“Non più la Questione Kurda, ma l’Alternativa Kurda”.

Articolo pubblicato in lingua inglese sul sito Kurdish Question e riproposto tradotto in lungua italiana dal sito Da Kobane a Noi:

“Non più la Questione Kurda, ma l’Alternativa Kurda
di Hawzhin Azeez

È un errore, oppure una violenza simbolica, continuare a sostenere che la “Questione Kurda” resti irrisolta.
Per gli studiosi, gli esperti di politiche nazionali e internazionali e i burocrati la Questione Kurda, con le sue complesse implicazioni politiche intra- e internazionali, resta il dilemma chiave dei tempi moderni. La resistenza epica contro Daesh da parte delle YPG-YPJ ha lanciato la Questione Kurda sotto i riflettori internazionali come mai prima. Si tengono seminari e conferenze, libri e saggi vengono scritti uno dopo l’altro e centinaia di persone attingono in massa a pagini e siti pro-Kurdi in cerca di informazioni.
E forse l’etichetta clinica della Questione Kurda poteva essere utilizzata, perché i Kurdi e il loro ostinato rifiuto di venire assimilati e turchizzati, arabizzati o persianizzati è sfociato in reazioni sempre più violente da parte dello stato per risolvere il “problema”. Di conseguenza, per decenni i Kurdi hanno dovuto far fronte alle pulizie etniche, ricollocamenti etnici, politiche di arabizzazione, genocidi, e la perdita dei diritti umani più elementari a causa degli stati arbitrari e artificiali che a loro volta sono stati prodotti da recinti coloniali istituiti con la violenza. Gli stati artificiali e le loro macchinazione repressive e ideologiche hanno promosso politiche di monoidentità violente, escludenti, oppressive che hanno a loro volta portato alla costruzione di identità nazionali immaginarie e costrutti mitici che inneggiano a “una storia, una nazione, una lingua, una bandiera”. Questa identità intrisa di sangue non appartiene soltanto agli stati post-coloniali, ma è tipica di tutti gli “stati-nazione” moderni.

L’attenzione prevalente, interna ed esterna, sulla cosiddetta, prolungata Questione Kurda comprende questo tipo di discorso: “il sistema internazionale fallisce miseramente nel risolvere questo dilemma, o addirittura nel riconoscere la legittimità della drammatica condizione Kurda, persino di fronte alle continue violenze contro i Kurdi, soprattutto in Turchia, violenza che avvengono su ampia scala e che aumentano in maniera inquietante. Una nuova Ferian, “la missione civilizzatrice”, una logica eurocentrica-orientalista che presume che i disgraziati-soggettificati Kurdi chiedano all’Occidente neoliberista, statocentrico, capitalista di individuare la soluzione del loro “problema” – problemi che questo sistema mantiene alacremente.

I danni tremendi e deliberati ai siti storici come Sur, come Nusaybin e, attualmente, Shex Maqsud sono una prova sufficiente della mancanza di volontà e di interesse da parte di questo Sistema; è vero piuttosto che il sistema intenzionalmente spezza il legame tra l’identità e il passato per indebolire lo spirito dei Kurdi. In quanto Kurdi, il nostro dialogo interno e il discorso con l’Occidente non riesce a registrare in maniera definitiva e non apologetica la fine del “problema” (un termine che implica che la colpa vada addossata a coloro che subiscono la violazione dei diritti umani fondamentali, la cui semplice esistenza si pone come un “problema” per il sistema): in che luogo e modo i Kurdi dovrebbero collocare i loro diritti etnico-religiosi all’interno del Medioriente?
È evidente che le continue violenze commesse contro i Kurdi continuano a dimostrare la supremazia e il fallimento del sistema internazionale, eurocentrico e statocentrico. E, cosa ancora più importante, dimostrano il fallimento della democrazia neoliberista, o parlamentarismo capitalista, quale paradigma supremo del “nuovo ordine mondiale”. La privatizzazione, l’avanzata dei mercati, la deregulation, l’outsourcing, l’indebolimento dei sindacati, la diminuzione delle tasse ai ricchi, la forbice sempre crescente tra ricchi e poveri, la depoliticizzazione, l’anti-intellettualismo, le crisi finanziarie globali, la devastazione ambientale, le guerre neocoloniali con conseguenze disastrose (Iraq, Afghanistan…), l’ascesa dell’ISIS e di altre organizzazioni terroriste che crescono in loco ma i cui semi vengono gettati a livello internazionale, l’industria delle armi che vi è associata: tutti elementi sintomatici dei fallimenti della democrazia neoliberista eurocentrica e statocentrica. Perfino nel momento in cui i Kurdi, e altre minoranze etnico-religiose, grazie al confederalismo democratico, continuano a creare democrazie radicali dal basso, comuni e cooperative, consigli di strada, locali e regionali con l’intento di accrescere l’impegno, la partecipazione e la responsabilità politica; perfino nel momento in cui tentano di rimuovere decenni di conflitti primordiali che si sono trascinati nel tempo, di rimuovere l’odio, e al suo posto far nascere una relazione basata sui valori tipici del comunalismo, la tolleranza e la coesistenza reciproca.

Gli accademici, gli esperti e i decision-makers occidentali continuano faticosamente a cercare di affrontare la Questione Kurda; dovrebbero invece concentrarsi sul fallimento congenito della loro infrastruttura capitalista, macchiata di sangue, il fallimento della sua democrazia neoliberista, della sua incapacità a dare risposte efficaci e a creare un equilibrio adeguato ai diversi bisogni delle sue masse sfruttate, dei gruppi e degli interessi minoritari. Al contrario, la democrazia neoliberista continua a promuovere una omogeneità culturale aggressiva perfino nelle cosiddette società “democratiche” e “multiculturali”.

In Australia, la coesione nazionale viene espressa attraverso uno schema razziale illuminista e le conseguenti politiche identitarie xenofobe, che sono poi sfociate nel disastroso “Tampa affair”. Rispedendo indietro i migranti “sui barconi” o i gruppi di subumani che si trovano in fondo allo schema razziale, John Howard, allora primo ministro, decretò che “siamo noi a decidere chi entra in questo paese e in che circostanza”, un approccio che è stato fatto proprio dai successivi governi laburisti e che ha condotto alla creazione di centri di detenzione sulla terraferma e in mare. Carcerazione, malattie mentali, omicidi, stupri di bambini e donne in condizioni di vulnerabilità che cercavano un luogo sicuro, tentativi di suicidio… ecco alcuni degli effetti collaterali di una detenzione coatta prolungata per mesi, se non per anni di fila. Altre migliaia di persone muoiono in mare tentando di raggiungere porti “sicuri”, porti che nel frattempo lavorano alacremente per costruire muri di acciaio per tenerli fuori. Il corpo senza vita di Alan Kurdi ha espresso questa tremenda verità.
E invece il popolo Kurdo e altre minoranze del Merioriente, potenziate e liberate dalla pratica del confederalismo democratico, stanno aiutando centinaia di migliaia di rifugiati e di sfollati interni. Nella città di Kobane, a sua volta irriconoscibile per i danni inflitti, si trova un campo per gli sfollati interni che ospita più di 5000 persone. I cantoni di Cizire e di Efrin accolgono migliaia di migranti forzati e terrorizzati a sfuggire alla brutalità del regime di Assad, o di Daesh, o di entrambi. Le ideologie sinceramente democratiche potenziano e promuovono le facoltà umane della collettività e alimentano l’umanitarismo, piuttosto che fondarsi su un suo indebolimento.

In America e in Gran Bretagna, la democrazia neoliberista sta marciando verso il declino e in tutti i tre paesi appena nominati i mercati e il processo decisionale politico sono dominati da degli oligarchi, con un conseguente aumento delle disuguaglianze economiche. In Gran Bretagna, la disuguaglianza inaugurata dal Thatcherismo ha portato all’elezione di un governo New Labour che non è riuscito quasi in nessun caso a far fronte alle disuguaglianze insite nel sistema neoliberista; quel che poi si è prodotto durante i successivi governi di centro sinistra e di destra sono state crisi economiche e misure di austerità concepite per rendere i ricchi ancora più ricchi, mentre i poveri stentano ad arrivare a fine mese.
In particolare, in America l’ascesa del Trumpismo ha dimostrato il fallimento del sistema Americano, schiavo di think tanks, PACs (Political Action Committees, sovvenzionatori di campagne, personaggi e partiti politici), lobbies e agglomerati mediatici. Tale indebolimento dei controlli democratici ha condotto all’incapacità di affrontare le questioni insepolte legate alla razza, l’avvento del complesso carcerario-industriale e le violenze della polizia, simboleggiate oggi in maniera massiccia dal movimento Black Lives Matter. Al contempo, la perdita dei diritti delle donne, i continui tentativi di chiudere Planned Parenthood e di ridurre i diritti riproduttivi e l’autonomia delle donne per quel che riguarda il loro corpo perfino in casi di stupro dimostra la natura sfaccettata del modello americano di democrazia neoliberista. Parallelamente, politiche ipercostose e il sostegno incontrollato del mercato e delle lobbies per i candidati alle elezioni ha trasformato il modello democratico americano in un vuoto simulacro, dove i lobbisti manovrano le elezioni democratiche e gli interessi degli elettori. Niente personifica meglio questa tendenza dell’ascesa spettacolare – e preoccupante – del miliardario candidato elle elezioni presidenziali Donald Trump, la cui piattaforma politica è fondata prevalentemente sul fascismo, il razzismo, l’odio verso i rifugiati, e che alimenta un islamofobia già esistente, mentre al di là del mare le guerre neoimperialiste continuano.

Ma neppure l’Europa è al riparo dall’avvizzimento della cosiddetta democrazia capitalista. L’ultimo rapporto della Freedom House ha avvisato che “la crisi dei migranti e gli enormi problemi economici stanno minacciando … la sopravvivenza dell’Unione Europea”. La crescente mancanza di trasparenza e individuazione di responsabilità è sfociata nel declino delle democrazie nascenti nei Balcani, portando a un terribile degrado. Paesi come la Serbia, il Montenegro e la Macedonia hanno utilizzato “uomini forti” in politica per richiedere un atteggiamento meno rigido dall’Unione Europea, unione sempre più defunta di ventotto democrazie capitaliste, la cui deplorevole risposta collettiva alla cosiddetta “crisi dei rifugiati” ha dimostrato il crollo delle radici istituzionali, normative, morali dell’Unione.

Nello stesso tempo, la Turchia ha astutamente sfruttato la crisi dei rifugiati per estorcere più indulgenza dall’UE verso i negoziati per l’entrata nell’Unione, mentre continua ad avere un approccio genocida nei confronti della Questione Kurda. La risposta del sistema capitalista è gettare più soldi alla Turchia, nonostante un recente rapporti di Amnesty International abbia evidenziato in maniera preoccupante il prodursi di ritorni forzati di rifugiati siriani. La democrazia capitalista, sotto la leadership illiberale di Angela Merkel, ha condotto al soffocamento degli elementi chiave della democrazia, come la libertà di parola: i disegnatori satirici tedeschi sbeffeggiano Erdogan ritraendolo imbavagliato e minacciato con sentenze di prigione.

Ci troviamo di fronte a una negazione perenne della legittimità dei diritti delle minoranze impegnate nella propria autodifesa e resistenza attiva, che va da un annacquamento di richieste legittime allo sradicamento bello e buono di richieste di diritti portate avanti per anni, come è avvenuto chiaramente nel caso delle dissoluzione delle Tigri del Tamil nel sistema democratico neoliberista, delle comunità Indigene e Aborigene in Medioriente, America Latina, Asia, Stati Uniti, Canada e Australia, che vengono etichettate come “terroristi”, “dissidenti”, “radicalizzati”, come selvaggi non democratici e non civilizzati.

Il governo dell’AKP in Turchia, nel frattempo, continua a massacrare il popolo Kurdo nel silenzio, che diviene così assenso, della comunità internazionale. Non stupisce che di fronte a tale oppressione cresca la “rivoluzionizzazione” dei giovani – piuttosto che la loro “radicalizzazione”, termine che implica la presenza di uno sguardo eurocentrico-orientalista, dall’alto verso il basso, a svilire la legittimità dei diritti delle minoranza all’autodifesa paragonandola a un generico terrorismo sponsorizzato dallo stato, proprio di un depotenziato gruppo etnico-religioso, per mano del secondo maggior esercito della NATO. Moltissimi giovani vanno in montagna in Kurdistan a cercare rifugio e trovano l’addestramento militare, ma soprattutto ideologico, necessario a combattere le strutture oppressive e genocide dello stato.

La mitica “fine della storia” di Fukuyama, espressa con tanta sicumera dai portavoce accademici e intellettuali del Nuovo Ordine Mondiale, guidato dall’egemonia statunitense, è stata evidentemente svuotata di significato nel momento in cui emerge in Medioriente un modello democratico alternativo, radicale, locale: il confederalismo democratico.
In maniera non dissimile, la profezia di Huntington sullo “scontro di civiltà” era stata predicata tra l’Occidente e l’Islam nel mondo post-11 settembre; non era però in grado di immaginare che lo scontro si sarebbe svolto tra la democrazia neoliberista, il cui decadimento interno dimostra le incoerenze e gli antagonismi intrinseci al capitalismo, e la democrazia radicale, definita come confederalismo democratico e sviluppata da Abdullah Ocalan, ispirata dalle opere di Murray Bookchin.
La democrazia neoliberista eurocentrica e statocentrica non ha mai concepito che il cosiddetto scontro di civiltà si sarebbe svolto con un sistema democratico alternativo. Ha presunto che il suo sistema democratico si sarebbe dimostrato l’unica opzione possibile contro alternative fasciste, terroriste e violente; la sua cecità epistemologica non riusciva a rispondere, né anche solo a tenere in considerazione il razionalismo occidentale. Al contrario, il suo orientalismo inerentemente eurocentrico ha reso miopi i falchi neoliberisti che immaginavano semplicemente un mondo popolato da “terroristi islamici” ad alimentare le proprie perpetue macchine belliche. I neoliberisti hanno continuato a dominare e a riorientare i principali enti ed istituzioni internazionali verso la promozione della sua versione di democrazia capitalista: tra gli altri, le Nazioni Unite, la NATO, la Banca Mondiale, il FMI, l’OCSE. Ma, come ha sottolineato Mohamad Tavakoli-Targhi, gli sviluppi sociali “e i processi alternativi, non europei”, non occidentocentrici “sono stati definiti come assenza di cambiamento e storia non storica”.
Non hanno mai immaginato che una delle comunità più oppresse del Medioriente avrebbe formulato una cosmologia, una filosofia e un approccio per la risoluzione dei diritti delle minoranze di natura complessa, coesiva, inclusiva, multiculturale, antimonopolista e orientata al consenso; quella stessa risoluzione che il loro sistema, nel migliore dei casi, non è stato in grado di affrontare, se non l’ha attivamente repressa nelle forme panottiche dell’utilitarismo di stampo Benthamita, concepito per servire gli interessi delle élites minoritarie.
Ma chi altro avrebbe meglio potuto formulare una soluzione alla condizione degli oppressi se non i più oppressi, i più emarginati?
Ma è giunta l’ora.

È giunta l’ora che gli attivisti e gli accademici Kurdi smettano di crucciarsi riguardo alla “Questione Kurda” che continua ad andare avanti, una questione apparentemente irrisolvibile. Non siamo una questione da risolvere; non siamo una formula matematica! Siamo una collettività di persone fortemente oppresse la cui ideologia di liberazione ha creato un modello per la nostra comunità e per milioni di altri colonizzati; una soluzione che la modernità capitalista è stata incapace di trovare se non attraverso il genocidio e la pulizia etnica. Se non riusciamo a capire realmente che cosa significhi sminuiamo il portato del nuovo paradigma, che si sta dimostrando il più efficace nell’affrontare 5000 anni di sfruttamento statale e patriarcato.
Non più la Questione Kurda, ma l’Alternativa Kurda deve essere l’oggetto della nostra attenzione.
I Kurdi sono riusciti a individuare la soluzione al problema che non sono mai stati.
La vera questione è quanto il sistema democratico neoliberista, eurocentrico e statocentrico lotterà per non accettare la sua spettacolare sconfitta.”

Finlandia: passante ucciso da neonazisti del SVL durante una loro manifestazione.

Il 10 Settembre, durante un presidio del movimento neonazista finlandese SVL (Suomen Vastarintaliike, ovvero “Movimento di Resistenza Finlandese”) contro l’immigrazione, che si svolgeva di fronte alla stazione centrale di Helsinki, il 28enne Jimi Joonas Karttunen è stato malmenato dagli estremisti di destra per aver espresso ad alta voce il proprio dissenso nei confronti dell’ideologia neonazista mentre passava di fronte al presidio. Dopo essere stato ricoverato in ospedale e dimesso, Karttunen è deceduto pochi giorni dopo in seguito al trauma cerebrale subìto. Dopo il pestaggio, i militanti del SVL avevano pubblicato sul loro sito un video dell’azione, nel quale si vantavano di aver “ristabilito rapidamente la disciplina” nei confronti di un contestatore. Il materiale pubblicato è stato rimosso dai nazi dopo la morte di Karttunen insieme ai loro disgustosi commenti su Twitter, ma diversi video sull’accaduto che circolano sul web così come gli screenshot delle pagine in questione sono stati salvati e diffusi e rimangono come prova dei fatti. Tra i neonazisti presenti durante il pestaggio, quasi tutti hanno già subito condanne penali per aggressioni e violenze razziste e omofobe. Intanto uno di loro è stato arrestato il 17 Settembre in relazione all’omicidio di Karttunen. Ulteriori informazioni sul caso, in inglese, sono contenute in un articolo comparso sul sito antifascista Varis, che contiene anche gli screenshot e i video di cui sopra.

6-10 Ottobre 2016: campeggio antimilitarista in Sardegna.

Fonte: nobasi.noblogs.org

” [Aggiornato] Secondo campeggio antimilitarista della Rete No Basi né Qui né Altrove – 6/10 ottobre 2016 – Sud Sardegna

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[Aggiornamento] Per motivi logistici abbiamo deciso di far slittare di un giorno le date del campeggio, che sarà quindi dal 6 al 10 ottobre.

La Rete No Basi né Qui né Altrove propone anche quest’anno cinque giorni di mobilitazione e campeggio, in concomitanza con l’inizio del secondo semestre di esercitazioni militari, per rafforzare i percorsi di lotta contro il militarismo e la militarizzazione dei territori della Sardegna e non solo.

In questo momento l’asse Base Aerea di Decimomannu – Poligono di Capo Frasca può diventare, se già non è così, l’anello più debole della presenza militare in Sardegna. La crisi innescata dall’annunciata dipartita dell’aeronautica tedesca al termine del 2016 potrebbe mettere in forte dubbio l’esistenza stessa dell’aeroporto militare e, conseguentemente, del poligono di Capo Frasca.

Per questi motivi vogliamo creare un clima sempre più ostile contro i militari, affinché possibili nuovi affittuari (in sostituzione dei tedeschi) rivedano i loro propositi e gli italiani stessi vadano sempre più in crisi. L’anno scorso e quest’anno si sono tenute diverse manifestazioni e iniziative nei territori intorno all’aeroporto di Decimomannu, con l’obiettivo di bloccarne le attività, come quella dell’11 giugno contro la STAREX. Queste pressioni hanno dato dei risultati, minando le “condizioni per operare con la serenità necessaria”, come hanno dichiarato i vertici militari a pochi giorni dal corteo.

Annunciamo l’iniziativa del campeggio con largo anticipo, al fine di poter creare un percorso legato al territorio che ci permetta di arrivare ai primi giorni di Ottobre con idee, progetti e partecipazione più ampia e consapevole possibile.

Seguendo quello che per la Rete è stato un tratto distintivo inamovibile, il campeggio non vuole essere una mera iniziativa d’opinione: in quei giorni vorremmo che si alternassero momenti di lotta, socialità, analisi, dibattito, approfondimento, presenza sul territorio e tanto altro. Ci preme avere dei momenti di confronto, in cui si possa ragionare di prospettive ed esperienze e fare un bilancio di come le lotte si sono sviluppate, modificate e allargate.

Il campeggio sarà autofinanziato e autogestito. Come al solito non saranno presenti istituzioni e partiti, chi facesse parte di queste componenti potrà partecipare al campeggio e alle iniziative a titolo individuale, come tra l’altro faranno tutti coloro che vi vorranno contribuire.

Il programma in questo momento è in definizione.

Vorremmo discutere delle ramificazioni dell’apparato bellico e di come colpirle. La nostra attività degli ultimi tempi si è soffermata in particolare: sulle complicità tra civile e militare nel campo della logistica e della ricerca universitaria, sull’opposizione alla RWM Italia spa, fabbrica di bombe di Domusnovas, e in generale sul trovare delle soluzioni efficaci nel creare un territorio inospitale alla macchina bellica.

Quest’anno, a differenza del campeggio tenutosi a Cagliari lo scorso anno, abbiamo deciso di spostare l’attenzione nei pressi dei territori dove si svolgono maggiormente le esercitazioni militari, per approfondire la conoscenza di quei luoghi e rafforzare i rapporti e le relazioni tra le persone.

In questo momento pensiamo che sia importante ritornare a Capo Frasca, davanti a quei cancelli dove il 13 settembre 2014 si riaccese la fiamma dell’antimilitarismo sardo.

Le assemblee della Rete no basi né qui né altrove sono pubbliche, a cadenza settimanale e distribuite in varie zone della Sardegna.

Sul blog della Rete No Basi né Qui né Altrove, nobasi.noblogs.org, verranno pubblicati il programma, gli approfondimenti del campeggio, i prossimi appuntamenti e trovate i nostri contatti.

La Rete No Basi né Qui né Altrove”

Cartolina per l’inferno.

I poveri, i malati, gli ultimi, straziati dal dolore fisico, senza speranza, erano lì per consentirle di glorificare se stessa, per darle una ragione di vita. Lei si nutriva di questa sofferenza, desiderava intensamente che i poveri rimanessero tali, che sopportassero, godeva della sofferenza altrui che avvicina a Dio. Il denaro del quale disponeva, carpito furbamente e con oppurtunismo da dittatori, truffatori e reazionari benestanti con la coscienza sporca sparsi per il mondo non serviva a costruire luoghi di cura, ma a creare un esercito di serve indottrinate alla caccia di anime, anime da catturare col battesimo in punto di morte, anime da comprare con un piatto di minestra e un cantuccio in uno stanzone freddo, anime da elevare con lo strazio delle carni, in una parodia moderna del martirio di Gesù Cristo. Un biglietto per il Paradiso, lo chiamava. Il peggior nemico della pace? L’aborto, mica il missionarismo sterminatore nel nome del suo Dio, costato la vita a interi popoli nelle Americhe, in Africa, Oceania, Asia, mica le guerre, le crociate, l’inquisizione o la caccia alle streghe. L’immagine perfetta della donna tutta sacrificio e dedizione, che annulla se stessa, destino e missione, al posto di volontà propria il volere di Dio o di chi dice di parlare in nome suo.  Donare se stessi, sacrificarsi, senza chiedere nulla. Nulla? Nulla tranne l’adesione alla propria fede, alla propria morale, alla propria visione del mondo, alla propria condotta- con buona pace del disinteresse. E allora abbiate fede nell’Onnipotente, e sorridete, musoni! È così che i poveri e i sofferenti possono migliorare il mondo, mica ricercando le cause della loro povertà e sofferenza per rimuoverle, mica unendosi nel comune interesse per un’esistenza migliore, giammai lottando per riavere i frutti del proprio lavoro, per riprendere il pane a chi glielo strappa di bocca. Non vorranno questi guastafeste impedire ai santi emissari di Dio di fare il bene raccattando anime per il Paradiso, eccheccazzo! Quindi zitti, e soffrite sorridendo che nell’aldilà, se siete stati buoni e proni vi aspetta la gloria! E niente contraccettivi, mai! Se non mettete al mondo dei bambini ogni qualvolta avete un rapporto sessuale siete degli assassini! E non preoccupatevi se poi quei bambini creperanno di fame, malattie, stenti, perchè Dio vede e provvede anche per loro e le loro anime avranno un posto d’onore accanto a Nostro Signore, proprio come la sua anima, e chissà se pure in Paradiso verrà osannata da idioti pronti a citare le sue frasi insulse, o se si ritroverà insieme ai suoi amici Duvalier e Hoxha, ai Contras nicaraguensi, ai nostalgici di Franco e agli squadroni della morte guatemaltechi. Ma che dico, come oso infangare la memoria di una Santa, mettere in discussione le sue nobili opere, dubitare della sua abnegazione! Era solo una povera, umile, devota anziana donna che aveva deciso di dedicare la propria vita a Dio, una che di politica non ne capiva nulla, una che ha fatto miracoli, primo fra tutti quello di catalizzare il bisogno di fede di milioni di persone insicure e credulone in tutto il mondo. Io invece sono solo un miscredente, malizioso e blasfemo, sempre lì a ricercare e criticare. Perciò andrò all’Inferno, spero non prima di aver assistito ad un vero miracolo, quello di un umanità che apre gli occhi. Per gli altri, quelli che hanno fede, tenetevi stretto il vostro biglietto, crediate pure che v’aspettino in Paradiso. Quando sarete lì mandatemi una cartolina e salutatemi la vostra Santa Teresa di Calcutta.

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Controinformazione sul terremoto nel Centro Italia.

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Come ci viene raccontato dai massmedia il terremoto che in Italia ha colpito la zona appenninica compresa tra Lazio, Marche e Umbria provocando la distruzione di interi paesi, la morte di più di 300 persone e lo sfollamento di altre migliaia? Più che informazione corretta e scientifica, unita ad una seria e impietosa riflessione sull’impreparazione a tali catastrofi naturali tremendamente aggravate sia dall’incuria che dalla cinica speculazione umana, l’evento viene spettacolarizzato in chiave emotiva. Gli sciacalli sono lì alla ricerca di dettagli macabri, storie strappalacrime, immagini simbolo che devono tenere incollati/e i/le telespettatori/trici allo schermo, piangono lacrime di coccodrillo mentre pensano alla grande occasione di profitto che riempirà le tasche di pochi. Esiste però un altro tipo di mentalità e quindi un modo molto diverso di fare informazione e vorrei qui fornirne degli esempi, riportando alcuni articoli “di parte”, contro-informativi, contenenti testimonianze critiche, osservazioni tecniche e notizie utili su come aiutare sfollati/e e sopravvissuti/e:

Terremoto, e tutto tornerà come prima”, di Zatarra su Alternativa libertaria;

“Solo le montagne sono serene”, su Malamente;

“Terremoto: aumenta la solidarietà popolare e dal basso contro sciacalli, razzisti e istituzioni”, su InfoAut.

 

Nel dibattito su hijab e burkini sono maschilismo e ignoranza occidentalista a farla da padrone.

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Negli anni ’30 del secolo scorso lo Schah di Persia, al potere in Iran, impose una legge che proibiva alle donne l’uso in pubblico del velo. Quella che doveva essere una misura liberale, imposta da un Capo di Stato che rivestiva tale ruolo solo grazie al benestare occidentale, si rivelò un enorme ostacolo all’emancipazione femminile: molte donne che prima uscivano tranquillamente per strada e frequentavano luoghi pubblici indossando il niqab, vergognandosi di girare scoperte smisero di partecipare alla vita pubblica e si rinchiusero definitivamente tra le mura domestiche. Il velo divenne successivamente un simbolo di resistenza ostentato dalle donne che si opponevano al regime dello Schah. Oggi, a distanza di più di ottant’anni, capita di trovare piscine pubbliche in diverse località europee che proibiscono l’uso delle vasche per chi indossa abiti quali t-shirt o leggins o il cosiddetto burkini, mentre in Francia si parla di vietare l’uso del burkini in spiaggia. Per chi si chiede come mai qualcuna decide di fare il bagno in piscina o al mare o di stare in spiaggia vestita, la risposta è semplice: esistono prescrizioni morali e/o religiose che alcune persone si sentono di osservare. Se questa scelta sia volontaria o imposta è da stabilire principalmente secondo il punto di vista che ciascuno sostiene, secondo me ad esempio chi si sottomette ad un qualsiasi potere o forma di dominio non è veramente libero/a, d’altra perte secondo alcuni/e autoimporsi norme, regole e disciplina, seppur concepite da altri/e, aderire a questo o quell’alta dottrina prestabilita, è una libera scelta. Chi decide quindi di non mostrare parti del proprio corpo in pubblico perchè ciò è tabú per la religione che professa, compie una scelta volontaria, o perlomeno questo è ciò che comunemente viene affermato. Nei Paesi che il pensiero dominante Occidentale definisce “liberi” quasi nessuno/a va in giro nudo/a anche quando fa molto caldo e gli indumenti non sarebbero indispensabili, semplicemente perchè ci sono regole, non solo leggi ma anche e soprattutto norme sociali (in Germania ad esempio non è vietato mostrarsi nudi in pubblico, solo gli atteggiamenti “osceni” e “provocatori”  sono perseguibili per legge) che ci portano a non farlo, esiste quel comune senso del pudore che ci viene tramandato da millenni ed è parte integrante di ciò che riteniamo sia “normale”. Per molte donne cresciute in famiglie di religione musulmana, la normalità è quella di indossare un abbigliamento, l’hijab, che esse definirebbero decoroso, che non mette in mostra né sottolinea le forme del corpo femminile. Questa scelta è sí frutto dell’educazione e del condizionamento sociale (come centinaia di scelte quotidianamente compiute da uomini e donne non musulmani/e… anche le donne che indossano un tailleur, una minigonna o un abito scollato, senza rifletterci sono a volte condizionate nel farlo), ma più raramente di quanto si pensi viene imposta con la forza dal capofamiglia. Moltissime donne musulmane, in tutto il mondo, frequentano scuole e altre istituzioni pubbliche, lavorano e socializzano con altri esseri umani indossando indumenti consoni alla propria morale, sentendosi sicure di sé, senza subire l’ostracismo sociale di ambienti tradizionalisti. Che certe forme di tradizionalismo, così come il patriarcato e in fondo tutte le forme di irrazionalità e superstizione (incluse ovviamente le religioni) vadano superate è una mia ferma convinzione, ma ciò non può e non deve avvenire per imposizione di qualcuno, tanto meno se questo qualcuno è impregnato di ignoranza, opportunismo, intenti discriminatori ed è egli stesso condizionato da un’impostazione patriarcale e maschilista. Cosa particolarmente grave e disgustosa, questo “qualcuno” (anzi, “questi”…) che bolla burkini e hijab come imposizioni e a sua volta vorrebbe imporne il divieto, a volte è lo stesso individuo che di fronte ad uno stupro è capace di trasformare la vittima in colpevole (“andava in giro di notte da sola, in abiti succinti…aveva bevuto…aveva un atteggiamento provocante…”), ponendo i soggetti femminili in una condizione tutt’al più simile a quella di un animale da proteggere dall’estinzione o di una creatura debole e non pienamente capace che andrebbe difesa, o peggio di una proprietà del soggetto maschile (“le nostre donne…”). Il soggetto oppresso deve invece emanciparsi da sé, chi appoggia il processo emancipatorio non ha il diritto di imporre e decidere per gli/le altri/e, ma dovrebbe sostenere in modo solidale le scelte del soggetto che decide di liberarsi. Chi oggi in Occidente vorrebbe proibire alle donne di fede musulmana di indossare indumenti da loro ritenuti appropriati, per le strade o in spiaggia, compie una scelta discriminatoria e sessista che promuove l’esclusione sociale. Se ad esempio si proibisse di indossare il burkini in spiaggia, molte donne musulmane eviterebbero direttamente di frequentare quei luoghi. Come la mettiamo poi con quelle donne che musulmane non sono, ma vanno al mare vestite o indossano pubblicamente un qualche tipo di “velo”? Magari son poche, ma ci sono, come l’ anziana sarda con su mucadori o la classica babuschka delle zone rurali Est-europee, solo per citare due tipologie a caso. Senza contare il fatto che se oggi i divieti minacciano l’uso di determinati capi di abbigliamento femminile, domani potrebbe toccare ad altri modi di vestire, acconciarsi o esprimere le proprie inclinazioni, convinzioni, identità attraverso l’aspetto esteriore. Quante volte ancora le donne di tutto il mondo dovranno sentirsi dire da qualche uomo cos’è giusto o sbagliato fare, come devono o non devono vestirsi, quali mestieri o atteggiamenti o quale linguaggio o quali compagnie si addicono al loro “essere donna”? Sarebbe ora che ognuna ed ognuno decidesse per sé, per quanto questa scelta per ora, in società ancora non liberate e perciò condizionate dagli effetti dei sistemi dominanti, non possa definirsi a mio parere del tutto libera. Ogni donna, -ogni essere umano!- dovrebbe avere il diritto di andare in giro dove vuole, abbigliata come meglio crede, senza dover rischiare sanzioni,ostracismo o molestie, con buona pace di quelli che parlano di emancipazione femminile senza sapere cosa ciò significhi e senza aver mai chiesto il parere delle donne direttamente interessate.

Too little, too late: gli assassini razzisti Zimmerman e Roof assaggiano un pò di giustizia.

Un ragazzo di colore cammina per le strade di Sanford, Florida, USA. Ha in mano un pacchetto di caramelle e una bibita, la testa coperta dal cappuccio della sua felpa per ripararsi dalla pioggia. Va di fretta, sta andando a casa della fidanzata del padre. È la sera del 26 febbraio del 2012. Il ragazzo si chiama Trayvon Martin, ha diciassette anni e non arriverà a compierne diciotto: un vigilante privato gli spara a seguito di una colluttazione dopo averlo seguito credendolo, a suo dire, un malintenzionato sotto l’effetto di droga. Il vigilante, tale George Zimmerman, viene processato per omicidio di secondo grado e, il 13 Giugno del 2013, la giuria lo dichiara innocente. Il caso scatena negli USA un acceso dibattito sul razzismo e su una controversa legge di matrice repubblicana in materia di diritto all’autodifesa, la “Stand-your-ground law“. Zimmerman viene da più parti tacciato di razzismo, cosa che lui nega sottolineando le sue origini latinoamericane e portando a testimoniare a suo favore in tribunale alcuni suoi amici di colore. Di certo non si tratta del primo razzista a non avere un pedigree da WASP, né del primo razzista ad avere qualche “amico di colore” da mettere in bella mostra come alibi, così come è certo che Zimmerman non ha un gran bel carattere, essendo stato coinvolto, dopo il processo, in alterchi durante i quali ha fatto uso di violenza fisica e mostrato senza troppi problemi un’arma da fuoco. A proposito di arma da fuoco: quella usata per freddare Trayvor Martin è stata venduta all’asta da Zimmerman lo scorso Maggio per 250mila $, denaro con il quale egli dichiara di voler sostenere non meglio specificati “gruppi d’interesse”.

La Mother Emanuel African Methodist Episcopal Church, è una chiesa di Charleston, nella Carolina del Sud, USA, fondata nel 1816 dopo la scissione dalla chiesa metodista bianca nella quale dominava il razzismo. Uno dei membri fondatori fu Denmark Vesey, uno schiavo che comprò la propria libertà con il denaro vinto ad una lotteria, ma che non riuscì coi pochi soldi risparmiati col suo duro lavoro di muratore ad affrancare la moglie e la figlia, anch’esse schiave. Nel 1822 Vesey venne impiccato insieme ad altri 34 uomini dopo un processo svoltosi in segreto per essere stato accusato di aver organizzato una cospirazione atta ad uccidere i proprietari di schiavi a Charlestone, liberare gli schiavi e fuggire ad Haiti. La Mother Church venne bruciata da razzisti bianchi. Ricostruita definitivamente solo nel 1865, diverrà quasi un secolo più tardi uno dei centri della protesta per i diritti civili. Quella della chiesa e della comunità di fedeli che l’ha animata nel corso del tempo è una storia notevole, quasi simbolica e non sono in pochi a saperlo. Tra questi il giovane ventunenne suprematista bianco Dylann Roof, che il 17 Giugno del 2015 apre il fuoco sui/lle fedeli radunati/e dentro la chiesa, uccidendone 9. Catturato poche ore dopo dalla polizia, Roof si trova attualmente in carcere, il processo che lo vede imputato è iniziato il mese scorso. Su un sito web registrato da Roof pochi mesi prima che compisse la strage egli esterna le proprie convinzioni sulla superiorità della razza bianca e afferma che è stato l’omicidio di Trayvon Martin ad “aprirgli gli occhi”, perchè sono necessarie “azioni drastiche” per riaffermare il potere bianco in Nord America e in Europa.

Chi semina vento raccoglie tempesta”: un verso biblico che si sente citare spesso. Chissà se quel 17 Giugno di un’anno fa nella chiesa metodista di Charleston, durante l’ora di lettura della Bibbia, si discuteva anche di quel passaggio dell’ Antico Testamento. Di certo si tratta di un detto adatto a commentare quel che è accaduto pochi giorni fa ai due assassini nominati poco sopra. George Zimmerman si trovava in un ristorante nella zona di Sanford l’ultimo fine settimana di Luglio. Notando un tizio con un tatuaggio della bandiera degli Stati Confederati d’America, (la stessa bandiera che Dylann Roof mostra con orgoglio in alcune foto postate sul suo sito web, un simbolo considerato razzista da molti, non solo negli States), gli fa i complimenti e si identifica come “quello che ha sparato a Trayvon Martin”, per confermarlo tira addirittura fuori la carta d’identità. A quel punto un altro avventore del locale, identificato semplicemente come Eddie, si avvicina e gli dice “You’re bragging about that? You better get the fuck out of here” (“Te ne stai vantando? È meglio che ti levi dal cazzo”). Ne segue un’accesa discussione, al termine della quale Eddie sferra un potente cazzotto al volto di Zimmerman, lasciandolo sanguinante con gli occhiali fracassati per poi dileguarsi a bordo di una Harley Davidson prima del sopraggiungere della polizia. Pochi giorni dopo, la mattina del 4 Agosto, Dylann Roof viene assalito da un altro detenuto nel carcere di Charleston, nel quale è recluso in attesa di giudizio. L’aggressore, il 26enne di colore Dwayne Stafford, colpisce Roof provocandogli lividi e abrasioni. Intanto Stafford è appena uscito di prigione in attesa del suo processo che lo vede imputato per rapina: ha potuto pagarsi la cauzione grazie ai 100mila $ donati anonimamente da parecchie persone in un arco di tempo brevissimo su un sito di raccolta fondi appena diffusasi la notizia del pestaggio ai danni di Roof. Uno dei commenti più frequenti che gira per il web riguardo i due casi di giustizia “sommaria” nei confronti dei due razzisti: troppo tardi, troppo poco. A me piace pensare che ci siano persone che ancora hanno il coraggio di non tacere e di non stare ferme di fronte al razzismo ed alle sue manifestazioni concrete e mi piace anche pensare che, almeno qualche volta, anche se in piccolo, chi semina raccoglie.

Grecia: sgomberati tre edifici occupati destinati all’accoglienza dei rifugiati.

Fonte: Pressenza- International press agency.

” Grecia, sgomberati a Salonicco tre edifici occupati dai rifugiati

28.07.2016 – Redacción Barcelona

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Greco

Grecia, sgomberati a Salonicco tre edifici occupati dai rifugiati

Di Theodoros Karyotis

La mattina del 27 luglio a Salonicco, in un atto senza precedenti nella ‘democrazia’ greca, il governo ha fatto sgomberare tre case occupate utilizzate come rifugio per i profughi.
Il governo di sinistra intende così trasmettere un messaggio preciso: nella difficile situazione dei rifugiati non c’è spazio per risposte basate sulla solidarietà e l’auto-gestione. Al loro posto solo carità statale, confino, emarginazione e deportazioni selettive, portati avanti da un governo che applica alla lettera le criminali politiche sull’immigrazione dell’Unione Europea.

Lo sgombero è avvenuto solo due giorni dopo la conclusione del campo No border a Salonicco, in cui migliaia di attivisti di tutta Europa si sono riuniti per protestare contro queste politiche.

Una delle case, Nikis, era occupata da tempo. E’ stata aperta per accogliere famiglie allo scoppio della crisi dei rifugiati. Un’altra casa, Orfanotrofeio, è stata rioccupata l’anno scorso con l’esplicito proposito di ospitare famiglie di migranti e profughi in modo auto-gestito. La terza, situata nel centro della città, è stata occupata pochi giorni fa, sempre con lo stesso obiettivo.

Orfanotrofeio  è stata sgomberata e subito dopo demolita. Sono rimaste così sepolte sotto le macerie tonnellate di medicine, cibo, vestiti e articoli di prima necessità destinate alle famiglie di rifugiati, così come gli effetti personali degli occupanti. Nel corso delle tre operazioni sono state arrestate centinaia di persone, tra cui molte profughe, inviate ai campi di detenzione e militanti greci ed europei del movimento di solidarietà con i rifugiati. A metà giornata del 27 luglio erano ancora sotto la custodia della polizia.

Non è la prima volta che il governo di Syriza mostra la sua faccia autoritaria. Dopo aver imposto le disastrose misure di austerity che il precedente governo di destra non era riuscito a realizzare, compete anche con questo nella dura repressione di chi continua a protestare e a lottare per la libertà e la dignità degli esseri umani.

Come risposta, una moltitudine di gente ha occupato la sede di Syriza a Salonicco. L’edificio è circondato da ingenti forze di polizia ed esiste la possibilità di scontri violenti. In tutta la Grecia intanto si stanno organizzando eventi, proteste e manifestazioni di solidarietà.

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Assalto agli edifici occupati dai rifugiati

Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo”

Erdogan cavalca la tigre (di carta) del golpe.

Il golpe dilettantesco tentato lo scorso 15 Luglio in Turchia, durato una sola notte e sventato senza troppe difficoltà anche grazie all’appoggio dei sostenitori del presidente Recep Tayyip Erdogan scesi per strada al comando del loro amato padrone, sta avendo strascichi pesanti nel Paese e apre scenari inquietanti sia dal punto di vista dei diritti umani (il che non è una novità), sia per quanto riguarda gli scenari geopolitici che si profilano dopo quest’evento. Dal punto di vista della politica interna, più di 60mila persone tra militari, poliziotti, magistrati, insegnanti, giornalisti sono stati epurati, di questi almeno 13mila sono stati arrestati; “a caldo”, nelle ore immediatamente successive al fallimento del colpo di Stato, numerosi militari golpisti sono stati malmenati dalla folla, presi a calci e cinghiate sotto gli occhi dei poliziotti che li tenevano in custodia, alcuni sono stati addirittura linciati; manifestazioni filogovernative accompagnate da violenze contro elementi realmente o presumibilmente ostili al governo hanno avuto luogo in tutto il Paese, i sostenitori di Erdogan hanno invocato la pena di morte per i “traditori della Patria”. Ad essere accusati ufficialmente del golpe sono settori dell’esercito vicini al predicatore islamico Fethullah Gülen, ma diversi commentatori e analisti parlano anche di un coinvolgimento più o meno velato da parte degli Stati Uniti. Faccio subito notare che Gülen è stato, fino alla brusca rottura dei rapporti nel 2013, un gran sostenitore del partito di Erdogan, l’AKP, aiutandone l’ascesa al potere. Va altresì rilevato che quegli ufficiali conivolti nel tentato golpe e definiti ora “traditori della Patria” e accusati di terrorismo sono stati, fino a pochi giorni prima degli eventi in questione, impiegati nelle operazioni di controguerriglia nel Kurdistan turco, quindi fedeli esecutori della strategia di terrore dello Stato contro la minoranza curda. Ed è così che un personaggio difficilmente accostabile al seppur discutibile concetto di democrazia parlamentare, uno che manda l’esercito a massacrare civili nei villaggi curdi, che fa reprimere con la massima violenza le manifestazioni di dissenso, che sbatte in galera giornalisti e avvocati e attivisti politici e per i diritti umani quando direttamente non li fa ammazzare, che ha appoggiato a sua volta i terroristi e fondamentalisti di Daesh, che usa i fascisti del MHP per le operazioni sporche, oggi si presenta all’opinione pubblica mondiale senza alcuna vergogna come sincero paladino della democrazia, solo per aver regolato i conti con gli ultimi fedeli del suo ex complice Gülen, insorti in modo affrettato e male organizzato prima di venir definitivamente rimossi dai vertici dell’esercito. Se ciò non fosse estremamente tragico ci sarebbe da ridere.

Quel che preoccupa i rappresentanti politici dell’Occidente, però, non è tanto la repressione interna in Turchia: mica hanno fatto una piega, lorsignori e lorsignore, di fronte al genocidio culturale e materiale dei curdi (ricordo che in Germania il genocidio del popolo armeno è stato ufficialmente riconosciuto come tale solo pochi mesi fa, con cent’anni di ritardo!), né sono andati oltre le frasi retoriche di condanna ai tempi della repressione a Gezi Park e altrove, e nemmeno hanno mai accusato chiaramente il governo dell’AKP, pur di fronte all’evidenza, di aver sostenuto milizie di fondamentalisti islamici in Siria adottando una qualche contromisura, né hanno difficoltà ad accettare la proclamazione dello stato d’emergenza (né in Turchia, né tantomeno in Francia!). Ad impensierire i vertici dei Paesi UE, Germania in testa, è la possibilità che salti l’accordo blocca-profughi, con il quale la Turchia s’impegna a evitare che chi fugge dalla guerra civile siriana raggiunga i confini dell’UE, in cambio di denaro, riconoscimento politico e facilitazioni nell’ottenimento di permessi di soggiorno per cittadini turchi in Germania. Un’accordo su quest’ultimo punto però, insieme all’avanzamento delle pratiche per l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, sembrerebbe compromesso allo stato attuale delle cose. Ancor di più preoccupa l’avvicinamento di Erdogan alla Russia, nemico storico e potenza contrapposta agli interessi strategici della NATO nell’area mediorientale. La possibile alleanza trasversale tra Erdogan e Putin scombinerebbe non poco gli assetti strategici e politici che fanno comodo agli USA e alle altre potenze del Patto Atlantico. D’altra parte, permeata com’è la società turca di nazionalismo, turanismo, sciovinismo e revanchismo, il pensiero di uno spostamento dell’asse degli interessi turchi verso Oriente non dovrebbe stupire più di tanto. Quel che è certo è che le potenze occidentali non resteranno a guardare mentre i loro interessi vengono messi in pericolo, così come è certo che si prospettano tempi sempre più bui per chiunque, per un motivo o per un altro, non si trovi in linea con i progetti del sultano di Ankara, che può contare su una rinnovata credibilità interna anche grazie alla nuova patina di “salvatore della Patria e della democrazia”. Una vera e propria dittatura della maggioranza della quale a far le spese è e sarà una nutrita minoranza di persone, schiacciate tra l’incudine dell’autoritarismo sanguinario del governo turco e il martello dell’opportunismo ipocrita e assassino delle potenze occidentali.

Andrés Ruggeri, “Le fabbriche recuperate”.

Cover

Andrés Ruggeri, “Le fabbriche recuperate. Dalla Zanon alla RiMaflow. Un’esperienza concreta contro la crisi”, edizioni Alegre, 2014, ISBN 978-88-98841-07-3

Andrés Ruggeri, antropologo presso la facoltà di Lettere e filosofia di Buenos Aires, analizza in questo libro il fenomeno delle imprese recuperate dai/lle lavoratori/trici in Argentina, principalmente a partire dalla crisi economica del 2001 fino ad un paio di anni fa. Abbandonate dai padroni, occupate e rimesse in funzione dai/lle lavoratori/trici in un contesto spesso difficilissimo, le cosiddette fabbriche recuperate in Argentina sono più di 300 e consentono di lavorare a più di 15mila persone: una goccia nel mare dell’economia nazionale, forse, ma secondo l’autore di questo libro un esempio concreto e funzionante di come democrazia di base, mutuo appoggio, autogestione e soddisfacimento dei propri bisogni possano affermarsi anche nei momenti più difficili, in controtendenza rispetto al paradigma capitalista fondato su accumulo del capitale, massimizzazione dei profitti, sfruttamento, precarizzazione, predazione delle risorse e autoritarismo. Ne “Le fabbriche recuperate” vengono analizzati diversi elementi fondamentali, utili a comprendere il fenomeno in questione. Viene illustrato il contesto socio-economico nel quale nascono queste imprese, la loro tipologia, il loro sviluppo negli anni, il ruolo dei sindacati e dei diversi movimenti di lotta ma anche il rapporto spesso difficile o addirittura conflittuale con le istituzioni locali e nazionali, le strategie dei/lle lavoratori/trici e i loro obiettivi, la struttura e l’economia interna delle aziende recuperate ed il loro rapporto con il mercato, il ruolo delle tecnologie. Il tutto senza imbellettare la realtà e senza risparmiare critiche, parlando chiaramente di limiti ed errori, ma sempre sottolineando la genuinità, l’importanza e le potenzialità insite nell’autogestione operaia. Chi peró fosse interessato/a a conoscere meglio le esperienze di autogestione lavorativa in altri Paesi, ad esempio in Italia, dovrà procurarsi altri testi: nel titolo italiano del libro si cita infatti la fabbrica recuperata milanese RiMaflow, ma il libro in questione si concentra quasi esclusivamente sulla realtà argentina. Il che, secondo me, non è un limite e serve anche ad evitare che i contenuti risultino troppo dispersivi, mentre l’analisi di Ruggeri si presenta centrata e sintetica pur offrendo al tempo stesso un quadro generale di solide basi sulle imprese recuperate nel suo Paese e sul movimento, le idee e le forze che hanno permesso che un’aspirazione collettiva divenisse realtà tangibile.