Intervista a Nils Christie su crimine e alternative al carcere.

Nils Christie, criminologo norvegese e teorico del riduzionismo penale, risponde in una intervista del 2002 ad alcune domande sul crimine nella società contemporanea, sui concetti di reato, criminale, punizione, sulle alternative al sistema giudiziario attuale e soprattutto al carcere come strumento punitivo. Sebbene i presupposti che muovono l’analisi di Christie non siano quelli dell’abolizionismo carcerario bensí quelli appunto del riduzionismo, le sue riflessioni dovrebbero interessare chiunque metta in discussione l’esistenza degli Stati e delle loro strutture giudiziarie-carcerarie e la concezione stessa di delitto-punizione. Un ottimo punto di partenza per un confronto delle idee su un tema trascuratissimo, ma di vitale importanza per una critica radicale dell’ideologia dominante e del sistema-Stato nel quale viviamo. L’intervista è tratta dal sito diritto.it :

” IL CRIMINALE NON ESISTE…
Nils Christie: contro il carcere e per un sistema alternativo di soluzione dei conflitti

***

Riportiamo l’intervista del giornalista Zenone Sovilla (già pubblicata sul sito internet

www.nonluoghi.it) al criminologo norvegese Nils Christie, uno dei padri della teoria

riduzionistica in ambito penale. Il docente universitario, autore tra l’altro dell’opera

“Il business penitenziario”, spiega nell’intervista come dietro al ricorrente e spesso

ingiustificato ricorso al carcere ed a sanzioni privative della libertà personale,si

nascondano interessi economici rilevanti, quali quelli della casta dei “professionisti

dei conflitti” (magistrati, avvocati, e non solo). Un business che coinvolge anche,

in particolare negli Stati Uniti e nel Nordamerica, società private a fini di lucro che

amministrano la funzione carceraria. Un business, ammonisce Christie, che potrebbe

prender piede anche in Europa.

(Manuel M. Buccarella)

di Zenone Sovilla

La vita nell’età neoliberista catalizzata dalla televisione che ci chiude in casa e ci sottopone a inquietanti bombardamenti sull’allarme criminalità, rendendoci tutti più soli e diffidenti verso gli altri. Le piazze e le strade che si svuotano la sera trasformandosi nel loro grigiore in un simbolo tragico delle nostre paure. Il cittadino terrorizzato che delega allo Stato la cura della sua angoscia invece di provare a ricostruire le reti sociali. Lo Stato come sistema di controllo/repressione sociale e il carcere come fiorente industria al suo servizio.

Nils Christie studia il controllo del crimine da oltre cinquant’anni e non ha dubbi sulla origine ambientale del comportamento “deviante” rispetto alle convenzioni sociali o alle leggi. In inglese è appena uscita una edizione ampliata del suo “Crime control as industry. Toward gulags, western style” (in Italia la precedente da Elèuthera: “Il business penitenziario. La via occidentale al gulag”, 1998). Da poco è uscito sempre per i tipi di Elèuthera “Oltre la solitudine e le istituzioni. Comunità per gente fuori norma” nel quale Christie descrive cinque esperimenti, in corso in Norvegia da trent’anni, che propongono un’alternativa alla solitudine e alla privazione della libertà cui gli stati costringono gli “anormali”.

 

 

Nella libreria del suo piccolo ufficio all’istituto di criminologia dell’Università di Oslo, il professor Christie ha una sorta di piccolo archivio cartaceo: fascicoli che intitolano “Prigioni negli Stati Uniti”, “Prigioni in Russia”, prigioni, prigioni, prigioni…

“Il grande nemico dell’essere umano – mi dice quando gli chiedo del suo rapporto con i movimenti politici – è spesso lo Stato. Mi hanno appena chiesto un articolo sui <criminali pericolosi> e io ho risposto che allora non scriverò degli individui ma degli Stati. Se finisci in una prigione russa o americana, per esempio, è alto il rischio di non uscirne vivo o di uscirne distrutto dal punto di vista psichico, fisico e sociale. Lo Stato è un elemento decisamente pericoloso per la vita umana, specie nell’ambito del sistema penale. Per questo è fondamentale l’impegno per difendere la società civile: non è possibile assistere a un trend come quello americano che nel corso degli anni Novanta ha visto quasi raddoppiare il numero dei reclusi: due milioni (oltre 700 ogni 100 mila abitanti), molti dei quali poveri o scomodi per il potere. Questo significa che ormai si impiega il sistema penale per dirigere la popolazione, invece di assisterla con il welfare state. E il sistema penale non ha controparti: è difficilissimo ostacolarne la continua espansione in società come le nostre…”.

 

– In che modo si può tentare di incamminarsi verso un sistema alternativo di risoluzione dei conflitti e di approccio al crimine?

 

“C’è un piccolo saggio che scrissi parecchio tempo fa, <Il conflitto come proprietà>, nel quale mi chiedo chi detenga la proprietà dei conflitti: mi sembra tutt’altro che naturale che sia lo Stato. La proprietà deve appartenere ai protagonisti del conflitto. Da questo punto di vista, i giuristi si possono considerare dei <ladri professionisti>, perché rubano i conflitti alla gente”.

– Mi sta portando verso un’ipotesi di abolizionismo del sistema penale’ Come quella del suo collega olandese Louk Hulsman…

“L’abolizionismo va oltre le mie intenzioni, mi sembra poco realistico. Credo che da un lato vada trasferita a metodi di soluzione alternativi – sul modello del giudice di pace – la gran parte dei reati, ma che dall’altro si debba conservare un sistema di garanzie cui una delle parti (la più debole) possa ricorrere per evitare un accordo iniquo. Se io ti ho spaccato il naso con un pugno e poi tu – che sei socialmente più attrezzato e potente – pretendi da me, oltre alle scuse e alle spiegazioni, un risarcimento che mi renderebbe schiavo, devo poter optare per un normale processo in un’aula di tribunale. Insomma, non si tratta di gettare alle ortiche la forma di difesa dei diritti individuali sviluppata nel corso dei secoli; si tratta di migliorarla…”.

 

– In Norvegia esiste la Camera dei conflitti, un’istituzione alternativa al sistema penale. Che risultati sta dando questa esperienza?

 

“All’origine c’era il giusto proposito di trasferire – con l’accordo di entrambe le parti – le cause dal tribunale a un organo di soluzione consensuale del conflitto. Il problema è che le cause che finiscono al sistema alternativo sono decisamente troppo poche e di scarsa rilevanza. Allora chiedo: sulla base di quale diritto la Procura dello stato stabilisce che solo le piccole cause vanno alla Camera dei conflitti’ Qual è la ragione reale che impedisce il canale alternativo, per esempio, a casi seri di violenza, anche quando entrambe le parti, vittima e imputato, sono d’accordo? E’ per tutelare il potere della società. E perché le professionalità che qui entrano in gioco – magistrati, avvocati… – devono difendere i loro interessi, non possono accettare che la gente riesca ad arrangiarsi senza di loro…”.

 

– Trasferire più cause a un sistema di soluzione civile o comunitario, però, significa coinvolgere un numero crescente di persone chiamate a mediare fra le parti…

“Quando la sera cammino per le strade vuote di Oslo vedo dietro le finestre una luce blu. La dentro siede l’intera nazione e guarda la tv. Sarebbe stato molto meglio se, invece, quelle stesse persone fossero riunite in un’assemblea popolare per discutere di un omicidio”.

– In qualche zona del mondo succedeva. Anzi, forse succede ancora…

“In realtà è un metodo antico di risolvere le controversie. Per esempio, era comune che i più anziani della comunità si riunissero per cercare una soluzione a un conflitto. C’era questa consuetudine anche in Norvegia, nelle valli più remote: si cercava naturalmente di evitare il processo penale, perché sarebbe stato un trauma che avrebbe portato con sè nuovi conflitti. Se in un piccolo villaggio una persona viene punita dal Tribunale, questo fatto può accendere la miccia di una guerra civile: non si può. Ora questa tradizione va recuperata e ricreata in Nuova Zelanda, dagli indigeni australiani. La nostra civiltà postmoderna, che domina il mondo, riscopre all’improvviso qualcosa che aveva buttato via. Ma in Nuova Zelanda, per esempio, succede che la creazione di professionalità attorno agli strumenti alternativi appesantisce il processo: torna la domanda di prima: chi ha la proprietà dei conflitti'”.

 

– Nell’esperienza norvegese che tipo di reati vanno alla Camera dei conflitti?

 

“Si arriva al massimo ai piccoli furti nei negozi. I reati che implicano una pena detentiva sono esclusi: così vuole la Procura dello Stato. Così si continua a far danni sociali utilizzando il sistema penale. Se guardiamo, invece, ai conflitti che nascono fra le grandi società commerciali o industriali, ci rendiamo conto che si cerca sempre una mediazione per evitare il muro contro muro in Tribunale, una prospettiva che sarebbe deleteria, foriera di nuovi conflitti. Il concetto mi sembra elementare anche per i rapporti sociali. Dunque, semplicemente non lo si vuole capire”.

 

– Perché?

 

“Per un insieme di ragioni, credo. Per cominciare, lo Stato, ogni organizzazione statuale, vuole poter governare e giudicare gli individui; le professioni coinvolte, come ho già detto, vivono dei conflitti sociali e più ce ne sono meglio è; poi, abbiamo la nostra tradizione culturale così legata all’idea del castigo, alla quale, certo, si contrappone la corrente che sostiene il perdono”.

 

– Mi sembra un meccanismo perverso che alimenta il regime della delega al “sistema”, che favorisce la sottrazione di responsabilità ai singoli componenti della società e la perdita di consapevolezza sui doveri e sui diritti del vivere in comunità. In definitiva, un altro ambito organizzativo che sembra fatto apposta per allontanare l’individuo e la sua proiezione identitaria dall’incontro con gli altri…

 

“Rianimare la vita sociale, gli intrecci e i dialoghi fra le persone, mi sembra, infatti, uno degli effetti collaterali significativi di un percorso alternativo per la soluzione dei conflitti”.

 

– L’idea di fondo di questi percorsi alternativi è il superamento del concetto di pena. Ma in che senso?

 

“Sto scrivendo un libro che si intitola <Il crimine non esiste>. Esiste l’azione. Poi le va dato un significato. Era un individuo malato? Ineducato? Arrabbiato? O forse era mio figlio che aveva <preso in prestito> un po’ di soldi senza chiedermelo? Oppure si trattava di un delitto? Insomma, un reato da punire o un comportamento da capire? Quali sono le condizioni sociali che determinano la lettura di un’azione nell’una o nell’altra direzione? Se siamo favorevoli a una comunità civile fatta di individui responsabili, se abbiamo questa tendenza anarchica, allora dobbiamo impegnarci a organizzare la società in modo che le azioni siano viste come qualcosa di diverso da un <delitto>. Le azioni non sono, diventano. Questo vuol dire che non si potrà mai rispondere alla domanda: la criminalità aumenta? Il crimine dipende da che cosa in una data società viene considerato tale. Al massimo si potrà rispondere che è stato <registrato> un aumento di <reati> ma non si potrà dire che la criminalità <è> in aumento. La criminalità è un’opinione”.

 

– Un fenomeno culturale. Dobbiamo capire le azioni anche a prescindere dalle leggi di un dato momento e luogo…

 

“C’è forse qualcuno di noi che con i suoi atti non infrange la legge ogni tanto? No, il codice penale non ci aiuta a capire la criminalità. Siamo in una situazione in cui i politici hanno poco di cui discutere: persi gli ancoraggi ideologici, domina la filosofia del mercato e dei soldi. Chi propone approcci alternativi, come nel mio caso, non viene per nulla ascoltato. Dunque, non ci sono nella politica i portavoce dei valori sociali anti-sistema, non c’è chi <complica> il dibattito; intanto la criminalità diventa un buon terreno per riscaldare gli animi e mietere facili consensi. Questo è evidente in molti Paesi, a cominciare dagli Stati Uniti: se hai l’immagine di un politico troppo debole sul fronte della criminalità, per te è finita; la maggioranza ti volta le spalle, sei amico dei nemici del sistema”.

 

– Considerato che una persona mediamente dotata d’intelletto dovrebbe rendersi conto di quanto sia facile finire fra chi infrange una qualche legge, come mai è così semplice manipolare l’opinione pubblica con l’allarme criminalità?

 

“Perché la stessa persona media di solito non riesce a identificarsi mai con una certa azione <criminale> – reati legati agli stupefacenti, per esempio – e pensa: questo non lo farò mai. Ora, questa mancata capacità di relativizzare, di tentare di capire le situazioni e i conflitti, è legata al crescente isolamento sociale, all’angoscia crescente, quella delle strade vuote di Oslo e delle finestre con la luce blu della televisione. La gente sta chiusa in casa. Guarda la tv e ha sempre più paura. A causa di quello che vede in tv ma anche perché fuori non c’è nessuno; fuori nel buio c’è solo la minaccia criminale. Ecco, allora, che quest’angoscia torna utile al sistema, a chi ruba i conflitti”.

 

– In questo quadro, che cosa dire del ruolo dei media?

 

“Credo che il più significativo sia quello della televisione che, innanzitutto, riduce il nostro tempo sociale, la partecipazione alle varie attività che ci fanno stare insieme con gli altri. Inoltre, come noto, i mass media sovraespongono i fatti criminali, li rendono talmente centrali da spaventare la gente. E la gente spaventata alimenta il circolo vizioso, se ne sta di più a casa a guardare la tv, fuori un deserto buio. Se guardiamo i dati della polizia sulla criminalità notiamo che tutte le tipologie sono in crescita, a parte il reato d’ingiuria: brutto segno, la gente non si interessa più degli altri… Ci vorrebbero nuovi spazi di riflessione, dibattiti veri e non le cose <primitive> che ci offrono oggi politici e mass-media”.

 

– Un consiglio ai giornalisti?

 

“Per esempio andare a seguire una seduta alla Camera dei conflitti. Vedrebbero che spesso a soffrire sono sia la vittima sia l’accusato che magari non riesce a capire quanto grave sia stata (per la parte lesa) la sua azione e cerca di spiegarsi. Lì i giornalisti si renderebbero conto di come, piano piano, con il dialogo, le due persone cercano di farsi capire. La vittima comincia un po’ alla volta a rendersi conto che l’aggressore è una persona normale; questi comincia a capire quel che ha combinato. Può finire con una stretta di mano e questo mi sembra l’epilogo moralmente più accettabile; di sicuro più di affidare la pratica a un funzionario del sistema penale. In una piccola area dell’Australia in questo periodo è in corso un esperimento che coinvolge l’intera popolazione sulla questione del conflitto e della partecipazione: così si può costruire una nuova consapevolezza.

 

– Una parte delle persone in carcere non ripeterebbe l’atto per il quale sono state punite; un’altra parte, probabilmente sì. Ha senso cercare di mettere a fuoco questa distinzione per determinare l’esistenza di una minoranza di individui che potrebbero potenzialmente reiterare, per esempio, azioni violente?

 

“Non si riuscirebbe mai a capire chi sarebbero i componenti di questa minoranza. Credo che la scelta della detenzione si possa immaginare solo quando fallisce del tutto la mediazione; oppure nei singoli casi di azioni violente così raccapriccianti da far ritenere che il cittadino medio non accetterebbe una condizione diversa per l’imputato. Torniamo agli aspetti culturali. Va tenuto conto, però, che rinchiudere una persona in carcere aumenta la probabilità di reiterazione del reato una volta scontata la pena. Ricordo spesso che se mandiamo i nostri figli a scuola è perché pensiamo che lì imparino delle cose e abbiano una vita sociale; che cosa significa, invece, mandarli in prigione? Come saranno quando usciranno? O vogliamo forse avere dei giganteschi campi di concentramento in cui si entra e non si esce più?”.

 

– C’è chi difende il carcere come strumento preventivo, la pena come deterrente…

 

“E’ molto bassa la probabilità che una persona non compia un’azione perché un altro individuo è stato incarcerato per un atto analogo. Quando uno perde il controllo non pensa certo né al codice penale né a chi sta in cella. E nemmeno chi agisce per un bisogno economico (per esempio, un contadino colombiano che decide di coltivare o trasportare cocaina) o in base a meccanismi di gratificazioni di un ambiente degradato in cui la violenza è l’unico mezzo per emergere. Insomma, si tratta di una battaglia culturale su più fronti”.

 

– In altre parole, siamo tutti potenziali criminali, dipende dall’ambiente…

 

“Ho analizzato a lungo i norvegesi che facevano le guardie nei campi di lavoro nazisti nella Norvegia settentrionale, dove i prigionieri, molti dei quali erano serbi, spesso morivano di stenti. Quelle guardie erano persone normali: pensavano semplicemente che i prigionieri, i “nemici”, erano delle bestie, non degli esseri umani… Uno dei sopravvissuti, un serbo, mi ha raccontato che deve la vita a una fatalità: l’aver trovato nel campo un vocabolario tedesco-norvegese che si studiò parola per parola nelle lunghe ore passate in cella. Un giorno mentre il prigioniero marcia in fila indiana nel cortile, la guardia norvegese in testa alla colonna chiede a quella in fondo se ha un fiammifero, un “fyrstikk”; l’altra risponde di no; il serbo allora dice: “Jeg har en fyrstikk”, io ho un fiammifero, e da quel giorno non fu l’unico a non essere trattato come un mostro…”.

Intervista agli anarchici greci dell’AK sulla situazione nel loro Paese.

Intervista di Sean Matthews del movimento irlandese Workers Solidarity Movement ad anarchici greci del Movimento Anti-autoritario (AK), pubblicata in italiano sul sito Anarkismo lo scorso 22 Gennaio.

 

” Intervista ad anarchici greci sulla situazione in Grecia

 

Lo scorso weekend in una delle più ampie dimostrazioni di forza dell’ultimo decennio, migliaia di anarchici hanno manifestato contro lo sgombero violento degli squats di Villa Amalias, di Skaramagka e di Patision Streets ad Atene ed anche contro il clima molto pesante di repressione che la polizia e lo Stato hanno sviluppato nel paese degli ultimi mesi. Qui sotto l’intervista con uno dei più numerosi gruppi anarchici greci – il Movimento Anti-Autoritario (AK) sull’attuale fase politica e sociale in Grecia, sulla minaccia rappresentata dall’estrema destra e naturalmente sull’intervento del movimento anarchico.

Potete darci qualche elemento di contesto sulla crisi in corso, sul programma di austerità in Grecia e sui suoi effetti sulla classe lavoratrice?

La crisi attuale ha colpito la società greca in profondità. La disoccupazione e la povertà sono aumentate enormemente. Ci sono famiglie senza cibo o senza elettricità. Ogni giorno che passa ci sono persone che perdono il loro lavoro. Un sacco di persone se ne vanno all’estero per cercare lavoro. E noi pensiamo che questo sia solo l’inizio. Siamo di fronte davvero ad un altro esperimento della “dottrina dello shock”.

L’anarchismo ha forti radici in molte zone del mondo. Quando si è sviluppato in Grecia e quali sono adesso i suoi punti di forza e di debolezza?

Gli anarchici sono presenti in Grecia dal 1900. Tuttavia, la grande crescita del movimento anarchico greco si è avuta negli anni ’80. Ci sono tanti punti di forza e di debolezza. Possiamo menzionare la partecipazione e la solidarietà alle lotte sociali dei lavoratori, degli immigrati o dei detenuti, la forza dei giovani, la lotta contro la repressione e contro il capitalismo. Bisogna fare una menzione speciale della lotta e degli scontri contro i tagli e le misure di austerità del FMI.

Che cos’è il Movimento Anti-Autoritario (AK), a quale tipo di attività e di lotte partecipa in termini di campagne sindacali e sul territorio?

AK è una rete di assemblee in alcune città del paese. Partecipiamo ad una varietà di lotte. Al momento la nostra campagna principale è quella a supporto dei lavoratori della fabbrica “VioMe”, che sono in procinto di prendersi la fabbrica per lavorarci in modo auto-organizzato, poi c’è la lotta in solidarietà con gli abitanti di Halkidiki, Kilkis e Tracia, contro le miniere d’oro che verranno aperte in queste regioni (un investimento veloce e diretto che sarebbe una catastrofe per loro) ed in genere il sostegno alle lotte locali contro la scelte catastrofiche e sfruttatrici dello Stato e del capitale. In Tessalonica facciamo parte anche di 2 centri sociali (“Micropolis” e “Scholeio”), in cui al momento stiamo cercando di creare nuove forme auto-organizzate e strutture di solidarietà economica e sociale per rispondere alla crisi e per lavorare verso la proposta di un diverso stile di vita, in una società diversa. Come vedi, la situazione oggi è critica in Grecia e ci sono fondamentalmente 2 strade da scegliere: l’abbruttimento di massa o la creatività. In questo processo noi collaboriamo con un sacco di persone e di gruppi in Tessalonica ed in tutta la Grecia, che lavorano a progetti simili ai nostri. Infine, ma non ultimo, il nostro impegno nella lotta antifascista che costituisce un fattore cruciale dato che il partito neo-nazista in Grecia continua a crescere….

Quanti anarchici sono detenuti nelle carceri greche?

Ce ne sono più di 20. Per lo più sono accusati di lotta armata.

Molta stampa estera come il giornale “The Guardian” ha posto l’enfasi sulla preoccupante crescita del partito di estrema destra Alba Dorata, facendo confronti con la Repubblica di Weimar dei primi anni ’30.

Chi sono questi e cosa fanno gli anarchici e gli anti-fascisti per combattere la loro influenza?

C’è una crescita dei neo-nazisti e non solo del partito di estrema destra Alba Dorata. Non solamente la crisi, ma anche lo Stato hanno procurato questa crescita. Alba Dorata è sempre stato uno strumento nelle mani dello Stato, laddove la polizia non poteva intervenire. Lo Stato ha agito in modo più nazista degli stessi nazisti. La creazione di centri di detenzione per rifugiati, le percosse contro i manifestanti, contro i rifugiati, le recenti torture di anti-fascisti nei commissariati di polizia, la ben nota fratellanza tra la polizia ed Alba Dorata (il 50% della polizia ha votato per loro)… Tutto ciò sta portando ad una crescita dei nazisti.

Con lo sviluppo di Alba Dorata, c’è stato anche uno sviluppo del movimento anti-fascista. A parte l’informare la società sul ruolo di Alba Dorata e sui suoi rapporti con la polizia, c’è anche una lotta per tenerli lontano dalle strade e per minimizzare la loro presenza nella società. Finora, sembra che siamo in grado di farlo, nonostante l’appoggio che loro ricevono dallo Stato.

Qual è la vostra visione sulla crescita del partito di estrema sinistra Syriza? E’ stato votato dal molti anarchici nelle ultime elezioni?

Prima di tutto, Syriza non è per niente un partito radicale. Ricordiamo il benvenuto datogli dopo le ultime elezioni. “Diamo a Syriza il benvenuto nell’inferno autoritario”. Syriza ha ottenuto questo risultato grazie al movimento di Piazza Syntagma, ma non è il movimento. E’ un partito di sinistra che lotta per il governo. Non sappiamo quanti anarchici abbiano votato per Syriza. Possiamo dire che la nostra assemblea – in Tessalonica – non ha votato affatto.

Nonostante più di una dozzina di scioperi generali, l’attuale governo di Nuova Democrazia continua ad imporre feroci misure di austerità su ordine del FMI e della UE. Quale pensate sarà il prossimo passo e quale ruolo dovrebbero svolgere gli anarchici in queste lotte?

Non è facile prevedere la prossima mossa. Una cosa abbiamo capito, dopo aver lottato per 3 anni contro un regime deliberatamente repressivo, e cioè che i modi “tradizionali” di lottare contro le loro politiche non sono efficaci in questa situazione. Per cui oggi, stiamo cercando di creare nuovi legami con diverse parti della società che possano aiutarci a resistere ed a costruire qualcosa di nuovo. Cerchiamo di dimostrare alla società che c’è un’alternativa senza lo Stato e senza il capitalismo. E’ una strada dura ed in salita, lo sappiamo, ma non lotteremmo per questo se non pensassimo che può essere possibile. Noi non parliamo a nome di tutti gli anarchici, ma solo delle nostre scelte e della nostra strategia come AK.

Quale ruolo possono avere gli anarchici degli altri paesi per aiutare il movimento greco?

La solidarietà è la cosa più importante in questo momento. La solidarietà aiuta le persone a lottare e dà coraggio. E’ vitale anche fare pressione sulle autorità. Dà speranza vedere che ci sono compagni e persone fuori della Grecia che ci sono vicini e che seguono ciò che accade qui. Così non ci sentiamo soli in questo attacco da parte dello Stato e del capitale. Inoltre noi siamo sempre disponibili ad incontri ed a collaborazioni con gruppi e collettivi europei ed in particolare dei paesi PIIGS per condividere riflessioni, esperienze e forme di lotta. Non dovremmo essere soli in questo momento. Voi non dovreste essere soli. Dobbiamo stare insieme. Per queste ragioni lo scorso anno abbiamo partecipato alla rete anticapitalista europea M31 (http://march31.net/).
Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali.

Altri links:

Occupied London – aggiornamenti ed analisi dalle strade della Grecia (in lingua inglese)
Greece’s uncertain future – un breve documentario “

Sulla rivolta sociale in corso in Slovenia.

Fonte: Anarkismo, pubblicato il 18/12/2012.

 

” Rivolta di massa in Slovenia

La scintilla ha acceso la rivolta contro l’elite politico-economica e contro l’intero sistema capitalistico

La Slovenia è scossa dalla prima rivolta di massa degli ultimi 20 anni e dalla prima rivolta in assoluto contro il sistema politico, contro le politiche di austerity, tanto che in alcune città sta assumendo un carattere anti-capitalista.

In meno di tre settimane ci sono state 35 manifestazioni in 18 città, dove più di 70.000 persone sono scese in piazza insieme. Le manifestazioni si sono spesso trasformate in scontri con la polizia che cerca di reprimerle violentemente. 284 persone sono state arrestate, alcune sono state rilasciate, altre no. Molti sono i feriti.

Tutto è iniziato a metà di novembre con le persone che protestavano contro il corrotto sindaco della seconda città della Slovenia, Maribor (già dimessosi). Lo slogan che scandivano era Gotof je (sei finito) che è stato poi utilizzato contro quasi tutti i politici sloveni. In pochi giorni le proteste si sono diffuse in tutto il paese. Stanno diventando sempre più il canale tramite cui le persone esprimono la rabbia verso le condizioni generali in cui versa la società: niente lavoro, nessuna sicurezza, nessun diritto, nessun futuro.

Le manifestazioni sono decentrate, antiautoritarie e non gerarchiche. Ci sono persone che non hanno mai preso parte ad una manifestazione prima d’ora. Ci sono manifestazioni in villaggi e città in cui non si era mai vista una sola protesta fino ad oggi. Le persone stanno creando nuove alleanze, diventano compagni di lotta e sono determinate ad andare avanti fino a che serve. Non sappiamo per quanto riusciranno a restare nelle strade. Ma una cosa è sicura. Le persone stanno sperimentando il processo di emancipazione e stanno acquistando quella voce che gli era stata sempre strappata con la violenza nel passsato. E questo è qualcosa che nessuno gli può più togliere. Qui sotto il comunicato dei gruppi della Federation for Anarchist Organizing (FAO).


 

Nessuna discriminazione, sono tutti finiti!

Negli ultimi giorni la storia ci è caduta addosso con tutta la sua forza. La rivolta a Maribor ha dato inizio a ciò che solo pochissimi immaginavano fosse possibile: il popolo auto-organizzato che mette lo sceriffo locale all’angolo, quindi lo costringe a fuggire in disgrazia. Questa è stata la scintilla che ha acceso una rivolta ancora più grande contro l’elite politico-economica e contro l’intero sistema capitalistico. Noi non abbiamo la sfera di cristallo per sapere cosa succederà, ma ciò di cui siamo certi è che non possiamo aspettarci nulla da romanticherie e atteggiamenti naif, ma possiamo attenderci molto dall’organizzazione e dal coraggio.

Dal basso verso l’alto e dalla periferia verso il centro

Mentre le proteste si diffondevano in tutto il paese, si trasformavano in crescente rivolta contro l’elite al potere e contro l’ordine esistente. Persone di ogni regione stanno usando creativamente i loro dialetti per esprimere lo stesso messaggio ai politici: voi siete tutti finiti. Il carattere decentralizzato della rivolta è uno degli aspetti chiave degli eventi succedutisi. Un altro aspetto è il fatto che l’intero processo fin qui sviluppatosi è del tutto dal basso; non ci sono dirigenti dal momento che le persone non sono rappresentate da nessuno. Al fine di difendere questa solidarietà tra le persone ed al fine di impedire che la rivolta venga recuperata dalla classe politica, è esattamente il decentramento che dobbiamo difendere, promuovere e rafforzare!

Polizia ovunque, giustizia da nessuna parte

Che la polizia si mostri brutale verso le proteste è cosa che non dovrebbe sorprendere. Ciò che sorprende sono le illusioni di guadagnarsi l’appoggio della polizia. E’ vero che la polizia non è l’obiettivo primario di questa rivolta e che lo scontro tra la polizia ed manifestanti non ne costituisce l’unico e definitivo orizzonte. Il bersaglio del popolo in questo conflitto è la classe politica e capitalista ed il sistema nella sua globalità. Tuttavia è anche assolutamente vero che la polizia non è nostro alleato ed in ragione del ruolo che essa svolge all’interno del sistema non potrà mai ed in nessun modo essere alleata di questa rivolta. Non ce lo dimentichiamo: la polizia fa parte dell’apparato repressivo dello Stato. La sua funzione strutturale è quella di difendere l’ordine esistente e gli interessi della classe dominante. Non ha importanza quanto possano essere sfruttati gli individui in uniforme! Finché eseguono gli ordini dei loro superiori essi restano poliziotti e poliziotte. Solo quando si sottraggono a questi ordini, potranno diventare parte della rivolta.

Nutrire qualsiasi illusione sul fatto che la polizia possa stare dalla nostra parte è dunque essere naif fino all’estremo. L’intervento della polizia su queste manifestazioni degli ultimi giorni è stato davvero così non problematico come qualcuno lo dipinge e davvero a favore del popolo in strada? Abbiamo già dimenticato la brutale repressione delle proteste a Maribor e le minacce di Gorenak (ministro degli interni) di dare la caccia a tutti gli organizzatori delle proteste “illegali”?

Non siamo sorpresi nemmeno dal moralismo che si fa sui “rivoltosi” e sulla “violenza”, che si è sviluppato sui social network. il Governo ed i media ci hanno lanciato l’osso e qualcuno c’è subito cascato. Ma cosa sono alcune decine di vetrine rotte, una porta del municipio abbattuta ed i sanpietrini divelti da una strada in confronto alla violenza strutturale dello Stato? Una gioventù senza futuro, la disoccupazione, la precarietà, la riduzione della scolarità, la riduzione dei pasti nelle scuole pubbliche, il decremento di assistenza negli asili, i tagli alla sanità, i tagli ai fondi per la formazione e la ricerca, l’allungamento forzato dell’età pensionabile, il taglio di salari e pensioni, la riduzione delle ferie, il taglio all’edilizia popolare, gioventù forzata a vivere in appartamenti in affitto o con i genitori fino ad età adulta, negazione di ogni diritto agli omosessuali, ai migranti, alle donne ed alle persone la cui origine sociale non rientra tra le religioni e le etnie maggioritarie e molto altro ancora. Per non parlare della corruzione, del nepotismo, del clientelismo e della criminalità della classe dominante. Ci costringono a lavorare di più, ma i frutti del nostro lavoro finiscono sempre nelle mani della classe capitalista. Questo sfruttamento è ciò che costituisce il cuore di questo sistema. Diteci ora, chi commette violenza contro chi? Come osare condannare persone a cui è stato rubato ogni futuro? La gioventù è arrabbiata e non ha niente da perdere. Basta col condannarli; dobbiamo insieme rimettere a fuoco i problemi reali.

Ancora più pericolosi sono i vari appelli per l’auto-repressione e per la cooperazione con la polizia. Non dobbiamo già fare i conti con inaccettabili livelli di sorveglianza, con l’uso delle telecamere e con la repressione? Ci vengono a proporre costoro di aiutare la polizia nella caccia ai “rivoltosi”, consegnarli alla polizia e quindi escludere tanti giovani dalla rivolta a cui hanno contribuito in modo significativo? Cooperare con la polizia significa spararci sui piedi e condannare i giovani che esprimono le loro posizioni in modo più diretto significa divenire strumentali al blocco di ulteriori sviluppi del potenziale di questa rivolta.

Oggi infrangere una vetrina è un atto che viene definito violento dalle autorità. Ma deve essere chiaro che lo stesso metro può essere ben presto applicato a tutte le forme di protesta che non saranno approvate o permesse dalle stesse autorità, che non saranno abbastanza passive e perciò non saranno completamente benevoli. Che sia chiaro agli occhi di questo sistema che ci umilia, che ci deruba e ci reprime anno dopo anno, che siamo tutti rivoltosi. Ancora una volta ribadiamo la nostra piena solidarietà a tutti gli arrestati, chiediamo il loro immediato rilascio, chiediamo di mettere fine alla persecuzione giudiziaria e mediatica nei loro confronti e che vengano resi nulli i provvedimenti amministrativi e le sanzioni emesse a carico delle persone che hanno partecipato alle proteste.

Potere al popolo, non ai partiti politici

Dopo l’iniziale esplosione della rivolta, quando la creatività delle masse si è pienamente manifestata, si è aperto anche un nuovo spazio per la riflessione strategica. Se vogliamo che la rivolta si sviluppi in direzione di un movimento sociale con concrete rivendicazioni, scopi e prospettive, dobbiamo trovare modalità per articolare queste stesse rivendicazioni, che sono già espresse nella rivolta, e pervenire alla forma organizzativa che possa rendere possibile questo processo. Altrimenti la rivolta entrerà rapidamente in agonia e le cose resteranno come sempre.

Per quanto riguarda le rivendicazioni dobbiamo precedere passo dopo passo ed iniziare coll’assumere quelle che sono già state espresse dalla rivolta. Sicuramente dobbiamo preservare quelle strutture del welfare come la sanità e l’istruzione. Dobbiamo anche preservare gli esistenti diritti dei lavoratori. Detto questo dobbiamo altrettanto chiaramente dichiarare che non stiamo lottando per la preservazione del vecchio sistema. Se non possiamo permettere che ci vengano tolti i diritti che abbiamo conquistato con le lotte del passato, dobbiamo altresì mantenere una prospettiva strategica di fondo. Finché esisteranno il capitale e lo Stato, resteranno anche i progetti di sfruttamento e di oppressione nel sistema scolastico, nella sanità ed in tutto il sistema del welfare. Ecco perché dobbiamo auto-organizzarci in queste strutture e non solo negoziare per le briciole. I diritti non sono garantiti per sempre, bisogna conquistarseli con la lotta!

Un segmento della corrotta elite politica si accorgerà forse che nei fatti sono tutti finiti ed abbandoneranno lo scenario politico. Ma ben presto verranno sostituiti da nuovi politici che nuovamente, senza ottenere alcuna legittimazione popolare, prenderanno delle decisioni in nostro nome. I loro interessi non sono i nostri, e ce lo dimostrano ogni giorno i numerosi esempi di nepotismo, di corruzione e di riforme anti-crisi che ci stanno spingendo sempre di più ai margini della società ed oltre.

Ecco perché se ne devono andare via tutti, dal primo all’ultimo. Sarebbe molto ingenuo e naif credere che da qualche parte ci sono politici puri e non corrotti, politici che hanno nel loro cuore nient’altro che il nostro interesse, politici che ci porterebbero fuori dalla crisi e che attendono solo che noi li si voti alle prossime elezioni. E’ il sistema politico ed economico con le sue caratteristiche autoritarie e gerarchiche che rende impossibile poter vivere in modo non alienato e secondo i nostri desideri ed i nostri bisogni. Finché ci sarà il capitalismo, finché una minoranza governa sulla maggioranza e ci spinge ai margini della vita sociale ed economica, le nostre non saranno che vite vuote. Se non resistiamo e se non lottiamo per l’alternativa, ci sarà sempre qualcuno che governerà per noi; i patriarchi nelle famiglie, i decani e la burocrazia studentesca nelle università, i padroni sul lavoro ed i politici al governo. La falsa democrazia che ci offrono in forma di elezioni non è l’unica forma possibile di organizzare la nostra vita sociale.

Organizziamoci lì dove viviamo, dove lavoriamo e dove studiamo

Se vogliamo che questa rivolta e le sue rivendicazioni producano un vero potere sociale, dobbiamo auto-organizzarci. Quando parliamo di organizzazione della rivolta, pensiamo necessariamente a forme che sono diverse dalle modalità di organizzazione socio-politica a cui siamo adusi. Dobbiamo organizzarci dal basso, senza gerarchie e dirigenti; ovunque siamo sfruttati ed oppressi: nei nostri quartieri, nei posti di lavoro, nelle istituzioni della formazione. I contadini dovrebbero unirsi in cooperative; le cooperative dovrebbero connettersi con l’ambiente urbano. L’auto-organizzazione dovrebbe essere spontanea e creativa; dovrebbe sviluppare libere relazioni e stabilire strutture che favoriscano la piena emancipazione degli individui. Dovrebbe seguire i principi della democrazia diretta, della mutua solidarietà, dell’anti-autoritarismo e dell’anti-fascismo.

Quale metodo iniziale per organizzarci suggeriamo l’istituzione di assemblee a democrazia diretta che sono state la prassi dei movimenti insorgenti in tutto il mondo negli ultimi due anni. Possiamo organizzarci localmente in piccoli gruppi ed insieme dare forma al futuro riconoscendo i nostri bisogni e quindi i bisogni delle città e dei villaggi. Insieme possiamo avanzare proposte e scoprire le nostre potenzialità, tanto da accorgerci che siamo noi stessi capaci di realizzare più o meno tutto della nostra vita. Questo è come costruiremo un’unità fatta di fratellanza e sorellanza, in cui ci sia abbondanza per tutti, ma nulla per coloro che vorrebbero governarci.

Il passo successivo potrebbe essere il coordinamento mutualistico di questi gruppi e la stabilizzazione di nuove forme di organizzazione di questa rivolta dispersa ed in evoluzione. Suggeriamo che, sulla base dei nostri principi comuni, ci si unisca in un fronte di gruppi, di organizzazioni e di individualità. Questo fronte dovrebbe essere ideologicamente aperto, inclusivo e basato su rivendicazioni comuni. Dovrebbe essere un fronte organizzato orizzontalmente, senza organismi centrali e senza burocrati; e basato sull’autonomia degli individui e su un processo decisionale fondato sulla democrazia diretta.

Invitiamo tutti i gruppi, le organizzazioni e le individualità che si ritrovano con queste proposte ad organizzarsi nelle loro comunità locali in assemblee aperte, che possano più tardi connettersi l’un l’altra. Riprendiamoci le nostre vite tutti insieme!
Dalle strade e dalle piazze, 6 dicembre 2012

Federation for Anarchist Organizing (FAO), Slovenia

Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali.

http://a-federacija.org [email protected]

 

Cronologia della rivolta

(Città, data, numero di partecipanti, numero di arresti, numero di feriti):Maribor (Marburgo), mercoledì, 21 novembre, 1.500 persone
Maribor, lunedì, 26 novembre, 10.000 persone, 31 arresti (tutti rilasciati il giorno seguente)
Lubiana, martedì, 27 novembre, 1.000 persone
Jesenice, mercoledì, 28 novembre, 200 persone
Kranj (Cragno), giovedì, 29 novembre, 1.000 persone, 2 arresti
Lubiana, venerdì, 30 novembre, 10.000 persone, 33 arresti, 17 feriti
Koper (Capodistria), venerdì, 30 novembre, 300 persone
Nova Gorica (Nuova Gorizia), venerdì 30 novembre, 800 persone
Novo Mesto (Nova Urbe), venerdì 30 novembre, 300 persone
Velenje, venerdì 30 novembre, 500 persone
Ajdovščina (Aidussina), venerdì 30 novembre, 200 persone
Trbovlje, venerdì 30 novembre, 300 persone
Krško, sabato, 1 dicembre, 300 persone
Maribor, lunedì, 3 dicembre, 20.000 persone, 160 arresti, 38 feriti
Lubiana, lunedì, 3 dicembre, 6.000 persone
Celje (Cilli), lunedì, 3 dicembre, 3.000 persone, 15 arresti
Ptuj (Poetovio), lunedì, 3 dicembre, 600 persone
Ravne na Koroškem, lunedì, 3 dicembre, 500 persone
Trbovlje, lunedì, 3 dicembre, 400 persone
Jesenice, martedì, 4 dicembre, 300 persone, 41 arresti
Brežice, martedì, 4 dicembre, 250 persone
Lubiana, mercoledì, 5 dicembre, protesta degli studenti davanti alla Facoltà di Arti, 500 persone
Lubiana, giovedì, 6 dicembre, protesta degli studenti davanti al parlamento, 4.000 persone
Koper, giovedì, 6 dicembre, 1.000 persone, 2 arresti
Kranj, giovedì, 6 dicembre, 500 persone
Izola (Isola d’Istria), giovedì, 6 dicembre, 50 persone
Murska Sobota, venerdì, 7 dicembre, 3.000 persone
Bohinjska Bistrica, venerdì, 7 dicembre, 50 persone
Ajdovščina, venerdì, 7 dicembre, 150 persone
Lubiana, venerdì, 7 dicembre 3.000 persone
Nova Gorica, sabato, 8 dicembre, 300 persone
Brežice, domenica, 9 dicembre 200 persone
Lubiana, lunedì, 10 dicembre, 100 persone
Maribor, lunedì, 10 dicembre, 200 persone (protesta di solidarietà per i fermati)
Ptuj, lunedì, 10 dicembre, 200 persone

ANNUNCIATE:

Lubiana, giovedì, 13 dicembre
Maribor, venerdì, 14 dicembre
SLOVENIA (in ogni città), 21 dicembre

La polizia fa parte dell'apparato repressivo dello Stato. La sua funzione strutturale è quella di difendere l'ordine esistente e gli interessi della classe dominante.

Quale metodo iniziale per tale organizzazione suggeriamo l'istituzione di assemblee a democrazia diretta che sono state la prassi dei movimenti insorgenti in tutto il mondo negli ultimi due anni.

Vedi anche:

-Radio Blackout, “Rivolta sociale in Slovenia”, con intervista a due compagni di Maribor.