) da esso coinvolti. Il trattato permette alle imprese private di citare in giudizio gli Stati, portandoli di fronte a un tribunale privato, al fine di impedire che un qualche governo possa interferire con gli interessi dell’impresa stessa e con la sua accumulazione di profitto, costringendo lo Stato (o per meglio dire i contribuenti di tale Stato) a pagare somme esorbitanti in caso di sconfitta, il che fungerebbe anche come deterrente nel caso un governo dovesse avere la malaugurata idea di contrastare i piani di una qualche multinazionale. Accordi commerciali di questo tipo hanno solitamente durata ventennale, il che renderebbe inutile qualsiasi legislazione promulgata in tale arco di tempo tesa ad ostacolarli o “ammorbidirli”. Un altro aspetto previsto dagli accordi è l’ulteriore liberalizzazione di settori pubblici quali trasporti, smaltimento rifiuti, servizio idrico e postale, sanità, beni culturali, che una volta privatizzati difficilmente (nel migliore dei casi!) potrebbero tornare in mani pubbliche. Anche le norme legislative in materia di tutela ambientale, difesa dei/lle consumatori/trici, trattamento dei dati personali, diritti dei/lle lavoratori/trici verrebbero messe in discussione qualora dovessero interferire con la libertà delle imprese. Le conseguenze sono facili da dedurre: riduzione degli standard sociali, sfruttamento ambientale ed umano sempre più sconsiderato, aumento del divario tra ricchi e poveri, difficoltà di accesso per le fasce sociali più svantaggiate a servizi di fondamentale importanza, riduzione della trasparenza. Per il grosso capitale ed i suoi vassalli si tratta di un’occasione da non perdere e per convincerci ci prospettano con l’introduzione di TTIP e CETA un aumento del PIL dei Paesi firmatari dei trattati, aumento dei posti di lavoro e vivacizzazione dei mercati con conseguente miglioramento del tenore di vita per tutti… Ma sí, siate euforici, potrete esportare più facilmente prodotti italiani negli USA e importare dagli USA mais transgenico, simpatiche attività quali il fracking saranno all’ordine del giorno, dovrete avere l’assicurazione sanitaria privata, ma magari con un pò di fortuna vi verrà permesso di vendere un organo vostro o di un vostro familiare per pagarvi le spese, nel caso non siate prima tentati di investire i soldi ricavati in qualche prodotto finanziario garantito da sorridenti banksters e dalla loro parola di boyscout. Non vorrete mica rifiutare il progresso e la modernità, se perdete l’occasione sarete tagliati fuori dalla più grande area di libero mercato svincolato da tutti i vincoli del mondo e il vostro Paese farà la fine dell’Italia (ah, ma il vostro Paese È l’italia…vabbé, ‘sticazzi, volevo dire della Grecia!). Viva la libertà -di essere ancor più schiavi!

Tutto ciò sembra terribile, vero? Eppure non si tratta di una qualche mostruosità uscita dalle menti malate di pochi avidi ricconi da far rientrare nei ranghi del buonsenso grazie a leggi e parlamenti, ma solo della naturale evoluzione della struttura economica capitalista. Gli Stati hanno da sempre offerto al capitalismo l’appoggio e la protezione necessari per andare avanti anche nei momenti di crisi e ora, nonostante qualche prevedibile ma suppongo isolata reticenza, sapranno farsi da parte -senza pertanto sparire- per garantire maggior libertà di movimento ai capitali sul mercato. Chi oggi pensa di trovarsi di fronte a un incubo ha dormito troppo a lungo, perchè l’incubo esiste da parecchio ed ha solo cambiato forma adattandosi ai tempi e alle necessità storiche, ha già da tempo invaso gli aspetti più intimi delle nostre vite e della nostra psiche, influenza i nostri comportamenti, i nostri stili di vita, i nostri modelli di riferimento, desideri, ambizioni, progetti per il futuro e si riproduce anche grazie a noi, alla nostra collaborazione più o meno volontaria e più o meno consapevole, alla nostra passività, alla nostra incapacità di immaginare (figuriamoci costruire!) una realtá diversa sottraendoci a scelte obbligate e mettendo in discussione presunte certezze che ci tengono ancorati alle nostre forme di sudditanza. Non ci si deve quindi stupire se siamo arrivati fino ad una evoluzione come quella prospettata da accordi quali TTIP e CETA, preceduta da altri accordi e associazioni come NAFTA ed EFTA, a loro volta frutto di scelte e circostanze ancor più vecchie, ma non si dovrebbe nemmeno pensare che invertire la tendenza sia impossibile. Bloccare questi nuovi accordi commerciali, che evidenziano per l’ennesima volta l’incompatibilità tra i più basilari interessi reali dell’umanità e gli interessi del sistema economico capitalista, significherebbe recuperare punti su quel terreno di lotta che non può prescindere dalla partecipazione degli oppressi e degli sfruttati di tutto il mondo. Non si tratterebbe di una vittoria sulla quale adagiarsi, ma del recupero di una posizione importante dalla quale ripartire per mettere in discussione e contrastare in maniera profonda qualsiasi forma di capitalismo, sia essa la variante socialdemocratica o quella neoliberista, e, più in generale, qualsiasi forma di dominio.

Elezioni greche, vittoria di Pirro? Un tentativo di analisi.

Il raggruppamento della sinistra (“radicale”, aggettivano in molti) Syriza ha vinto le elezioni politiche in Grecia con la proposta di un programma basato principalmente sull’opposizione alle politiche di austerità imposte al Paese da UE e BCE, sul rilancio del welfare e sull’aumento di salari e pensioni. È possibile che Syriza riesca veramente a mantenere le promesse fatte in campagna elettorale, si chiedono ora in molti? Innanzitutto, per formare un governo il partito di Tsipras dovrebbe appoggiarsi ad un secondo partito, vista la mancanza di due seggi in parlamento necessari per ottenere la maggioranza assoluta, ma a prescindere da ciò le probabilità che in Grecia vi possa essere una netta inversione di tendenza rispetto alle politiche di lacrime e sangue imposte dal capitale europeo è a mio parere remota. Non si tratta qui di speculare su ciò che avverrà nelle prossime settimane, quanto di prendere atto di alcuni dati di fatto dai quali non si può prescindere, pena l’astrazione di qualsiasi ragionamento da un contesto reale. Provo a mettere da parte per un attimo la mia ostilità a partiti, elezioni, governi, istituzioni varie e a vedere la faccenda in modo pragmatico e scarno, considerando come valida la via istituzionale. Partiamo dal presupposto che le proposte fatte da Syriza, pur essendo di stampo riformista, porterebbero sollievo, almeno a breve termine, tra gli stati sociali più deboli della popolazione. Tsipras e i suoi colleghi e simpatizzanti sono in gran parte persone giovani, così come è giovane il loro raggruppamento politico, difficile accusarli di essere attaccati al potere a tutti i costi, altrimenti non avrebbero investito le loro energie in una lista di recente creazione che fino a pochi anni fa raggiungeva risultati elettorali trascurabili, perciò prendiamo per buono il presupposto secondo il quale credono veramente in quel che fanno, non sono corrotti (o almeno non ancora…) e sono intenzionati in buona fede nel voler cambiare le condizioni sociali ed economiche del Paese all’interno del sistema parlamentare, governando. Forse lo sanno anche loro, forse non lo vogliono ammettere nemmeno a se stessi o forse hanno una loro strategia, per quanto improbabile, ma dovranno fare i conti col fatto che chi tiene i cordoni della borsa non lascerà che la Grecia scantoni dal corso di riforme neoliberiste imposte dai creditori del Paese. I capitali si sposteranno altrove, niente investimenti, UE e BCE si faranno sentire a modo loro, non ci saranno i soldi per portare avanti le riforme sociali promesse, per rimettere in piedi lo stato sociale, per aumentare stipendi e pensioni. Possibile che il nuovo governo trovi un modo efficace di finanziare il suo programma tramite altri canali, altri partner commerciali? Lo ritengo improbabile. Ritengo improbabile anche una possibilità di intervento esterno sotto forma di golpe per impedire che la Grecia si renda autonoma dai piani di austerità e di riforme neoliberiste, ma d’altra parte un vero e proprio colpo di stato non è l’unico modo nel quale il potere economico-finanziario riesce ad influenzare la situazione di un Paese: a volte basta il caos creato da disordini interni, un paio di parlamentari di maggioranza che fanno i franchi tiratori, nuove elezioni… in un modo o nell’ altro, magari con l’aiuto di quella polizia che per metà vota l’estrema destra e di quell’esercito o di quei servizi segreti eredi di una tradizione reazionaria (o reazionari per natura, a dirla tutta), qualcosa si combina, magari un nuovo governo “pragmatico” e ben disposto a seguire i diktat della troika… e addio sogni di gloria della sinistra parlamentare!

Un’altro aspetto importante, almeno per me in quanto anarchico (modus “validità della via istituzionale” off!), è quello dei movimenti di lotta. Che fine hanno fatto in Grecia? Sembra che proteste, lotte nelle piazze e organizzazione dal basso nei quartieri, esperimenti autogestionari, scioperi e quant’altro siano andati via via riducendosi, perdendo col tempo vitalità. È solo una mia impressione? E se non lo è, ciò dipende dal fatto che chi porta avanti le lotte è semplicemente esausto, messo in difficoltà dalla repressione o che altro, o forse una parte di queste persone, con l’avvicinarsi delle elezioni, ha iniziato a sperare in una via istituzionale per cambiare la situazione attuale? Sono convinto che questo discorso non riguardi gli/le anarchici/che, non almeno ad un livello numericamente degno di nota, ma questi/e non sono le uniche persone che dovrebbero portare avanti un cambiamento socio-economico radicale, nel quale devono invece venir coinvolti ampi strati della società. Se chi realmente vuole cambiare le cose in Grecia, dal basso e in modo radicale in chiave emancipatoria e antiautoritaria, fosse incappato (o dovesse d’ora in poi incappare) nell’illusione parlamentarista, dovrà fare i conti con una vittoria di Pirro. Vinte le elezioni, formato un governo, investiti tempo, energie, speranze e progettualità in tutto questo, dopo la grande delusione arriverebbe la vera sconfitta e difficilmente rimarrebbero risorse impiegabili a breve termine per riportare la lotta nei luoghi che ad essa realmente competono.

 

Polonia: proteste contro politiche neoliberiste e tagli al welfare.

Fonte: Infoaut.

“Polonia: tre giorni di protesta contro Tusk

4h_50997852 Dall’11 al 14 settembre tutta la Polonia è stata attraversata da scioperi, picchetti, sit-in e cortei. Venerdì, 11 settembre, con lo slogan “O l’esecutivo cede o lanceremo scioperi in tutto il paese” è iniziata la tre giorni di protesta contro le misure d’austerity imposte dall’esecutivo di Tusk. Donald Franciszek Tusk alle elezioni del 2007 ha sconfitto Jaroslaw Kaczynski, nazional-conservatore ed euroscettico, portando avanti una campagna basata sull’europeismo e sul liberalismo sfrenato. Se durante i primi anni del suo mandato la Polonia è andata incontro a una crescita economica, ora l’eurocrisi si fa sentire anche lì. Uno scenario già tristemente noto si è sviluppato in tempi brevi: sotto il diktat della BCE, Tusk ha adottato misure di lacrime e sangue, soprattutto per il settore del mercato del lavoro. L’agenda governativa prevede l’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni (prima 65 per gli uomini e 60 per le donne), riforme restrittive dei diritti di lavoro, aumento dei contratti a tempo determinato e maggiore flessibilità per l’orario lavorativo, tagli all’educazione pubblica e alla sanità.

La popolazione, determinata a resistere e opporsi alle direttive di austerity e all’erosione del welfare, è scesa in piazza, organizzando per la giornata di venerdì picchetti davanti ai ministeri della Salute, dei Trasporti, dell’Educazione, degli Interni, del Tesoro, del Lavoro e delle Politiche Sociali. In seguito, davanti al parlamento sono state montate delle tende per ospitare i momenti assembleari e di dibattito pubblico con temi come l’educazione, la sanità e le riforme del mercato di lavoro.

Le proteste sono culminate sabato con una manifestazione che ha visto più di 120 mila persone riversarsi in piazza e attraversare la città, denunciando le politiche economiche, le inesistenti misure per combattere la disoccupazione che ha febbraio ha sfiorato il 15 percento e i tagli ai servizi pubblici. I manifestanti hanno lanciato un ultimatum a Tusk: o l’esecutivo ritira il suo programma governativo o la Polonia si prepara a uno sciopero generale esteso in tutto il paese.”

Notizie e approfondimenti sui riots a Stoccolma.

Stockholm riots

Alcuni articoli di controinformazione in diverse lingue sulla recente rivolta scoppiata a Stoccolma a seguito dell’omicidio di un anziano da parte della polizia:

“Stoccolma: seconda notte di Rivolta!”, da Infoaut;

“Svezia, calma apparente a Stoccolma ma i riot si estendono”, da Infoaut;

“Ancora sui riots di Stoccolma”, da Infoaut;

“Sweden, Stockholm, Megafonen statement on Stockholm riots”, da A-Ifos (inglese);

“Megafonen: We don’t start no fires”, da Libcom (inglese);

“Solidarität mit den Rebellierenden in Stockholm, da Contra-Info (tedesco);

“Do not treat us like animals”, documentario sull’ organizzazione Pantrarna e sulle problematiche dei quartieri periferici a Stoccolma (svedese, sottotitoli in inglese);

-“Stoccolma Riot. È la fine del capitalismo dal volto umano”, da Anarchaos.

Sulla rivolta sociale in corso in Slovenia.

Fonte: Anarkismo, pubblicato il 18/12/2012.

 

” Rivolta di massa in Slovenia

La scintilla ha acceso la rivolta contro l’elite politico-economica e contro l’intero sistema capitalistico

La Slovenia è scossa dalla prima rivolta di massa degli ultimi 20 anni e dalla prima rivolta in assoluto contro il sistema politico, contro le politiche di austerity, tanto che in alcune città sta assumendo un carattere anti-capitalista.

In meno di tre settimane ci sono state 35 manifestazioni in 18 città, dove più di 70.000 persone sono scese in piazza insieme. Le manifestazioni si sono spesso trasformate in scontri con la polizia che cerca di reprimerle violentemente. 284 persone sono state arrestate, alcune sono state rilasciate, altre no. Molti sono i feriti.

Tutto è iniziato a metà di novembre con le persone che protestavano contro il corrotto sindaco della seconda città della Slovenia, Maribor (già dimessosi). Lo slogan che scandivano era Gotof je (sei finito) che è stato poi utilizzato contro quasi tutti i politici sloveni. In pochi giorni le proteste si sono diffuse in tutto il paese. Stanno diventando sempre più il canale tramite cui le persone esprimono la rabbia verso le condizioni generali in cui versa la società: niente lavoro, nessuna sicurezza, nessun diritto, nessun futuro.

Le manifestazioni sono decentrate, antiautoritarie e non gerarchiche. Ci sono persone che non hanno mai preso parte ad una manifestazione prima d’ora. Ci sono manifestazioni in villaggi e città in cui non si era mai vista una sola protesta fino ad oggi. Le persone stanno creando nuove alleanze, diventano compagni di lotta e sono determinate ad andare avanti fino a che serve. Non sappiamo per quanto riusciranno a restare nelle strade. Ma una cosa è sicura. Le persone stanno sperimentando il processo di emancipazione e stanno acquistando quella voce che gli era stata sempre strappata con la violenza nel passsato. E questo è qualcosa che nessuno gli può più togliere. Qui sotto il comunicato dei gruppi della Federation for Anarchist Organizing (FAO).


 

Nessuna discriminazione, sono tutti finiti!

Negli ultimi giorni la storia ci è caduta addosso con tutta la sua forza. La rivolta a Maribor ha dato inizio a ciò che solo pochissimi immaginavano fosse possibile: il popolo auto-organizzato che mette lo sceriffo locale all’angolo, quindi lo costringe a fuggire in disgrazia. Questa è stata la scintilla che ha acceso una rivolta ancora più grande contro l’elite politico-economica e contro l’intero sistema capitalistico. Noi non abbiamo la sfera di cristallo per sapere cosa succederà, ma ciò di cui siamo certi è che non possiamo aspettarci nulla da romanticherie e atteggiamenti naif, ma possiamo attenderci molto dall’organizzazione e dal coraggio.

Dal basso verso l’alto e dalla periferia verso il centro

Mentre le proteste si diffondevano in tutto il paese, si trasformavano in crescente rivolta contro l’elite al potere e contro l’ordine esistente. Persone di ogni regione stanno usando creativamente i loro dialetti per esprimere lo stesso messaggio ai politici: voi siete tutti finiti. Il carattere decentralizzato della rivolta è uno degli aspetti chiave degli eventi succedutisi. Un altro aspetto è il fatto che l’intero processo fin qui sviluppatosi è del tutto dal basso; non ci sono dirigenti dal momento che le persone non sono rappresentate da nessuno. Al fine di difendere questa solidarietà tra le persone ed al fine di impedire che la rivolta venga recuperata dalla classe politica, è esattamente il decentramento che dobbiamo difendere, promuovere e rafforzare!

Polizia ovunque, giustizia da nessuna parte

Che la polizia si mostri brutale verso le proteste è cosa che non dovrebbe sorprendere. Ciò che sorprende sono le illusioni di guadagnarsi l’appoggio della polizia. E’ vero che la polizia non è l’obiettivo primario di questa rivolta e che lo scontro tra la polizia ed manifestanti non ne costituisce l’unico e definitivo orizzonte. Il bersaglio del popolo in questo conflitto è la classe politica e capitalista ed il sistema nella sua globalità. Tuttavia è anche assolutamente vero che la polizia non è nostro alleato ed in ragione del ruolo che essa svolge all’interno del sistema non potrà mai ed in nessun modo essere alleata di questa rivolta. Non ce lo dimentichiamo: la polizia fa parte dell’apparato repressivo dello Stato. La sua funzione strutturale è quella di difendere l’ordine esistente e gli interessi della classe dominante. Non ha importanza quanto possano essere sfruttati gli individui in uniforme! Finché eseguono gli ordini dei loro superiori essi restano poliziotti e poliziotte. Solo quando si sottraggono a questi ordini, potranno diventare parte della rivolta.

Nutrire qualsiasi illusione sul fatto che la polizia possa stare dalla nostra parte è dunque essere naif fino all’estremo. L’intervento della polizia su queste manifestazioni degli ultimi giorni è stato davvero così non problematico come qualcuno lo dipinge e davvero a favore del popolo in strada? Abbiamo già dimenticato la brutale repressione delle proteste a Maribor e le minacce di Gorenak (ministro degli interni) di dare la caccia a tutti gli organizzatori delle proteste “illegali”?

Non siamo sorpresi nemmeno dal moralismo che si fa sui “rivoltosi” e sulla “violenza”, che si è sviluppato sui social network. il Governo ed i media ci hanno lanciato l’osso e qualcuno c’è subito cascato. Ma cosa sono alcune decine di vetrine rotte, una porta del municipio abbattuta ed i sanpietrini divelti da una strada in confronto alla violenza strutturale dello Stato? Una gioventù senza futuro, la disoccupazione, la precarietà, la riduzione della scolarità, la riduzione dei pasti nelle scuole pubbliche, il decremento di assistenza negli asili, i tagli alla sanità, i tagli ai fondi per la formazione e la ricerca, l’allungamento forzato dell’età pensionabile, il taglio di salari e pensioni, la riduzione delle ferie, il taglio all’edilizia popolare, gioventù forzata a vivere in appartamenti in affitto o con i genitori fino ad età adulta, negazione di ogni diritto agli omosessuali, ai migranti, alle donne ed alle persone la cui origine sociale non rientra tra le religioni e le etnie maggioritarie e molto altro ancora. Per non parlare della corruzione, del nepotismo, del clientelismo e della criminalità della classe dominante. Ci costringono a lavorare di più, ma i frutti del nostro lavoro finiscono sempre nelle mani della classe capitalista. Questo sfruttamento è ciò che costituisce il cuore di questo sistema. Diteci ora, chi commette violenza contro chi? Come osare condannare persone a cui è stato rubato ogni futuro? La gioventù è arrabbiata e non ha niente da perdere. Basta col condannarli; dobbiamo insieme rimettere a fuoco i problemi reali.

Ancora più pericolosi sono i vari appelli per l’auto-repressione e per la cooperazione con la polizia. Non dobbiamo già fare i conti con inaccettabili livelli di sorveglianza, con l’uso delle telecamere e con la repressione? Ci vengono a proporre costoro di aiutare la polizia nella caccia ai “rivoltosi”, consegnarli alla polizia e quindi escludere tanti giovani dalla rivolta a cui hanno contribuito in modo significativo? Cooperare con la polizia significa spararci sui piedi e condannare i giovani che esprimono le loro posizioni in modo più diretto significa divenire strumentali al blocco di ulteriori sviluppi del potenziale di questa rivolta.

Oggi infrangere una vetrina è un atto che viene definito violento dalle autorità. Ma deve essere chiaro che lo stesso metro può essere ben presto applicato a tutte le forme di protesta che non saranno approvate o permesse dalle stesse autorità, che non saranno abbastanza passive e perciò non saranno completamente benevoli. Che sia chiaro agli occhi di questo sistema che ci umilia, che ci deruba e ci reprime anno dopo anno, che siamo tutti rivoltosi. Ancora una volta ribadiamo la nostra piena solidarietà a tutti gli arrestati, chiediamo il loro immediato rilascio, chiediamo di mettere fine alla persecuzione giudiziaria e mediatica nei loro confronti e che vengano resi nulli i provvedimenti amministrativi e le sanzioni emesse a carico delle persone che hanno partecipato alle proteste.

Potere al popolo, non ai partiti politici

Dopo l’iniziale esplosione della rivolta, quando la creatività delle masse si è pienamente manifestata, si è aperto anche un nuovo spazio per la riflessione strategica. Se vogliamo che la rivolta si sviluppi in direzione di un movimento sociale con concrete rivendicazioni, scopi e prospettive, dobbiamo trovare modalità per articolare queste stesse rivendicazioni, che sono già espresse nella rivolta, e pervenire alla forma organizzativa che possa rendere possibile questo processo. Altrimenti la rivolta entrerà rapidamente in agonia e le cose resteranno come sempre.

Per quanto riguarda le rivendicazioni dobbiamo precedere passo dopo passo ed iniziare coll’assumere quelle che sono già state espresse dalla rivolta. Sicuramente dobbiamo preservare quelle strutture del welfare come la sanità e l’istruzione. Dobbiamo anche preservare gli esistenti diritti dei lavoratori. Detto questo dobbiamo altrettanto chiaramente dichiarare che non stiamo lottando per la preservazione del vecchio sistema. Se non possiamo permettere che ci vengano tolti i diritti che abbiamo conquistato con le lotte del passato, dobbiamo altresì mantenere una prospettiva strategica di fondo. Finché esisteranno il capitale e lo Stato, resteranno anche i progetti di sfruttamento e di oppressione nel sistema scolastico, nella sanità ed in tutto il sistema del welfare. Ecco perché dobbiamo auto-organizzarci in queste strutture e non solo negoziare per le briciole. I diritti non sono garantiti per sempre, bisogna conquistarseli con la lotta!

Un segmento della corrotta elite politica si accorgerà forse che nei fatti sono tutti finiti ed abbandoneranno lo scenario politico. Ma ben presto verranno sostituiti da nuovi politici che nuovamente, senza ottenere alcuna legittimazione popolare, prenderanno delle decisioni in nostro nome. I loro interessi non sono i nostri, e ce lo dimostrano ogni giorno i numerosi esempi di nepotismo, di corruzione e di riforme anti-crisi che ci stanno spingendo sempre di più ai margini della società ed oltre.

Ecco perché se ne devono andare via tutti, dal primo all’ultimo. Sarebbe molto ingenuo e naif credere che da qualche parte ci sono politici puri e non corrotti, politici che hanno nel loro cuore nient’altro che il nostro interesse, politici che ci porterebbero fuori dalla crisi e che attendono solo che noi li si voti alle prossime elezioni. E’ il sistema politico ed economico con le sue caratteristiche autoritarie e gerarchiche che rende impossibile poter vivere in modo non alienato e secondo i nostri desideri ed i nostri bisogni. Finché ci sarà il capitalismo, finché una minoranza governa sulla maggioranza e ci spinge ai margini della vita sociale ed economica, le nostre non saranno che vite vuote. Se non resistiamo e se non lottiamo per l’alternativa, ci sarà sempre qualcuno che governerà per noi; i patriarchi nelle famiglie, i decani e la burocrazia studentesca nelle università, i padroni sul lavoro ed i politici al governo. La falsa democrazia che ci offrono in forma di elezioni non è l’unica forma possibile di organizzare la nostra vita sociale.

Organizziamoci lì dove viviamo, dove lavoriamo e dove studiamo

Se vogliamo che questa rivolta e le sue rivendicazioni producano un vero potere sociale, dobbiamo auto-organizzarci. Quando parliamo di organizzazione della rivolta, pensiamo necessariamente a forme che sono diverse dalle modalità di organizzazione socio-politica a cui siamo adusi. Dobbiamo organizzarci dal basso, senza gerarchie e dirigenti; ovunque siamo sfruttati ed oppressi: nei nostri quartieri, nei posti di lavoro, nelle istituzioni della formazione. I contadini dovrebbero unirsi in cooperative; le cooperative dovrebbero connettersi con l’ambiente urbano. L’auto-organizzazione dovrebbe essere spontanea e creativa; dovrebbe sviluppare libere relazioni e stabilire strutture che favoriscano la piena emancipazione degli individui. Dovrebbe seguire i principi della democrazia diretta, della mutua solidarietà, dell’anti-autoritarismo e dell’anti-fascismo.

Quale metodo iniziale per organizzarci suggeriamo l’istituzione di assemblee a democrazia diretta che sono state la prassi dei movimenti insorgenti in tutto il mondo negli ultimi due anni. Possiamo organizzarci localmente in piccoli gruppi ed insieme dare forma al futuro riconoscendo i nostri bisogni e quindi i bisogni delle città e dei villaggi. Insieme possiamo avanzare proposte e scoprire le nostre potenzialità, tanto da accorgerci che siamo noi stessi capaci di realizzare più o meno tutto della nostra vita. Questo è come costruiremo un’unità fatta di fratellanza e sorellanza, in cui ci sia abbondanza per tutti, ma nulla per coloro che vorrebbero governarci.

Il passo successivo potrebbe essere il coordinamento mutualistico di questi gruppi e la stabilizzazione di nuove forme di organizzazione di questa rivolta dispersa ed in evoluzione. Suggeriamo che, sulla base dei nostri principi comuni, ci si unisca in un fronte di gruppi, di organizzazioni e di individualità. Questo fronte dovrebbe essere ideologicamente aperto, inclusivo e basato su rivendicazioni comuni. Dovrebbe essere un fronte organizzato orizzontalmente, senza organismi centrali e senza burocrati; e basato sull’autonomia degli individui e su un processo decisionale fondato sulla democrazia diretta.

Invitiamo tutti i gruppi, le organizzazioni e le individualità che si ritrovano con queste proposte ad organizzarsi nelle loro comunità locali in assemblee aperte, che possano più tardi connettersi l’un l’altra. Riprendiamoci le nostre vite tutti insieme!
Dalle strade e dalle piazze, 6 dicembre 2012

Federation for Anarchist Organizing (FAO), Slovenia

Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali.

http://a-federacija.org [email protected]

 

Cronologia della rivolta

(Città, data, numero di partecipanti, numero di arresti, numero di feriti):Maribor (Marburgo), mercoledì, 21 novembre, 1.500 persone
Maribor, lunedì, 26 novembre, 10.000 persone, 31 arresti (tutti rilasciati il giorno seguente)
Lubiana, martedì, 27 novembre, 1.000 persone
Jesenice, mercoledì, 28 novembre, 200 persone
Kranj (Cragno), giovedì, 29 novembre, 1.000 persone, 2 arresti
Lubiana, venerdì, 30 novembre, 10.000 persone, 33 arresti, 17 feriti
Koper (Capodistria), venerdì, 30 novembre, 300 persone
Nova Gorica (Nuova Gorizia), venerdì 30 novembre, 800 persone
Novo Mesto (Nova Urbe), venerdì 30 novembre, 300 persone
Velenje, venerdì 30 novembre, 500 persone
Ajdovščina (Aidussina), venerdì 30 novembre, 200 persone
Trbovlje, venerdì 30 novembre, 300 persone
Krško, sabato, 1 dicembre, 300 persone
Maribor, lunedì, 3 dicembre, 20.000 persone, 160 arresti, 38 feriti
Lubiana, lunedì, 3 dicembre, 6.000 persone
Celje (Cilli), lunedì, 3 dicembre, 3.000 persone, 15 arresti
Ptuj (Poetovio), lunedì, 3 dicembre, 600 persone
Ravne na Koroškem, lunedì, 3 dicembre, 500 persone
Trbovlje, lunedì, 3 dicembre, 400 persone
Jesenice, martedì, 4 dicembre, 300 persone, 41 arresti
Brežice, martedì, 4 dicembre, 250 persone
Lubiana, mercoledì, 5 dicembre, protesta degli studenti davanti alla Facoltà di Arti, 500 persone
Lubiana, giovedì, 6 dicembre, protesta degli studenti davanti al parlamento, 4.000 persone
Koper, giovedì, 6 dicembre, 1.000 persone, 2 arresti
Kranj, giovedì, 6 dicembre, 500 persone
Izola (Isola d’Istria), giovedì, 6 dicembre, 50 persone
Murska Sobota, venerdì, 7 dicembre, 3.000 persone
Bohinjska Bistrica, venerdì, 7 dicembre, 50 persone
Ajdovščina, venerdì, 7 dicembre, 150 persone
Lubiana, venerdì, 7 dicembre 3.000 persone
Nova Gorica, sabato, 8 dicembre, 300 persone
Brežice, domenica, 9 dicembre 200 persone
Lubiana, lunedì, 10 dicembre, 100 persone
Maribor, lunedì, 10 dicembre, 200 persone (protesta di solidarietà per i fermati)
Ptuj, lunedì, 10 dicembre, 200 persone

ANNUNCIATE:

Lubiana, giovedì, 13 dicembre
Maribor, venerdì, 14 dicembre
SLOVENIA (in ogni città), 21 dicembre

La polizia fa parte dell'apparato repressivo dello Stato. La sua funzione strutturale è quella di difendere l'ordine esistente e gli interessi della classe dominante.

Quale metodo iniziale per tale organizzazione suggeriamo l'istituzione di assemblee a democrazia diretta che sono state la prassi dei movimenti insorgenti in tutto il mondo negli ultimi due anni.

Vedi anche:

-Radio Blackout, “Rivolta sociale in Slovenia”, con intervista a due compagni di Maribor.

31 Ottobre, sciopero generale in Spagna.

L’organizzazione sindacale di base CGT (Confederación General del Trabajo) ha proclamato in Spagna uno sciopero generale per la giornata del 31 Ottobre. Sulle ragioni che hanno spinto a prendere questa decisione e sugli obiettivi che la CGT, con questa ed altre mobilitazioni, intende perseguire, è stato reso noto un comunicato a firma dell’organizzazione sindacale, che ho tradotto nella sua forma riassunta (l’originale lo potete leggere sul sito dedicato all’iniziativa; una versione del comunicato più estesa è stata invece tradotta dall’ufficio relazioni internazionali della FdCA e si trova su Anarkismo):

“Il 31 Ottobre la CGT, insieme ad altre organizzazioni, convoca uno sciopero generale di 24 ore in tutto lo stato Spagnolo perchè il governo, con la sua politica di tagli e riforme ai diritti lavorativi, alla spesa sociale, a salari, pensioni, sanità e educazione, sta smantellando i servizi pubblici essenziali e ci ha postato ad una autentica situazione di emergenza sociale. Dette politiche hanno provocato la disoccupazione di 6 milioni di persone, che il 52% dei giovani non abbia lavoro e sia costretto ad emigrare, che più di 700 mila persone siano state sfrattate dalle loro abitazioni, che milioni di persone stiano ingrossando le file dei poveri, sono politiche che stanno truffando tutta la popolazione per farci pagare la loro crisi. Uno sciopero generale perchè c’è l’amnistia fiscale per i defraudatori e privilegi fiscali per il grosso capitale. Uno sciopero generale perchè la crisi la paghi chi l’ha provocata, perchè i truffatori vengano perseguiti penalmente.

Perchè stiamo indicendo uno sciopero? Che tipo di sciopero?

Lo sciopero generale del 31 Ottobre è in primo luogo uno sciopero del lavoro, quindi dei lavoratori e delle lavoratrici per bloccare le imprese, i trasporti, i servizi, le comunicazioni e le amministrazioni, però è anche uno sciopero del consumo, per attaccare il capitalismo nella sua essenza e ridefinire il modello di sviluppo che sta depredando la vita nel pianeta, così come uno sciopero sociale per esigere diritti e libertà, per cambiare il modello con un’altro del quale possa beneficiare la maggioranza della popolazione attraverso una democrazia diretta e partecipativa.

Alternative della CGT alla crisi:

  • Abolire tutta la legislazione e le riforme aprovate contro i diritti della popolazione.
  • Protezione economica suffciente ai milioni di persone disoccupate.
  • Moratoria degli sfratti fino alla fine della crisi e politica sociale abitativa.
  • Riduzione della giornata lavorativa e dell’età pensionabile. Divieto della ERE (un tipo di procedura di licenziamento collettivo), cottimo, sottocontratti e ore extra.
  • No alla privatizzazione di sanità, istruzione, trasporti, comunicazioni, energia…
  • Accesso universale ai servizi pubblici per tutti e tutte.
  • Sviluppo degli aiuti alle persone non autosufficienti e suddivisione egualitaria dei lavori di assistenza.
  • Riforma fiscale, che paghi di più chi più ha e maggior tassazione di imprese e grande capitale.
  • Banca pubblica sotto controllo sociale che permetta l’accesso delle famiglie alle risorse.
  • Uso del denaro pubblico per la soddisfazione delle necessità delle persone e non per salvare le banche.
  • Abbandono di una politica economica indirizzata alla crescita illimitata e sostituzione con un’altra che tenga conto dei limiti delle risorse del nostro pianeta.
  • Il loro modello di democrazia non ci sta bene. Puntiamo su un altro modello di democrazia diretta, partecipativa e dal basso.”

In appoggio all’iniziativa è stata anche indetta, nella cittá tedesca di Dresda, una manifestazione di solidarietà con lo sciopero generale promossa sempre per il 31 Ottobre dall’Allgemeine Syndikat Dresden (FAU-IAA), che intende anche tematizzare i recenti scioperi in Portogallo, Italia, Grecia e Francia ma anche la situazione dei/lle lavoratori/trici salariati in Germania. Infatti, nonostante il capitalismo tedesco festeggi da vincitore e la popolazione non sia stata ancora colpita duramente dalla crisi così come avviene nei Paesi del Sud Europa, “si è comunque giunti negli ultimi anni ad un massiccio peggioramento della condizione sociale: pensione a 67 anni, calo dei salari reali (diminuzione del potere di acquisto, ndt), peggioramento dell’accesso a istruzione e sanitá, diffusione del lavoro interinale e di altre forme di precariato, umiliazione dei disoccupati e difficoltá di accedere ad alloggi a prezzi economici sono solo alcuni esempi”, si legge nel comunicato dell’Allgemeine Syndikat Dresden, che ricorda che “se noi stessi non agiamo, ci rendiamo responsabili dello sfruttamento di altri esseri umani” e che la manifestazione del 31 a Dresda “deve interessare tutte le persone dipendenti dal salario. Abbiamo bisogno di tutti/e!”