“Ong in catene: più morti in mare” (da AnarresInfo).

Articolo riportato dal sito “A-Infos”:

“Il 4 luglio i principali quotidiani hanno aperto con il “fallimento” del vertice di Parigi tra Italia, Francia e Germania sull’immigrazione. Macron ha negato l’accesso ai porti della Republique alle navi che raccolgono i migranti in difficoltà nel Mediterraneo. Il governo spagnolo lo ha seguito a ruota. Un esito diverso era decisamente improbabile. Da due anni la Francia ha blindato la frontiera di Ventimiglia, la Svizzera il valico di Chiasso. A poche ore dal summit di Parigi è l’Austria ha deciso di inviare 750 militari al Brennero per bloccare l’accesso nel paese di migranti provenienti dall’Italia. Nel primo semestre di quest’anno, complice una primavera estiva e un primo scorcio d’estate bollente, gli sbarchi sono aumentati rispetto allo stesso periodo del 2016. Pochi osservatori rilevano che il passaggio per il canale di Sicilia è l’unico aperto, dopo la chiusura della rotta balcanica e della via d’acqua dal Marocco alla Spagna.

Poche migliaia di profughi in più sono bastati a giustificare l’ennesimo squillo di trombe sull’eterna emergenza sbarchi. Le politiche emergenziali servono solo a mantenere un clima di allarme, utile a giustificare respingimenti, rimpatri di massa, eliminazione delle garanzie, esternalizzazione della repressione a chi tortura, stupra, incarcera, ricatta, uccide i migranti.

A farne le spese sarà la gente in viaggio. Gentiloni al vertice ha ottenuto la promessa dell’aumento delle quote di immigrati redistribuiti in Francia e Germania. Ma il bottino più grosso, che il presidente del consiglio italiano conta di portare a casa dopo il vertice di Tallinn in Estonia, è l’approvazione di un protocollo destinato a mettere sotto controllo le ONG, che operano nel Mediterraneo e di fatto costituiscono l’unica ancora di salvezza per il popolo dei gommoni.

In un incontro con il ministro degli esteri francese Collomb, tedesco De Maiziere e il commissario europeo Avramopoulos Minniti ha esposto il suo piano.
Il governo italiano intende interdire i porti del Bel Paese alle imbarcazioni che non accetteranno le condizioni fissate dal titolare degli Interni.
Le Ong potranno operare solo se accetteranno a bordo militari della guardia costiera, se terranno sempre acceso il trasponder, se non supereranno il limite delle acque territoriali libiche, se non segnaleranno la loro presenza ai migranti in difficoltà.

Inutile dire che Gentiloni e Minniti si sono ben guardati dal mettere in discussione i trattati di Dublino, che stabiliscono che i profughi e i richiedenti asilo sono tenuti a fare domanda nel paese dove approdano, anche la loro destinazione è un’altra.

In un’intervista uscita martedì 4 luglio sul quotidiano La Stampa Loris De Filippi, presidente della sezione italiana dell’ONG Medici senza Frontiere, che opera nel Mediterraneo con alcune imbarcazioni, ha detto chiaro che il protocollo non fermerà le migrazioni ma aumenterà il numero dei morti in mare. In questi anni il Mediterraneo è divenuto sudario per oltre 30.000 persone. I morti si aggiungeranno ai morti, nel silenzio e nell’indifferenza dei più.

La stretta sulle navi delle Ong che operano nel Mediterraneo è già partita. Ieri mattina una nave di Medici senza Frontiere, la Vos Prudence, è rimasta bloccata al porto di Palermo per questioni burocratiche. Poco prima che la nave salpasse, gli uomini della Capitaneria di Porto sono saliti a bordo per alcuni controlli rilevando che i documenti del direttore di macchina, che doveva sostituire un collega sbarcato a terra per motivi familiari, non erano in regola.

L’attacco e la criminalizzazione delle ONG, partito da Grillo, proseguito dal Procuratore capo di Catania Zuccaro, continuato su molti media, sta per produrre i propri frutti avvelenati e mortali.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Antonio Mazzeo.

https://anarresinfo.noblogs.org/2017/07/05/ong-in-catene-piu-morti-in-mare/ “

Dialogo con un cittadino tedesco qualunque su richiedenti asilo e immigrazione.

Solitamente non sono il primo a iniziare certi discorsi, ma per un motivo o per un altro mi capita di frequente di parlare di argomenti politici e sociali col mio prossimo. Una conversazione fra le tante è quella svoltasi un mese fa circa con un tizio che conosco di vista, una persona “del posto”, quindi tedesco (di nascita e di origine, anche se non ho a disposizione un’albero genealogico che mi dica da dove discendono i suoi antenati, hahaha!) , tra i cinquanta e i sessanta, di professione tassista, definibile in modo molto approssimativo come il classico cittadino tedesco qualunque. Non ricordo come si sia iniziato a parlare di immigrazione, richiedenti asilo e profughi, quel che ricordo lo riporto di seguito, non alla lettera, ma con la volontà di non omettere o modificare nulla -memoria permettendo. Il mio interlocutore è contrassegnato dall’abbreviazione CTQ, cittadino tedesco qualunque, io sono BB, Blackblogger.

CTQ: Mia figlia lavora per un’impresa di pulizie ed è stata incaricata di pulire un centro di accoglienza per richiedenti asilo. Quando lei e le colleghe hanno visto in che condizioni era il posto si sono rifiutate, hanno detto “un conto è pulire, ma spalare via l’immondezza è un’altra cosa!”. Questa gente vive così, ma non gliene frega nulla?

BB: A nessuno piace vivere in mezzo allo sporco. Gli immigrati che da alcuni anni a questa parte arrivano qui in Germania vengono accolti in strutture organizzate in fretta e furia, a volte decenti ma più spesso inadeguate o addirittura pessime. Ho parlato con un paio di persone che lavorano tra il personale addetto alla gestione delle strutture. Mi hanno raccontato di come queste strutture siano carenti, di come a ogni persona costretta a stare là dentro venga dato un tot di cibo, di carta igienica, di shampoo al giorno. Ci sono persone che hanno subíto traumi di natura psicologica, altre che hanno bisogno di cure mediche, molti di loro hanno lasciato amici e familiari nel Paese d’origine, tutti si chiedono quale sia il proprio futuro, ma devono stare tutto il giorno lì senza far nulla con persone che non conoscono e che spesso non parlano la loro lingua, non possono lavorare anche se vorrebbero, devono solo star calme e aspettare. Solo che stare calmi in situazioni del genere è difficile. Io mi stuferei presto…

CTQ: Eh, ma non possiamo mica accoglierli tutti! Vogliono venire tutti in Germania, stanno venendo tutti qui, ma come facciamo?

BB: Interessante, a sentire molti italiani sembra che tutti gli immigrati arrivino in Italia e ci rimangano! Eppure sono i primi a sentire gli effetti della crisi economica: tra il 2008 e il 2012 un milione di stranieri ha lasciato l’Italia (nota: dati riportati da Horaczek/Wiese, “Gegen Vorurteile”, 2015, pag. 27). Pensaci un attimo: la Germania è oggi uno degli Stati più ricchi al mondo. Dopo la Seconda Guerra Mondiale la Germania accolse 10 milioni di profughi (nota: in realtà furono circa 12 milioni!), cacciati dai territori occupati sotto il nazismo. Un Paese devastato dalle bombe, dalla guerra, hai presente le foto di Colonia nel ’45?, che accoglie tutta quella gente. E oggi, con tutti i mezzi a disposizione? Che scusa vogliamo togliere fuori? Certo, non è solo una faccenda tedesca. Si parla tanto di quest’ Europa solidale, ma vediamo che Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e altri Paesi, non solo dell’Est, luoghi di emigrazione per eccellenza, rifiutano di accogliere gli immigrati…sembra che si ricordino che esiste l’Unione Europea solo quando c’è da chiedere qualcosa. Ognuno dovrebbe fare la sua parte, per me è una questione di umanità e di solidarietà.

CTQ: Però io li vedo, molti di loro hanno lo smartphone e non arrivano qui vestiti di stracci. Non sono certo tutti poveri.

BB: Chi fugge dalle zone di guerra non è sempre povero, le bombe non guardano in faccia nessuno. Il fatto che una persona non sia povera non significa che non meriti accoglienza di fronte alle catastrofi. E poi, avere uno smartphone non è segno di ricchezza oggigiorno,alcuni modelli costano un centinaio di Euro… Cos’è, non dirmi che non conosci gente qui che compra cose che non gli servono urgentemente e che non può permettersi, a rate, indebitandosi!

CTQ: Sì, in effetti…

BB: Ci sono anche immigrati che vengono qui perchè a casa loro non hanno un lavoro, né prospettive di trovarne uno decente e non hanno prospettive di ottenere il diritto di asilo. Io penso che tutti abbiano il diritto a rimanere. Anche io se vogliamo posso definirmi un Wirtschaftsflüchtling, sono andato via dal mio Paese per via della disoccupazione e delle condizioni di lavoro che sapevo essere peggiori che qui, solo che io in quanto cittadino di uno Stato dell’UE sono privilegiato rispetto ad un cittadino kosovaro o nordafricano, nessuno mi caccia via di qua, ma non perchè sono migliore degli altri, solo perchè ho un passaporto “fortunato”. Non penso di meritare accoglienza più di chiunque altro solo perchè sono italiano!

CTQ: Gli italiani qui però sono venuti per lavorare, personalmente non ho mai avuto problemi con loro. Ne conosco tanti, lo sai.

BB: Sono venuti qui come gastarbeitern, per lavorare, come i portoghesi, i turchi, i greci e tutti gli altri, grazie a convenzioni con i rispettivi Stati di provenienza, perchè faceva comodo all’economia tedesca. Serviva manodopera. Il benessere economico di questo Paese è stato raggiunto anche grazie allo sfruttamento di quegli immigrati, che oltretutto erano spesso vittime di pregiudizi e discriminazioni da parte di istituzioni e popolazione locale, non dimentichiamolo. I tedeschi vanno in giro per il mondo, non solo in vacanza, ma a studiare o a trascorrere la vecchiaia, ma anche per migliorare la loro condizione economica…hai presente “Goodbye Deutschland”(Nota: programma stile reality nel quale cittadini/e tedeschi/e vengono seguiti nel cercare fortuna in altri Paesi)? È pieno di tedeschi o cittadini di origine tedesca negli USA, in Australia, in Svizzera, Argentina, Austria, Scandinavia… Perchè loro possono e altri no?  È solo una questione di leggi fatte per soddisfare interessi economici, a rimetterci, a pagare spesso con la vita, sono gli esseri umani meno privilegiati. Quel che accade ora in Siria, Iraq, Afghanistan, è anche colpa delle politiche e degli interessi dei Paesi occidentali.

CTQ: Ma io vedo al tg che quelli che arrivano sono uomini giovani…io non lascerei mai indietro la mia famiglia!

BB: No, non sono solo uomini giovani. Magari lo sono più spesso nel caso degli immigrati “economici”, vengono qui con l’obiettivo di trovare un lavoro e farsi raggiungere in seguito dalla famiglia o spedire i soldi ai familiari nel loro Paese, oppure tornare indietro dopo alcuni anni coi risparmi. Tui che conosci tanti italiani qui in Germania, sai che anche molti di loro hanno fatto così. Ognuno ha una storia diversa alle spalle e ci sono diversi motivi per i quali si emigra da soli, sempre che questo sia il caso. Oltretutto quel che vedi in tivú spesso non è autentico e genuino, ci viene mostrato solo quello che si vuole mostrare. Quello che vorrei farti capire è che se non abbiamo informazioni corrette non possiamo farci un’opinione valida, che poggia su basi reali. E se ci dimentichiamo di essere solidali e umani perdiamo qualità preziose che ci aiutano a costruire una società migliore e a convivere in armonia.

CTQ (Dopo una lunga pausa di silenzio, accompagnata da uno sguardo in parte insicuro, in parte indagatore-così almeno lo interpreto io): Sai una cosa? Dovresti fare il politico! Parli bene e hai un sacco di buone idee!

BB (Risata): A me i politici non piacciono. Hanno già i loro piani, non ascoltano certo quelli come me. Non aspettiamoci nulla da loro, dobbiamo essere noi a fare qualcosa. La risposta che stanno dando alla questione dei richiedenti asilo è parte del problema, non una soluzione.

Dopodiché la conversazione cambia argomento e io mi allontano. Non so se sia riuscito a intaccare i luoghi comuni del mio interlocutore, un cittadino tedesco qualunque con gli stessi dubbi, le stesse insicurezze, le stesse frasi di tanti altri. Di sicuro l’ho lasciato senza argomenti, il che capita spesso a chi discute con me, ma non significa granché: forse il giorno dopo ha avuto una discussione sullo stesso tema e ha ripetuto le stesse cose che aveva detto a me, o forse nel frattempo si è dimenticato addirittura che il nostro colloquio abbia mai avuto luogo. Non l’ho più incontrato finora, perciò non lo posso sapere, ma in fondo non ha importanza. Esporre le mie opinioni, che nel corso del tempo sono cambiate almeno in parte, in modo più o meno netto, è quel che faccio da almeno vent’anni a questa parte, quasi quotidianamente. Quel che mi preme è mostrare un’altra prospettiva, spesso in ombra a causa della cattiva informazione, delle paure ataviche, dell’ignoranza, dell’egemonia ideologica del sistema di dominio imperante; mi interessa mettere in dubbio quel che fino ad un momento prima sembrava essere una certezza, far capire che si deve scavare più a fondo per afferrare la sostanza di quel che accade intorno a noi, per poter mettere in discussione tutto, anche se ciò può spaventarci. Non so se ho mai convinto qualcuno/a, sempre che convincere sia la cosa più importante. Di sicuro so che non smetterò.

 

Saronno: 3 giorni contro le frontiere.

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: https://collafenice.wordpress.com/2016/11/17/3-giorni-contro-le-frontiere/

4 Novembre 2016: sciopero generale!

https://anarcomedia.files.wordpress.com/2016/10/manifesto_sciopero_web-21.jpeg?w=215&h=300https://www.cub.it/images/img-pdf/volantini16/locandina-web.jpg

I sindacati USI-AIT e CUB hanno proclamato uno sciopero generale su tutto il territorio italiano per l’ intera giornata del 4 Novembre 2016, al quale ha aderito anche il sindacato SGB. A Milano si svolgerà un corteo, nel resto d’Italia sono previste numerose iniziative locali. Le ragioni di questo sciopero vengono, tra l’altro, spiegate in un articolo apparso sul periodico Umanità Nova: “Il 4 Novembre per uno sciopero non sottomesso alle politiche di palazzo”. Altre informazioni sono disponibili sui siti delle organizzazioni sindacali USI-AIT e CUB. Appoggiamo e diffondiamo!

Germania: NSU, Stato e politiche sull’immigrazione. Un articolo per approfondire.

Il gruppo terroristico tedesco NSU (National-Sozialistischer Untergrund, ovvero “Sottosuolo Nazionalsocialista” o “Clandestinità Nazionalsocialista”), composto da Uwe Böhnhardt, Uwe Mundlos e Beathe Zschäpe, è stato responsabile tra il 1998 e il 2008 di dieci omicidi, tre attentati dinamitardi e numerose rapine. La carriera terroristica del trio è terminata solo con la morte di Böhnhardt e Mundlos, presumibilmente suicidatisi dopo un tentativo fallito di rapina, e col successivo arresto della Zschäpe. È stato allora che l’opinione pubblica è venuta a conoscenza dell’esistenza di questa cellula terroristica neonazista, che è stata capace di uccidere otto persone di origine turca, una di origine greca, una poliziotta tedesca e di compiere attentati e rapine mentre i suoi membri, già noti alle autorità, si muovevano senza temere troppo di essere scoperti e le indagini sugli omicidi e sulle bombe prendevano più che altro di mira le vittime e il loro presunto coinvolgimento in giri malavitosi gestiti da connazionali. Con l’inizio del processo a Beathe Zschäpe è emerso come diversi apparati polizieschi e servizi segreti abbiano insabbiato le indagini, fatto sparire prove, taciuto e coperto gli assassini, mentre ottenevano informazioni da diversi neonazisti in cambio di denaro, a sua volta utilizzato per finanziare le sanguinose attività dell’NSU. Ufficialmente si è parlato di panne, cattivo coordinamento tra le forze di sicurezza e concorrenza tra i diversi reparti, al più di incompetenza individuale. La realtà invece è molto peggiore. Quella che può sembrare una teoria complottista, lo Stato -o alcuni settori che ne fanno parte- che usa gli estremisti di destra come braccio armato illegale per perseguire obiettivi politici e strategici che devono rimanere perlopiù estranei alla conoscenza dell’opinione pubblica, non è una fantasia. Chi pensasse diversamente farebbe bene a ricordare Piazza Fontana, Piazza della Loggia e il treno Italicus in Italia, le rapine e gli attentati del Brabante in Belgio, i colpi di stato in Grecia e Turchia- solo per citare alcuni esempi, i più noti e documentati fra i tanti. Rimane solo da chiedersi cosa ancora non sappiamo riguardo quelle strutture messe in piedi con l’inizio della Guerra Fredda, quanto queste siano ancora funzionanti e quale sia il loro attuale impiego e raggio d’azione al di là dei casi noti.

Nel caso tedesco, il ruolo dello Stato nell’ “affare NSU” èstato trattato approfonditamente in un articolo firmato dal collettivo tedesco Wildcat e ripubblicato in lingua inglese sulla rivista Viewpoint Magazine, del quale trovate qui sotto il link. Pur preferendo la segnalazione e la diffusione di articoli in italiano su questo blog, ritengo l’argomento particolarmente importante e l’articolo altamente informativo e corretto (al di là di qualche dettaglio sul quale dibattere o avere dubbi), quindi invito chiunque non abbia molta dimestichezza con l’inglese ma sia comunque interessato/a a saperne di più a fare uno sforzo nella lettura!

The Deep State: Germany, Immigration, and the National Socialist Underground.

deep stat

Contro il razzismo, il sessismo e tutte le forme di oppressione.

Ogni giorno, in Europa, le donne vengono fatte oggetto di violenze fisiche e psicologiche, partendo dalle battute da ubriachi al bar e finendo con stupri e omicidi. Ma basterebbe dire che ogni giorno, in Europa, le donne vengono fatte oggetto, punto. Oggetti sul mercato del lavoro, tra le mura domestiche, negli spettacolini televisivi per decerebrati, negli spot pubblicitari. Richiami sessuali, carne sul banco della macelleria capitalista, stereotipi, pallide ombre di se stesse e di ciò che potrebbero realmente essere. Eppure non si assite a ondate di indignazione come quella alla quale ci troviamo di fronte dopo gli episodi di violenza collettiva avvenuti a Colonia, in Germania, nella notte di Capodanno, quando numerose donne sono state derubate e molestate sessualmente da gruppi di uomini nei pressi della stazione centrale. La cosa che sembra interessare maggiormente chi discute dell’argomento è l’origine “straniera” di gran parte degli aggressori, una parte dei quali sarebbero addirittura profughi. Dall’indignazione all’isteria collettiva il passo è breve:ancora un passo e siamo alla strumentalizzazione politica. Partiti e movimenti razzisti, insieme ai vertici degli Stati europei che fanno il possibile per accogliere il minor numero di profughi rendendo loro la vita talmente difficile da spingerli ad andarsene senza nemmeno dover fare la fatica di espellerli, parlano di emergenza, “jihad sessuale”, chiudere le frontiere, cacciare i musulmani. Come sempre la strategia del criminalizzare intere categorie di persone in base a singoli episodi funziona, la gente ha paura, le masse sono irrazionali, tanto quelle degli aggressori di Capodanno quanto quelle che vomitano commenti razzisti ad ogni occasione e che scendono per strada in forme organizzate, come Pegida NRW e Ho.Ge.Sa. Con lo slogan “Pegida protegge”, un miscuglio di circa 1700 tra hooligans, neonazisti e razzisti della porta accanto hanno tentato di manifestare a Colonia lo scorso 9 Gennaio. Scrivo “tentato” non perchè il loro corteo sia stato impedito dalla contemporanea mobilitazione antirazzista di 1300 persone nella stessa città, ma perchè, dopo aver come sempre faticato a formare un servizio d’ordine interno al loro corteo composto da persone che non avessero consumato alcool e che non avessero precedenti penali, i razzisti sono stati fermati e riaccompagnati ai loro treni dalla polizia appena hanno iniziato a lanciare contro di essa bottiglie e petardi. Un grande successo, insomma. D’altra parte non ci si poteva aspettare altro da personaggi xenofobi, omofobi e maschilisti che parlano delle “nostre donne da difendere” come se le donne fossero una proprietà, come se le donne non fossero in grado di difendersi non solo fisicamente ma mettendo innanzitutto in discussione i meccanismi di oppressione e dominio sessista ancora vivi nella nostra società, meccanismi che non vengono “da fuori”, ma sono parte integrante della cultura di dominio patriarcale che finora non è certo stata sconfitta, ma ha solo in parte cambiato forma. La strumentalizzazione securitaria delle violenze sulle donne serve solo a rafforzare i meccanismi di controllo e repressione tanto nelle stazioni quanto alle frontiere, la strumentalizzazione razzista delle violenze sulle donne usa la sofferenza di alcune vittime trasformandola in un’arma contro altre vittime: ad esempio, quelle che fuggono dal terrore delle milizie di ISIS/Daesh che hanno fatto del femminicidio e della distruzione di qualsiasi forma seppur minima di emancipazione femminile la propria bandiera. E chi si oppone con maggior fervore alle orde di Daesh, non solo militarmente ma anche progettando concretamente una società liberata dal patriarcato, sono proprio le donne, in Rojava e altrove. Ciò dovrebbbe insegnare qualcosa di fondamentale a noi tutti/e, al di là dell’indiscutibile diritto all’autodifesa: se non si cambia la struttura delle società nelle quali viviamo non si affronta la radice dei problemi che ci affliggono, siano essi razzismo, sessismo, sfruttamento sul lavoro o negazione e repressione dei nostri desideri e delle nostre esistenze. La lotta dei soggetti oppressi è comune, non ha frontiere, sarà sempre in salita, ma è la più degna e necessaria che si possa combattere.

Lieber Afrikaner/Cari africani.

Video satirico tedesco del 2011 sullo splendido rapporto di amicizia tra l’Europa ed i popoli africani e sul generoso trattamento riservato agli immigrati nel vecchio continente. La traduzione in italiano è opera mia.

“Caro africano, già in passato noi europei abbiamo diffuso nel tuo continente benessere e felicità e anche oggi mandiamo a te ed ai tuoi governi molti soldi e molti regali. Naturalmente sappiamo che non tutti da te sono pronti per la democrazia, ma noi siamo tolleranti: finché il commercio funziona, noi non ci immischiamo…altri Paesi, altri costumi! Ma, nel caso con il commercio qualcosa non vada per il verso giusto, ti mandiamo volentieri i nostri “aiutanti per l’economia” in soccorso, perché se l’economia va bene anche le persone stanno bene. Così tutti ci guadagnano qualcosa, noi europei riceviamo da te un pó di materie prime e risorse naturali e ti regaliamo in cambio i prodotti della nostra civilizzazione europea…anche la tua numerosa prole ne risulta contenta! Dopo tutta questa nostra generosità comprendiamo il fatto che tu voglia venire in Europa per ringraziarci personalmente, perciò sosteniamo tutti i Paesi attraverso i quali dovrai viaggiare in modo che essi possano costruire le infrastrutture necessarie a rendere il tuo viaggio il più confortevole possibile. E non é tutto, caro africano: se ce l’hai fatta ad arrivare fino al Mediterraneo, verrai aiutato dai nostri amichevoli dipendenti del Frontex, che faranno in modo che tu non ti perda nell’ immensità del Mediterraneo e ti offriranno lezioni gratuite di nuoto. E visto che ogni anno aumentiamo i finanziamenti per Frontex , loro potranno assicurarti che tu abbia sempre abbastanza acqua a bordo e, lavorando contemporaneamente con i tuoi parenti africani, trasformeranno il fondale marino in una bella passerella. Caro africano, quando ( se ) arrivi da noi in Europa, noi teniamo pronta per te una confortevole sistemazione dove puoi finalmente riposarti in pace dopo il faticoso viaggio durato mesi e puoi partecipare alla nostra lotteria per ottenere l’asilo: se vinci puoi rimanere da noi in Europa e guardare ad un roseo futuro. Se però non vinci non devi comunque essere triste, caro africano, perché ricevi comunque come premio di consolazione un biglietto gratuito per il viaggio di ritorno in Africa…e lì il tempo é molto migliore che qui da noi in Europa!”

Deutsche zuständen.

Fuggono dalla guerra e dalle persecuzioni, affrontano un viaggio rischioso andando incontro ad un futuro incerto lasciandosi alle spalle non solo la vita e i luoghi che conoscevano fino ad allora e ai quali sono legati/e, gli averi ed una qualche forma per quanto illusoria di “sicurezza” e “normalità”, ma spesso anche le persone a loro care. Arrivati/e nei luoghi dove dovrebbero riprendersi dai traumi ed elaborare le perdite subite per poi iniziare una nuova vita, vengono accolti spesso con ostilità…

In Germania, non lo nego, esistono parecchie persone ben intenzionate che si esprimono a favore della “cultura dell’accoglienza” (Willkommenskultur) nei confronti dei profughi e che addirittura sono disposte ad aiutare in prima persona. Ciò è ammirevole, anche se queste volenterose ed accoglienti persone, spesso, fanno discorsi puramente utilitaristici: “appena potranno i rifugiati inizieranno a lavorare, a studiare, a fare apprendistato…siamo sicuri che la maggior parte di loro vuole integrarsi! In un Paese come il nostro, con un basso tasso di natalità e una buona disponibilità di posti di lavoro anche per personale meno qualificato, per giunta in una fase di congiuntura economica positiva, gli immigrati sono una risorsa, pagheranno le tasse, col loro lavoro pagheranno anche le nostre pensioni…inoltre alcuni di loro sono altamente qualificati, il mercato richiede le loro competenze”. E se invece chi mette piede sul suolo teutonico fosse portatore di valori che mettono in discussione l’ordine sociale costituito e volesse sovvertire il sistema economico, produttivo e di consumo e le relazioni sociali mercificate, distruggere le gabbie fisiche e mentali sulle quali questo sistema di dominio si fonda, per promuovere invece una società di liberi ed eguali, come li accogliereste? Hahaha, niente paura, la mia è solo una provocazione! L’emancipazione non verrà “da fuori”, dobbiamo essere noi a promuoverla, tenendo conto che i migranti spesso ambiscono solo ad un cantuccio di benessere e sicurezza “borghesi”, all’integrazione ed al conformismo, all’accesso ai consumi con tutti i beni futili che a loro come a noi stanno tanto a cuore e in cambio dei quali noi come loro sacrifichiamo il nostro tempo ed il mare aperto delle nostre possibilità e potenzialità, salariati ed alienati fino alla tomba…

Ma non è di questo che voglio continuare a parlare, non di quelle persone che, al netto di tutte le critiche e rimostranze nei confronti dei loro ragionamenti funzionali alla logica capitalista, sono sinceramente ben disposte nei confronti dei rifugiati. Non sono in pochi/e a pensarla molto diversamente e non si tratta solo di razzisti dichiarati, militanti di movimenti neonazisti e della destra xenofoba e populista, ma anche dei cosiddetti “cittadini preoccupati”. Costoro, quelli/e del “io non sono razzista, ma…”, si muovano essi in forma spontanea o organizzata, quando trovano il “coraggio” di esporre in modo aperto e collettivo le proprie paure irrazionali ed i propri pregiudizi rappresentano un’ottimo paravento per le attività degli xenofobi politicamente organizzati, ma anche per quei politici al potere che strumentalizzano le azioni delle masse razziste, che nei loro discorsi tornano ad essere “cittadini preoccupati”, per limitare i diritti dei migranti, in uno sporco gioco nel quale le vittime diventano un problema da risolvere. Nulla di nuovo, i tempi e le circostanze variano, ma nella sostanza la storia rischia di ripetersi…

Rostock- Lichtenhagen, Agosto 1992 *: alcune centinaia di neonazisti, assistiti e coperti da circa 3mila “cittadini preoccupati”, attaccano un centro di accoglienza per richiedenti asilo (i cui ospiti, principalmente rom rumeni,vengono evacuati) per poi scatenarsi contro l’adiacente complesso edilizio che ospita più di 100 lavoratori/trici vietnamiti, il tutto sotto gli occhi della polizia “impotente”. Numerosi agenti vengono feriti, pochissimi neonazisti vengono arrestati e spesso rilasciati il giorno dopo, mentre viene impedita con la forza una manifestazione antirazzista di solidarietà agli/e aggrediti/e e 60 attivisti/e vengono arrestati/e. Il pogrom dura in tutto cinque giorni, gli abitanti della palazzina vengono lasciati completamente alla mercè degli aggressori, la folla impedisce il passaggio di pompieri e ambulanze mentre vengono lanciati oggetti, pietre e molotov contro l’edificio. Alla fine, miracolosamente, gli/le immigrati/e vietnamiti riescono a sottrarsi alle fiamme ed al fumo, arrampicandosi sul tetto e rifugiandosi nell’edificio adiacente, dal quale potranno poi venir portati via su due bus. A seguito di questi avvenimenti e delle ripetute aggressioni avvenute prima e dopo di essi ai danni di strutture di accoglienza per immigrati e di persone di origine straniera, il governo allora in carica, formato da cristiano-democratici e liberali, farà approvare con l’appoggio decisivo dei socialdemocratici una legge costituzionale che limita il diritto di asilo in Germania.

Germania, adesso: nel 2014 sono state registrati 247 attacchi a strutture di accoglienza per immigrati e 81 aggressioni di stampo razzista, quest’anno siamo rispettivamente a quota 98 e 26**. Dopo queste ripetute aggressioni, danneggiamenti e incendi, a Tröglitz come a Berlino, a Heidenheim come a Lubecca, c’è da chiedersi se la Storia sia veramente capace di insegnare qualcosa- o piuttosto se le persone siano in grado di imparare da essa. Di sicuro qualcuno ha imparato qualcosa: i politici, che come nei primi anni ’90 del secolo scorso infiammano il dibattito sul diritto di asilo, parlando di “abusi” da parte dei/lle migranti e distinguendo tra Paesi di provenienza a rischio e “sicuri”, differenziando tra chi fugge dalle guerre e chi dalle crisi economiche – pur sapendo che entrambe le cose sono prodotti di un passato coloniale e di un sistema economico basato sullo sfruttamento e sull’iniqua distribuzione delle ricchezze del quale ancora c’è chi raccoglie i frutti amari e chi i profitti- per poi strumentalizzare gli atti di violenza a danno dei migranti e promuovere leggi restrittive nel nome della “volontà popolare” e della “sicurezza”; i neonazisti organizzati e i “cittadini preoccupati”, razzisti e xenofobi, che hanno ancora ben presente che lo Stato è incline ad accogliere strumentalmente almeno una parte delle loro istanze, a patto che vengano presentate con “metodi persuasivi”, consci di rimanere solitamente impuniti per le loro nefandezze. E noi, antifascisti/e, antirazzisti/e, noi che aspiriamo ad un mondo senza barriere e confini dove nessuno/a sia costretto a fuggire e dove chiunque voglia spostarsi possa farlo in piena libertà, cosa abbiamo imparato dal passato? Abbiamo imparato a conoscere meglio i nostri nemici, a contrastare le loro strategie, a costruire solidarietà concreta con chi è costretto/a a fuggire per colpa di crisi economiche, guerre e altre catastrofi provocate dal sistema dominante? Abbiamo imparato a reagire in modo efficace alle guerre tra poveri ed allo sbraitare del ceto medio sulla presunta perdita dei propri privilegi, a denunciare i profitti sulla pelle dei richiedenti asilo, a smascherare intersezioni di intenti e complicità tra politicanti affermati nei salotti borghesi, teppaglia neonazista e sfruttatori/trici capitalisti/e? Siamo riusciti/e finora a raccogliere i frutti dei nostri discorsi quotidiani con la gente, della nostra opera di informazione, siamo riusciti a spingere qualcuno/a a ragionare veramente? Quanti/e dovranno ancora subire ostilità, umiliazioni, aggressioni da parte degli organi statali e della teppaglia razzista, quanti/e ancora dovranno morire come a Solingen e Mölln, quante volte dovremo ancora gridare per le strade “Nie wieder!” temendo che non sia l’ultima volta?

 

*Sul pogrom di Rostock-Lichtenhagen, per approfondire: documentario “The Truth lies in Rostock”.

**Dati pubblicati dalle associazioni Amadeu Antonio Stiftung e PRO ASYL.

“Gli stalker della Libia”.

Fonte: Umanità Nova.

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“Gli stalker della Libia

Da quasi un anno si parla di un nuovo intervento militare in . Periodicamente la questione viene portata alla ribalta dai media ufficiali, occupando il dibattito pubblico per periodi più o meno lunghi. Non più di un mese fa, nel maggio scorso, si è tornati a parlarne, questa volta l’intervento consisterebbe in una missione dell’Unione Europea “per combattere il traffico di esseri umani”. Documenti riservati del Gruppo Politico-Militare e del Consiglio Militare dell’Unione Europea pubblicati da WikiLeaks lo scorso 25 maggio indicavano come possibile inizio delle operazioni militari la fine del mese di giugno. Sullo scorso numero di Umanità Nova è stata analizzata la possibilità di questo tipo di intervento armato1, cerchiamo adesso di inquadrare la questione in un contesto più generale.

Solo negli ultimi mesi si è parlato varie volte di una nuova guerra in Libia.

Ad agosto 2014 mentre le immagini dello Stato Islamico in Iraq saturavano i mezzi di informazione, i giornali in Italia annunciavano un imminente intervento militare in Libia per proteggere i cristiani e per evitare “una deriva somala sull’altra sponda del Mediterraneo”. Intanto si iniziavano a rimpatriare gli italiani dal paese.

A Novembre 2014 il Ministro degli Esteri Gentiloni dichiarava che l’Italia era “pronta ad impegnarsi in prima fila” per inviare truppe in Libia con il mandato dell’ONU perché il paese rappresenta “un interesse vitale per la sua vicinanza, il dramma dei profughi, il rifornimento energetico”2. Nella stessa dichiarazione Gentiloni affermava che l’Italia non si sarebbe rassegnata alla “dissoluzione della Libia”, sottolineando come grazie ai proventi di gas e petrolio – pagati anche da ENI – la banca centrale libica stesse continuando a pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici nonostante la grave situazione del paese. Per questo affermava allora il ministro “Saremo parte attiva nell’individuare una transizione politica unitaria cui subordiniamo l’eventualità di una presenza militare di peacekeeping”.

A metà febbraio 2015 i mezzi d’informazione ufficiali italiani danno grande spazio ad un video dello Stato Islamico in cui vengono decapitati 21 egiziani copti e in cui compare la minaccia “Siamo a sud di Roma”, frase ripresa dai titoli dei giornali. Nel giro di pochissimi giorni la situazione sembra precipitare. L’Italia chiude la propria ambasciata a Tripoli, rimpatria il personale diplomatico e i pochi cittadini italiani ancora presenti in Libia. Il governo di Tobruk, “riconosciuto dalla comunità internazionale”, chiede il supporto militare delle potenze mondiali, “altrimenti l’ISIS arriverà in Italia”. Il Ministro della Difesa Roberta Pinotti dichiara che l’italia è pronta a guidare un intervento ONU in Libia mettendo a disposizione forze di terra3. Il governo fa marcia indietro nei giorni immediatamente successivi.

A metà marzo 2015 si torna di nuovo a parlare di intervento in Libia e il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Danilo Errico dichiara che “l’esercito è pronto per la Libia se Renzi dà il via all’intervento”4.

La notte del 18 aprile 2015 si verifica l’ennesima strage nel Canale di Sicilia, oltre 900 persone risultano morte o disperse nel naufragio dell’imbarcazione con la quale cercavano di raggiungere le coste italiane. Questa strage, causata innanzitutto dalle politiche migratorie dell’UE, è stata utilizzata come pretesto per ritornare a parlare di un intervento militare in Libia. Inizialmente è tornata alla ribalta di un’ipotesi già ventilata nei mesi precedenti, il blocco navale delle acque libiche. L’ipotesi è stata scartata perché un blocco navale costituisce di fatto un atto di guerra, tuttavia la scelta intrapresa dall’UE all’indomani della strage va anch’essa nella direzione della guerra. Infatti al termine del Consiglio Europeo del 23 aprile è stata approvata una dichiarazione in cui si afferma l’impegno a:

– rafforzare la presenza nel Mediterraneo, quindi aumentare le risorse per le operazioni Triton e Poseidon;

– prevenire i flussi illegali, il che significa aumentare il sostegno a quei paesi come Tunisia, Egitto, Sudan, Mali, Niger, a cui di fatto l’UE “appalta” una parte del complesso sistema di controllo delle proprie frontiere. Si parla anche di sviluppare una collaborazione con la Turchia per il controllo dei profughi da Siria e Iraq. È chiaro che queste politiche non fanno che peggiorare le condizioni delle persone che cercano di arrivare in Europa;

– lottare contro i trafficanti, ossia fermare e distruggere le imbarcazioni prima che possano essere utilizzate per le traversate, ma soprattutto iniziare i preparativi per una possibile operazione PSDC (Politica di Sicurezza e Difesa Comune), ossia un’operazione militare UE.

I documenti pubblicati da WikiLeaks sarebbero quindi lo sviluppo di quanto deciso in aprile dal Consiglio Europeo.

Nel maggio 2015 l’intervento militare europeo in Libia per controllare l’immigrazione è entrato nel dibattito pubblico in gran parte dei paesi europei; in partciolare in Italia, dove entra nel vivo proprio in quel periodo la campagna elettorale per le regionali. Il governo italiano però a metà maggio ha smentito ancora una volta la possibilità di un intervento armato in Libia.

Questo inquadramento non è altro che una semplice cronologia, una rassegna stampa incompleta sulle dichiarazioni ufficiali degli ultimi mesi riguardo ad un intervento militare in Libia da parte dell’Italia. Non vuole essere un’analisi politica ma un tentativo di ricostruire brevemente i passaggi degli ultimi mesi per poter avere uno sguardo d’insieme sulla situazione.

È importante capire infatti che la politica portata avanti dal governo italiano in questo contesto non nasce dalla “lotta al traffico di esseri umani”, ma dal tentativo di assicurare gli interessi nazionali in Libia. Gentiloni nel novembre 2014 ha spiegato bene quali fossero questi interessi: il rifornimento energetico e il controllo dell’immigrazione verso l’Italia. Gli interessi che il governo italiano vuole difendere in Libia sono quelli dell’ENI, sono quelli dell’esercito e dell’industria bellica, che da un nuovo intervento militare trarrebbero profitti e garanzie sulla conservazione dei propri privilegi.

Le basi di questa politica sono state gettate nell’ottobre 2013 dall’Operazione Mare Nostrum, con cui l’Italia ha iniziato ad affrontare sul piano del controllo militare la gestione dei movimenti di profughi e migranti.

Il ripetersi nel corso dell’ultimo anno di annunci guerrafondai – seguiti da rapidi passi indietro – da parte del governo italiano non deve farci pensare che il governo non voglia intervenire sul piano militare. È la mancanza di un accordo con le altre potenze in gioco, senza il quale sarebbe impossibile ogni intervento armato italiano, che convince il governo a rinunciare temporaneamente all’intevento militare. Questo perché come si è visto già nel 2011, con la confusione e i contrasti interni alla coalizione che attaccò la Libia, gli interessi spesso contrapposti delle potenze rendono complesso il raggiungimento di un accordo.

La realtà è che in Libia la guerra non è praticamente mai finita dal 2011. La guerra civile in corso vede confrontarsi tre schieramenti, le forze del governo di Tobruk, quelle del governo di Tripoli e quelle sello Stato Islamico. Ma in questi anni le potenze mondiali e regionali sono sempre state presenti, sostenendo in modo più o meno diretto una le fazioni, difendendo i propri interessi economici e mantenendo i propri impianti industriali sul territorio, ma anche intervenendo con raid aerei e blitz di forze speciali, come ad esempio hanno fatto gli USA e l’Egitto.

Le stesse operazioni Mare Nostrum prima e Triton e Poseidon dopo sono già di fatto interventi militari in una guerra in atto.

È chiaro quindi che le storie sul milione di profughi pronto a salpare per l’Italia da un giorno all’altro o sui jihadisti infiltrati sulle imbarcazioni cariche di persone che attraversano il Canale di Sicilia sono solo parte della propaganda che prova a giustificare la guerra.

Nelle ultime settimane è particolarmente evidente l’uso che viene fatto a fini propagandistici dell’immigrazione: dopo una campagna elettorale dai toni violentemente razzisti, nella quale quasi tutti i partiti hanno attaccato la popolazione immigrata, ora il registro è almeno appartentemente cambiato. Il governo critica la mancanza di solidarietà degli altri paesi dell’UE nell’accoglienza dei profughi, mentre i media ufficiali ci mostrano le migliaia di profughi che, tentando di raggiungere altri paesi europei attraverso l’Italia, vengono respinti alle frontiere di Francia, Svizzera e Austria, e costretti a vivere in condizioni tragiche. Ma è il governo stesso ad aver creato ed esasperato questa situazione, per forzare i rapporti con l’Unione Europea e per creare maggiore consenso attorno al governo, creare l’aspettativa di una scelta politica forte e risolutiva, magari appunto una guerra, o forse solo qualche militare in più nelle strade, o magari qualche nuovo lager, pardon “centro di accoglienza”.

La menzogna è sempre alla base della propaganda di guerra, l’esempio più vicino ci viene proprio dall’attacco alla Libia del 2011. Nel 2012, ad un anno dall’attacco, il generale Giuseppe Bernardis, Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, rivelò che il governo Berlusconi aveva tenuto nascosta la diretta partecipazione dell’aeronautica italiana ai bombardamenti. Infatti mentre Berlusconi dichiarava “non bombarderemo mai la Libia” gli aerei italiani avrebbero effettuato 456 missioni di bombardamento approvate dal Governo. Nel 2011 l’esecutivo avrebbe tenuto nascosto il reale impegno dell’aeronautica italiana per “la situazione critica di politica interna”, ovvero per il timore di perdere consensi, di dover fronteggiare ulteriori contestazioni1.

In questa situazione è importante come anarchici riaffermare l’impegno antimilitrista, senza aspettare che si concretizzi l’intervento militare, anche perché in Libia la guerra non è mai finita.

Così come non è mai finita la guerra nei paesi in cui le truppe d’occupazione italiane sono ancora presenti Così come non è mai finita la guerra interna del governo che con i controlli dei militari nelle strade, con i manganelli della polizia e con le condanne della magistratura impone condizioni di vita e di lavoro sempre peggiori e cerca di intimidire coloro che si ostinano a non chinare la testa e continuano a lottare.

1 vedi “Venti di guerra sulla Libia?”, Umanità Nova n.21 del 14 giugno 2015 – http://www.umanitanova.org/2015/06/10/venti-di-guerra-sulla-libia/

2 http://www.huffingtonpost.it/2014/11/26/libia-gentiloni-italia-prima-fila_n_6224370.html

3 http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/ESTERI/pinotti_missione_onu_libano_italia/notizie/1182496.shtml

4 http://www.corriere.it/esteri/15_marzo_16/esercito-pronto-la-libia-se-renzi-da-via-all-intervento-b6f47546-cc1d-11e4-990c-2fbc94e76fc2.shtml

5 http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-11-29/generale-bernardis-notizie-raid-111455.shtml ”

Si scrive tragedia, si legge massacro.

“Coloreremo il mare con il vostro sangue”, minacciavano i jihadisti dell’ ISIS lo scorso Febbraio in uno dei loro deliranti video rivolti all’Italia. A tingere il Mar Mediterraneo non è però il sangue degli italiani, ma quello di migliaia di disperati/e partiti/e su imbarcazioni di fortuna dalle coste del Nord Africa, che finiscono spesso per perdere la vita nel tragitto. Due giorni fa, di fronte a più di 900 migranti vittime dell’ennesima tragedia della disperazione, massmedia e politici di tutta Europa fanno a gara nel proclamare il proprio sdegno e nell’individuare cause e soluzioni per evitare che certi drammi si ripetano in futuro. Fatta la somma delle dichiarazioni che vanno per la maggiore, provenienti da diverse istituzioni e rappresentanti politici e governativi, il messaggio potrebbe suonare all’incirca così: “servono più fondi e mezzi per rendere sicuro il Mar Mediterraneo, le politiche di accoglienza dei rifugiati richiedenti asilo vanno migliorate, va combattuto il traffico di esseri umani e puniti più severamente gli scafisti, le persone che fuggono verso l’Europa vanno aiutate a casa loro”. Lo sciacallaggio degli scafisti e la minaccia dell’ISIS e dei conflitti locali come cause, gli aiuti allo sviluppo per i Paesi fonte di emigrazione e il pattugliamento marittimo come soluzioni…Tutto qui? Di quei 900 esseri umani periti in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa, molti provenivano da Iraq e Afghanistan, Paesi invasi e devastati da guerre imperialiste scatenate da potenze occidentali per puri interessi economici e strategici. È vero che molti fuggono dalle violenze perpetrate da gruppi fondamentalisti islamici, ma è indispensabile ricordare che, prendendo l’esempio della Nigeria, Boko Haram è un problema recente, mentre a devastare ambiente ed economie locali e a spargere il terrore sono da decenni le compagnie petrolifere che rapinano i/le nigeriani/e delle ricchezze della loro terra, fomentando guerre locali e foraggiando regimi autoritari, mettendo a ferro e fuoco i villaggi che si oppongono all’avvelenamento della terra ed alle condizioni di vita miserabili riservate ad ampie fasce della popolazione private delle più elementari fonti di sostentamento. Anche in Siria, mancando la benchè minima volontà da parte delle potenze interessate “a distanza” dal conflitto di risolverlo con la dipolomazia, gruppi come l’ISIS hanno avuto la possibilità di rafforzarsi ed espandere il proprio raggio d’azione grazie al sostegno delle potenze occidentali, che ancora fino a poco tempo fa appoggiavano quest’organizzazione in chiave anti-Assad. A far fuggire tante persone dai loro luoghi di origine sono perciò conflitti, dittature e disastri economici che hanno spessissimo origine nella volontà da parte degli Stati “ricchi” di mantenere ed espandere le proprie ricchezze ed il proprio dominio. D’altra parte, al di là dell’ipocrisia e della retorica dei politicanti europei, di fronte a crescita, competitività, espansione sul mercato, produttività, aumento del prodotto interno lordo, le vite umane contano ben poco, specialemnte se sono quelle di abitanti di Paesi “poveri”. Aiutarli a casa loro dovrebbe significare lasciarli in pace, liberarli dalla morsa delle multinazionali, del debito, delle occupazioni militari, dalla devastazione del territorio, dalle dittature per procura e dai gruppi di mercenari, ma tutto ciò è impensabile per le potenze occidentali. Fuggiti/e verso l’Europa, i/le migranti che sopravvivono al viaggio e agli aguzzini che glielo organizzano devono vedersela con la burocrazia, col razzismo statale e con quello di quei/lle cittadini/e europei/e che temono di perdere i loro privilegi o i loro diritti per mano dei/lle nuovi/e arrivati, non rendendosi conto che i diritti li si conquista con la lotta unitaria di tutti/e gli/le oppressi/e e sfruttati/e e li si perde quando ci lascia dividere da chi ha interesse a dominarci per poterci meglio sfruttare. Ed è proprio lo sfruttamento, il più brutale, che attende gli/le immigrati/e che riescono a rimanere nel vecchio continente. Manodopera a basso costo che esegue le mansioni più logoranti, faticose e pericolose in cambio, nel migliore dei casi, di una scarsa remunerazione e senza la possibilità di far valere i propri diritti legali. Ci sono però una minoranza di immigrati/e che hanno ottimi titoli di studio, esperienza lavorativa in settori particolari: questi servono all’economia “emersa”, pertanto sono ufficialmente i benvenuti ed anche i politici neoliberisti e della destra moderata li accolgono volentieri. Gli/le altri/e vanno bene come carne da macello, capri espiatori, bassa manovalanza, argomenti di bassa lega per partiti e movimenti razzisti, fonte di guadagno per organizzazioni legali e criminali, valvola di sfogo per frustrati e ignoranti incapaci di ribellarsi contro chi è veramente causa della miseria delle loro vite. E pensare che chi fugge verso la Fortezza Europa cerca solo una vita normale. Forse non tutti/e immaginano che ad aspettarli/e ci sia proprio la normalità, con le fauci spalancate, pronta a sbranarli.