Raid notturno della polizia in Turchia, 60 anarchici arrestati.

Nella notte del 14 Maggio le forze di “sicurezza” turche hanno arrestato, durante un raid notturno in centri sociali e abitazioni private, sessanta persone con l’accusa di aver causato disordini (lancio di pietre) durante la manifestazione dello scorso Primo Maggio. Al momento non è chiaro se gli/le arrestati/e siano solo anarchici o anche altre persone, loro amici o familiari. La polizia afferma di aver arrestato membri di organizzazioni insurrezionaliste/primitiviste, ma gli/le arrestati/e in realtà fanno parte di gruppi anarco-comunisti quali “Terra e Libertà” (toprak ve ozgurluk) e “Attività Anarchica Rivoluzionaria” (Devrimci Anarsist Faaliyet). Non è la prima volta che in Turchia avvengono arresti di massa in modo arbitrario, attualmente diverse migliaia di attivisti politici curdi e centinaia di militanti di diverse organizzazioni di sinistra si trovano in stato di detenzione, privati della possibilità di comunicare con i propri avvocati e spesso rinchiusi per anni senza nemmeno la formalizzazione di un’accusa. Questa è la prima operazione del genere a danno di realtá anarchiche nel Paese.

Anarh 2012: fiera del libro anarchico e festival in Slovenia.

L’organizzazione anarchica slovena FAO ha organizzato per i giorni 25 e 26 maggio di quest’anno per la seconda volta consecutiva una fiera del libro anarchico (“Anarh 2012″) , che vuole allo stesso tempo essere un festival e un’occasione di incontro e dibattito fra diverse realtà anarchiche. Quest’anno l’evento avrà luogo a Maribor, seconda città più grande della Slovenia ed ospiterà oltre alla classica fiera della letteratura anarchica anche altri eventi culturali, laboratori, dibattiti, cucina popolare eccetera. Gli/le organizzatori/trici, che si stanno premurando di organizzare sistemazioni gratuite per visitatori/trici da altri Paesi, possono essere contattati all’ indirizzo e-mail inter@a-federacija.org per eventuali adesioni, proposte o domande. Altre informazioni sono disponibili sul sito a-federacija.org.

Cooperative, capitalismo e l’IWW: una critica costruttiva.

Ho appena letto un’articolo su un blog del sito (portale?) Libcom in lingua inglese, scritta da Steven Johns e ho deciso di riportarne qui il link. Si tratta di una critica costruttiva ad un manifesto del sindacato libertario Industrial Workers of the World che illustra come una cooperativa possa essere una valida forma alternativa rispetto all’impresa capitalista con capi, gerarchie e tutto il resto.

Co-operatives, capitalism and the IWW

Le osservazioni fatte da Steven sono a mio parere nell’insieme condivisibili, è chiaro che in ogni caso è preferibile per dei lavorator/trici organizzarsi in cooperativa piuttosto che lavorare “sotto padrone”, senza però farsi illusioni sul fatto che ciò possa in qualche modo tirare fuori i/le lavoratori/trici dal sistema di mercato capitalista e senza dimenticare tutti i potenziali rischi e svantaggi legati alla concorrenza di altre aziende (specialmente catene) organizzate in modo tradizionale ed al conseguente autosfruttamento dei lavoratori/trici della cooperativa. È anche evidente che fondare cooperative può essere appetibile per chi voglia migliorare le proprie condizioni di lavoro e sperimentare forme di autogestione, ma non sarà certo questo a rovesciare il sistema economico capitalista! Sul fatto che il lavoro in una caffetteria sia sempre e comunque stupido ed inutile ho le mie riserve, dipende da cosa viene fatto nella tale caffetteria, se ci si limita a far pagare caffè e panini, come dice Steven, o se si tratta di qualcosa di diverso, più interessante, vario e creativo… ma si tratta comunque di un’osservazione a margine, é la parte centrale del discorso a meritare attenzione e adeguate riflessioni e discussioni. Buona lettura!

“Co-operatives, Capitalism and the IWW”.

Nuove frontiere della repressione.

Fonte: Informa-Azione.

“EuroGendFor – La gendarmeria europea contro sommosse e guerriglia urbana

Qualche accenno a EuroGendFor, la milizia europea antirivolta in completa continuità con UO2020.

fonte: http://uhupardo.wordpress.com/2012/03/16eurogendfor-die-privatarmee-der-eu-bereit-zum-abmarsch-nach-griechenland | trad. elaborata da tuttouno.blogspot.it

EuroGendFor. L’esercito privato della UE è in procinto di partire per la Grecia.
Non tutti conoscono questa unità segreta che risponde al nome di «EuroGendFor». Il quartier generale di questa speciale task force di 3000 uomini si trova a Vicenza, Italia. L’ex ministro della Difesa francese Alliot-Marie ha iniziato la formazione di questa truppa, dopo le sempre più comuni forme di battaglie di strada e saccheggi provocati da giovani in Francia. L’«EuroGendFor» è allo stesso tempo, polizia, polizia giudiziaria, esercito e servizi segreti. Le competenze di questa unità sono praticamente illimitate. Essa deve, in stretta collaborazione con i militari europei, garantire la “la sicurezza nei territori di crisi europei”. Il suo compito è principalmente quello di sopprimere le rivolte. Sempre di più Stati membri dell’Unione Europea aderiscono al «EuroGendFor»

I governi europei sanno esattamente cosa li attende. Per evitare di dover usare i propri eserciti contro i cittadini del loro stesso paese, possono ricorrere alle truppe paramilitari di questa “Forza di Gendarmeria Europea” (FEG), fondata in segreto, senza clamore. In teoria, si può ricorrere alla FEG ovunque vi sia una crisi. E’ ben stabilito nel Trattato di Velsen che regola gli interventi dell’EuroGendFor.
Il suo motto motto è il seguente: “Lex paciferat” – che può essere tradotto come: “La legge porterà la pace”. Si sottolinea “il principio della stretta relazione tra l’imposizione dei principi giuridici e la restaurazione di un ambiente sicuro e protetto.” Un “consiglio di guerra” sotto forma di un comitato interministeriale composto dai ministri della Difesa e la Sicurezza dei paesi membri dell’Unione europea partecipanti, decide la strategia di intervento. La truppa può essere attivata su richiesta o dopo decisione dell’UE

All’articolo 4 del Trattato Costitutivo sui compiti e gli impegni si legge: “È possibile ricorrere alla FEG per proteggere le persone e i beni e mantenere l’ordine.” I soldati di questa unita’ paramilitare dell’Unione europea devono rispettare la legge vigente dello Stato in cui operano e dove vengono stanziati, ma tutti gli edifici e tutti i terreni che vengono occupati dalle truppe divengono extraterritoriali e non sono più accessibili dalle stesse autorità dello Stato in cui operano. Il mostro dell’Unione europea abroga inoltre il diritto nazionale anche in caso di antisommossa.

L’«EuroGendFor» è una truppa di polizia paramilitare e servizi segreti in grado di operare rapidamente. Unisce tutti i poteri e i mezzi militari, di polizia e di intelligence che possono anche essere utilizzati come semplici consulenti dalle dalle forze di polizia nazionali e dall’esercito, dopo essere stati incaricati da un’unità di crisi interministeriale per contrastare rivolte, ecc. Il ministero federale tedesco della Difesa ha elogiato l’EuroGendFor sui propri siti web, scrivendo: “Polizia e esercito. Una gendarmeria europea promette la soluzione”.

L’EuroGendFor è ancora quasi completamente sconosciuto e nell’ombra. Ma non rimarrà a lungo tale. Più i popoli, dalla povertà e dalla politica di gestione disperata della crisi, verranno spinti all’ammutinamento, più queste truppe dai poteri praticamente illimitati saranno chiamate a “regolare” la situazione. E i capi di stato europei si renderanno conto con gratitudine che non saranno stati obbligati ad usare le proprie forze di polizia e dell’esercito contro i propri cittadini.

Il trattato di Velsen
18 ottobre 2007
TRATTATO Tra il Regno di Spagna, la Repubblica Francese,la Repubblica Italiana, il Regno dei Paesi Bassi e la Repubblica Portoghese,per l’istituzione della Forza di Gendarmeria Europea EUROGENDFOR
Leggere il trattato qui:

http://www.scribd.com/doc/78323752/Trattato-di-Velsen-2007

Altre informazioni:
http://tuttouno.blogspot.com/2012/03/mes-eurogendfor-nwo-si-salvi-chi-puo.html “

Abolire il lavoro?

La gran parte dei movimenti politici emancipatori (o presunti tali) affronta il tema del lavoro in chiave di miglioramento delle condizioni della classe lavoratrice, conquista di diritti e, nei casi più radicali, sostiene l’abolizione del lavoro salariato. Sono in pochi però a mettere in discussione l’essenza del concetto di lavoro proponendo esplicitamente la sua abolizione. Abolire il lavoro? Sembra un’idea strampalata che lascia perplessi anche molti anarchici, per non parlare dei marxisti (il marxismo è fondato su concetti quali lavoro e classe lavoratrice ancor più dell’anarchismo, a sua volta più variegato e ricco di sfumature e di correnti a volte molto diverse tra loro), eppure vi sono teorici che si sono concentrati proprio su questo tema mettendo in discussione il dogma del lavorismo. Uno di questi è lo statunitense Bob Black, autore tra l’altro nel 1985 del famoso opuscolo “L’abolizione del lavoro” (“The abolition of work”, raccolto poi nell’antologia “The abolition of work and other essays”) nel quale si sostiene che il lavoro è un’attività che sfrutta i più per arricchire pochi, organizzata quasi sempre in modo autoritario e degradante, stancante e pericolosa a tal punto da essere spesso causa di morte o lesioni gravi, quasi mai stimolante per l’intelletto e perfino, nella stragrande maggioranza dei casi, inutile. Il lavoro debilita l’essere umano più che nobilitarlo, é quello che ho sempre sostenuto riferendomi al suo esercizio nell’attuale società e leggendo il breve scritto di Bob Black ho trovato un complemento interessante alla mia riflessione. Black a mio parere non mette tanto in discussione il concetto di attivitá umana finalizzata a produrre beni o servizi, ma sostiene in pratica che si dovrebbero ripensare le attività umane in chiave di gioco, liberandole dalla loro forma organizzata, rigida, continuativa e coercitiva tipica della società capitalista (a scanso di equivoci è bene sottolineare come la mannaia di Black si abbatta ancor più impietosa sulla condizione lavorativa nei Paesi retti dal cosiddetto socialismo di Stato- URSS, Cina, Cuba, eccetera). La disgregazione della famiglia tradizionale e la centralità di una concezione emancipata della sessualitá sono altri due punti chiave dell’analisi proposta ne “L’abolizione del lavoro”.

Ora, partendo da ciò che trovo interessante nelle riflessioni esposte da Black nell’opera succitata, posso delineare grosso modo quello che per me sarebbe un possibile modello lavorativo in una società autogestita ed emancipata. Innanzitutto ciascuno dovrebbe poter svolgere le mansioni che più gli/le aggradano, siano esse “produttive” o meno; le mansioni meno “appetibili”, a patto che ve ne siano (personalmente non troverei degradante dover pulire i gabinetti usati da altri, a patto che ciò non diventi la mia unica occupazione e che io possa svolgerla in modo occasionale e senza pressioni di tempo o ordini superiori), verrebbero svolte a rotazione. Se si eliminassero una serie di attivitá oramai divenute inutili vi sarebbe piú tempo da dedicare a cose gratificanti o importanti, così come se tutti/e impegnassero una frazione del loro tempo nello svolgere attivitá produttive, il tempo autogestito e dedicato, perchè no, all’ozio sarebbe molto maggiore di quello del quale la maggior parte di noi dispone oggigiorno. Sull’”inutilità” di certi lavori lo stesso Black fa alcuni esempi calzanti (“commessi, militari, manager, poliziotti, agenti di borsa, preti, banchieri, avvocati, insegnanti, proprietari, addetti alla sicurezza, pubblicitari, e tutti quelli che lavorano per loro”) e a ciò si deve aggiungere il fatto che nel sistema capitalista vengono prodotte troppe merci, moltissime di esse non sono necessarie e vengono buttate via ancor prima di venir consumate/usate.

Il fatto di non poter organizzare da sè il proprio lavoro e di conseguenza il proprio tempo è un problema che affligge gran parte delle persone che lavorano nell’attuale società. Se invece l’organizzazione delle mansioni, del tempo, della produzione venisse affidata a chi effettivamente svolge le mansioni stesse, in modo orizzontale, affidando i compiti amministrativi a rotazione, la situazione cambierebbe in modo percettibile. Cornelius Castoriadis, marxista eterodosso le cui idee trovo personalmente interessanti e fonte d’ispirazione, ha pubblicato a suo tempo alcuni articoli potenzialmente molto validi sul tema “autogestione vs. gerarchia” (qui la seconda parte), nella quale si affronta anche l’aspetto della retribuzione dell’attività lavorativa. A tale proposito è fondamentale interrogarsi su questo punto: in che modo andrebbe remunerato il lavoro in una società liberata? Ciò dipenderà ovviamente anche dalle scelte che in tale (o tali) societá verrà fatta sulla questione del denaro, se esso verrà del tutto abolito o sostituito da altre forme monetarie diverse da quelle che conosciamo oggi. Altri due nodi fondamentali della questione riguardano a mio parere la specializzazione e la suddivisione del lavoro: se ne può fare a meno? E se si dovesse constatare che la risposta è un “no”, è possibile evitare l’alienazione di chi svolge le attivitá produttive pur mantenendo la divisione del lavoro-almeno entro certi termini?

Altra questione affrontata di straforo da Black è quella della tecnologia. Personalmente mi trovo d’accordo con ciò che egli accenna su questo aspetto, credo che molte tecnologie siano potenzialmente neutrali e quindi si possano usare per fini emancipatori, anche se non va dimenticato anche qui una possibile ed eccessiva specializzazione del lavoro e la conseguente creazione di una “casta” di tecnocrati esperti di ciò che le masse non sono in grado di comprendere e far funzionare- su questo aspetto si soffermò anche Alfredo Maria Bonanno nel suo scritto “Tesi di Cosenza. Il problema dell’occupazione. Per una critica della prospettiva anarco-sindacalista”. Se escludiamo i primitivisti alla Zerzan rimane comunque difficile rifiutare qualsiasi tipo di progresso tecnico, meglio piuttosto chiedersi a chi può giovare tale progresso, quanto costa in termini di sfruttamento delle risorse e come esso viene impiegato.

Rileggendo quel che ho appena scritto mi accorgo di aver posto più domande che risposte, ma in fin dei conti è così che si dovrebbe fare. Non mi dispiace ammettere che le risposte a questioni di importanza cruciale spesso possono essere trovate grazie al contributo di un gran numero di persone che tentano non solo di teorizzare, ma anche e soprattutto di mettere in pratica le loro idee sottoponendole alla prova dei fatti e adattandole alle circostanze ed ai tempi oltre che alle esigenze individuali e collettive, senza dogmatismi, tenendo ben presenti quei pochi ma fondamentali princìpi che animano tutti gli anarchici: libertà, uguaglianza nella differenza, autogestione, partecipazione diretta, autonomia, orizzontalità, decentralismo, felicità individuale e collettiva.

Laura Gòmez e gli/le altri/e: quando la repressione non ha bisogno di scuse.

Il 24 Aprile scorso è stata arrestata in Spagna Laura Gòmez, segretaria organizzativa del sindacato anarchico spagnolo CGT-Barcellona. Questa compagna si trova attualmente agli arresti in attesa di processo con l’accusa di incendio doloso. L’accusa si riferisce ad un episodio avvenuto durante lo sciopero generale indetto in Spagna da diversi sindacati anarchici (i maggiori dei quali CNT e CGT) il 29 Marzo di quest’anno al quale hanno partecipato, solo per citare Barcellona, 50mila persone. Fra le tante azioni, legali o illegali, messe in campo durante lo sciopero, quellla che è costata l’incriminazione della compagna Gòmez consiste nell’aver incendiato di fronte alla sede della Borsa di Barcellona un cartone contenente fac-simili di banconote: un’azione legalmente annunciata e attuata in presenza di vari organi di stampa. A chi dovesse stupirsi di fronte all’assurdità dell’accusa va ricordato come gli organi repressivi non abbiano necessariamente bisogno di un motivo per colpire, un capo d’accusa può venir inventato di sana pianta da chi tiene il coltello dalla parte del manico, perchè le leggi non solo sanno essere ingiuste, ma non sono nemmeno uguali per tutti. In un momento nel quale in Spagna aumenta il numero di senzatetto, la disoccupazione sale, lo sfruttamento si fa sempre piú feroce e le condizioni di vita per le classi subalterne peggionano considerevolmente giorno dopo giorno, mentre si annuncia che l’Unione Europea si appresta a salvare altre banche del Paese dal fallimento. qualsiasi segnale di lotta e ribellione, a prescindere dalle forme che esso assume, viene represso in modo da creare un esempio che spaventi e minacci quegli/lle oppressi/e che, sempre più numerosi, si mettono in testa di opporsi a Stato e capitale.

Una situazione fin troppo simile si riproduce anche in Italia, sia per quanto riguarda la crisi che per quanto concerne le misure repressive adottate contro qualsiasi forma di dissenso. Uno degli esempi piú recenti riguarda il rinvio a giudizio di ventuno militanti del circolo bolognese Fuoriluogo, accusati/e di associazione a delinquere aggravata dalla finalita di eversione, il tutto per azioni che, nel caso i/le responsabili siano realmente da individuare fra gli/le accusati/e, sono di responsabilità dei singoli individui che le compiono.Di fronte a certi eventi lo stupore e l’indignazione dovrebbero lasciar spazio alla consapevolezza dei meccanismi repressivi, sostanzialmente immutati nel tempo e nei luoghi, ed alla solidarietà unita alla volontá di proseguire lotte di vitale importanza per il riscatto degli oppressi, degli esclusi e degli sfruttati.

Visita il blog in solidarietà a Laura Gòmez e firma l’appello per la sua liberazione (in spagnolo/castigliano ed in catalano).

“Forma e sostanza del regime dei banchieri”.

Articolo scritto da Michele Fabiani e pubblicato sul sito Anarchaos:

“Forma e sostanza del regime dei banchieri (di Michele Fabiani)

 

In un precedente articolo ho iniziato un percorso di studi sul rapporto fra la democrazia e il capitalismo. E’ bene ricordare che il capitalismo non è sempre stato democratico, anzi non lo è stato quasi mai. Ed essere pignoli non lo è stato mai.

 

Democrazia e governo rappresentativo

Uno dei pregiudizi nati nel Novecento e che ancora ci portiamo appresso è quello che distingue la democrazia “diretta” da quella “indiretta”, come se fossero ramificazioni da una stessa radice comune. La democrazia diretta era quella antica (Atene), quella indiretta invece è rappresentata dal regime contemporaneo in Occidente. Bisogna perdere cinque minuti per confutare tale pregiudizio. In primo luogo, non è vero che la democrazia antica fosse una democrazia diretta. In secondo luogo, non è vero che il regime contemporaneo sia un regime democratico.

La democrazia ateniese non era affatto una democrazia senza incarichi. Vi erano delle magistrature e numerose persone vi erano deputate, negli ambiti più disparati della vita civile nella sua complessità. Non è nemmeno vero che tutti partecipassero alla vita politica: le donne, gli schiavi, gli stranieri ne erano esclusi. Anzi, proprio quei momenti di democrazia “diretta” si rendevano possibili perché vi era una classe di sfruttati che mandava avanti la società ateniese anche quando i suoi cittadini erano in assemblea. Esattamente quello che avveniva a Sparta, con la differenza che invece che giocare alla democrazia gli spartiati giocavano alla guerra e mentre gli schiavi messeni mandavano avanti la società i cittadini si addestravano per il combattimento. Insomma la democrazia – che non è una democrazia “diretta” – non è poi una cosa così bella.

Ma se la democrazia antica non era una democrazia diretta, ma era “la” democrazia, cosa distingue il regime antico da quello contemporaneo? La divisione fra democrazia diretta e democrazia indiretta salta. Non è vero che prima c’era l’assemblea popolare mentre oggi ci sono i deputati. La distinzione sta nel modo con cui vengono nominati i governanti. Nella democrazia i governanti vengono estratti a sorte per dare a tutti i cittadini le stesse opportunità statistiche di essere nominati, nel sistema contemporaneo invece ci sono le elezioni.

Mi rendo conto che una tale affermazione può sembrare sorprendente: come le elezioni non sono il baluardo della democrazia? Se prendiamo la letteratura politica – da Aristotele a Rousseau – la distinzione fra democrazia e aristocrazia sta nel fatto che nella democrazia c’è l’assemblea sovrana e l’estrazione a sorte degli esecutori, mentre nell’aristocrazia c’è l’elezione dei migliori e il potere esecutivo diviene a tutti gli effetti un governo. Oggi infatti “esecutivo” e “governo” sono sinonimi, il che non è possibile in democrazia dove, per definizione, il governo è del demos, i cittadini che non fanno parte delle classi oppresse, e gli esecutori sono dei meri funzionari estratti a sorte. E’ evidente che quindi le forme dei governo occidentali oggi in vigore non sono governi democratici, ma aristocratici, almeno secondo la letteratura politica classica.

Tale letteratura ebbe una forte influenza fino alla fine del XVIII secolo. Non a caso gli estensori della Costituzione USA non si consideravano dei democratici, ma dei repubblicani. Tutti i regimi rappresentativi contemporanei non nascono da democrazie, ma da regimi monarchici elettoralizzati. Prendiamo l’Italia. L’Italia non discende “geneticamente” dalle repubbliche democratiche cittadine rinascimentali (da Venezia a Firenze), ma dal regime dei Savoia. Il salto che ci ha portati dai Savoia alla Repubblica, per quanto abbia assunto con la Resistenza momenti rivoluzionari presto traditi, non è un salto di sostanza, ma solo, in parte, di forma. Tanto è vero che oggi lo Stato che ci opprime non è uno Stato “altro” rispetto a quello precedente, come ci dimostra Napoletano che, festeggiando i 150 anni dell’Unità d’Italia, riconosce anche la monarchia come la forma precedente di una stessa nazione. La nazione è la stessa dei tempi della monarchia, con l’elezione del Capo dello Stato invece che la discendenza dinastica.

 

Mussolini e Monti: due governi legali ma infami

Bisogna distinguere ciò che è legale da ciò che è giusto. Gli storici si sono a lungo interrogati sulla legalità o meno del fascismo rispetto alla “costituzione” dell’epoca, lo Statuto Albertino. Interessante il fatto che il regime di Mussolini si sia insediato senza il bisogno di sovvertire le istituzioni monarchiche-costituzionali preesistenti. Insomma sul piano della legalità, il regime fascista era un regime legale. Questo significa che fosse un regime giusto e buono? Ovviamente no. La legalità è stata da sempre la giustificazione degli oppressori per ogni infamità.

Combattere il fascismo in quanto illegale era l’operazione teorica che stava alla base dei partigiani monarchici: per loro Mussolini era un usurpatore semplicemente perché non aveva più la fiducia del Re e guidava uno stato (la Repubblica Sociale Italiana) fantoccio in mano all’occupante tedesco. Fino a quando Mussolini era il capo del governo, formalmente incaricato dal Re, per i monarchici era una gran brava persona. Viceversa, per la stragrande maggioranza dei combattenti della lotta armata antifascista, il fascismo era ingiusto, infame, violento e reazionario riguardo alla sostanza del suo essere politico.

Il parallelismo fra Mussolini e Monti è molto istruttivo. Anche Monti, a mio avviso, è una degenerazione legale del regime esistente. Non sono d’accordo con chi ritiene Monti una sospensione della democrazia.  In primo luogo, perché prima non c’era la democrazia. Ma in ogni caso perché Monti non viola la Costituzione Repubblicana. Credo, anzi, che l’insistere sull’illegalità del governo Monti, sull’illegalità delle intrusioni di Napolitano nel dibattito politico, porti ad un suicidio tattico: dimostrata la legalità del regime dei banchieri, verrà castrato il movimento rivoluzionario.

Dobbiamo quindi uscire dal giustizialismo di chi vuole cacciare Napolitino e Monti perché golpisti. Naplitano e Monti vanno cacciati riguardo alla sostanza della loro nefasta azione politica, non riguardo alla forma.

Capitalismo e involucro liberale: fine di un matrimonio di interesse

E’ evidente che siamo di fronte ad una forzatura reazionaria, autoritaria. Siamo di fronte ad una rottura mondiale – sicuramente europea – fra il capitalismo e la cosiddetta democrazia liberale (che democrazia non era nemmeno quella).

Il mio intervento, sia ben chiaro, non vuole in nessun modo giustificare tale svolta; piuttosto vuole spiegare che non è sulla via della legalità, del giustizialismo, dell’invocazione patriottica della Costituzione che possiamo difenderci dall’attacco.

Può sembrare un gioco di parole, ma stiamo entrando nell’epoca del liberismo illiberale. Il capitalismo, nella sua forma più sfrenata, nel suo più estremo liberismo, non sopporta più quei lacci e laccioli che un regime liberali prima comunque prevedeva. In un regime liberale ci sono dei principi certamente capitalisti (la proprietà privata), ma ce ne sono altri che invece in questa fase non sono tollerabili: la dignità della persona umana, la libertà di espressione, la libertà di protestare.

Il punto è che se continuiamo a porci in un’ottica difensiva, conservatrice non ne usciremo mai. Come nel calcio, se ti chiudi in difesa finisci per perdere.

Tanto più che il terreno della legalità sarebbe totalmente sbagliato. Non è quello il campo su cui si sta giocando tale partita. Il governo Monti rappresenta una forzatura della Costituzione, così come il fascismo era una forzatura dello Stato Albertino; ma comunque tale forzatura è del tutto legale, almeno fino ad ora. Chi oggi fa appello alla Corte Costuzionale contro Napolitano ci trascina nello stesso gravissimo errore che già fecero i liberali e i socialisti nel voler contrastare l’ascesa di Mussolini per vie legali, quando era l’ora della lotta armata.

Un errore simile è stato fatto nei primi anni ’70. Dopo la strage di stato di piazza Fontana si diffuse la tesi complottista (illuminante un articolo comparso recentemente su anarchaos contro il complottismo di Lucio Garofalo) secondo la quale un colpo di stato era alle porte. Il pericolo di golpe era certamente reale, ma i veri dietrologi era i bravi democristiani che dietro a tali minacce ne approfittarono per incatenare la sinistra alla difesa della “democrazia” in pericolo, rinunciando all’attacco. Un errore strategico madornale che porterà ad anni di pace sociale, almeno fino al ’77 – anche quelli puniti con una nuova strage, a Bologna nell’80, e anche quella strage non portò al golpe ma a nuova pace sociale fondata sulla lotta al terrorismo.

Non vorrei che oggi si ripetesse la stessa cosa: si afferma che Monti è un golpista, ci si stringe uniti per la difesa della “democrazia” e si finisce ingabbiati nella Costituzione e in generale nelle compatibilità con lo Stato liberale.

 

La sostanza politica del regime dei banchieri

Il regime dei banchieri è certamente una degenerazione. Tale degenerazione, fino ad ora legale, si traduce sul piano sostanziale in una aggressione senza precedenti dai tempi dell’ultima guerra mondiale. Si tratta di un peggioramento terribile delle condizioni di vita ormai di centinaia di milioni di persone: il regime dei banchieri ha messo ormai propri uomini alla guida di paesi come l’Italia, la Grecia, la Romania, governa indirettamente la Spagna, il Portogallo e l’Irlanda, e si parla fortemente di una Grande Coalizione che unisca di nuovo democristiani e socialdemocratici perfino in Germania. La ricetta è più o meno la stessa: non potendo stampare moneta a causa del nefasto euro si abbassano i salari, si aumentano le tasse indirette per evitare di sfuggire al fisco, si introducono i licenziamenti facili, in sintesi si mobilita l’intero corpo dello Stato al servizio del capitalismo finanziario tagliando i servizi e ottenendo maggiori entrate con una tassazione forsennata.

E’ questo il piano sostanziale dello scontro. Non penso che facendo appelli alla Corte Costituzionale contro le esternazioni ormai non più superpartes di Napolitano in materia di lavoro che si possa rispondere alla violenza dell’attacco.

 

Napolitano e Monti: servi o traditori?

C’è chi afferma che Monti e Napolitano, soprattutto il secondo in quanto garante, sarebbero dei traditori. L’accusa è di aver svenduto la nazione alla finanza internazionale. Da qualche tempo, anche un demagogo come Grillo sta cavalcando questa ondata di indignazione democratica. Nessuna menzogna poteva essere camuffata con altrettanta arte in verità. Monti e Naplitano certamente hanno consegnato milioni di sfruttati al servizio del potere finanziario. Il nostro sudore serve a pagare il credito delle elité che hanno investito sulla crisi. Tale operazione di vera e propria rapina, però, non si configura come un tradimento della Costituzione e dello Stato. Viceversa è assolutamente coerente con lo scopo ultimo dello Stato da quando questo esiste: essere il cane da guardia delle classi dominanti. Nondimeno, è persino legale sul piano costituzionale, dato che siamo in un regime parlamentare.

Il contrasto alla svolta autoritaria ed alla rapina attuata dal regime dei banchieri non può più essere sostenuto sul terreno della legalità. Non dobbiamo difendere lo Stato da dei traditori, ma abbatterlo con tutti il suo codazzo di servi.

Michele Fabiani”

Sullo stesso argomento, sempre di Michele Fabiani: “Dai colonnelli ai banchieri. Quando al capitalismo la democrazia liberale sta stretta” e “L’onore e il sacrificio al tempo del regime dei banchieri“.

Proteste studentesche di massa in Quebec.

È ormai dallo scorso Febbraio che circa 160mila studenti e studentesse protestano nella provincia canadese del Quebec contro l’aumento dellle tasse universitarie proposto dal premier Jean Charest, boicottando le lezioni e inscenando manifestazioni che hanno assunto in parte carattere violento anche a causa della scarsa volontá di aprire trattative sulla sostanza e non sulla forma degli aumenti delle tasse da parte del premier, impegnato a raccogliere consensi in vista della prossima tornata elettorale. Le proteste non si limitano però al tema delle tasse universitarie, ma hanno piuttosto assunto un carattere di contestazione generale nei confronti del governo della regione, soprattutto contro il cosiddetto Plan Nord che prevede ingenti investimenti per lo sviluppo del settore energetico e minerario in un’area di 1,2 milioni di km quadrati nel nord della provincia. Il piano, che promette la creazione di mezzo milione di posti di lavoro, non tiene conto della sostenibilità ambientale, è una potenziale svendita delle risorse del Quebec ed é fonte di corruzione per politici che promettono a potenziali investitori di lucrare sul progetto in cambio di “favori”, come recentemente è saltato fuori da uno scoop giornalistico dell’emittente in lingua francese CBC. Un’altro tema di contestazione è la legge discriminatoria proposta dal ministro federale dell’immigrazione Kenney, che limita l’accesso alla regione per chi non parla inglese o francese. Sia Charest che Kenney sono stati contestati da alcuni studenti mentre tenevano discorsi a porte chiuse sulle proposte in questione, mentre per le strade, oltre alle proteste in forma pacifica, avvenivano scontri tra alcuni studenti e la polizia in assetto antisommossa pronta a usare manganelli, spray al pepe e perfino pallottole di gomma contro il dissenso. Dal canto loro gli studenti hanno reagito con lanci di pietre ed altri oggetti, barricate e con azioni dirette contro veicoli della polizia e simboli del governo e del potere capitalista.

Quebec protests reach rowdy new level (with updates)

Per un report più completo in lingua inglese consiglio di visitare il relativo articolo su Libcom, che contiene aggiornamenti continui nello spazio riservato ai commenti così come numerose foto e video delle proteste.

Es gibt kein Ende der geschichte, der Kampf geht weiter!

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Di solito per festeggiare occorre un buon motivo, almeno così suggerisce la logica e, se per il Primo Maggio di festa deve trattarsi, a gozzovigliare dovrebbero essere in pochi, cioè quelli che hanno fatto la festa ai lavoratori. Cosa abbiamo noi da festeggiare, il pareggio in bilancio sancito dalla Costituzione o l’abolizione dell’ articolo 18 oppure la media di un suicidio al giorno da parte di chi, in Italia come in altri Paesi, viene schiacciato dalla crisi economica e dalle risposte degli Stati e delle istituzioni transnazionali agli ordini del capitale? Se durante la seconda metà dell’ ’800 si lottava per le otto ore di lavoro, si scioperava in massa, si resisteva alla violenza dello Stato messa in campo per difendere i privilegi della classe padronale, oggi il Primo Maggio si va ad ascoltare il comizio di un paio di burocrati concertativi prima del concerto di rito, lo stanco rito, senza più significato. Eppure il Primo Maggio è una ricorrenza dalle profonde radici anarchiche e ciò va ricordato con decisione anche oggi, sia nelle azioni di contrasto alle politiche di lacrime e sangue mese in atto per far pagare le conseguenze della crisi economica a chi produce realmente la ricchezza della quale pochi usufruiscono in modo abnorme e iniquo, sia nelle riflessioni sul reale significato del lavoro nella nostra società, sulla sua utilitá o inutilitá, sulla possibilitá di autogestione delle attività produttive da parte dei/lle produttori/trici stessi/e, sulla funzione delle tecnologie (potenzialmente emancipatoria o sempre e comunque funzionale al dominio ed allo sfruttamento?), sul significato globale delle lotte emancipatorie e sulle loro prospettive. Io mi auguro che sia questo ciò che faranno gli/le anarchici/che il Primo Maggio in tutto il mondo così come tutti i giorni: non festeggiare, ma analizzare, discutere, proporre, lottare, creare alternative!

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A queste mie parole aggiungo una riflessione di un altro blogger, che ricorda che la fine della storia (non solo quella raccontata dal brano musicale del quale lui parla nel suo articolo, ma anche e soprattutto la Storia con la esse maiuscola) possiamo ancora scriverla noi. Alla faccia di Fukuyama!

25 Aprile: troppo presto per festeggiare.

25 Aprile, festa della Liberazione d'Italia? Semmai "festa della resistenza", visto e considerato che una vera liberazione non é mai avvenuta! Ma come, c'é qualcuno che pensa che il fascismo sia morto il 25 Aprile 1945? Spiegatemi allora da dove vengono la strage di Portella delle Ginestre, il massacro degli operai a Reggio Emilia nel 1960, gli studenti ed i lavoratori massacrati dai celerini ancora nei decenni successivi, investiti dalle camionette, uccisi da pallottole e lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo; di chi é la responsabilità della strategia della tensione e delle stragi di Stato, da Piazza Fontana in poi, chi ha messo in galera o ammazzato persone innocenti, chi ha dichiarato guerre "perché é un nostro dovere nei confronti dei nostri alleati internazionali, é una missione di pace/umanitaria", chi ha fatto ( e in alcuni di questi casi fa tuttora ) strage di civili in Somalia, Serbia, Afghanistan, Iraq, Libia? Chi sono i pochi che decidono per tutti, che pur di seguire il corso della Storia impoveriscono e gettano nella precarietà milioni di persone? Io non vedo nessuna liberazione, così come non la videro quei/lle partigiani/e che rimasero in montagna anche dopo la fine della seconda guerra mondiale, che non accettarono il compromesso di una Costituzione tanto conciliante da non mettere in discussione i fondamenti dell'ingiustizia, dello sfruttamento e dell'autorità. Chi si arroga il diritto di mettere nello stesso calderone chiunque abbia partecipato alla resistenza o é un mistificatore oppure non conosce i fatti storici, ma nemmeno un pò: i "miei" partigiani non sono morti perché io potessi avere il diritto ( dovere, secondo qualche zelante difensore del totalitarismo di mercato in salsa parlamentarista ) di scegliere tra due o tre sfruttatori di partiti diversi andando a votare ogni cinque anni, non hanno combattuto contro l'invasione nazista per barattarla con l'invasione atlantista, non volevano cambiare il colore ad una dittatura nel nome di un ossimorico Stato socialista. I/le partigiani/e di cui parlo non si schierarono contro il fascismo quando ormai il vento aveva cambiato direzione, ma combatterono in Italia ed in esilio, braccati in Francia o schiacciati fra due fronti fascisti ( franchisti da una parte, stalinisti dall'altra ) durante la guerra civile spagnola, erano le stesse persone che avevano resistito al fascismo prima che questo salisse al potere, erano gli stessi che anche in galera o al confino o nei campi di concentramento continuavano a mantener salda la loro integritá, gli stessi che spesso venivano colpiti alle spalle dai falsi amici, nel Nord Italia come a Barcellona, nelle cittá occupate dagli invasori nazisti e dai repubblichini cosí come era già accaduto a Kronstadt o in Ucraina. La liberazione non é mai avvenuta, la resistenza non é mai finita: cambiano i tempi, le forme di lotta, il nome e il volto dei tiranni, ma non cambiano la necessità e la volontà di lottare. Questo é il miglior modo nel presente e nel futuro per ricordare chi combatté in passato, non per governare sugli altri, non per essere declamato nei discorsi retorici di qualche potente, non per venire strumentalizzato dai partiti, non per diventare cenere, ma per essere la fiamma della rivolta che é nostro dovere tenere accesa.
Loro vivono nella nostra lotta!