TTIP e CETA, il neoliberismo che avanza.

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Attualmente UE e USA stranno mettendo a punto un contratto commerciale e sugli investimenti chiamato TTIP (“Transatlantic Trade and Investiment Partnership”, ovvero “partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti”), mentre un simile accordo tra Canada e Unione Europea, chiamato CETA, sta per essere ratificato. Il TTIP, discusso e steso a porte chiuse da un’apposita commissione europea, verrà infine sottoposto all’approvazione del parlamento europeo che non potrà modificarlo, ma solo approvarlo o respingerlo così com’è, il che vale anche per i parlamenti nazionali che dovranno a loro volta deciderne l’approvazione o meno.  Ma di cosa si tratta realmente, cosa stabilisce questo accordo, chi ne giova e quali sono le ricadute sul piano economico, sociale, ambientale, umano? Innanzitutto va detto che l’obiettivo principale del TTIP, del quale solo alcuni dettagli dell’accordo steso in segreto sono finora trapelati, è quello di limitare ulteriormente l’influenza degli Stati nell’economia capitalista, facilitare gli scambi e aumentare il volume degli investimenti a livello internazionale creando la più grande area mondiale di libero scambio, accrescere il potere delle grandi imprese, creare o espandere il mercato a settori non ancora (o limitatamente) da esso coinvolti. Il trattato permette alle imprese private di citare in giudizio gli Stati, portandoli di fronte a un tribunale privato, al fine di impedire che un qualche governo possa interferire con gli interessi dell’impresa stessa e con la sua accumulazione di profitto, costringendo lo Stato (o per meglio dire i contribuenti di tale Stato) a pagare somme esorbitanti in caso di sconfitta, il che fungerebbe anche come deterrente nel caso un governo dovesse avere la malaugurata idea di contrastare i piani di una qualche multinazionale. Accordi commerciali di questo tipo hanno solitamente durata ventennale, il che renderebbe inutile qualsiasi legislazione promulgata in tale arco di tempo tesa ad ostacolarli o “ammorbidirli”. Un altro aspetto previsto dagli accordi è l’ulteriore liberalizzazione di settori pubblici quali trasporti, smaltimento rifiuti, servizio idrico e postale, sanità, beni culturali, che una volta privatizzati difficilmente (nel migliore dei casi!) potrebbero tornare in mani pubbliche. Anche le norme legislative in materia di tutela ambientale, difesa dei/lle consumatori/trici, trattamento dei dati personali, diritti dei/lle lavoratori/trici verrebbero messe in discussione qualora dovessero interferire con la libertà delle imprese. Le conseguenze sono facili da dedurre: riduzione degli standard sociali, sfruttamento ambientale ed umano sempre più sconsiderato, aumento del divario tra ricchi e poveri, difficoltà di accesso per le fasce sociali più svantaggiate a servizi di fondamentale importanza, riduzione della trasparenza. Per il grosso capitale ed i suoi vassalli si tratta di un’occasione da non perdere e per convincerci ci prospettano con l’introduzione di TTIP e CETA un aumento del PIL dei Paesi firmatari dei trattati, aumento dei posti di lavoro e vivacizzazione dei mercati con conseguente miglioramento del tenore di vita per tutti… Ma sí, siate euforici, potrete esportare più facilmente prodotti italiani negli USA e importare dagli USA mais transgenico, simpatiche attività quali il fracking saranno all’ordine del giorno, dovrete avere l’assicurazione sanitaria privata, ma magari con un pò di fortuna vi verrà permesso di vendere un organo vostro o di un vostro familiare per pagarvi le spese, nel caso non siate prima tentati di investire i soldi ricavati in qualche prodotto finanziario garantito da sorridenti banksters e dalla loro parola di boyscout. Non vorrete mica rifiutare il progresso e la modernità, se perdete l’occasione sarete tagliati fuori dalla più grande area di libero mercato svincolato da tutti i vincoli del mondo e il vostro Paese farà la fine dell’Italia (ah, ma il vostro Paese È l’italia…vabbé, ‘sticazzi, volevo dire della Grecia!). Viva la libertà -di essere ancor più schiavi!

Tutto ciò sembra terribile, vero? Eppure non si tratta di una qualche mostruosità uscita dalle menti malate di pochi avidi ricconi da far rientrare nei ranghi del buonsenso grazie a leggi e parlamenti, ma solo della naturale evoluzione della struttura economica capitalista. Gli Stati hanno da sempre offerto al capitalismo l’appoggio e la protezione necessari per andare avanti anche nei momenti di crisi e ora, nonostante qualche prevedibile ma suppongo isolata reticenza, sapranno farsi da parte -senza pertanto sparire- per garantire maggior libertà di movimento ai capitali sul mercato. Chi oggi pensa di trovarsi di fronte a un incubo ha dormito troppo a lungo, perchè l’incubo esiste da parecchio ed ha solo cambiato forma adattandosi ai tempi e alle necessità storiche, ha già da tempo invaso gli aspetti più intimi delle nostre vite e della nostra psiche, influenza i nostri comportamenti, i nostri stili di vita, i nostri modelli di riferimento, desideri, ambizioni, progetti per il futuro e si riproduce anche grazie a noi, alla nostra collaborazione più o meno volontaria e più o meno consapevole, alla nostra passività, alla nostra incapacità di immaginare (figuriamoci costruire!) una realtá diversa sottraendoci a scelte obbligate e mettendo in discussione presunte certezze che ci tengono ancorati alle nostre forme di sudditanza. Non ci si deve quindi stupire se siamo arrivati fino ad una evoluzione come quella prospettata da accordi quali TTIP e CETA, preceduta da altri accordi e associazioni come NAFTA ed EFTA, a loro volta frutto di scelte e circostanze ancor più vecchie, ma non si dovrebbe nemmeno pensare che invertire la tendenza sia impossibile. Bloccare questi nuovi accordi commerciali, che evidenziano per l’ennesima volta l’incompatibilità tra i più basilari interessi reali dell’umanità e gli interessi del sistema economico capitalista, significherebbe recuperare punti su quel terreno di lotta che non può prescindere dalla partecipazione degli oppressi e degli sfruttati di tutto il mondo. Non si tratterebbe di una vittoria sulla quale adagiarsi, ma del recupero di una posizione importante dalla quale ripartire per mettere in discussione e contrastare in maniera profonda qualsiasi forma di capitalismo, sia essa la variante socialdemocratica o quella neoliberista, e, più in generale, qualsiasi forma di dominio.

Hambacher Forst: resistenza contro la centrale elettrica a carbone.

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Hambacher Forst è un’antichissima foresta (12mila anni!) che originariamente comprendeva 5500 ettari di terreno (oggi ne restano solo 1100), situata nella regione tedesca della Renania Settentrionale-Westfalia. Già dal XVI Secolo esisteva una rigida regolamentazione a salvaguardia della foresta, ma nell’epoca contemporanea, specialmente dal 1978 in poi, l’industria mineraria del carbone ha portato alla parziale distruzione dell’aera boschiva. Quel che rimane di Hambacher Forst, con i suoi alberi secolari ed alcune specie animali e vegetali in pericolo d’estinzione, è oggi minacciato dal progetto di costruzione di una centrale elettrica a carbone ad opera dell’azienda RWE, il più grosso produttore di CO2 su scala europea. Mentre in Germania si parla tanto di svolta a favore di energie “pulite” e rinnovabili prevedendo l’addio definitivo, almeno teoricamente, a fonti di energia inquinanti e pericolose, esistono ancora colossi del settore energetico che mettono in pericolo l’ambiente e la salute umana in nome del profitto. La distruzione della foresta per far posto ad una centrale elettrica a carbone è legale: le leggi tedesche dicono che si può fare, in barba alle specie animali e vegetali che popolano Hambacher Forst, alla faccia della salute degli/lle abitanti delle città che sorgono in prossimità della futura miniera, nonostante anche i costi economici dell’inquinamento non ricadano su chi lo produce. È illegale invece resistere contro un simile progetto, chi lo fa rischia di scontrarsi con la violenza della polizia e di beccarsi denunce, processi, sanzioni economiche e carcere. La differenza tra ciò che è legale e ciò che è giusto è sotto gli occhi di tutti, chi decide di opporsi a simili progetti di devastazione ambientale compie una scelta in base alla propria coscienza, a ciò che ritiene legittimo e necessario- anche per il bene della comunità e dell’ambiente.

È per questo che la resistenza alla distruzione di Hambacher Forst non manca, nonostante chi la porta avanti sappia quali siano i rischi ai quali va incontro. Ispirati da movimenti contro la distruzione di foreste e contro la produzione di energia carbonifera, diverse persone hanno dato vita ad una serie di azioni e progetti per salvare l’area boschiva, prima fra tutte la sua occupazione nell’Aprile 2012 e, dopo il violento sgombero da parte della polizia nel Novembre successivo (durante il quale un singolo attivista riuscì a tenere in scacco per quattro giorni le forze dell’ordine rintanandosi in un cunicolo sotterraneo appositamente scavato prima di essere tirato fuori), la rioccupazione di alcuni prati ai margini della foresta. Tra le altre azioni messe in campo dagli/lle attivisti vi sono l’adozione di alberi dell’ Hambacher Forst, la partecipazione a camping ecologisti, l’organizzazione di tour in bicicletta, manifestazioni e presidi informativi in diverse città tedesche. Le attività intraprese per salvare quella che ormai può essere definita l’ultima foresta millenaria d’Europa continuano, per evitare l’ennesimo scempio ambientale i cui costi in materia di inquinamento, danni alla salute e impoverimento della biodiversità ricadranno inevitabilmente su tutti, soprattutto sulle future generazioni.

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Per altre informazioni (in tedesco e inglese) su Hambacher Forst e sulle lotte passate, presenti e future di chi la difende: http://hambacherforst.blogsport.de/

Per sostenere gli/le attivisti/e con offerte (in denaro e non):http://hambacherforst.blogsport.de/kontakt/was-wird-benoetigt/

Come distruggere Venezia.

Venezia, antica e bellissima città, muore oggi di ciò di cui vive: turismo. Soprattutto di un certo tipo di turismo. Come se non bastassero il fenomeno dell’acqua alta e l’inquinamento provocato dal polo industriale di Porto Marghera, ora ci si mettono pure le Grandi Navi che attraversano numerose la laguna nella quale sorge la città più fragile d’Europa, provocando danni alle infrastrutture ed agli edifici ma soprattutto forte inquinamento, con tutte le conseguenti ricadute per la salute umana. Contro l’attraversamento della laguna veneziana da parte di queste enormi imbarcazioni turistiche è nato un comitato di base di cittadini che organizza da anni iniziative per richiamare l’attenzione sulle conseguenze che ricadono sulla città e i/le suoi/e abitanti. L’ultima iniziativa, una tre giorni di lotta dal 7 al 9 Giugno di quest’anno, ha visto la partecipatione di attivisti/e con delegazioni da tutta Italia e anche dall’estero, ed è culminata con una manifestazione sulla terraferma alla quale ne è seguita una in mare con dozzine di piccole imbarcazioni che hanno bloccato il traffico nella laguna.

La lotta contro le Grandi Navi a Venezia è una lotta per la difesa dell’ambiente, del patrimonio artistico e culturale, della salute umana e più in generale contro tutte le grandi opere inutili e dannose che pongono il profitto economico al di sopra di qualsiasi altra cosa.

Marcia mondiale contro Monsanto-25 Maggio 2013.

Per il prossimo 25 Maggio è stata indetta una giornata di mobilitazione internazionale contro Monsanto, multinazionale leader nel mercato degli organismi geneticamente modificati. L’iniziativa è stata lanciata dal gruppo Occupy Monsanto per richiamare l’attenzione e protestare contro le politiche particolarmente aggressive del colosso degli OGM, mettendo in guardia sulle conseguenze derivate dalla scelta e dalla diffusione di organismi geneticamente modificati. Finora, in particolare negli Stati Uniti d’America, la Monsanto ha avuto il sostegno del governo grazie ad un’intensa attività di lobbing ed ha tentato più volte di far cambiare a suo favore la legislazione europea in materia di OGM trovando sempre una forte opposizione suprattutto tra agricoltori, movimenti dei consumatori ed ecologisti.  Per conoscere meglio la questione OGM, le multinazionali che ne traggono vantaggio, le conseguenze per economia, ambiente e salute umana e le lotte intraprese finora, consiglio la lettura dei tre articoli linkati qui sotto. I tre link successivi rimandano invece alla pagina Facebook dei promotori dell’iniziativa, alla pagna che spiega le motivazioni della protesta e le soluzioni proposte ed infine alla lista di iniziative contro Monsanto che avranno luogo un pò in tutto il mondo il prossimo 25 Maggio.

“L’anno del granoturco”, di Paolo Soldati;
Biopirati: la storia del pizzo legalizzato”, di Earth Riot;
Monsanto semina la morte tra i contadini indiani”, di Vandana Shiva.

Pagina Facebook (english);
Obiettivi e proposte (english);

Lista degli eventi.

 

 

 

Greed economy.

Alcuni giorni fa sono venuto con piacere a sapere dell’ultima operazione compiuta dagli hacktivisti di Anonymous Italia, che si sono schierati contro la costruzione di rigassificatori e la conseguente devastazione ambientale da essi provocata. I motivi del sabotaggio di alcuni siti internet legati alla costruzione dei rigassificatori sono ben spiegati nel comunicato pubblicato sul sito ufficiale di Anonymous Italia.


Nonostante i motivi di natura ambientale (e di conseguenza quelli legati alla salute ed alla sicurezza umana) siano -giustamente- posti in primo piano da chi si oppone alla costruzione dei rigassificatori, l’aspetto tra quelli elencati dagli hacktivisti di Anonymous che ha maggiormente attratto la mia attenzione è di natura economica. Cito:
Forte rischio economico: i costi di costruzione sono esosi, fino a 500 milioni di euro. Gran parte delle spese relative al progetto di rigassificazione è sostenuto dallo Stato il quale è intervenuto per la copertura di gran parte della spesa. Con la delibera 178/2005 (finalizzata ad aiutare la competizione), lo Stato ha incentivato la costruzione degli impianti di rigassificazione azzerando il rischio di impresa per le società che vogliono investire in tale ambito. In caso di mancato utilizzo dell’impianto, ad esempio per mancanza di GNL da acquistare sul mercato, o per eccesso di domanda, i gestori godrebbero comunque di un introito minimo: lo Stato interverrebbe prelevando i fondi dalle bollette degli utenti.” 

Ma come, lo Stato deve aiutare la competizione economica?!?! Ma allora dov’è la “mano invisibile”, dov’è la magica dote del capitalismo che si regola da se??? Domanda retorica, ovviamente. Così come è retorico chiedersi come mai, in una fase di crisi economica come quella attuale, lo Stato debba correre il rischio di far accollare ai contribuenti già tartassati gli eventuali costi di un’operazione economica potenzialmente fallimentare: basterebbe leggere alcuni documenti prodotti ad esempio dal movimento No TAV per capire cosa significhi concretamente il termine “socializzazione delle perdite”- un pò come giocare a poker coi soldi altrui mettendo in tasca il ricavato di un’eventuale vincita senza essere obbligati a restituire la somma giocata in partenza, anzi facendo pagare ad altri gli eventuali debiti contratti in caso di perdita. Ci si potrebbe anche chiedere cosa ne sia stato di tutti gli strombazzati discorsi retorici sulla green economy…oppure ci si potrebbe finalmente rendere conto che nel capitalismo l’unico verde che conta è quello di certe banconote. Greed, not green.

“Fermiamo la guerra in Mali”: comunicato della FAI.

Fonte: Anarchaos.

” Fermiamo la guerra in Mali! [Comm. Rel. Internazionali FAI]

http://federazioneanarchica.org/archivio/20130216cri.html

Fermiamo la guerra in Mali!

L’11 gennaio il governo francese ha dato inizio ad un’operazione militare in Mali. Ha dichiarato di intervenire per sostenere le unità maliane contro il terrorismo di matrice islamica che imperversa in quell’area e per difendere la popolazione dalle violenze. Qualche giorno dopo, il 14 e il 17, rispettivamente la Germania e l’Italia, attraverso i loro ministri degli esteri, hanno affermato di appoggiare l’attacco francese in Mali e di essere disponibili a offrire supporto logistico. Passano poche settimane e, all’inizio di febbraio il presidente francese Hollande “atterra” tra le sue truppe a Timbuctu, ripreso dalle telecamere delle TV internazionali, sottolineando che le milizie islamiche/tuareg sono in fuga e il Mali è quasi completamente liberato: “Sosterremo i maliani fino alla fine di questa missione nel nord – ha dichiarato – ma non intendiamo star qui per sempre”.

Una frase che deve essere interpretata in senso esattamente opposto se si allarga lo sguardo alla politica estera dei governi francesi degli ultimi anni.
Infatti, c’è perfetta continuità tra Sarkozy che bombarda la Libia e Hollande che bombarda il Mali.
Sin dal 2007, in Niger, si è sviluppato un movimento tuareg, e dopo quasi cinquantanni di rapporti esclusivi con la Francia,questo paese aveva di recente aperto a compagnie non francesi lo sfruttamento delle risorse minerarie.
Certo, si potrebbero evidenziare le contraddizioni di chi interviene militarmente, ora in difesa della popolazione, ora per togliere di mezzo il dittatore scomodo. Insomma un giorno si spargono i “semi” della democrazia, l’altro si sostengono le forze ribelli con soldi e armi. A volte capita che i nemici di oggi siano stati gli amici di ieri (durante l’attacco alla Libia, Francia e Gran Bretagna hanno fatto ampio uso degli islamisti per combattere le forze armate di Tripoli, poiché i separatisti della Cirenaica non erano interessati a rovesciare Mu‘ammar Gheddafi una volta che Bengasi fosse diventata indipendente).
La campagna di comunicazione massmediatica preferisce mostrare le folle festanti che sventolano la bandiera francese invece delle migliaia di profughi che si sono concentrati in pochi giorni presso i confini maliani. Il ritornello si ripete mostrando i danni che i fondamentalisti hanno provocato al patrimonio culturale, (la biblioteca di Avicenna e i mausolei di Timbouctou) sottolineando il divieto di ascoltare la musica o di vestirsi senza seguire i dogmi religiosi. La distruzione generata dai bombardamenti dell’aviazione, invece, non appare mai.
L’opinione pubblica occidentale si confronta con l’ennesimo conflitto in modo apparentemente indolore: la distanza che ci separa dagli scenari di guerra favorisce, infatti, un certo “distacco”.
Non dobbiamo, però, scordare che gli interventi degli eserciti degli stati alimentano il pericolo “terrorista” (i recenti fatti che hanno interessato l’impianto energetico di In Amenas in Algeria rappresentano un esempio lampante).
Gli effetti di queste politiche neocolonialiste, travestite da missioni umanitarie, si estendono, comunque, anche all’interno dei confini dei paesi europei grazie alle legislazioni speciali antiterrorismo che, in nome della “sicurezza” continuano a erodere gli spazi di libertà e costituiscono uno “strumento repressivo e politico pronto all’uso” per fronteggiare le forme più pericolose e crescenti della protesta sociale.
Esaminando più nel dettaglio l’intervento militare in Mali ci si rende conto dell’infondatezza delle motivazioni ufficiali e delle mille contraddizioni che ne scaturiscono.
L’esercito francese era, da tempo, pronto a intervenire; la richiesta d’aiuto del presidente golpista Dioncounda Traorè è stata solo il pretesto.
È’ impossibile credere che sia stata l’emergenza umanitaria a spingere l’Europa a intraprendere questa nuova guerra. L’Africa è vessata, da decenni, da miriadi di focolai di violenza e nessuna potenza occidentale se ne è mai seriamente interessata. Si dirà che in Mali ad aggravare la situazione c’è l’emergenza “terrorismo islamico”.
Non dimentichiamo, inoltre,il ruolo degli Stati Uniti,in questa guerra,che da decenni contendono alla Francia il controllo della FrancAfrique.
Significativo il fatto che circa tre settimane dopo l’intervento francese in Mali, gli Stati Uniti abbiano siglato un accordo con il governo di Niamey per l’installazione di una base militare statunitense ad Agadez, nel nord del Niger nella zona uranifera del paese.

Dobbiamo considerare questa “nuova” guerra come la prosecuzione naturale della campagna libica e renderci conto che, probabilmente, ci troviamo di fronte a una precisa strategia neo-coloniale di controllo politico del territorio, finalizzato allo sfruttamento delle risorse naturali e inquadrato in un’ottica di contrasto dell’avanzata dei capitali cinesi in Africa. La Cina, infatti, è il primo partner commerciale di Tanzania, Zambia, Congo ed Etiopia (dove il PIL cresce con una media del 5,2% l’anno, cifre impressionanti) e in molte zone vanta l’esclusiva sui diritti di estrazione delle risorse.
Il governo francese ha enormi interessi economici nell’area centro-nord africana e sta cercando, anche con mosse azzardate, di mantenere sotto la propria influenza quelle zone di interesse strategico per l’abbondanza di risorse minerarie ed energetiche.
Il Mali potrà diventare importante nel prossimo futuro, ma il Niger lo è già ora. Non può sfuggire che, poco oltre il confine sud-est del Mali, sono collocate le più importanti miniere d’uranio nigeriane. Il riferimento è alla miniere di Arlit ed Akokan da cui la multinazionale Areva ricava gran parte dello “yellowcake” destinato ad alimentare i 58 reattori nucleari francesi. Nella stessa zona è prevista l’apertura di quella che è destinata a diventare una delle più grandi miniere al mondo per l’estrazione dell’uranio, Imouraren. Non mancano poi l’oro e il petrolio. Quindi, un grande affare che lo Stato francese – “spalla” di multinazionali come Total e Areva (giusto per fare due nomi) non può lasciarsi scappare.
Non si può dimenticare che la politica energetica francese è fondata sull’energia nucleare, una scelta che ha radici nel passato perché direttamente legata alla necessità di rafforzare il proprio ruolo militare nello scenario geopolitico internazionale. Sappiamo bene che non c’è soluzione di continuità tra gli impieghi, cosiddetti, civili dell’energia atomica e quelli finalizzati alla costruzione di ordigni destinati a minacciare l’umanità. Una scelta di sistema che rende, nell’attuale contesto d’instabilità, difficile, per il governo francese, individuare fonti energetiche alternative. La disponibilità dell’uranio rimane, quindi, una questione essenziale almeno in una prospettiva di medio periodo.
Quando l’esercito francese tornerà in patria sarà solo perché il controllo della situazione sarà affidato alle armi amiche delle forze africane alleate con la Francia.
Non è un caso che le forze armate della CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale) siano state, velocemente, schierate lungo il confine tra Mali e Niger. La necessità di “proteggere” le aree d’interesse minerario da una possibile espansione della rivolta è stata subito evidente.
La nostra epoca è già contraddistinta da crisi energetiche e difficoltà di approvvigionamento di materie prime e non c’è da stupirsi che il capitalismo mondiale stia cercando di correre al riparo, ancora una volta, per garantirsi, con ogni mezzo, una parte del bottino. Tutti noi sappiamo che la guerra e la finanziarizzazione dell’economia sono mezzi per movimentare repentinamente enormi capitali, per riorganizzare equilibri politici di governi, stati e confini nazionali non più funzionali al profitto di multinazionali e società finanziarie.

Nel vicino Niger, da 40 anni, Areva e le sue consociate estraggono l’uranio senza alcun rispetto per l’ambiente e per i lavoratori, gli abitanti vicini ai siti di Arlit e Akokan hanno pagato e pagano un prezzo altissimo in termini di salute e di morte, come risulta da studi indipendenti (CRIIRAD – ROTAB). I minatori di uranio sfruttati infatti, sono esposti a radiazioni ionizzanti nelle cave, nelle miniere sotterranee, nelle officine di lavorazione del minerale grezzo, ma anche nelle città e nelle loro case. In questa zona 35 milioni di scorie radioattive sono raccolte all’aria aperta sin dall’inizio dell’attività estrattiva. Grazie al vento gas radon e altri derivati considerati cancerogeni si spargono nell’ambiente. Ma l’Areva opera anche sul territorio italiano. Il trasporto di materiale irraggiato passa per il nostro paese verso l’impianto di la Hague dove si estrae plutonio (per le bombe) e produce il mox (un combustibile di riciclo con cui funzionano alcune centrali). In Mali è la guerra di sempre, di stato e capitale, dove sfruttamento e saccheggio ai danni della popolazione non conoscono confini nazionali!

Diffondere l’informazione contro l’ipocrisia del potere, rafforzare la consapevolezza per far crescere la voglia di giustizia sociale sono solo i presupposti per sostenere le lotte che in ogni parte del mondo devono liberare gli oppressi da vecchie e nuove schiavitù, economiche, militari o religiose che siano.
Solo attraverso l’internazionalismo, l’antimilitarismo e la solidarietà di classe possiamo da anarchiche ed anarchici fermare l’orda di questo ennesimo, nuovo e lurido conflitto.

Fermiamo la guerra in Mali!
Solidarietà a tutte le popolazioni colpite dalla guerra!

Commissione Relazioni Internazionali
della Federazione Anarchica Italiana”

Contro il programma MUOS.

C’è chi definisce l’Italia, già dai tempi del secondo dopoguerra mondiale, come una sorta di colonia militare della NATO: basterebbe dare un’occhiata ad una qualsiasi mappa aggiornata che indica basi ed altre installazioni militari NATO sul territorio italiano per rendersi conto che tale affermazione non è un’esagerazione propagandistica. Le installazioni militari sono sinonimo di devastazione ambientale, rischi per la salute umana, spesa militare che è denaro sottratto ad altre necessità, impatto negativo sul tessuto sociale e sull’economia locale (“ma le basi militari creano posti di lavoro”, affermano alcuni: ma quanti altri “posti di lavoro”, se fosse questo l’obiettivo principale di una base militare, potrebbero venir creati su un territorio demilitarizzato?), senza ovviamente dimenticare il loro ruolo principale di strumento di guerra. Fra i tanti progetti portati avanti in queste zone franche, fuori dal controllo e dal potere decisionale delle popolazioni che vivono nei loro pressi, vi è quello recente del MUOS. Per spiegare megio di cosa si tratta mi affido alla definizione fornita sul sito web NO MUOS:

Il Mobile User Objective System (MUOS) ( Sistema Oggetto ad Utente Mobile) è un sistema di comunicazioni satellitari (SATCOM) ad altissima frequenza (UHF) ed a banda stretta composto da quattro satelliti e quattro stazioni di terra, una delle quali è in fase di realizzazione in Sicilia, nei pressi di Niscemi. Il programma MUOS, gestito dal Ministero della Difesa degli Stati Uniti, è ancora nella sua fase di sviluppo e si prevede la messa in orbita dei quattro satelliti tra il 2010 ed il 2013. Il sistema MUOS integrerà forze navali, aeree e terrestri in movimento in qualsiasi parte del mondo ed ha l’obiettivo di rimpiazzare l’attuale sistema satellitare UFO. E’ composto da tre trasmettitori parabolici basculanti dalle dimensioni di circa 20 metri ad altissima frequenza 2 antenne elicoidali UHF per un totale di circa 2059 mq di cementificazione. Sino ad oggi “attive” ve ne sono tre: Virginia, Hawaii e Australia, istallate in zone desertiche. Un quarto gli Stati Uniti lo vorrebbero istallare  nella base di C.da Ulmo di Niscemi ( NTFR-NASSIG-NATO), nel bel mezzo della Riserva Naturale Orientata Sugereta di Niscemi. Secondo alcune ipotesi mediche, i campi elettromagnetici prodotti, potrebbero interferire su qualunque apparecchiatura elettrica, quali by-pass, sedie a rotelle, pace-maker, anche a distanza di oltre 140 km, come si evince da studi americani. Tutto ciò comporterebbe “a lunga distanza” insorgenze tumorali agli organi riproduttivi e leucemie.”

Questa bella trovata, il cui costo si aggira intorno ai 3 miliardi di dollari- ma la cifra potrebbe addirittura raddoppiare, è parte del progetto di evoluzione delle tecnologie militari con le quali condurre in modo più efficace e “scientifico” le future guerre contro fantomatici nemici, ieri i comunisti, oggi i musulmani, sempre e comunque chiunque non si allinei alle scelte ed agli interessi del blocco imperialista filoamericano e si trovi in posizione di debolezza militare rispetto agli aggressori. I danni all’ambiente ed alla salute umana sono effetti collaterali già messi in conto, così come sono danni collaterali i sempre più numerosi civili che cadono vittime di conflitti oggigiorno orwellianamente definiti come “missioni di pace” o “interventi umanitari”.

Contro l’ennesimo scempio militarista la popolazione siciliana non è rimasta però a guardare. Su tutto il territorio sono nati comitati NO MUOS che hanno promosso incontri informativi e iniziative di protesta con il chiaro obiettivo di fermare il progetto. L’opposizione al MUOS è variegata e comprende diverse realtà politiche e individui che partono da presupposti diversi, resta da vedere se questa varietà di posizioni risulterà essere un ostacolo e causa di divisioni interne nelle fasi cruciali delle lotte o se, al contrario, sarà decisiva a livello non solo di coinvolgimento numerico ma anche di contaminazione di idee e varietà di pratiche adottate. In ogni caso la questione MUOS non è un problema che riguarda solo gli/le abitanti del territorio nel quale l’installazione dovrebbe venire a trovarsi, ma chiunque abbia a cuore la difesa dell’ambiente e della salute umana e l’opposizione al militarismo. Inoltre la problematica è più ampia di ciò che possa sembrare e riguarda anche il controllo dei flussi migratori, l’uso del nucleare per scopi militari, la sovranità teritoriale e le strategie geopolitiche decise da chi comanda il pianeta. Anche per questo l’ambizione del movimento di opposizione al MUOS è quella di estendersi a livello nazionale, sensibilizzando e coinvolgendo sempre più persone nella lotta. Fra le tante iniziative promosse dai comitati NO MUOS è prevista dal 26 Settembre al 6 Ottobre una settimana di mobilitazione per la smilitarizzazione del territorio siciliano che si concluderà con una manifestazione nazionale a Niscemi il 6 Ottobre 2012. Per informazioni e adesioni alla manifestazione: [email protected] – 3895155514-3297439783; [email protected]; 333-3067017. A chi volesse tenersi aggiornato/a sulla vicenda ed avere maggiori informazioni sul progetto e sull’opposizione ad esso consiglio di seguire il sito Sicilia Libertaria, in particolare i tags “MUOS” e “NO MUOS”, oltre ai siti dei comitati NO MUOS reperibili in rete.