Terrorismo islamico e responsabilità dell’Occidente.

A seguito dei diversi attentati di matrice islamica che negli ultimi anni hanno insanguinato l’Europa, numerosi politici, giornalisti e commentatori vari hanno spesso relativizzato le responsabilità dei Paesi occidentali nell’insorgere del fenomeno terroristico, sottilineandone le caratteristiche autoctone e intrinsecamente legate alla natura stessa della religione islamica e alla cultura dei luoghi dove tale culto viene professato.  Pur con le dovute differenze, questi commentatori, solitamente dichiarandosi lontani da qualsiasi intento islamofobo, hanno in comune la tendenza a voler fornire un’alibi alla coscienza del lettore medio, dimenticando come se nulla fosse secoli di politiche coloniali e di imperialismo, di dominio e sfruttamento economico e violenza militare praticate in Giro per il mondo da parte delle potenze occidentali. Gli argomenti principali vertono, in maniera più o meno esplicita, sulla presunta incapacità da parte die Paesii cosiddetti sottosviluppati di Medio Oriente, Nordafrica, eccetera, di fornire stabilità, sicurezza e benessere ai propri abitanti, rimanendo impelagati in conflitti regionali alimentati da governi corrotti e despotici che non concedono ai propri cittadini i diritti liberali ai quali noi siamo abituati da secoli. Concetti quali “Loro non sono passati attraverso la Rivoluzione Francese” e “Nella religione musulmana non esiste separazione fra Stato e Chiesa” vengono ampiamente usati come argomenti a sostegno della discolpa nostrana. Gli opinionisti più progressisti evidenziano come, certamente, vi siano differenze fra diverse concezioni dell’Islam, ma in fin dei conti riconducono la responsabilità delle violenze a logiche in gran parte indipendenti dall’azione svolta storicamente dall’Occidente nelle aree nelle quali il fenomeno ha origine.

Mi sono spesso imbattuto nelle dicharazioni di esponenti della destra tedesca, che, pur non inneggiando apertamente al Terzo Reich, intendevano ridimensionare le responsabilità storiche  della popolazione tedesca, a lor dire soggiogata da pochi individui, di fronte agli orrori della Shoah e del secondo conflitto mondiale. “Es ist Schnee von gestern”, ripetevano, acqua passata come si dice in Italia, un’espressione a metà strada fra il menefreghismo e il colpo di spugna, pronunciata con  leggerezza criminale, con la consapevolezza di chi mette in conto la reiterazione delle nefandezze che relativizza. Nel caso dei rapporti fra Occidente e Medioriente si vorrebbero scordare o perlomeno far slittare in secondo piano fatti storici quali ad esempio l’accordo di Sykes-Picot, tanto per citarne uno fra i più rilevanti, ovvero la creazione di Stati quali Iraq e Siria da parte delle potenze europee Francia e Gran Bretagna per motivi d’interesse economico, politico e strategico. Una dimenticanza univoca visto che un paio d’anni fa lo Stato Islamico, dalle colonne della sua rivista Dabiq, affermava con la sua nascita di infrangere quell’accordo. Allo stesso modo si vorrebbero gettare nell’oblio le politiche del “divide et impera” praticate  da Assad e da altri dittatori  comodi a questa o a quell’altra superpotenza mondiale, in Siria come altrove, sulle popolazioni di Stati creati a tavolino; si vogliono far dimenticare sia il colonialismo esplicito di ieri quanto la dominazione economica di oggi da parte di chi detiene il potere economico e di conseguenza politico, un potere libero di sterminare intere popolazioni devastandone i territori e le economie tradizionali in nome del libero mercato e della crescita economica  senza che si sollevi la stessa ondata di indignazione  alla quale assistiamo dopo ogni attentato compiuto in Europa dagli accoliti del Califfato. Le dinamiche interne al terrorismo islamico esistono, è innegabile. Qualsiasi libro sacro può essere interpretato nel più svariato dei modi, l’oscurantismo fondamentalista e violento è uno dei tanti possibili. Esistono e sono esistiti in passato gruppi terroristici buddisti e cristiani, induisti ed ebraici, musulmani e scintoisti. Quel che ci si deve chiedere è come certi gruppi potrebbero essere sconfitti e, al tempo stesso, come alcuni di essi non lo siano ancora stati. L’invasione dell’Iraq da parte degli eserciti di USA&Co. e le strategie politiche ivi applicate non hanno certo aiutato a far fuori un gruppetto composto originariamente da poche decine di fanatici, né l’opportunistico sostegno statunitense a guerriglieri jihadisti in Afghanistan in funzione anti-sovietica ha contribuito alla stabilità del Paese e alla sicurezza a livello internazionale. Il problema centrale rimane quello di sempre, la logica del dominio: quello che l’Occidente per mezzo dei suoi tentacoli economici, politici e militari esercita nelle aree “povere” e “sottosviluppate” del mondo e quello che alcune forze che vi si oppongono per interessi specifici, oscurantiste e sanguinarie, esercitano in diverse regioni o aspirano ad esercitare. La stessa logica di dominio non guarda in faccia le potenziali vittime degli attentati terroristici di matrice fondamentalista islamica in Occidente, le considera danni collaterali alla stregua di quelli provocati dagli interventi militari in altre aree del pianeta e al tempo stesso si nutre delle paure e delle insicurezze delle persone che in Occidente ci vivono. Chi ha paura è più facilmente disposto a rinunciare ad una parte della propria libertà (già di per sé condizionale!) in cambio di sicurezza almeno apparente. Ed è così che gli strateghi nelle stanze dei bottoni prendono non due, ma interi stormi di piccioni con una sola fava. La paura che rende docili e irrazionali, la richiesta di interventi decisi da parte dei governi, il braccio armato che dovrebbe mettere a tacere il pericolo esterno che si rivolge all’occorrenza contro i “nemici” interni che dissentono, la delega delle soluzioni a chi i problemi consapevolmente li crea, la reiterazione di politiche di dominio, appunto, su scala locale e mondiale. Il terrorismo islamico diviene un’ottima scusa, benzina nel motore del dominio, mentre il terrorismo che ha fatto comodo in passato e fa tuttora comodo al mantenimento dell’ordine costituito e del dominio da parte degli Stati nei quali viviamo viene mascherato, legittimato, giustificato, male che vada negato o attribuito ad altri. I “nostri” sono combattenti per la libertà, mica gente che mette bombe nelle piazze e nei treni o spara sulla folla o rade al suolo interi villaggi!

E noi dovremmo dimenticare, smetterla di indagare le responsabilità dei nostri governi, raccontarci a vicenda menzogne per rendere la realtà accettabile mettendo a tacere le nostre coscienze. Interrogarci sulle logiche profonde di questo sanguinoso circolo vizioso per potervi porre fine? Macchè, è tutta colpa di barbari sottosviluppati nelle cui terre va esportata a suon di bombe la democrazia che nemmeno noi conosciamo, il resto non conta. Torniamo a dormire, tanto sappiamo cosa provoca il sonno della Ragione. Anzi, no, ce lo siamo scordato: roba vecchia, acqua passata.

Cuba: non solo Castro. La storia poco nota del movimento libertario cubano.

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Ieri, apprendendo della morte del líder maximo cubano Fidel Castro, mi è tornato in mente un libro che ho letto quattro o cinque anni fa in tedesco: “Anarchismus auf Cuba”, di Frank Fernández. L’opera mi colpì soprattutto perchè raccontava una storia avventurosa e vivace, entusiasmante nonostante le ripetute sconfitte dei compagni e delle compagne che a Cuba lottarono nel corso dei decenni per la libertà, una storia poco nota anche a chi, come me, pretende di avere una discreta conoscenza del movimento anarchico internazionale dalla sua nascita ad oggi. Originariamente pubblicato in inglese sotto il titolo “Cuban anarchism – the history of a movement”, il volume è stato tradotto in numerose lingue, tra cui anche l’italiano col titolo “Cuba libertaria”. In un articolo di “A-Rivista Anarchica Online” (anno 33 n. 295 dicembre 2003 – gennaio 2004) firmato Lily Litvak, del quale di seguito riporto un’ampio stralcio, viene riassunto il contenuto del libro:

Lotta incessante per la libertà

Oltre all’erudizione che traspare ad ogni pagina, di questo libro attrae lo stile di prosa chiaro, intelligente, controllato, che fa sì che il lettore si senta trascinato dentro gli eventi, quasi ne fosse un testimone oculare. L’opera di Fernández riguarda persone e fatti che lo appassionano e interessano e che, attraverso la sua ricerca, trovano nuove prospettive, nuovi significati e nuova vita. L’autore spiega che si è messo a indagare sull’influenza che hanno avuto le idee libertarie sul popolo cubano per senso del dovere e anche per necessità storica, proprio perché in questo paese gli anarchici hanno combattuto incessantemente per la difesa della libertà e della giustizia. Il primo capitolo copre il periodo coloniale che va dal 1865 al 1898. Vi si analizzano con particolare attenzione le correnti del pensiero anarchico filtrate durante la formazione e lo sviluppo della nazione cubana. Innanzi tutto si nota l’influenza di Pierre-Joseph Proudhon, che ebbe seguaci e discepoli tra artigiani e operai progressisti, soprattutto nel settore del tabacco, la prima industria a Cuba ad avere una coscienza di classe, cui seguì la costituzione della prima società mutua di origine proudhoniana, nel 1857. Si esamina poi l’arco di tempo che va dal primo sciopero del 1856, alla fondazione del settimanale «La Aurora», ad opera dell’asturiano Saturnino Martínez, alla creazione di gruppi di lettura nelle officine dell’industria del tabacco che tanto influirono sulla diffusione delle idee anarchiche.
Fu agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso (il XIX. Ndr) che fecero il loro ingresso a Cuba i concetti sociali provenienti dalla Federación Regional Española, illustrati durante il Congresso di Barcellona del 1881, quando l’adesione alle idee di Michail Bakunin soppiantò l’influenza di Proudhon. Risale anche a quegli anni l’istituzione della Junta Central de Artesanos e del Círculo de Trabajadores de la Habana, mentre cominciava a farsi notare Enrique Roig San Martín, per le idee che diffondeva dalle pagine de «El Productor».
L’autore passa minuziosamente in rassegna i diversi eventi che avevano scandito il consolidamento delle idee libertarie nell’Isola: gli scioperi nel settore del tabacco che avevano paralizzato l’industria, la costituzione della Federación Local de Tabaqueros, che sarebbe divenuta la fonte ideologica dell’anarchismo a Cuba, la prima celebrazione del Primo maggio nel 1890, e infine le continue repressioni da parte del governo.
Viene analizzata scrupolosamente l’importante discussione sorta dalla divergenza di opinioni tra gli anarchici sostenitori dell’indipendenza e quelli che invece cercavano un’altra teoria sociale. Ma Fernández rivela anche come i gruppi rivoluzionari che operavano soprattutto da varie città della Florida costituissero dei nuclei di patrioti libertari separatisti. Nel 1895 scoppiò a Cuba la guerra invocata da José Martí e tra i combattenti vi furono alcuni noti anarchici, soprattutto quelli già emigrati negli Stati Uniti.
Un ambito importante del volume è dedicato all’analisi della relazione tra gli eventi cubani e il movimento in Spagna. L’autore spiega che la crudeltà della guerra favorì il separatismo cubano, grazie anche a libertari come Fernán Salvochea e Pedro Vallina e alle attività di Ramón Betances a Parigi, che aiutarono a fomentare scioperi e proteste. Qui vengono rivisitate alcune delle idee e dei dati esposti da Fernández nella sua opera rivelatrice La sangre de Santa Águeda. Angiolillo, Betances y Cánovas (Miami, Ediciones Universal, 1994). E si può quindi capire fino a che punto l’esecuzione di Antonio Cánovas del Castillo sia stata l’inizio e la causa fondamentale di quello che poi venne chiamato “el desastre” del ’98.

Enrique Roig San Martin

Le ambizioni di Washington

Nel secondo capitolo si studiano le conseguenze di questa guerra e le ripercussioni che ebbero le ambizioni politico-economiche di Washington sull’isola. Cuba era fondamentale negli obiettivi statunitensi per la sua posizione geografica, strategica non solo per le comunicazioni nord-sud del continente, ma anche per essere un punto chiave del già progettato canale che avrebbe collegato i due oceani a Panama. Il risultato fu l’occupazione nordamericana di Cuba, iniziata il primo gennaio del 1899. Il libro racconta cosa accadde nell’ambiente libertario di quegli anni, ricorda alcuni scioperi importanti come quello di Sagua la Grande, la formazione della nuova organizzazione operaia, Liga General de Trabajadores, e la visita di Malatesta sull’isola. Si sofferma anche sulla seconda occupazione americana e sull’eco della rivoluzione sovietica; la costituzione della Federación Obrera de la Habana, e l’arrivo alla presidenza di Gerardo Machado, che sferrò una persecuzione contro gli anarchici.
Il capitolo successivo è dedicato agli eventi che vanno dal 1934 al 1958. È l’inizio di un nuovo governo di taglio izquierdista con accenti nazionalisti, la cui figura di spicco è Fulgencio Batista. Una legge promulgata dal suo governo colpì duramente l’anarchismo a Cuba, poiché impediva di assumere oltre il cinquanta per cento di lavoratori stranieri. Numerosi militanti dovettero abbandonare il paese e trasferirsi in Spagna, dove avrebbero trovato la guerra civile. A partire da questo momento le vicissitudini del movimento anarchico sarebbero state alla mercé dell’allora colonnello Batista, che divenne l’uomo forte di Cuba, colui che instaurò la dittatura ed esercitò un ferreo controllo sulle attività lavorative. Tuttavia alcuni gruppi, come l’associazione Juventud Libertaria de Cuba, riuscirono a trovare un loro spazio.
Veniamo a sapere da queste pagine che, allo scoppio della guerra civile spagnola, gli anarchici cubani avevano aderito alla difesa della Repubblica e avevano fondato a L’Avana una sezione della Solidaridad Internacional Antifascista, che si adoperò per inviare fondi e armi ai compagni della CNT-FAI. Apprendiamo anche che alla fine della guerra, con l’aiuto di militanti libertari, arrivarono a Cuba molti anarchici spagnoli provenienti dalla Francia e dalla Spagna con passaporti cubani.
Gli ultimi capitoli rivelano infine fatti quasi completamente sconosciuti fino ad oggi. Fernández descrive nel dettaglio in che modo gli anarchici parteciparono attivamente alla lotta contro Batista: alcuni dalle guerriglie orientali o da quelle dell’Escambray, altri nella lotta urbana. Già nell’opuscolo Proyecciones Libertarias, del 1956, in cui veniva attaccato Batista, si sottolineava la scarsa fiducia ispirata da Fidel Castro. Nonostante all’inizio si fosse osservato un atteggiamento cauto nei confronti del governo rivoluzionario, ben presto in varie pubblicazioni anarchiche si cominciò a condannare i metodi dittatoriali del regime. Come risposta, il governo rivoluzionario espulse gli anarcosindacalisti dai diversi settori operai. Fin dall’estate del 1960, convinti che Castro propendesse per un governo totalitario di tipo marxista-leninista, gli anarchici diffusero una dichiarazione attraverso l’organo del gruppo sindacalista libertario, in cui ribadivano l’opposizione degli anarchici allo Stato, dichiarandosi invece a favore del lavoro collettivo e cooperativo, ben diverso dal centralismo agrario imposto dal governo, e affermando la propria posizione antinazionalista, antimilitarista e antimperialista. Condannarono altresì il centralismo burocratico e “le tendenze autoritarie che ribollivano nel seno stesso della rivoluzione”.

 

In clandestinità

Questo fu uno dei primi attacchi mossi al regime da un punto di vista ideologico. Da quel momento gli anarchici dovettero rifugiarsi nella clandestinità, accusati di attività controrivoluzionarie. Fernández rende conto delle attività di opposizione di quel periodo, della pubblicazione del bollettino clandestino «Movimento de Acción Sindical» e della partecipazione anarchica a sostegno di centri di guerriglia disseminati nel paese. Dalla metà degli anni Sessanta, i compagni impegnati o meno nell’opposizione violenta dovettero intraprendere la via dell’esilio, mentre fin dal 1961 era iniziato l’esodo in direzione degli Stati Uniti. L’instancabile attività intellettuale dei vari gruppi di esiliati, il loro spirito di intraprendenza e la chiarezza ideologica con cui continuarono a sviluppare le loro attività testimoniano della capacità di sopravvivenza dell’anarchismo. Tra i pochi militanti che rimasero a Cuba, molti furono reclusi nella sinistra prigione di La Cabaña, altri ebbero la possibilità di uscire e continuare il loro lavoro ideologico e culturale tramite la pubblicazione e il contatto con i diversi gruppi di compagni in esilio.
Un importante epilogo ci viene dalle meditazioni dell’autore sulla situazione cubana attuale e sulla praticabilità delle idee anarchiche. Fernández così riassume questa eroica lotta: “Gli anarchici cubani hanno saputo mantenere uno spirito disinteressato di lotta per Cuba e il suo popolo, sono stati i detentori di una lunga tradizione di libertà e giustizia, uniti da una decisione indistruttibile, confidando che il secolo futuro sarà l’aurora di un mondo migliore, più solidale e più libero”.
Questa opera riempie un vuoto nella letteratura storica cubana. È necessario avere coscienza di quella lotta, soprattutto in un momento in cui il popolo cubano deve affrontare il futuro e cercare di raggiungere, finalmente, la realizzazione dei suoi ideali di liberazione nazionale e sociale.”

Nella sua narrazione Fernandez non arriva fino ai giorni nostri. Dopo il crollo del blocco sovietico, Cuba si è progressivamente aperta al turismo, ai capitali e ai mercati internazionali. Il socialismo, mai veramente realizzato, è rimasto presente fino alla fine solo nella retorica dei logorroici discorsi dell’appena defunto Fidel, mentre suo fratello Raul guida oggi il Paese verso ulteriori aperture all’estero, come quella agli USA. Il movimento libertario cubano, seppure con molte cautele per poter sfuggire alla censura ed alla repressione di Stato, si è lentamente riorganizzato nel corso degli ultimi anni sull’isola caribica. La mia speranza è che ulteriori, plausibili aperture ai diritti individuali ed alle libertà politiche, di parola, di stampa ed organizzative nei mesi e negli anni a venire potrebbero permettere in un futuro prossimo una vera e propria rinascita delle idee libertarie a Cuba. I nostalgici dei falliti comunismi autoritari piangono oggi la morte del loro eroe da mausoleo, gli anarchici e le anarchiche di tutto il mondo hanno di fronte a sé una storia ancora tutta da scrivere.

“Non più la Questione Kurda, ma l’Alternativa Kurda”.

Articolo pubblicato in lingua inglese sul sito Kurdish Question e riproposto tradotto in lungua italiana dal sito Da Kobane a Noi:

“Non più la Questione Kurda, ma l’Alternativa Kurda
di Hawzhin Azeez

È un errore, oppure una violenza simbolica, continuare a sostenere che la “Questione Kurda” resti irrisolta.
Per gli studiosi, gli esperti di politiche nazionali e internazionali e i burocrati la Questione Kurda, con le sue complesse implicazioni politiche intra- e internazionali, resta il dilemma chiave dei tempi moderni. La resistenza epica contro Daesh da parte delle YPG-YPJ ha lanciato la Questione Kurda sotto i riflettori internazionali come mai prima. Si tengono seminari e conferenze, libri e saggi vengono scritti uno dopo l’altro e centinaia di persone attingono in massa a pagini e siti pro-Kurdi in cerca di informazioni.
E forse l’etichetta clinica della Questione Kurda poteva essere utilizzata, perché i Kurdi e il loro ostinato rifiuto di venire assimilati e turchizzati, arabizzati o persianizzati è sfociato in reazioni sempre più violente da parte dello stato per risolvere il “problema”. Di conseguenza, per decenni i Kurdi hanno dovuto far fronte alle pulizie etniche, ricollocamenti etnici, politiche di arabizzazione, genocidi, e la perdita dei diritti umani più elementari a causa degli stati arbitrari e artificiali che a loro volta sono stati prodotti da recinti coloniali istituiti con la violenza. Gli stati artificiali e le loro macchinazione repressive e ideologiche hanno promosso politiche di monoidentità violente, escludenti, oppressive che hanno a loro volta portato alla costruzione di identità nazionali immaginarie e costrutti mitici che inneggiano a “una storia, una nazione, una lingua, una bandiera”. Questa identità intrisa di sangue non appartiene soltanto agli stati post-coloniali, ma è tipica di tutti gli “stati-nazione” moderni.

L’attenzione prevalente, interna ed esterna, sulla cosiddetta, prolungata Questione Kurda comprende questo tipo di discorso: “il sistema internazionale fallisce miseramente nel risolvere questo dilemma, o addirittura nel riconoscere la legittimità della drammatica condizione Kurda, persino di fronte alle continue violenze contro i Kurdi, soprattutto in Turchia, violenza che avvengono su ampia scala e che aumentano in maniera inquietante. Una nuova Ferian, “la missione civilizzatrice”, una logica eurocentrica-orientalista che presume che i disgraziati-soggettificati Kurdi chiedano all’Occidente neoliberista, statocentrico, capitalista di individuare la soluzione del loro “problema” – problemi che questo sistema mantiene alacremente.

I danni tremendi e deliberati ai siti storici come Sur, come Nusaybin e, attualmente, Shex Maqsud sono una prova sufficiente della mancanza di volontà e di interesse da parte di questo Sistema; è vero piuttosto che il sistema intenzionalmente spezza il legame tra l’identità e il passato per indebolire lo spirito dei Kurdi. In quanto Kurdi, il nostro dialogo interno e il discorso con l’Occidente non riesce a registrare in maniera definitiva e non apologetica la fine del “problema” (un termine che implica che la colpa vada addossata a coloro che subiscono la violazione dei diritti umani fondamentali, la cui semplice esistenza si pone come un “problema” per il sistema): in che luogo e modo i Kurdi dovrebbero collocare i loro diritti etnico-religiosi all’interno del Medioriente?
È evidente che le continue violenze commesse contro i Kurdi continuano a dimostrare la supremazia e il fallimento del sistema internazionale, eurocentrico e statocentrico. E, cosa ancora più importante, dimostrano il fallimento della democrazia neoliberista, o parlamentarismo capitalista, quale paradigma supremo del “nuovo ordine mondiale”. La privatizzazione, l’avanzata dei mercati, la deregulation, l’outsourcing, l’indebolimento dei sindacati, la diminuzione delle tasse ai ricchi, la forbice sempre crescente tra ricchi e poveri, la depoliticizzazione, l’anti-intellettualismo, le crisi finanziarie globali, la devastazione ambientale, le guerre neocoloniali con conseguenze disastrose (Iraq, Afghanistan…), l’ascesa dell’ISIS e di altre organizzazioni terroriste che crescono in loco ma i cui semi vengono gettati a livello internazionale, l’industria delle armi che vi è associata: tutti elementi sintomatici dei fallimenti della democrazia neoliberista eurocentrica e statocentrica. Perfino nel momento in cui i Kurdi, e altre minoranze etnico-religiose, grazie al confederalismo democratico, continuano a creare democrazie radicali dal basso, comuni e cooperative, consigli di strada, locali e regionali con l’intento di accrescere l’impegno, la partecipazione e la responsabilità politica; perfino nel momento in cui tentano di rimuovere decenni di conflitti primordiali che si sono trascinati nel tempo, di rimuovere l’odio, e al suo posto far nascere una relazione basata sui valori tipici del comunalismo, la tolleranza e la coesistenza reciproca.

Gli accademici, gli esperti e i decision-makers occidentali continuano faticosamente a cercare di affrontare la Questione Kurda; dovrebbero invece concentrarsi sul fallimento congenito della loro infrastruttura capitalista, macchiata di sangue, il fallimento della sua democrazia neoliberista, della sua incapacità a dare risposte efficaci e a creare un equilibrio adeguato ai diversi bisogni delle sue masse sfruttate, dei gruppi e degli interessi minoritari. Al contrario, la democrazia neoliberista continua a promuovere una omogeneità culturale aggressiva perfino nelle cosiddette società “democratiche” e “multiculturali”.

In Australia, la coesione nazionale viene espressa attraverso uno schema razziale illuminista e le conseguenti politiche identitarie xenofobe, che sono poi sfociate nel disastroso “Tampa affair”. Rispedendo indietro i migranti “sui barconi” o i gruppi di subumani che si trovano in fondo allo schema razziale, John Howard, allora primo ministro, decretò che “siamo noi a decidere chi entra in questo paese e in che circostanza”, un approccio che è stato fatto proprio dai successivi governi laburisti e che ha condotto alla creazione di centri di detenzione sulla terraferma e in mare. Carcerazione, malattie mentali, omicidi, stupri di bambini e donne in condizioni di vulnerabilità che cercavano un luogo sicuro, tentativi di suicidio… ecco alcuni degli effetti collaterali di una detenzione coatta prolungata per mesi, se non per anni di fila. Altre migliaia di persone muoiono in mare tentando di raggiungere porti “sicuri”, porti che nel frattempo lavorano alacremente per costruire muri di acciaio per tenerli fuori. Il corpo senza vita di Alan Kurdi ha espresso questa tremenda verità.
E invece il popolo Kurdo e altre minoranze del Merioriente, potenziate e liberate dalla pratica del confederalismo democratico, stanno aiutando centinaia di migliaia di rifugiati e di sfollati interni. Nella città di Kobane, a sua volta irriconoscibile per i danni inflitti, si trova un campo per gli sfollati interni che ospita più di 5000 persone. I cantoni di Cizire e di Efrin accolgono migliaia di migranti forzati e terrorizzati a sfuggire alla brutalità del regime di Assad, o di Daesh, o di entrambi. Le ideologie sinceramente democratiche potenziano e promuovono le facoltà umane della collettività e alimentano l’umanitarismo, piuttosto che fondarsi su un suo indebolimento.

In America e in Gran Bretagna, la democrazia neoliberista sta marciando verso il declino e in tutti i tre paesi appena nominati i mercati e il processo decisionale politico sono dominati da degli oligarchi, con un conseguente aumento delle disuguaglianze economiche. In Gran Bretagna, la disuguaglianza inaugurata dal Thatcherismo ha portato all’elezione di un governo New Labour che non è riuscito quasi in nessun caso a far fronte alle disuguaglianze insite nel sistema neoliberista; quel che poi si è prodotto durante i successivi governi di centro sinistra e di destra sono state crisi economiche e misure di austerità concepite per rendere i ricchi ancora più ricchi, mentre i poveri stentano ad arrivare a fine mese.
In particolare, in America l’ascesa del Trumpismo ha dimostrato il fallimento del sistema Americano, schiavo di think tanks, PACs (Political Action Committees, sovvenzionatori di campagne, personaggi e partiti politici), lobbies e agglomerati mediatici. Tale indebolimento dei controlli democratici ha condotto all’incapacità di affrontare le questioni insepolte legate alla razza, l’avvento del complesso carcerario-industriale e le violenze della polizia, simboleggiate oggi in maniera massiccia dal movimento Black Lives Matter. Al contempo, la perdita dei diritti delle donne, i continui tentativi di chiudere Planned Parenthood e di ridurre i diritti riproduttivi e l’autonomia delle donne per quel che riguarda il loro corpo perfino in casi di stupro dimostra la natura sfaccettata del modello americano di democrazia neoliberista. Parallelamente, politiche ipercostose e il sostegno incontrollato del mercato e delle lobbies per i candidati alle elezioni ha trasformato il modello democratico americano in un vuoto simulacro, dove i lobbisti manovrano le elezioni democratiche e gli interessi degli elettori. Niente personifica meglio questa tendenza dell’ascesa spettacolare – e preoccupante – del miliardario candidato elle elezioni presidenziali Donald Trump, la cui piattaforma politica è fondata prevalentemente sul fascismo, il razzismo, l’odio verso i rifugiati, e che alimenta un islamofobia già esistente, mentre al di là del mare le guerre neoimperialiste continuano.

Ma neppure l’Europa è al riparo dall’avvizzimento della cosiddetta democrazia capitalista. L’ultimo rapporto della Freedom House ha avvisato che “la crisi dei migranti e gli enormi problemi economici stanno minacciando … la sopravvivenza dell’Unione Europea”. La crescente mancanza di trasparenza e individuazione di responsabilità è sfociata nel declino delle democrazie nascenti nei Balcani, portando a un terribile degrado. Paesi come la Serbia, il Montenegro e la Macedonia hanno utilizzato “uomini forti” in politica per richiedere un atteggiamento meno rigido dall’Unione Europea, unione sempre più defunta di ventotto democrazie capitaliste, la cui deplorevole risposta collettiva alla cosiddetta “crisi dei rifugiati” ha dimostrato il crollo delle radici istituzionali, normative, morali dell’Unione.

Nello stesso tempo, la Turchia ha astutamente sfruttato la crisi dei rifugiati per estorcere più indulgenza dall’UE verso i negoziati per l’entrata nell’Unione, mentre continua ad avere un approccio genocida nei confronti della Questione Kurda. La risposta del sistema capitalista è gettare più soldi alla Turchia, nonostante un recente rapporti di Amnesty International abbia evidenziato in maniera preoccupante il prodursi di ritorni forzati di rifugiati siriani. La democrazia capitalista, sotto la leadership illiberale di Angela Merkel, ha condotto al soffocamento degli elementi chiave della democrazia, come la libertà di parola: i disegnatori satirici tedeschi sbeffeggiano Erdogan ritraendolo imbavagliato e minacciato con sentenze di prigione.

Ci troviamo di fronte a una negazione perenne della legittimità dei diritti delle minoranze impegnate nella propria autodifesa e resistenza attiva, che va da un annacquamento di richieste legittime allo sradicamento bello e buono di richieste di diritti portate avanti per anni, come è avvenuto chiaramente nel caso delle dissoluzione delle Tigri del Tamil nel sistema democratico neoliberista, delle comunità Indigene e Aborigene in Medioriente, America Latina, Asia, Stati Uniti, Canada e Australia, che vengono etichettate come “terroristi”, “dissidenti”, “radicalizzati”, come selvaggi non democratici e non civilizzati.

Il governo dell’AKP in Turchia, nel frattempo, continua a massacrare il popolo Kurdo nel silenzio, che diviene così assenso, della comunità internazionale. Non stupisce che di fronte a tale oppressione cresca la “rivoluzionizzazione” dei giovani – piuttosto che la loro “radicalizzazione”, termine che implica la presenza di uno sguardo eurocentrico-orientalista, dall’alto verso il basso, a svilire la legittimità dei diritti delle minoranza all’autodifesa paragonandola a un generico terrorismo sponsorizzato dallo stato, proprio di un depotenziato gruppo etnico-religioso, per mano del secondo maggior esercito della NATO. Moltissimi giovani vanno in montagna in Kurdistan a cercare rifugio e trovano l’addestramento militare, ma soprattutto ideologico, necessario a combattere le strutture oppressive e genocide dello stato.

La mitica “fine della storia” di Fukuyama, espressa con tanta sicumera dai portavoce accademici e intellettuali del Nuovo Ordine Mondiale, guidato dall’egemonia statunitense, è stata evidentemente svuotata di significato nel momento in cui emerge in Medioriente un modello democratico alternativo, radicale, locale: il confederalismo democratico.
In maniera non dissimile, la profezia di Huntington sullo “scontro di civiltà” era stata predicata tra l’Occidente e l’Islam nel mondo post-11 settembre; non era però in grado di immaginare che lo scontro si sarebbe svolto tra la democrazia neoliberista, il cui decadimento interno dimostra le incoerenze e gli antagonismi intrinseci al capitalismo, e la democrazia radicale, definita come confederalismo democratico e sviluppata da Abdullah Ocalan, ispirata dalle opere di Murray Bookchin.
La democrazia neoliberista eurocentrica e statocentrica non ha mai concepito che il cosiddetto scontro di civiltà si sarebbe svolto con un sistema democratico alternativo. Ha presunto che il suo sistema democratico si sarebbe dimostrato l’unica opzione possibile contro alternative fasciste, terroriste e violente; la sua cecità epistemologica non riusciva a rispondere, né anche solo a tenere in considerazione il razionalismo occidentale. Al contrario, il suo orientalismo inerentemente eurocentrico ha reso miopi i falchi neoliberisti che immaginavano semplicemente un mondo popolato da “terroristi islamici” ad alimentare le proprie perpetue macchine belliche. I neoliberisti hanno continuato a dominare e a riorientare i principali enti ed istituzioni internazionali verso la promozione della sua versione di democrazia capitalista: tra gli altri, le Nazioni Unite, la NATO, la Banca Mondiale, il FMI, l’OCSE. Ma, come ha sottolineato Mohamad Tavakoli-Targhi, gli sviluppi sociali “e i processi alternativi, non europei”, non occidentocentrici “sono stati definiti come assenza di cambiamento e storia non storica”.
Non hanno mai immaginato che una delle comunità più oppresse del Medioriente avrebbe formulato una cosmologia, una filosofia e un approccio per la risoluzione dei diritti delle minoranze di natura complessa, coesiva, inclusiva, multiculturale, antimonopolista e orientata al consenso; quella stessa risoluzione che il loro sistema, nel migliore dei casi, non è stato in grado di affrontare, se non l’ha attivamente repressa nelle forme panottiche dell’utilitarismo di stampo Benthamita, concepito per servire gli interessi delle élites minoritarie.
Ma chi altro avrebbe meglio potuto formulare una soluzione alla condizione degli oppressi se non i più oppressi, i più emarginati?
Ma è giunta l’ora.

È giunta l’ora che gli attivisti e gli accademici Kurdi smettano di crucciarsi riguardo alla “Questione Kurda” che continua ad andare avanti, una questione apparentemente irrisolvibile. Non siamo una questione da risolvere; non siamo una formula matematica! Siamo una collettività di persone fortemente oppresse la cui ideologia di liberazione ha creato un modello per la nostra comunità e per milioni di altri colonizzati; una soluzione che la modernità capitalista è stata incapace di trovare se non attraverso il genocidio e la pulizia etnica. Se non riusciamo a capire realmente che cosa significhi sminuiamo il portato del nuovo paradigma, che si sta dimostrando il più efficace nell’affrontare 5000 anni di sfruttamento statale e patriarcato.
Non più la Questione Kurda, ma l’Alternativa Kurda deve essere l’oggetto della nostra attenzione.
I Kurdi sono riusciti a individuare la soluzione al problema che non sono mai stati.
La vera questione è quanto il sistema democratico neoliberista, eurocentrico e statocentrico lotterà per non accettare la sua spettacolare sconfitta.”

Più di mille parole.

Ci sono immagini capaci di comunicare verità e spiegare situazioni più di quanto possano fare mille parole. Eppure i discorsi, tanto nella loro profondità e complessità quanto riassunti finchè possibile in poche parole, sono indispensabili, anche se non sempre vengono recepiti. C’è chi antepone paure irrazionali, pregiudizi e informazioni sbagliate e non verificate a fatti e analisi, rifiuta il confronto ed è sordo a qualsiasi argomento. Con queste persone spesso accade di discutere fino allo sfinimento, sempre che stiano ad ascoltare, per poi accorgersi di aver parlato al vento. Si può spiegar loro come tutte le “culture” siano in fondo multiculture, non siano monolitiche, si evolvano col tempo, siano soggette a cambiamenti e commistioni e come la “nostra” non sia necessariamente migliore di altre; si può far presente che le cause che costringono le persone ad abbandonare i luoghi nelle quali sono nate hanno solitamente origini sociali, politiche ed economiche e che per far sì che nessuno/a sia costretto/a ad emigrare è indispensabile risolvere il problema alla radice in un’ottica emancipatoria, egualitaria ed antiautoritaria; si può far presente che gli/le immigrati/e, in determinate circostanze, fanno comodo al capitalismo e quando non fanno più comodo vengono criminalizzati, deportati o costretti comunque a tornare da dove sono venuti o ghettizzati nel Paese nel quale si trovano; si può ricordare come colonialismo e imperialismo abbiano gettato le basi per le tragedie odierne che hanno luogo in Siria, Iraq, Mali, Nigeria, Somalia, Libia, Afghanistan e altrove, si può far presente come ancora oggi ai potenti nostrani faccia comodo supportare dittature, tacere sulle violazioni dei diritti umani, fomentare divisioni etnico-tribali, esportare armi ed evitare la via diplomatica per risolvere i conflitti ricorrendo a interventi militari quando conviene; si può smontare ogni menzogna diffusa dal primo ignorante di passaggio sui privilegi concessi agli/lle immigrati/e e sui danni che essi provocherebbero alla nostra economia/cultura/nazione… Si può, si deve. Costi quel che costi, col rischio di farsi disprezzare o peggio da chi sputa veleno e sentenze senza conoscere i fatti, senza interrogarsi, senza avere un briciolo di umanità né di solidarietà. Prima o poi qualcuno dei/lle nostri/e interlocutori/trici drizzerà le orecchie, aprirà gli occhi, accenderà il cervello. Vale la pena tentare: con le immagini, le parole, la musica, coi fatti concreti, sempre e comunque.

Lyrics:

Wrong place of birth, wrong papers, wrong accent
“Your presence here is unacceptable accident“
They turn backs on them, puppetry level’s excellent
They’re spitting lies in their eyes and never hesitate

You know what I’m saying, it’s time to spare your prayers
They look the other way for terrorists, smugglers and slavers
But if you’re running for your life, trying to escape the slaughter
They’ll let your wife die and feast on your sons and daughters

Poison the water, the feast of legalized murder
Their lies about human rights don’t cost a quarter
They bomb your home, let the beast roam, close the border
And feed the world another tale by double-tongued reporter

Forward to the past, Can I ask? Do you remember
How the allies were sending people back to gas chamber?
Beware the beast, at least you know what to expect
The circle closes and the history repeats itself

Hook 2x:
Papers, please! They get you on your knees
Straight face, race to the death, Deaf to your pleas
Who’s the real illegal people, who’s the real disease?
We’re all immigrants, We’re all refugees.

The circle closes and the history repeats itself
Like 80 years ago abandoning those to the death
Who happened to be born on the wrong side of the fence
Ignoring obvious atrocities and cries for help

Not all was apathy – fallacy, lost humanity
Progressive wanna-be society begets another malady
No remedy, humanitarian calamity
another people denied the right to live with vanity

Another Human race catastrophe,
Another instance of entitled masses showing lack of empathy
Authorities are waging war, you people lie in idleness
Refuse to take responsibility for leaders’ violence

Communities of hypocrites reveal their rotten values
“Civilized world” devoid of basic principles of kindness
Close minded, close the borders: entry denied
The price of economic comfort is their innocent lives

Hook 2x:
Papers, please! They get you on your knees
Straight face, race to the death, Deaf to your pleas
Who’s the real illegal people, who’s the real disease?
We’re all immigrants, We’re all refugees.

Face the facts, no thanks, “Your passport lacks stamps
Please go back for war, torture and the death camps”
Join the ranks, labeled as illegal people
Cursed by those who suck blood from golden calf’s nipple

Broken families, tragedies, who the devil is
They put another spiked wall on the land they’ve seized
Barbed wire, peace expires, lost evidence
Infection of the whole soul, unknown genesis

Lieber Afrikaner/Cari africani.

Video satirico tedesco del 2011 sullo splendido rapporto di amicizia tra l’Europa ed i popoli africani e sul generoso trattamento riservato agli immigrati nel vecchio continente. La traduzione in italiano è opera mia.

“Caro africano, già in passato noi europei abbiamo diffuso nel tuo continente benessere e felicità e anche oggi mandiamo a te ed ai tuoi governi molti soldi e molti regali. Naturalmente sappiamo che non tutti da te sono pronti per la democrazia, ma noi siamo tolleranti: finché il commercio funziona, noi non ci immischiamo…altri Paesi, altri costumi! Ma, nel caso con il commercio qualcosa non vada per il verso giusto, ti mandiamo volentieri i nostri “aiutanti per l’economia” in soccorso, perché se l’economia va bene anche le persone stanno bene. Così tutti ci guadagnano qualcosa, noi europei riceviamo da te un pó di materie prime e risorse naturali e ti regaliamo in cambio i prodotti della nostra civilizzazione europea…anche la tua numerosa prole ne risulta contenta! Dopo tutta questa nostra generosità comprendiamo il fatto che tu voglia venire in Europa per ringraziarci personalmente, perciò sosteniamo tutti i Paesi attraverso i quali dovrai viaggiare in modo che essi possano costruire le infrastrutture necessarie a rendere il tuo viaggio il più confortevole possibile. E non é tutto, caro africano: se ce l’hai fatta ad arrivare fino al Mediterraneo, verrai aiutato dai nostri amichevoli dipendenti del Frontex, che faranno in modo che tu non ti perda nell’ immensità del Mediterraneo e ti offriranno lezioni gratuite di nuoto. E visto che ogni anno aumentiamo i finanziamenti per Frontex , loro potranno assicurarti che tu abbia sempre abbastanza acqua a bordo e, lavorando contemporaneamente con i tuoi parenti africani, trasformeranno il fondale marino in una bella passerella. Caro africano, quando ( se ) arrivi da noi in Europa, noi teniamo pronta per te una confortevole sistemazione dove puoi finalmente riposarti in pace dopo il faticoso viaggio durato mesi e puoi partecipare alla nostra lotteria per ottenere l’asilo: se vinci puoi rimanere da noi in Europa e guardare ad un roseo futuro. Se però non vinci non devi comunque essere triste, caro africano, perché ricevi comunque come premio di consolazione un biglietto gratuito per il viaggio di ritorno in Africa…e lì il tempo é molto migliore che qui da noi in Europa!”

“Faranno un deserto e lo chiameranno pace”- oppure l’utopia.

Le prime immagini che ricordo di aver visto in vita mia su uno schermo televisivo sono quelle della prima intifada in Palestina: bambini e adolescenti che lanciano pietre contro carri armati israeliani. Se oggi accendessi la tv e mi sintonizzassi su un canale che trasmette un qualsiasi tg vedrei ancora immagini relative allo stesso conflitto: lo Stato d’Israele si difende, stavolta dagli attacchi dei fondamentalisti islamici di Hamas, Israele cerca vendetta contro gli assassini di tre suoi giovanissimi cittadini e la esegue con le proporzioni che da sempre le competono. Israele si difende dal 1948, anzi da prima ancora che venisse formalmente creato, da un popolo che non ha mai rappresentato una minaccia nei suoi confronti. Si difende come già negli anni ’30 del secolo scorso, quando i sionisti capeggiati da David Ben Gurion programmarono e in seguito misero in atto un piano di pulizia etnica nei territori che sarebbero poi entrati a far parte dello Stato di Israele, il che portò tra le altre cose alla cacciata e all’esilio -la naqba-, eseguita con metodi terroristici anche da gruppi quali Haganah, Irgun e Stern, di 250 000 palestinesi. Si difende dalla verità storica, ridisegnando confini a proprio piacimento, insegnando menzogne ai bambini nelle sue scuole, educandoli all’odio nei confronti degli arabi, impedendogli di aprire gli occhi di fronte alla realtà dei fatti, indottrinandoli a venerare l’esercito e preparandoli a farne parte. Si difende dai nemici interni, dai traditori, da quelli che raccontano segreti scomodi come lo scenziato Mordechai Vanunu così come da chi si rifiuta di servire lo Stato indossando la divisa e imbracciando un fucile. Si difende dalle critiche a livello internazionale, dalle manifestazioni di protesta, dagli appelli al boicottaggio e alle sanzioni: l’etichetta di antisemita viene distribuita con generosità a chiunque non taccia di fronte ai crimini commessi dai sionisti nei confronti della popolazione palestinese. Si difende contro quei terroristi dei palestinesi asserragliati nella striscia di Gaza.

Gaza è uno dei territori più densamente popolati al mondo. Non ha aereoporti, porti, stazioni ferroviarie: per sfuggire ai bombardamenti, beffardamente annunciati durante quest’ultima operazione di “autodifesa” da parte dell’esercito israeliano tramite telefonate o sms ai civili palestinesi (guai ad avere il cellulare scarico!), si calcola che questi ultimi abbiano circa 15 secondi di tempo. È ben difficile muoversi liberamente, nella striscia di Gaza, che anche al suo interno vede la presenza di check point dell’ esercito israeliano: star lontani da presunti obiettivi militari non serve, dato che l’Israeli Defence Force ha bombardato finora, nel corso dell’operazione militare in corso (per non parlare nel corso di quelle precedenti) abitazioni, scuole, asili, orfanotrofi, moschee, ospedali, ambulanze, autoveicoli privati, parchi giochi -e chi ci si trovava dentro o nei pressi . Alcuni dei possibili rifugi dalle bombe sarebbero i tunnel che attraversano Gaza, quegli stessi tunnel che l’offensiva di terra dell’esercito israeliano dice di voler distruggere e attraverso i quali verrebbero trasportate le armi destinate ad Hamas. Peccato che attraverso quei cunicoli sotterranei passino anche beni di prima necessità che scarseggiano tra la popolazione palestinese, inclusi materiali da costruzione: i palestinesi non possono edificare a Gaza, mentre possono svegliarsi una mattina e scoprire che la loro casa o il loro uliveto sono stati rasi al suolo per far posto ad un nuovo insediamento di coloni israeliani, che con le inutili risoluzioni dell’ONU ci si puliscono il deretano. L’economia di Gaza dipende interamente da Israele e dai suoi capricci, cosicchè l’85% circa della popolazione che vi risiede vive -o per meglio dire sopravvive, fino alla prossima operazione di “autodifesa israeliana”- sotto il tasso di povertà.

La situazione a Gaza, realisticamente parlando, non è destinata a migliorare, basti guardare come siano peggiorate le cose per la popolazione palestinese che vi risiede a partire dall’operazione Piombo Fuso lanciata da Israele alla fine del 2008. Probabilmente solo quando l’intera popolazione palestinese di Gaza (e possibilmente di tutti i territori facenti parte del fantomatico Stato Palestinese) sarà morta e/o emigrata e/o inglobata come cittadinanza di serie b nello Stato d’Israele, allora non ci saranno più aggressioni militari o conflitti di sorta, sempre che Israele non si senta minacciato da qualcun’altro e non ritenga necessarie nuove contromisure in nome della propria sicurezza a danno di altre popolazioni di altri territori in Medio Oriente. Da una prospettiva meramente utopica si potrebbe invece sognare qualcosa di diverso: un territorio senza Stati né governi centrali, dal quale vengano mandati in esilio solo i fondamentalisti d’ogni sorta e gli inguaribili nazionalisti, razzisti e guerrafondai, una terra nella quale i suoi abitanti possano insieme ed egualmente decidere, vivere, produrre, consumare, crescere, imparare, amare e un giorno morire possibilmente di morte naturale. Per arrivare ad un’utopia del genere, e badate che sto parlando di qualcosa di impossibile, i giovani e giovanissimi israeliani, ragazzi e ragazze non ancora maggiorenni, dovrebbero venire a sapere come siano andate le cose nelle terre da loro abitate ed in quelle limitrofi fin dagli inizi del secolo scorso; dovrebbero liberarsi dall’educazione che gli è stata imposta, dai dettami nazionalisti, militaristi, religiosi; dovrebbero rifiutarsi di prestare servizio militare nell’Israeli Defence Force, farsi magari sbattere in galera finchè non ci saranno più abbastanza galere, dopodiché i loro padri e le loro madri dovrebbero fare la stessa cosa, rendersi conto dei propri errori, della loro sudditanza, di come la vera e unica autodifesa nei confronti delle loro vite e di quelle dei loro cari sia smettere di credere alle menzogne del governo, smettere di seminare terrore, smettere di nutrire l’odio nei cuori di chi viene oppresso fabbricando sempre nuove generazioni di nemici. Quando in Israele si spegneranno le televisioni e si lasceranno a marcire nelle edicole i giornali della propaganda sionista, quando si sciopererà contro l’ennesima operazione militare nella Striscia di Gaza, quando ci si rifiuterà di applicare le leggi razziste promulgate dal knesset, quando le strade si riempiranno non di gente che sventola bandiere nazionali esultando ad ogni morto palestinese, ma di persone che si rifiutano di gettare bombe, innalzare muri o lavorare al servizio dell’ oppressione quotidiana o dell’ennesimo massacro, allora toccherà ai palestinesi fare la loro parte. Nessun inutile razzo, nessun kamikaze senza più nemmeno rispetto per la propria miserabile vita senza prospettive. I palestinesi dovranno prendere atto del cambiamento in corso nella società israeliana e fare il passo più difficile: perdonare. Senza volontà di vendetta, voltare pagina e ricominciare da capo insieme ai loro nuovi fratelli e sorelle. E, ovviamente, levarsi dai piedi gli irriducibili reazionari che ancora fossero rimasti tra le proprie file. Solo a questo punto si potrebbe realizzare la pace, una pace che non sia un deserto ma un presente degno di essere vissuto ed un futuro da costruire insieme.

Cercando l’impossibile, l’uomo ha sempre realizzato e conosciuto il possibile, e coloro che si sono saggiamente limitati a ciò che sembrava possibile non sono mai avanzati di un sol passo”. Michail Bakunin.
 
(Nelle foto sopra, alcune persone che hanno compiuto un passo in avanti: l’obiettore di coscienza israeliano Nathan Blanc e manifestanti israeliani che protestano contro l’ennesima aggressione militare del “loro” Stato nei confronti dei palestinesi di Gaza.)

La Siria, i “buoni” e i “cattivi”.

Finora ho evitato di trattare su questo blog l’argomento del conflitto in corso in Siria. Ho infatti cercato col trascorrere de tempo di farmi un’idea precisa di ciò che stava accadendo in quel Paese, confrontando la mole di informazioni che ci vengono riversate addosso quotidianamente dai massmedia e sul web, anche da fonti di cosiddetta controinformazione, prima di esprimere un qualsivoglia giudizio. Ora che si parla apertamente di intervento militare da parte degli USA e dei suoi alleati mi sento di esporre brevemente le conclusioni alle quali sono giunto finora.

Nel Dicembre del 2012 ho ricevuto per posta un opuscolo informativo dell’associazione “Adopt a Revolution”, che mi invitava a sostenere economicamente i comitati rivoluzionari siriani. Tali comitati sono nati dal movimento di protesta contro l’attuale governo di Bashar al-Assad, con l’intento di rovesciarlo in modo nonviolento per favorire una rivoluzione democratica -questo il sunto delle informazioni contenute nell’opuscolo, nel quale si parla anche di repressione nei confronti degli/lle attivisti, di escalazione del conflitto e dell’impossibilità di proseguire le lotte antigovernative a viso aperto e senza l’uso delle armi. Si parla anche di un codice di comportamento per il “libero esercito siriano” (nel volantino, in tedesco, “Freie Syrischen Armee”), che numerosi gruppi dell’esercito ribelle si sono impegnati a rispettare per evitare saccheggi ed esecuzioni sommarie, escludendo dal discorso i gruppi combattenti formati da fondamentalisti islamici: nelle intenzioni, questo codice di comportamento servirebbe anche a porre le forze combattenti che lo sottoscrivono sotto controllo civile. A queste informazioni si aggiungono quelle delle quali ero venuto a conoscenza mesi prima, tra cui un comunicato unitario di anarchici russi e siriani  ed un’altro comunicato di un anarchico siriano, entrambi schierati nettamente dalla parte delle forze antigovernative. Ora, il fatto che esistano ribellioni in atto contro un qualsiasi governo (a mio parere meno spazi di libertà e dialogo lascia un governo, più la ribellione è urgente), spinte dalla genuina volontà della popolazione nel voler porre fine a forme di autoritarismo ed oppressione politica e sociale può solo incontrare la mia simpatia ed approvazione. Il problema è che nel caso della Siria la situazione è molto più complessa di quanto si possa pensare.

Innanzitutto la posizione geografica del Paese è fondamentale sullo scacchiere internazionale per gli equilibri del Medio Oriente- e non solo. Conseguenza di ciò, come faceva notare il docente universitario Massimo Ragnedda in un suo vecchio articolo online, è anche una vera e propria guerra psicologica di (dis)informazione: gli Stati che vedrebbero di buon occhio la rimozione dell’attuale governo siriano (USA, Unione Europea, Israele, Turchia, Arabia Saudita) non hanno fatto altro che diffondere informazioni manipolate e di parte sul conflitto in corso, attribuendo i peggiori crimini alle forze governative, presentando i guerriglieri come martiri democratici e la popolazione civile vittima di terrorismo da parte delle forze armate di Assad, raccontandoci di attacchi chimici contro civili, città distrutte e rifugiati. Guarda caso, anche la carta della paura nei confronti di nuove ondate migratorie alle porte della fortezza Europa nel bacino del Mediterraneo è stata giocata senza scrupoli di sorta dai massmedia “occidentali”. D’altro canto, dagli Stati in buoni rapporti con Assad (Russia, Cina, Iran) provengono notizie ben diverse sul conflitto in corso, che mettono ad esempio in dubbio l’uso di armi chimiche da parte delle forze armate governative, attribuendolo piuttosto alle forze ribelli indicate come un coacervo di Alquaedisti che, per destabilizzare la regione e spodestare il governo laico e moderato di Assad, commettono ogni sorta di nefandezza anche contro i civili che non sostengono la loro lotta. Quel che è certo è che l’attuale regime siriano, il cui partito Ba’ath è in carica dal 1963, si regge sul potere dell’esercito e di 14 diversi servizi segreti spesso in concorrenza tra loro, ha una natura nazionalista e militarista e difende sostanzialmente gli interessi e i privilegi della minoranza religiosa degli alawiti (sciiti). È altrettanto chiaro che tra i ribelli, foraggiati opportunisticamente anche da potenze straniere, vi sono milizie armate salafite e wahhabite, ovvero composte da elementi islamici fondamentalisti e reazionari, che non si mettono problemi nel liquidare gli alawiti (e non solo!) nel più brutale dei modi. È questa la triste realtá dei fatti con la quale si deve fare i conti prima di esprimere opinioni affrettate e prendere posizione per l’uno o l’altro fronte. Eppure, tra le forze politiche della cosiddetta sinistra radicale (sic!) c’è chi sembra avere le idee chiare: i partiti stalinisti siriani e quelli europei (almeno in Francia e Belgio) stanno dalla parte del regime di Assad, considerato antiimperialista; i trotzkisti dal canto loro si schierano con i ribelli e vedono i fondamentalisti islamici come possibili alleati. Al di fuori di questo pattume, gli anarchici non sembrano avere idee precise, perchè se da un lato ancora non ne ho sentito uno che supporti in qualche modo il governo siriano, dall’altro non tutti sostengono il fronte antigovernativo, inquinato da interessi esterni e composto da forze troppo eterogenee che spesso hanno nulla a che fare con ideali di libertà, emancipazione e uguaglianza.
Si deve anche prendere atto di un’altra evidenza: il conflitto siriano è un conflitto ancora locare, ma la posta in gioco è a livello mondiale. I diritti umani non valgono una sega per le potenze interessate alla soluzione del conflitto a favore o contro il governo di Assad, queste nel sangue dei poveracci ci intingono il pane da tempi ormai immemori. Ogni mezzo è buono per portare acqua al proprio mulino, ai propri interessi geostrategici. A farne le spese sono coloro i quali in questa guerra crepano come mosche, uccisi dalle armi, siano chimiche o meno, delle truppe governative, o dalle rappresaglie di guerriglieri ben poco interessati a concetti quali democrazia o emancipazione, o quelli che -più fortunati?- si trovano a dover fuggire dal Paese dopo aver perso tutti i loro averi per finire in condizioni disastrose in qualche campo profughi. Il settarismo religioso ed etnico, alimentato soprattutto dagli Stati stranieri interessati a favorire l’una o l’altra fazione (creando divisioni soprattutto all’interno del fronte antigovernativo), precipita il conflitto in una dimensione che non lascia spazio a nessuno spiraglio per gli ideali tanto cari a noi anarchici. Un bel puttanaio, insomma, per dirla in modo tanto brutale quanto chiaro. Un intervento militare (che sembra ormai scontato, proprio quando gli ispettori ONU sono appena arrivati in Siria!) non farebbe altro che porre la parola fine non tanto alla violenza del regime di Assad, che verrebbe sostituita da altra violenza (basti pensare nell’immediato, visto che si parla “solo” di un possibile attacco aereo, al fatto che le bombe intelligenti sganciate dai deficienti non guardano in faccia nessuno, se qualcuno ricorda i bombardamenti NATO ai tempi del conflitto tra Serbia e Kosovo, tanto per fare un esempio, saprà a cosa mi riferisco), quanto a qualsiasi speranza residua di una rivoluzione in Siria. Al suo posto, solo un nuovo Stato devastato, colonizzato e privato della sua sovranità…e non sarebbe l’unico. Ma non finirebbe così, ne sono convinto, perchè l’obiettivo finale delle potenze occidentali e dei loro alleati in Medioriente è l’Iran. E se Russia e Cina assumono per ora un ruolo tutto sommato passivo nella vicenda siriana, non credo che farebbero lo stesso in caso di aggressione al loro alleato chiave mediorientale…

“Fermiamo la guerra in Mali”: comunicato della FAI.

Fonte: Anarchaos.

” Fermiamo la guerra in Mali! [Comm. Rel. Internazionali FAI]

http://federazioneanarchica.org/archivio/20130216cri.html

Fermiamo la guerra in Mali!

L’11 gennaio il governo francese ha dato inizio ad un’operazione militare in Mali. Ha dichiarato di intervenire per sostenere le unità maliane contro il terrorismo di matrice islamica che imperversa in quell’area e per difendere la popolazione dalle violenze. Qualche giorno dopo, il 14 e il 17, rispettivamente la Germania e l’Italia, attraverso i loro ministri degli esteri, hanno affermato di appoggiare l’attacco francese in Mali e di essere disponibili a offrire supporto logistico. Passano poche settimane e, all’inizio di febbraio il presidente francese Hollande “atterra” tra le sue truppe a Timbuctu, ripreso dalle telecamere delle TV internazionali, sottolineando che le milizie islamiche/tuareg sono in fuga e il Mali è quasi completamente liberato: “Sosterremo i maliani fino alla fine di questa missione nel nord – ha dichiarato – ma non intendiamo star qui per sempre”.

Una frase che deve essere interpretata in senso esattamente opposto se si allarga lo sguardo alla politica estera dei governi francesi degli ultimi anni.
Infatti, c’è perfetta continuità tra Sarkozy che bombarda la Libia e Hollande che bombarda il Mali.
Sin dal 2007, in Niger, si è sviluppato un movimento tuareg, e dopo quasi cinquantanni di rapporti esclusivi con la Francia,questo paese aveva di recente aperto a compagnie non francesi lo sfruttamento delle risorse minerarie.
Certo, si potrebbero evidenziare le contraddizioni di chi interviene militarmente, ora in difesa della popolazione, ora per togliere di mezzo il dittatore scomodo. Insomma un giorno si spargono i “semi” della democrazia, l’altro si sostengono le forze ribelli con soldi e armi. A volte capita che i nemici di oggi siano stati gli amici di ieri (durante l’attacco alla Libia, Francia e Gran Bretagna hanno fatto ampio uso degli islamisti per combattere le forze armate di Tripoli, poiché i separatisti della Cirenaica non erano interessati a rovesciare Mu‘ammar Gheddafi una volta che Bengasi fosse diventata indipendente).
La campagna di comunicazione massmediatica preferisce mostrare le folle festanti che sventolano la bandiera francese invece delle migliaia di profughi che si sono concentrati in pochi giorni presso i confini maliani. Il ritornello si ripete mostrando i danni che i fondamentalisti hanno provocato al patrimonio culturale, (la biblioteca di Avicenna e i mausolei di Timbouctou) sottolineando il divieto di ascoltare la musica o di vestirsi senza seguire i dogmi religiosi. La distruzione generata dai bombardamenti dell’aviazione, invece, non appare mai.
L’opinione pubblica occidentale si confronta con l’ennesimo conflitto in modo apparentemente indolore: la distanza che ci separa dagli scenari di guerra favorisce, infatti, un certo “distacco”.
Non dobbiamo, però, scordare che gli interventi degli eserciti degli stati alimentano il pericolo “terrorista” (i recenti fatti che hanno interessato l’impianto energetico di In Amenas in Algeria rappresentano un esempio lampante).
Gli effetti di queste politiche neocolonialiste, travestite da missioni umanitarie, si estendono, comunque, anche all’interno dei confini dei paesi europei grazie alle legislazioni speciali antiterrorismo che, in nome della “sicurezza” continuano a erodere gli spazi di libertà e costituiscono uno “strumento repressivo e politico pronto all’uso” per fronteggiare le forme più pericolose e crescenti della protesta sociale.
Esaminando più nel dettaglio l’intervento militare in Mali ci si rende conto dell’infondatezza delle motivazioni ufficiali e delle mille contraddizioni che ne scaturiscono.
L’esercito francese era, da tempo, pronto a intervenire; la richiesta d’aiuto del presidente golpista Dioncounda Traorè è stata solo il pretesto.
È’ impossibile credere che sia stata l’emergenza umanitaria a spingere l’Europa a intraprendere questa nuova guerra. L’Africa è vessata, da decenni, da miriadi di focolai di violenza e nessuna potenza occidentale se ne è mai seriamente interessata. Si dirà che in Mali ad aggravare la situazione c’è l’emergenza “terrorismo islamico”.
Non dimentichiamo, inoltre,il ruolo degli Stati Uniti,in questa guerra,che da decenni contendono alla Francia il controllo della FrancAfrique.
Significativo il fatto che circa tre settimane dopo l’intervento francese in Mali, gli Stati Uniti abbiano siglato un accordo con il governo di Niamey per l’installazione di una base militare statunitense ad Agadez, nel nord del Niger nella zona uranifera del paese.

Dobbiamo considerare questa “nuova” guerra come la prosecuzione naturale della campagna libica e renderci conto che, probabilmente, ci troviamo di fronte a una precisa strategia neo-coloniale di controllo politico del territorio, finalizzato allo sfruttamento delle risorse naturali e inquadrato in un’ottica di contrasto dell’avanzata dei capitali cinesi in Africa. La Cina, infatti, è il primo partner commerciale di Tanzania, Zambia, Congo ed Etiopia (dove il PIL cresce con una media del 5,2% l’anno, cifre impressionanti) e in molte zone vanta l’esclusiva sui diritti di estrazione delle risorse.
Il governo francese ha enormi interessi economici nell’area centro-nord africana e sta cercando, anche con mosse azzardate, di mantenere sotto la propria influenza quelle zone di interesse strategico per l’abbondanza di risorse minerarie ed energetiche.
Il Mali potrà diventare importante nel prossimo futuro, ma il Niger lo è già ora. Non può sfuggire che, poco oltre il confine sud-est del Mali, sono collocate le più importanti miniere d’uranio nigeriane. Il riferimento è alla miniere di Arlit ed Akokan da cui la multinazionale Areva ricava gran parte dello “yellowcake” destinato ad alimentare i 58 reattori nucleari francesi. Nella stessa zona è prevista l’apertura di quella che è destinata a diventare una delle più grandi miniere al mondo per l’estrazione dell’uranio, Imouraren. Non mancano poi l’oro e il petrolio. Quindi, un grande affare che lo Stato francese – “spalla” di multinazionali come Total e Areva (giusto per fare due nomi) non può lasciarsi scappare.
Non si può dimenticare che la politica energetica francese è fondata sull’energia nucleare, una scelta che ha radici nel passato perché direttamente legata alla necessità di rafforzare il proprio ruolo militare nello scenario geopolitico internazionale. Sappiamo bene che non c’è soluzione di continuità tra gli impieghi, cosiddetti, civili dell’energia atomica e quelli finalizzati alla costruzione di ordigni destinati a minacciare l’umanità. Una scelta di sistema che rende, nell’attuale contesto d’instabilità, difficile, per il governo francese, individuare fonti energetiche alternative. La disponibilità dell’uranio rimane, quindi, una questione essenziale almeno in una prospettiva di medio periodo.
Quando l’esercito francese tornerà in patria sarà solo perché il controllo della situazione sarà affidato alle armi amiche delle forze africane alleate con la Francia.
Non è un caso che le forze armate della CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale) siano state, velocemente, schierate lungo il confine tra Mali e Niger. La necessità di “proteggere” le aree d’interesse minerario da una possibile espansione della rivolta è stata subito evidente.
La nostra epoca è già contraddistinta da crisi energetiche e difficoltà di approvvigionamento di materie prime e non c’è da stupirsi che il capitalismo mondiale stia cercando di correre al riparo, ancora una volta, per garantirsi, con ogni mezzo, una parte del bottino. Tutti noi sappiamo che la guerra e la finanziarizzazione dell’economia sono mezzi per movimentare repentinamente enormi capitali, per riorganizzare equilibri politici di governi, stati e confini nazionali non più funzionali al profitto di multinazionali e società finanziarie.

Nel vicino Niger, da 40 anni, Areva e le sue consociate estraggono l’uranio senza alcun rispetto per l’ambiente e per i lavoratori, gli abitanti vicini ai siti di Arlit e Akokan hanno pagato e pagano un prezzo altissimo in termini di salute e di morte, come risulta da studi indipendenti (CRIIRAD – ROTAB). I minatori di uranio sfruttati infatti, sono esposti a radiazioni ionizzanti nelle cave, nelle miniere sotterranee, nelle officine di lavorazione del minerale grezzo, ma anche nelle città e nelle loro case. In questa zona 35 milioni di scorie radioattive sono raccolte all’aria aperta sin dall’inizio dell’attività estrattiva. Grazie al vento gas radon e altri derivati considerati cancerogeni si spargono nell’ambiente. Ma l’Areva opera anche sul territorio italiano. Il trasporto di materiale irraggiato passa per il nostro paese verso l’impianto di la Hague dove si estrae plutonio (per le bombe) e produce il mox (un combustibile di riciclo con cui funzionano alcune centrali). In Mali è la guerra di sempre, di stato e capitale, dove sfruttamento e saccheggio ai danni della popolazione non conoscono confini nazionali!

Diffondere l’informazione contro l’ipocrisia del potere, rafforzare la consapevolezza per far crescere la voglia di giustizia sociale sono solo i presupposti per sostenere le lotte che in ogni parte del mondo devono liberare gli oppressi da vecchie e nuove schiavitù, economiche, militari o religiose che siano.
Solo attraverso l’internazionalismo, l’antimilitarismo e la solidarietà di classe possiamo da anarchiche ed anarchici fermare l’orda di questo ennesimo, nuovo e lurido conflitto.

Fermiamo la guerra in Mali!
Solidarietà a tutte le popolazioni colpite dalla guerra!

Commissione Relazioni Internazionali
della Federazione Anarchica Italiana”

L’altra Israele.

Nel momento in cui scrivo vige finalmente la tregua, ma le vittime dell’aggressione israeliana nella striscia di Gaza, giunta al suo settimo giorno, sono salite a 164: persone con nomi e cognomi, con le loro vite alle quali è stata posta fine per mano del governo e delle strutture militari di uno Stato che non vuol sentire ragioni e va avanti nel tempo con la sua politica fatta di massacri, razzismo, prepotenza, una politica che nuoce in primo luogo ai palestinesi ma anche, collateralmente, agli stessi cittadini israeliani. Questi ultimi si trovano a dover vivere sotto la costante minaccia di attentati compiuti da persone disperate, alle quali i governi israeliani succedutisi negli anni hanno tolto sempre piú la speranza di una vita dignitosa e di una soluzione equa e pacifica del conflitto. Il terrorismo dello Stato d’Israele non viene perciò appoggiato da tutti/e gli/le israeliani/e: chi si rifiuta di obbedire all’autoritá e di partecipare ai soprusi, alla negazione di diritti elementari ed ai massacri nei confronti della popolazione di Gaza fa parte per ora di una minoranza di persone consapevoli e coraggiose che si spera diventi col tempo sempre più numerosa. Quelle che seguono sono solo alcune tra le tante storie di cittadini/e israeliani/e che hanno voltato le spalle al nazionalismo, al militarismo, al lavaggio del cervello imposto dai dogmi religiosi, all’obbedienza cieca, in nome di altri valori.

Natan Blanc, diciannovenne di Haifa, preferisce la prigione all’arruolamento nell’esercito;

Manifestazione di attivisti/e israeliani nel centro di Tel-Aviv contro l’attacco a Gaza, 15 Novembre;

Sbirri impediscono manifestazione di attivisti/e israeliani a Gerusalemme contro l’attacco a Gaza, 15 Novembre;

Obiettori/trici di coscienza israeliani;

Noam Gur and Alon Gurman refuses to serve in the Israeli military;

Refuseniks and Israeli Soldiers speaks out;

La storia di Jonathan Ben Artzi;

Lettera di un obiettore di coscienza israeliano;

Anarchici contro il muro.

Intervista con l’anarchico nigeriano Sam Mbah.

Fonte: Anarkismo.

Sam Mbah

“Nigeria, Marzo 2012

Intervista con Sam Mbah


Intervistatore: E’ con grande piacere che presento Sam Mbah, autore dell’innovativo libro African Anarchism, avvocato, giornalista, attivista. Questa intervista è stata realizzata a Enugu, in Nigeria, nel marzo 2012. Sam, ti ringrazio moltissimo per aver trovato il tempo per questa intervista.

Sam: Il piacere è il mio, Jeremy.

Sono passati 15 anni dalla pubblicazione del tuo libro sulle prospettive dell’anarchismo in Africa. C’è forse qualcosa che oggi aggiungeresti o che cambieresti?

Sì, ci sono delle idee che aggiungerei, ma senza fare dei cambiamenti. In questi anni ho raccolto del materiale aggiuntivo in cui mi sono imbattuto nel corso delle mie ricerche.

Penso che si possano fare delle integrazioni al libro, ma senza cambiamenti né riduzioni. C’è spazio per fare delle aggiunte ed è qualcosa che ho già iniziato a fare con l’edizione spagnola del 2000, la quale è più ampia e contiene degli approfondimenti su alcuni punti trascurati nella edizione originale. Ho cercato di andare più a fondo su quelle società africane che condividono medesime caratteristiche, come gli Igbo, i Tiv, gli Efik, i Tallensi nonché quella molteplicità di tribù e di gruppi sociali che abbiamo in Nigeria e che avevo già menzionato nell’edizione originale. Ho provato anche ad esplorare altri gruppi in altre parti del mondo come l’America Latina, riuscendo poi a tracciare dei parallelismi tra le rispettive esistenze sociali e sistemi di organizzazione sociale, relativamente alle caratteristiche ed alle peculiarità dell’anarchismo, per come lo intendo io.

Per coloro che non hanno letto il libro, puoi riassumere cosa intendi per anarchismo e come lo leghi ad alcuni aspetti intrinseci della cultura africana?

OK, nel libro ho messo in evidenza fin dall’inizio in maniera molto esplicita come l’anarchismo in quanto ideologia, in quanto corpus ideologico ed in quanto movimento sociale sia lontano dall’Africa. Ma l’anarchismo in quanto forma di organizzazione sociale, in quanto base delle società organizzate – non è affatto lontano per noi. E’ invece parte integrante della nostra esistenza in quanto popolo. Mi riferisco al sistema comunitario di organizzazione sociale che esisteva ed ancora esiste in diverse parti deIl’Africa, dove le persone vivono le loro vite in comunità e si percepiscono come parte integrante delle loro comunità, a cui contribuiscono immensamente per la loro sopravvivenza in quanto unità. Ho messo in evidenza gli aspetti della solidarietà, della coesione sociale e dell’armonia che esisteva in tante società comunitarie in Africa ed ho cercato di trovare dei collegamenti con i precetti dell’anarchismo, compreso il mutuo appoggio, compreso lo sviluppo autonomo di piccole unità ed un sistema che non è fondato sulla monetizzazione dei mezzi di produzione e delle forze produttive della società. Così, mi guardo indietro ed avverto, come dicevo prima, che se su questi aspetti si sviluppassero ulteriori ricerche, queste potrebbero portare ad ulteriori acquisizioni su come queste società fossero in grado di sopravvivere. Ma, con l’avvento del colonialismo e con l’integrazione delle economie e delle società africane all’interno dell’orbita globale del capitalismo, alcune di queste cose sono oggi cambiate. Abbiamo così iniziato ad avere delle classi ricche, ad avere una classe politica dominante che sta sopra e controlla ogni persona. Abbiamo iniziato ad avere una società altamente militarizzata in cui lo Stato e coloro che lo controllano hanno il monopolio degli strumenti di violenza e sono pronti ad usarli contro la gente comune. Questo è il loro business.

Negli ultimi anni abbiamo visto un aumento del potere autoritario in diverse parti del mondo, le misure di austerità, sia all’indomani dell’attacco terroristico dell’11 settembre agli USA sia più di recente con la crisi finanziaria globale. Come vedi quello che sta accadendo e come influisce sull’Africa e sulle lotte qui?

Quando scrissi African Anarchism con un mio amico, avevamo sullo sfondo tre decenni, quasi quattro, di governo militare, in Nigeria. Il governo militare era una forma di governo che centralizzava oltremodo i poteri e che si configurava come una dittatura, quale era, e come una emanazione del capitalismo. Se allora la società nigeriana e gran parte dell’Africa erano sotto la stretta dei governi militari e dell’autoritarismo militare, oggi abbiamo una amministrazione nominalmente civile, una democrazia nominalmente civile. Alcuni l’hanno chiamata democrazia di governo, altri l’hanno chiamata democrazia disfunzionale, tutti i tipi di definizione, nel tentativo di cogliere il fatto che fosse qualcosa di ben lontano dalla democrazia. Per me, ad esempio, si tratta di una estensione del governo militare. Questa è nei fatti una fase di governo militare. Perché se si guarda alle democrazie in Nigeria e nel resto dell’Africa, coloro i quali stanno dando forma e futuro a queste democrazie sono in modo predominante ex-militari di governo nonché i loro apologeti e collaboratori all’interno della classe civile.

Ora, guardando a livello globale, il capitalismo è in crisi. In ogni caso, il capitalismo non può esistere veramente senza crisi. La crisi è la salute del capitalismo. Questa crisi è proprio quella di cui molti filosofi, da Marx ad Hegel, da Lenin a Kropotkin, da Emma Goldman fino ad oggi a Noam Chomsky hanno trattato in modo estensivo: cioè la tendenza alla crisi insita nel capitalismo. Quindi, tra l’uscita di African Anarchism e l’oggi, abbiamo avuto l’11 settembre, la cosiddetta “guerra al terrore”, la crisi finanziaria del 2007-2008, e oggi dobbiamo affrontare una crisi economica ancora più grande che ci ricorda la grande depressione degli anni ’30. E non vi è assolutamente nessuna garanzia che, se anche l’economia globale uscisse dalla crisi, non si ricada in un’altra crisi, perché la tendenza alla crisi è parte integrante del capitalismo. Per noi, qui, questi sviluppi storici hanno avuto un grave impatto sulla nostra società, sulla nostra economia, sul nostro governo.

Se poniamo come inizio l’incidente dell’11 settembre, vediamo che oggi il mondo è stretto nella morsa sia del terrorismo che dell’anti-terrorismo. Qui in Nigeria nel corso di un anno, tutto il paese è stato oggetto di attacchi dinamitardi, esplosioni, ogni giorno c’è una bomba messa da qualche parte. E come reagisce lo Stato nigeriano? Reagisce con sempre maggiore forza, e facendo così produce danni collaterali e vittime dovunque. Dunque neanche noi siamo immuni dalle ondate di terrorismo e dalla “guerra al terrorismo” in cui l’Occidente ci ha imbarcato dopo l’11 settembre. Anche il nostro paese è sottoposto alla stretta del terrorismo. Ed è ironico che ogni volta che una bomba esploda in qualche posto, il governo si metta a sbraitare: “Questo è terrorismo! Questo è terrorismo!”. Ma c’è la tendenza alla linea dura da parte del governo e delle agenzie di Stato che fanno ricorso ad una forza e ad una violenza inadeguate a risolvere una questione che potrebbe essere risolta altrimenti senza perdita di vite – cosa su cui si sorvola come se fosse normale. Ogni volta che una bomba viene messa in qualche posto, il governo risponde dicendo che si tratta di terrorismo. Vorrei dire che sono piuttosto i governi e gli Stati in Africa la maggiore fonte del terrore. Lo Stato in Africa è la maggiore fonte di terrorismo. Credo che la società non potrebbe che stare meglio se lo Stato cessasse di agire insieme alle sue agenzie quali strumenti di terrore contro la popolazione comune e la gente normale.

Dunque, la crisi economica globale, la crisi globale del capitalismo, ha avuto un impatto negativo sulle economie africane, compresa la Nigeria – dato che noi siamo parte e componente del sistema capitalistico globale, sebbene noi siamo partners disuguali nello scambio capitalistico globale. La nostra economia dipende dalle materie prime. La nostra economia è a mono-coltura. Qualunque cosa accada al petrolio ha subito un effetto di crisi si di noi. E questa è una delle ragioni per cui i nigeriani e lo stato nigeriano sono in una situazione di stallo dagli inizi del 2012, in seguito alla vicenda delle sovvenzioni fantasma che il governo aveva detto di voler rimuovere incontrando la resistenza popolare.

Potresti spiegare meglio come funziona la tassa/sovvenzione sul carburante in Nigeria?

OK. La tassa sulla benzina, o “sovvenzione alla benzina” come la chiama il governo nigeriano, vuol dire che il governo sta sovvenzionando il costo della benzina per i cittadini. E cioè che i nigeriani non pagano un valore realistico per la benzina. Ma il contro-argomento è che noi siamo un paese produttore di petrolio, e non c’è nessuna ragione per cui il costo della benzina dovrebbe far riferimento al mercato globale o internazionale. Noi abbiamo le raffinerie, le quali tutte insieme hanno una capacità di raffinazione di 500.000 barili al giorno. Ma si scopre che negli ultimi 20 anni queste raffinerie non hanno funzionato. E non hanno funzionato a causa della corruzione. Non hanno funzionato perché i poteri forti che ci sono nel paese non sono interessati a che queste raffinerie funzionino. L’unica ragione per cui queste raffinerie non funzionano è perché c’è la corruzione ed un sacco di gente nel governo, nell’esercito e nella burocrazia, trae vantaggio dall’intera importazione di prodotti della raffinazione del petrolio. La Nigeria è forse l’unico paese dell’OPEC che importa il 100% dei suoi bisogni di petrolio raffinato.

Quindi all’inizio del 2012…

Allora la gente comune in Nigeria dice, se le nostre raffinerie lavorassero e raffinassero il nostro greggio, il governo dovrebbe dirci qual è il costo del greggio e dei prodotti raffinati. E sulla base di questi costi stabilire un prezzo. Se invece non sei in grado di far funzionare le raffinerie e fissi il costo dei prodotti petroliferi sulla base del prezzo sui mercati internazionali, allora state commettendo un grave errore. Perché il costo della vita in Nigeria è diverso dal costo della vita negli Stati Uniti. Allora il governo dice: “Paghiamo molto gli importatori di prodotti petroliferi sottoforma di sovvenzioni” – cioè la differenza tra il prezzo all’importazione e quello di vendita dei prodotti raffinati. Ma poi scopri che persino quelli che stanno al governo, persino i ministri del petrolio, se ne escono dicendo che gran parte di quello che paghiamo come sovvenzione si basa su una corruzione documentata, su cui il governo non indaga e su cui non intende fare chiarezza, che coinvolge dirigenti di lunga carriera degli organismi e delle agenzie che si suppone debbano regolamentare l’industria del petrolio. Costoro sono quelli che pagano a se stessi ed alle loro compagnie enormi somme. Faccio un esempio per far capire il concetto di sovvenzioni petrolifere. Il governo nigeriano consente ad una molteplicità di operatori di commerciare in prodotti petroliferi. Questi comprano i prodotti petroliferi da una molteplicità di operatori internazionali, quando nei fatti la National Petroleum Corporation – la NPC – che è la nostra compagnia petrolifera nazionale, può fare accordi con le raffinerie all’estero ed acquistare direttamente da loro i prodotti raffinati. Invece questi preferiscono ricorrere a dei mediatori che procurano i prodotti raffinati dalle raffinerie estere e li vendono alla NPC a tassi esorbitanti.

Allora cosa è accaduto agli inizi del 2012?

All’inizio di quest’anno il governo intendeva deregolamentare il settore alla pompa dell’industria del petrolio. E la società civile insieme ai lavoratori hanno protestato e fatto resistenza. In breve venne indetto uno sciopero di 2 settimane. In queste due settimane, la gente non andava a lavorare e protestava nelle strade di Lagos, di Kaduna, di Port Harcourt, di Kano, di Ibadan, in diverse parti del paese. E siccome il governo aveva capito la determinazione dei nigeriani nel resistere a questi aumenti arbitrari, fece marcia indietro, portando l’aumento del prezzo dei prodotti petroliferi dal 100% in più al 30% in più. E naturalmente il mondo sindacale in pratica si ritenne soddisfatto, mentre la società civile e la massa della popolazione era pronta a proseguire la protesta ed a rifiutarsi di pagare l’aumento del 30%, ma i sindacati erano d’accordo ed ora siamo a questo punto.

Insomma è una lotta non conclusa. Io credo che il governo intenda ancora raggiungere l’obiettivo dell’aumento del 100% del prezzo dei prodotti petroliferi. Ma se nel governo c’è ancora qualcuno che pensa con la sua testa e che sia mosso da un qualche senso di obiettività, si renderebbero subito conto del fatto che non sarà facile placare i nigeriani i quali sono determinati a resistere a questi aumenti arbitrari basati su false analisi relative allo strumento delle sovvenzioni. La gente si sta mobilitando. Proprio mentre il governo sta studiando altre strategie con cui aumentare subdolamente il prezzo del petrolio, la gente si reincontra e cerca di capire come sostenere la propria causa.

In queste mobilitazioni di massa così foriere di speranze, ci sono elementi che riflettono il movimento globale che abbiamo visto di recente in azione, fino ad usare in certi casi il nome “Occupy Nigeria”. Abbiamo visto l’esplosione dell’Occupy movement e della primavera araba, cosa ne pensi?

Sì, sì, Occupy movement in azione in alcune parti dell’America e dell’Europa ha davvero ispirato un sacco di gente in Nigeria. La determinazione ed il coraggio che hanno caratterizzato Occupy movement in diverse parti dell’America e nelle capitali europee, è un indicatore delle infinite possibilità che si aprono quando il popolo decide di lottare. La primavera araba da parte sua è stata una delle più innovative esperienze per tutti noi in Africa. Infatti, ne ho parlato con i miei amici e secondo me la primavera araba sarebbe dovuta verificarsi nell’Africa sub-sahariana, piuttosto che nel mondo arabo, poiché le brutte condizioni di vita in Africa sono peggiori degli standards di vita relativamente avanzati nella maggior parte dei paesi arabi e dei nostri vicini in nord-Africa. Sì, la primavera araba sarebbe dovuta succedere nell’Africa sub-sahariana. Questo è quello che credo. Ma perché non è successo? Perché non siamo stati capaci di trasformare la nostra rabbia in determinazione, non siamo stati capaci di costruire la necessaria coscienza sociale, tale da spingere a sostenere una simile lotta.

Ma sulla base di ciò che è successo di recente in Nigeria, non ho dubbi che la gente sta iniziando a trarre lezione da quello che è accaduto nel mondo arabo. E si pone delle domande – se è potuto succedere nel mondo arabo, perché non anche da noi? Se persone che stanno meglio di noi possono scegliere di lottare, di protestare nelle strade per giorni e mesi, come mai noi non abbiamo nemmeno la luce? La luce in Nigeria è un lusso. La nostra economia si basa sui generatori. [L’energia elettrica di Stato funziona molto poco; i ricchi usano generatori privati di elettricità] Ognuno deve pensare a procurarsi l’acqua per sè, a procurarsi la propria sicurezza. Qui non funziona niente. Non è come in Libia. Non ci sono mai stato, ma ho letto storie sulla Libia, sull’Egitto, sulla Tunisia. Queste sono società meglio organizzate, dove i servizi pubblici funzionano. Ma qui nell’Africa sub-sahariana non c’è nulla che funzioni. Allora, posso dire senza paura di essere smentito che le proteste di gennaio in Nigeria, sono state ispirate dall’Occupy movement di America ed Europa, come pure dalla primavera araba. Allora, non so se le nostre proteste sono giunte al punto di poterle chiamare “primavera nigeriana”, ma scommetto che la primavera nigeriana deve ancora venire.

Sam, i cambiamenti climatici sono un’altra grande minaccia per i nigeriani, come per chiunque sulla Terra. Quali sono le questioni ambientali qui? Quale coscienza esiste sulla giustizia ambientale e sullo sviluppo sostenibile?

Risponderò alla tua domanda da due prospettive. Prima sul piano generale e poi su un piano più personale. La minaccia dei cambiamenti climatici è reale. Noi, in questa parte di mondo, non ne siamo immuni. Se ci guardiamo intorno ci accorgiamo che stanno salendo i livelli di umidità. Recentemente, nel posto in cui vivo (un piccolo bungalow di 3 stanze), se non c’è luce [senza elettricità, niente ventilatori], non riesco a dormire. I miei figli non riescono a dormire, tranne che durante la stagione delle piogge. A peggiorare la situazione il fatto che la nostra erogazione di elettricità è saltuaria. Mi sono accorto che negli ultimi 3 anni, tra i mesi di aprile e marzo, prima che inizino di nuovo le piogge, sudo come non ho mai sudato in vita mia. La temperatura si è alzata a livelli che non ho mai visto da piccolo e nemmeno negli anni ’80 e ’90. Negli ultimi 5 anni, bisogna abituarsi a vivere a temperature altissime. E non bisogna andare a cercarne le cause tanto lontano.

Basta guardare le foreste intorno a noi… Nel mio villaggio, c’erano fitte foreste dove persino i bambini più piccoli facevano fatica ad entrare. Oggi la maggior parte di quelle foreste non ci sono più. Sui piccoli alberi e sulle mini-foreste non c’è nessuna forma di controllo quotidiano. Nei villaggi, il controllo si fa a livelli davvero ridicoli. Non c’è nessuna agenzia governativa in questa parte del paese che faccia qualcosa per regolamentarlo, per ridurlo, per ridurlo al minimo. Allora gli alberi vengono tagliati come non era mai successo prima e nessuno fa niente per rimpiazzarli. La superficie delle foreste è andata decrescendo costantemente in questa parte del paese dove la densità abitativa è probabilmente la più alta in Africa a parte il Delta del Niger, e dove le attività umane stanno avendo un grave impatto negativo sull’ambiente. La gente costruisce senza controlli, si fanno le strade e si bruciano i cespugli. C’è una deforestazione altissima. Ed una delle conseguenze della deforestazione in questa parte del paese è l’erosione del suolo, i calanchi, in certi posti ci sono strade spezzate in due. Poi per forza i torrenti, i fiumi ed i ruscelli che avevano una notevole presenza di vita acquatica sono oggi in secca. C’è un torrente a 200 metri dal mio villaggio. Quando ero piccolo non l’ho mai visto in secca. Negli ultimi 10 anni, se per caso non piove tra febbraio-marzo-aprile, va in secca.

E cosa ne pensa la gente? Vogliono lo sviluppo, ma come lo giustificano a fronte della sostenibilità?

La gente comune non ha una chiara coscienza di quello che sta succedendo. Se la prendono con le forze del male, con mani invisibili e con tutti gli oggetti metafisici per quello che succede. Ed infatti spetta al governo informare la gente sulla conseguenze negative della deforestazione, dello squilibrio nell’utilizzo delle risorse, sui benefici derivanti da uno sviluppo sostenibile e pianificato – sia a livello individuale che sociale in maniera più ampia. Ma il governo non sta facendo molto qui. C’è proprio una assenza totale di azione pubblica e di coscientizzazione sui principi di base.

E poi succede che anche nei nostri villaggi, i terreni che erano di solito fertili, non producano più molto cibo, né raccolti abbondanti come una volta. Queste sono le conseguenze dei cambiamenti climatici.

Certo, a livello di elite, di minoranze illuminate, c’è il realizzare che sì, c’è qualcosa di sbagliato. Ma a livello di gente comune, non c’è nessuna coscienza, nessuno sforzo per capire che è nel loro interesse far sì che l’ambiente sia protetto.

Hai citato il Delta del Niger. Si tratta di un’area in cui la lotta ambientale e sul petrolio è stata particolarmente acuta, con fuoriuscite massicce di petrolio ma anche attività militanti che hanno avuto un impatto reale sulla produzione cercando di rivendicare per il popolo parte della ricchezza derivata dal petrolio. Qual è il tuo punto di vista su queste attività militanti nel Delta del Niger?

Queste attività militanti non devono essere considerate come un fatto isolato. Esse sono la conseguenza dello sfruttamento messo in atto dalle compagnie petrolifere che operano nel Delta del Niger, dove non applicano i migliori regolamenti internazionali che invece osservano in qualsiasi altra parte del mondo. In Nigeria, questo succede perché vi è complicità tra queste compagnie, lo Stato nigeriano ed il governo locale, per cui fanno quello che vogliono. Come se il domani non esistesse. Possono farlo perché nessuno le richiama all’ordine, nessuno che le richiami alle loro responsabilità. Allora l’emergere dei gruppi militanti nel Delta del Niger è conseguente a queste pratiche e tendenze sfruttatrici, nonché all’assoluta mancanza di cura per l’ambiente nell’esplorazione, perforazione e produzione da parte della maggior parte delle compagnie petrolifere che operano nel Delta del Niger.

Allora, se li inquadriamo in questo contesto, i gruppi militanti stanno rispondendo ad una minaccia ben chiara e presente nei confronti della sopravvivenza delle comunità che vivono nel Delta. Quando eravamo piccoli, siamo cresciuti sapendo che la maggior parte dei villaggi, delle tribù e dei gruppi sociali del Delta erano essenzialmente pescatori. Ma con la costante estrazione di petrolio, la spoliazione dell’ambiente, la scomparsa della fauna e della vita acquatica del Delta, gran parte dell’industria collegata alla pesca è scomparsa. Molte delle attività industriali ed agricole che si facevano sono ora scomparse.

Allora, quando hai rubato ad un popolo il suo ambiente, come ci si può aspettare, in buona coscienza, che possa sopravvivere o continuare ad esistere come popolo? Vedi, il nostro popolo ha un detto per cui la natura ha messo a disposizione di ogni gruppo i mezzi per la sopravvivenza. Ti faccio un esempio. Nel sud-est, nella terra degli Igbo per esempio, il nostro popolo vive soprattutto di terra. Sopravviviamo grazie alle nostre palme, facciamo olio di palma, coltiviamo, questa è la base della nostra sussistenza. Se vai a nord, lì non ci sono le palme. Sopravvivono con altri tipi di agricoltura, piantano cipolle, patate, fanno pastorizia. Se vai nel Delta del Niger, i mezzi di base per la sopravvivenza sono la pesca ed alcune forme di agricoltura e di coltivazione. Allora se siamo d’accordo che la natura ha disposto per ogni gruppo certe forme di sussistenza, siamo testimoni di una situazione in cui i mezzi di sussistenza in gran parte del Delta del Niger sono stati spazzati via. Per colpa delle attività delle compagnie petrolifere che non badano a nessuna forma di interesse e responsabilità sociale.

Allora, questo è il contesto in cui collocare i militanti che sono insorti nel Delta del Niger dalla fine degli anni ’90 in poi. Sì, la maggior parte di questi gruppi sono coinvolti in varie forme di criminalità ed anche di banditismo, che non servono affatto agli interessi dei nigeriani abitanti comuni del Delta. E questo va condannato, ma non inficia in nessun modo il peccato originale che li ha spinti a peccare ulteriormente.

D’accordo. Parlando di peccato, la Nigeria è una società molto religiosa. La religione qui è molto radicata. E spesso assume forme molto conservatrici ed a volte violente. Qual è la tua opinione e cosa comporta questo per l’anarchismo e per l’organizzarsi nel senso più più ampio?

Ti dirò che la religione e le pratiche religiose sono entrate in una nuova fase in Nigeria. Prima del colonialismo, la nostra gente era per lo più di religiosità africana, con l’adorazione dei nostri piccoli dei- dei del tuono, del fiume e così via. Con l’arrivo del colonialismo, le due principali religioni globali – l’Islam ed il Cristianesimo – sono diventate le forze predominanti nelle vite dei nigeriani.

La rivalità e la competizione tra le due religioni portava a non considerare il fatto che non tutti i nigeriani erano musulmani o cristiani. Anche nel centro-nord, ci sono tribù pagane con diverse forme di religiosità africana. Ma oggi la Nigeria viene presentata e stereotipata con un sud cristiano ed un nord musulmano. Eppure se vai nel nord ci trovi tanti che non aderiscono all’Islam, se vai al sud troverai tanti che non aderiscono al cristianesimo.

Ma direi che negli ultimi 20-30 anni la singola influenza del cristianesimo o dell’Islam ha assunto una valenza negativa nella società nel senso che entrambe le religioni sono diventate fonti di manipolazione, manipolazione politica della gente comune. Quando senti che ci sono disordini religiosi nel nord, disordini religiosi ad Est, e poi vai ad analizzare i fatti, si scopre che non hanno una base religiosa. I politici usano la religione per manipolare la gente comune nelle lotte per la conquista di posizioni politiche e per assoggettarla alle elite.

La religione è divenuta uno strumento di manipolazione, di sfruttamento, di inganno, una sorta di bendaggio sugli occhi su larga scala della gente comune in Nigeria. E’ uno degli elementi militanti contro la coscienza sociale e lo sviluppo di una classe operaia, in quanto classe, in Nigeria. Contro lo sviluppo di una classe dei deprivati, degli oppressi, degli emarginati, che sentano e condividano interessi comuni e siano pronti a lottare per questi comuni interessi. La religione viene posta in mezzo come un cuneo, come una fonte di conflitti tra gente comune. Come ha detto Karl Marx, la religione diventa l’oppio delle società. Ad ogni piccola cosa viene dato un significato ed una colorazione religiosa che in realtà non ha. Si tratta di una tremenda remora allo sviluppo della coscienza sociale in Nigeria e in tutta l’Africa.

Sì. L’hai già detto, ma queste divisioni religiose sono spesso collegate (ma non solo collegate) a divisioni etniche, razziali e di genere per dividere le persone le une dalle altre. Cosa ne pensi?

Beh, il problema che sta di fronte a noi non è la razza come tale, quanto la religione, l’etnicità. La religione in Nigeria ed in Africa è una questione geografica. Trovi che quella religione tende a conformarsi in certi confini etnici. Quando si parla di un Fulani, si pensa ad un musulmano. Quando si parla di un Igbo, si immagina un cristiano cattolico. Quando si parla di uno della cintura centrale della Nigeria, pensi ad un cristiano evangelico. Allora, molte differenze religiose sono diventate differenze geografiche in natura, nel senso che certi confini etnici coincidono con certe religioni. La gente è stata portata a vedere queste differenze come caratteristiche permanenti di vita, e non come cose che si possono superare. La verità è che prima della mercificazione dello scambio e dei mezzi di sussistenza nella nostra società, prima della monetizzazione dell’economia, la gente si relazionava reciprocamente e non badava alle differenze religiose. Ognuno pensava che la religione dell’altro dovesse essere una sua questione personale. Ma con la politicizzazione della religione, per come la vediamo oggi, le differenze sociali sono state esaltate dai politici, che le usano per manipolare e controllare la massa della popolazione.

E che ci dici della questione di genere? Ci sono dei cambiamenti nella lotta di liberazione delle donne?

La lotta per la liberazione delle donne in Nigeria e nel resto dell’Africa deve fare un lungo cammino. Nel senso che, la nostra società, che è naturalmente patriarcale, pone l’enfasi sul ruolo dell’uomo. In molte società africane, come ho cercato di far vedere nel mio libro, il ruolo delle donne è diminuito, ridotto quasi a note a piè pagina. Ma la verità è che persino nelle tradizionali società africane, se uso la tradizionale società degli Igbo come esempio, il ruolo delle donne è decisivo, è centrale nella creazione di equilibrio ed armonia sociale. Ma è in gran parte un ruolo misconosciuto.

Stai parlando del ruolo di leaders che le donne svolgono?

Sì. Non ci crederesti, ma lascia che ti dica una cosa – una delle meno ovvie manifestazioni della società africana. Nelle tradizionali società africane, nella tradizionale società Igbo, per esempio, una donna che non riesca a dare figli a suo marito, si trova -nel caso il marito muoia- nella situazione di non poter dare continuità alla discendenza del defunto, per cui è cosa comune per le donne che si trovino in questa situazione, sposare un altro uomo. Allora quando gli africani dicono che il lesbismo o le donne che sposano altre donne, o uomini che sposano altri uomini sono cose che non fanno parte della nostra tradizione, qualsiasi analista politico con le idee chiare, qualsiasi antropologo o sociologo africano, dovrebbe sapere che nella società degli Igbo era cosa comune per una donna sposarsi con un’altra donna, quando si trovava a far fronte ad una situazione di vedovanza, ed essere considerata moglie di una donna più anziana. La quale poteva anche portare a casa un uomo che giacesse con la donna più giovane e fare figli alla memoria dell’ultimo marito.

La tradizionale società africana sarebbe squilibrata e disarmonica senza il ruolo delle donne. Il cui ruolo era decisivo per la risoluzione di dispute. Tra gli Igbo, la risoluzione delle dispute per le terre, nelle famiglie e nei casi di difficili questioni sociali, lo sguardo delle donne, specialmente di quelle che avevano fatto qualche emancipazione materiale, veniva costantemente consultato dagli uomini nelle tradizionali società africane.

Spostandoci dalla tradizionale società africana ai giorni nostri, l’istruzione è stata la forza decisiva per la liberazione delle donne. Le donne vanno a scuola, nei territori degli Igbo ci sono oggi più donne che uomini a frequentare le scuole. Perché gli uomini vanno in giro a fare affari, si dedicano al tradizionale commercio. Sempre più spesso, in molte scuole primarie e secondarie il numero delle studentesse supera quello degli studenti. Molte famiglie hanno capito che se le donne sono istruite, se ne giova tutto il paese, se mandi a scuola un uomo, in certi casi, stai solo formando un individuo.

L’importanza delle donne nella nostra società viene costantemente riconosciuta. I tribunali hanno svolto un certo ruolo nel cercare di liberare le donne dallo stato di inferiorità sociale. In passato tra gli Igbo, le donne non potevano ereditare gli immobili paterni, anche se erano le uniche figlie dei loro genitori. Ora c’è una sentenza di tribunale che dice che un uomo può fare testamento e lasciare le sue proprietà ai figli ed alle figlie in modo uguale. Nei casi in cui non ci sono figli maschi, l’eredità può andare alle figlie.

Quindi c’è stato un qualche progresso. Non c’è un corso di laurea nelle università in cui non ci siano donne – a medicina, ingegneria, geologia, informatica, e non solo materie umanistiche o artistiche. Le donne sono ovunque, persino nell’esercito. Ma devo dire comunque, che dato il fatto che la nostra società è divisa al 50% tra uomini e donne, c’è ancora molto spazio per l’emancipazione delle donne. E’ una lotta continua. Non è qualcosa che ha un termine. In questo momento siamo ad un punto tale da poter prevedere un futuro molto luminoso per la liberazione delle donne e per l’uguaglianza di genere nella nostra società.

Sam, tu hai avuto un ruolo importante nella Awareness League, che era una organizzazione anarchica nigeriana attiva negli anni ’90. Puoi raccontarci della sua ascesa e del suo declino?

E’ con una certa nostalgia che ne parlo, perché la Awareness League era un’idea romantica. Quando siamo andati all’università nei primi anni ’80, abbiamo trovato gruppi socialisti, un insegnamento socialista, un insegnamento più che altro marxista. E fummo attratti dal marxismo, nel senso che esso parlava di una nuova alba futura nella società, e per estensione, nel continente africano. Fummo completamente coinvolti dalle prospettive del marxismo e dalla critica al capitalismo fatta da Marx e dal marxismo. Non ci volle molto perché ci definissimo marxisti all’interno del campus, e continuammo ad esserlo anche dopo l’università. Mi sono laureato con una tesi in economia politica sul debito estero della Nigeria costruita con gli strumenti dell’analisi marxista. Come quello per cui Marx dice che l’economia si pone come un asse attorno a cui girano gli altri aspetti della società, siano essi politici o culturali. Parlai anche della tendenza del capitalismo alla crisi. Queste erano le idee che mi coinvolgevano. Ma anche l’idea della rivoluzione. Marx diceva che la storia di tutte le società esistenti era la storia della lotta di classe, e che la rivoluzione era la levatrice della nuova società, dando alla luce quella nuova.

In genere in Nigeria, dopo la laurea, devi fare un anno di servizio civile. Così fui mandato nella regione di Oyo la cui capitale è Ibadan. E’ stato lì che ho incontrato un paio di giovani socialisti come me, ed iniziammo ad organizzarci ed a parlare di marxismo, socialismo, resistenza di sinistra. Ci siamo definiti essenzialmente come organizzazione di sinistra. In quel periodo alcuni di noi si abbonarono al giornale “The Torch” (La Fiaccola, ndt), che si pubblicava a New York. Fu allora che iniziammo a prendere conoscenza per la prima volta delle prime idee anarchiche. E’ stato così che gradualmente, dopo la fine dell’anno di servizio nazionale, alcuni di noi che vivevano nel sud-est, iniziarono a pensare ad una piattaforma duratura. Anche perché il socialismo stava entrando in una crisi molto seria. La crisi dell’impero sovietico era in corso. Poco tempo dopo, il comunismo collassava in tutta Europa. E fu nel mezzo di questa crisi che noi iniziammo a pendere sempre di più verso posizioni anarchiche. Di conseguenza è nata la Awareness League, e il resto è storia.

La Awareness League trae la sua linfa prima di tutto dalla resistenza contro il governo militare in Nigeria. La continuazione del governo militare funzionava da fertilizzante. Fu una delle ragioni che continuarono a dare ossigeno alla nostra esistenza come Awareness League. E’ ormai storia che tra la fine degli anni ’80 e la fine degli anni ’90, la Nigeria ha vissuto il picco della lotta contro i militari. La Awareness League unì le sue forze con altri gruppi anti-militari nella resistenza alla dittatura in Nigeria. Fu nel corso dei contatti intrapresi con diversi gruppi anarcosindacalisti in tutto il mondo, tra Europa ed America, che insieme ai miei compagni decidemmo di scrivere un libro sull’anarchismo.

La lotta contro il governo militare finì con l’avvento del governo civile nel 1999. Posso dire che l’antagonismo espresso non solo dalla Awareness League ma da tutta la società civile, dai gruppi di quartiere e dalle organizzazioni di sinistra nel paese, virtualmente svanì. Perché i militari erano un fattore di unità, nel senso che ogni persona – anarchico, marxista, socialista, di sinistra – vedeva nei militari un nemico comune a cui resistere, a cui opporsi, da rovesciare se possibile. Con l’avvento del governo civile, non avevamo più quel tipo di nemico comune. Perché alcuni di quei gruppi, alcune individualità di questi gruppi, avevano iniziato a gravitare intorno alla politica borghese. Ma va detto che nella maggior parte dei casi il problema non stava in queste individualità che si avvicinavano alla politica borghese, perché erano tutti i gruppi della società civile insieme alle organizzazioni ed ai gruppi di sinistra che non erano preparati alle conseguenze di un avvento del governo civile. Non analizzammo seriamente quali sarebbero state le conseguenze della fine del governo dei militari e dell’avvento dei civili al loro posto. Demmo per scontato che si trattava della stessa cosa, di affari. Ma, come poi accadde, la fine del governo dei militari singolarmente segnò la fine della maggior parte di questi gruppi di quartiere e della società civile. La maggior parte di questi gruppi, compresa la Awareness League, si frammentarono.

All’alba del nuovo millennio, eravamo poche individualità di sinistra, alle prese con la realtà dell’esistenza sociale e degli sviluppi politici del nostro paese. Alcuni di noi sono ritornati a scuola, prendendo incarichi da insegnante in alcune università, altri sono alle prese con la realtà della sopravvivenza e dell’esistenza nel nostro tipo di società. Io ho dovuto affrontare delle sfide sul piano della salute – cosa di cui preferisco non parlare. Tra il 2007 ed il 2009, ho avuto seri problemi di salute. Per me è impossibile ricostituire la Awareness League nelle circostanze in cui ci troviamo oggi.

Mi dico che non possiamo ricreare la Awareness League, ma forse dobbiamo mantenere qualche forma di interazione tra di noi e con altri nella società civile. Dobbiamo continuare ad impegnarci, anche con quelli che sono coinvolti nella politica istituzionale, in qualche forma di appello a poter contare. Dobbiamo cercare modalità più realistiche per essere più rilevanti nella società e cercare noi di fare la differenza nelle nostre rispettive comunità e nella società in senso più ampio.

Per cui mi sono messo in contatto con un po’ di persone per creare una organizzazione non-governativa nota come Tropical Watch. Che si occupa soprattutto di sviluppo sostenibile e di ambiente, tra cui i cambiamenti climatici. In questo percorso ci siamo imbattuti anche in qualche lotta contro la corruzione. Poiché ci siamo accorti che una della maggiori minacce allo sviluppo sostenibile è proprio la corruzione. Questa rende impossibile allocare le risorse in maniera legale e trasparente. Ne trarrebbero beneficio tutti i settori dell’economia e della società. E’ la corruzione che rende impossibile ad esempio che il governo controlli le foreste in molte comunità. E’ la corruzione che rende impossibile procedere nella costruzione di strade, nella fornitura di acqua, nelle bonifiche. E’ talmente vasta la corruzione che è impossibile creare un equilibrio armonico tra l’utilizzo delle risorse e l’esistenza dell’ambiente e della società. Queste sono alcune delle cose che personalmente, insieme ad altri amici ed individualità, sto cercando di mettere in piedi.

Ma non è stato facile. Perché come ti ho detto quello che è successo alla Awareness League non è un caso unico – è successo ad ogni altro singolo gruppo della società civile, ad ogni altra organizzazione sociale organica nel paese che aveva preso parte alla lotta contro i militari. Ti faccio un esempio. Una delle più grosse ONG degli ultimi 15-20 anni in Nigeria è stata la Civil Liberties Organisation. Era un organismo impegnato nella lotta per i diritti umani, per un governo costituzionale, contro le violenze della polizia e contro tutte le forme di violenza ai danni dei civili, uomini e donne. La Civil Liberties Organisation (CLO) era cresciuta così tanto da avere sedi in diverse parti del paese. Ma ti posso assicurare che nel giro di 7-8 anni la CLO è quasi morta. Infatti, oggi è più o meno una sorta di fantasma, perché non c’è un solo stato della Nigeria in cui abbia una sede aperta e funzionante. Chi faceva il direttore di zona qui a Enugu è stato praticamente lasciato in balìa di se stesso. Non hanno pagato l’affitto della sua sede per 5 anni. Quello che voglio dire è che ciò che è successo alla Awareness League è quello che è capitato alla maggior parte delle altre organizzazioni. Anche la Tropical Watch stenta ancora a stare in piedi da sola.

Ci sono organizzazioni della classe operaia, sindacati, in Nigeria, che possono essere considerati come veicoli per la lotta di classe?

I sindacati in Nigeria sono stati molto attivi nelle prime lotte anti-coloniali. Ti ho già raccontato tempo fa delle lotte del minatori delle miniere di carbone qui a Enugu, che era il centro minerario della Nigeria. Durante le lotte anti-coloniali per l’indipendenza, i padroni coloniali fecero uccidere 49 minatori qui in città, minatori che stavano lottando contro lo sfruttamento. Fu una pietra miliare per lo sviluppo della lotta anti-coloniale in questa parte della Nigeria. Anche nella città di Jos, dove c’era una fiorente industria mineraria, gli operai erano ben organizzati. Le industrie minerarie diventarono un trampolino di lancio per la sindacalizzazione nel paese, compreso il servizio civile regolare. Alla svolta dell’indipendenza, avevamo un consistente sindacalismo operaio nel paese, che è proseguito fino all’arrivo dei militari.

Il governo militare riuscì ad irretire lo sviluppo del sindacalismo nel paese. Ci riuscirono facendo ricorso a sentimenti primordiali, alla religione, al tribalismo ed alle divisioni regionali, come a dire, dividi e governa, per manipolare i lavoratori. Dipende da chi è al governo. Il movimento sindacale nazionale in Nigeria – verso la fine della dittatura militare – cercò di far sentire la sua voce, iniziando ad indire scioperi nazionali sempre più forti ed iniziando a riorganizzarsi su scala nazionale.

Ma ti posso dire che le fortune del sindacalismo sono state ostacolate dal processo di deindustrializzazione che sta avendo luogo nel paese, a partire dagli ultimi giorni della dittatura militare. La maggior parte delle industrie hanno chiuso. Uno dei settori che impiegava più lavoratori nel paese era l’industria tessile ed ora non c’è più. L’industria tessile è stata completamente spazzata via. Ora importiamo prodotti tessili a buon mercato dalla Cina, dai paesi vicini, dall’India. L’industria tessile occupava più di 200mila operai in tutto il paese. Il settore dell’automobile aveva degli impianti di assemblaggio della Anammco qui a Enugu, la Peugeot era a Kaduna, la Peleot era a Bauchi, la Volkswagen era a Lagos. Ora sono tutti chiusi. Avevamo un settore dell’acciaio in diversi posti. Tutti chiusi. Dunque c’è stata una massiccia deindustrializzazione nel paese che nel giro di 20 anni ha colpito le speranze dei lavoratori.

Ora i settori che tirano sono quello pubblico, il settore bancario o l’industria del petrolio. Qui i lavoratori si sentono come dei privilegiati. E quindi fanno fatica a fare attività sindacale, tranne i più giovani. Lo stesso accade nel settore bancario, infatti una delle clausole di impiego è che non si organizzi attività sindacale. Per circa 10-20 anni i lavoratori hanno accettato questa situazione. Ma dopo i primi fallimenti di banche in Nigeria, che sono avvenuti alla fine degli anni ’90, i lavoratori più giovani del settore bancario stanno iniziando a ri-organizzarsi. Ma non sono più così efficaci. Per cui, fondamentalmente, i sindacati che ci sono in Nigeria, sono praticamente quelli del settore pubblico. E sarai d’accordo con me che l’esperienza sindacale industriale si fonda sui luoghi di lavoro dell’industria e non negli uffici con l’aria condizionata ed i colletti bianchi dietro le scrivanie.

Così lo stato delle attività sindacali in Nigeria è deplorevole. E la maggior parte dei dirigenti sindacali guardano alla loro posizione con un occhio alla loro carriera. Pensano alla carriera prima e più di ogni altra cosa. Questo è uno dei fattori chiave che ha influenzato le ultime manifestazioni nazionali, nel senso che i dirigenti del sindacato del Nigerian Labour Congress hanno capitolato all’ultimo minuto.

Lasciami spiegare che i ceti professionali in Nigeria – l’associazione dei medici, degli avvocati, degli architetti, degli ingegneri e professioni simili non sono interessate ad organizzarsi sindacalmente. Questi partono dalla prospettiva di percepirsi come membri privilegiati della società. Anche se le condizioni di una porzione significativa di questi ceti sono oggi a livello dei nigeriani comuni. Per loro non c’è un incentivo ad organizzarsi. Cercano invece come singole persone di sfruttare il gruppo professionale per usare il sistema a loro vantaggio personale o per gli interessi di gruppo.

Sam, quali sono le cose su cui la gente si attiva – gli attivisti di base nel sindacato, o le persone come te in Tropical Watch oppure le organizzazioni della società civile – quali sono le cose per cui la gente cerca di costruire le lotte? Tipo questioni pratiche quotidiane, in cosa le persone impiegano il loro tempo nel cercare di costruire le lotte sociali?

Noi, in quanto attivisti, cerchiamo di vederci. Cerchiamo di fare workshops. Teniamo alcuni workshops che sono sponsorizzati da agenzie di donatori, in cui si riesce a mettere insieme gli attivisti. Abbiamo fatto dei seminari e tenuto workshops sulla brutalità della polizia, sulla violenza della polizia, sulla violenza di genere, sui cambiamenti climatici. Questi seminari e questi workshops puntano a mettere insieme attivisti di tutte le tendenze. E di volta in volta, partendo dai cambiamenti sociali, politici ed economici intorno a noi, cerchiamo di organizzare riunioni tra gruppi ed individualità, e vediamo se riusciamo a trovare un accordo ed a costruire qualcosa.

Ma ad essere sinceri, specialmente nel sud-est non siamo stati capaci di costruire una salda società civile. La gente di Lagos è stata capace di creare modelli migliori perché essenzialmente loro hanno più esperienza in questo campo, che risale agli anni della dittatura militare. La gente di Abuja sta lavorando bene, perché a partire dal movimento per la sede del governo ad Abuja, siamo stati testimoni della concentrazione di attivisti che si organizzano per il riconoscimento governativo in un modo o nell’altro. Ma qui non abbiamo avuto fortuna. Credo che una parte del problema stia nel fatto che la maggior parte delle persone è occupata nella lotta quotidiana per la sopravvivenza. Ma riconosco che questa non è una scusa sufficiente per non essere capaci di organizzarsi.

Ecco l’esperienza di uno dei nostri compagni, Osmond Ugwu, il quale non molto tempo fa è stato vittima di una grande prepotenza di stato. Si era messo ad organizzare i lavoratori nella protesta contro la mancata adozione del salario minimo. Il salario minimo faceva parte del programma politico del governo del PDP (People’s Democratic Party, ndt), ed una legge sul salario minimo nazionale era passata in entrambe le camere della assemblea nazionale. Tutti gli stati del paese erano dunque tenuti ad adottare il salario minimo, a metterlo in pratica nei territori di competenza. Ma qui il governo di Enugu si è rifiutato di applicare la legge o ha cercato di dilazionarne l’applicazione. E quando Osmond ed altri 2 compagni hanno cercato di organizzare i lavoratori, di sensibilizzarli a reagire a questa ingiustizia da parte del governo, è stato messo in prigione. E’ istruttivo osservare che mentre Osmond stava cercando di organizzare i lavoratori, i dirigenti locali del sindacato (il Nigerian Labour Congress, ndt) stavano collaborando con il governo locale e stavano negoziando una attenuazione del diritto dei lavoratori ad organizzarsi. Infine è stato Osmond a pagarne il prezzo restando in carcere e finendo sotto processo. E’ stato rilasciato solo alla fine di gennaio. [2012]. Grazie soprattutto alle proteste sollevate da Amnesty International. Ed oggi deve affrontare delle accuse criminali che sono del tutto ridicole. Questo per capire quali sono le minacce che deve affrontare chi in questo paese intenda lottare per creare una nuova società in questo contesto ambientale.

Un ultima domanda Sam: come potresti definire la solidarietà globale? Cioè, come possono gli attivisti che vivono nei paesi cosiddetti “sviluppati” sostenere le lotte nella maggior parte del mondo e viceversa?

Sì, gli attivisti nel mondo sviluppato possono fare molto per sollecitare la coscienza della gente qui. Ma credo che in fin dei conti deve essere la gente qui ad assumersi la responsabilità per la propria vita, assumersi la responsabilità di resistere ai governi autocratici, assumersi la responsabilità di cercare di portare i governi a rispondere del loro operato.

La gente del mondo metropolitano può assisterci aiutandoci a costruire le nostre capacità. Vedi, i gruppi della società civile qui non se ne stanno a casa ad usare gli strumenti della moderna comunicazione – i social media – quelli che hanno avuto un ruolo molto importante nell’Occupy movement in diverse parti d’Europa e in America, e nella primavera araba. Rimarresti sorpreso se ti dicessi che la protesta nigeriana non è stata sostenuta in modo rilevante dall’uso dei social media. Sì, ci sono stati esempi in cui i social media hanno avuto la loro importanza, ma la nostra nozione di social media qui è quella di usare la posta elettronica o di gestire il tuo profilo su FB. Questa è la nozione media che hanno i nigeriani rispetto ai social networks. Ma ci sono ancora molte difficoltà su come utilizzare twitter o YouTube, come mettere in rete foto e altro, come creare un blog che sia facilmente accessibile agli altri attivisti che sono in rete.

E’ anche vero che qui l’accesso a internet si deve ancora sviluppare. In base ad una mia valutazione siamo sotto il 20% della popolazione. O ancora molto molto meno. Sì, la gente accede alla rete quando usa la posta elettronica, o quando usa Facebook. Ma se si parla di lotta sociale collegata alla rete, l’accesso a Internet scende a meno del 10%.

Così la gente del mondo metropolitano può davvero aiutarci cercando di costruire la capacità di usare gli strumenti della comunicazione dei social media. E’ cruciale fare dei progressi nell’organizzare e nel costruire la solidarietà col mondo esterno. Se avessimo accesso a questi mezzi, sarebbe più facile tenersi in contatto con il resto del mondo, e per quest’ultimo poter conoscere esattamente la vera situazione qui. Le persone qui dovrebbero essere messe nelle condizioni, dovunque si trovino, non solo nelle aree urbane, di poter fare delle foto e metterle in rete per trarne il maggior vantaggio possibile.

Sì. C’è qualcos’altro che vorresti aggiungere prima di chiudere?

Sì, vorrei dire poche cose ai nostri amici anarchici ed ai gruppi che in passato hanno lavorato con noi, che ci hanno aiutato, in un modo o nell’altro, specialmente dall’Europa e dal Nord America. Voglio dir loro che l’anarchismo in Africa non è morto. E’ importante sapere che l’anarchismo come movimento, come movimento politico, come piattaforma ideologica, ha bisogno ancora di un po’ di tempo per potersi cristallizzare qui. E nel frattempo, proseguiamo ad impegnarci del resto della società. Dobbiamo continuare a stanare il governo per costringerlo a dibattere sul nostro terreno. Ecco perché alcuni di noi si sono messi a fare le ONG. Quando qui parli alla gente di anarchismo, ti dicono:”Ah, bene. Cioè? Ah, no no no l’anarchismo è disordine, caos, confusione”. Naturalmente quando fai un’analisi adeguata dell’organizzazione sociale e di come questa [scorretta visione dell’anarchismo] conformi i principi anarchici [su come l’ideologia controlla le persone], capisci qual è il senso.

E’ difficile qui iniziare a costruire un movimento fondato solo sui principi anarchici. Ma possiamo costruire un movimento che chiami il governo alle sue responsabilità, cercando di lottare per l’ambiente, di lottare per l’uguaglianza di genere, per i diritti umani. Perché questi sono i principi minimi su cui una gran parte della popolazione si ritrova, ed ha senso per noi continuare ad interagire ed a interrogare ciò che esiste a livello sociale e di politica pubblica su queste basi. E cercare di far sì che la società civile non si estingua del tutto. Mentre quelli tra noi che continuano sinceramente a credere nell’anarchismo continueranno ad organizzarsi ed a sviluppare gli strumenti organizzativi che un giorno porteranno all’emergere del movimento anarchico.

Sì. Grazie Sam. Ci hai dato tanti spunti su cui riflettere. Credo che con persone come te così a conoscenza delle cose, così critici ed attivi, c’è sicuramente speranza che possa nascere quel movimento di cui ci hai parlato.

Grazie a te Jeremy.

* Questa è una traduzione della trascrizione completa dell’intervista fatta a Sam, nel marzo 2012 a Enugu, in Nigeria. Alcuni estratti sono su questo blog. Si può ascoltare o scaricare il file audio nella sezione audio del blog. L’intervistatore, Jeremy, fa parte del Jura Books Collective – un collettivo anarchico di Sydney in Australia. La traduzione è a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali. “