Terrorismo islamico e responsabilità dell’Occidente.

A seguito dei diversi attentati di matrice islamica che negli ultimi anni hanno insanguinato l’Europa, numerosi politici, giornalisti e commentatori vari hanno spesso relativizzato le responsabilità dei Paesi occidentali nell’insorgere del fenomeno terroristico, sottilineandone le caratteristiche autoctone e intrinsecamente legate alla natura stessa della religione islamica e alla cultura dei luoghi dove tale culto viene professato.  Pur con le dovute differenze, questi commentatori, solitamente dichiarandosi lontani da qualsiasi intento islamofobo, hanno in comune la tendenza a voler fornire un’alibi alla coscienza del lettore medio, dimenticando come se nulla fosse secoli di politiche coloniali e di imperialismo, di dominio e sfruttamento economico e violenza militare praticate in Giro per il mondo da parte delle potenze occidentali. Gli argomenti principali vertono, in maniera più o meno esplicita, sulla presunta incapacità da parte die Paesii cosiddetti sottosviluppati di Medio Oriente, Nordafrica, eccetera, di fornire stabilità, sicurezza e benessere ai propri abitanti, rimanendo impelagati in conflitti regionali alimentati da governi corrotti e despotici che non concedono ai propri cittadini i diritti liberali ai quali noi siamo abituati da secoli. Concetti quali “Loro non sono passati attraverso la Rivoluzione Francese” e “Nella religione musulmana non esiste separazione fra Stato e Chiesa” vengono ampiamente usati come argomenti a sostegno della discolpa nostrana. Gli opinionisti più progressisti evidenziano come, certamente, vi siano differenze fra diverse concezioni dell’Islam, ma in fin dei conti riconducono la responsabilità delle violenze a logiche in gran parte indipendenti dall’azione svolta storicamente dall’Occidente nelle aree nelle quali il fenomeno ha origine.

Mi sono spesso imbattuto nelle dicharazioni di esponenti della destra tedesca, che, pur non inneggiando apertamente al Terzo Reich, intendevano ridimensionare le responsabilità storiche  della popolazione tedesca, a lor dire soggiogata da pochi individui, di fronte agli orrori della Shoah e del secondo conflitto mondiale. “Es ist Schnee von gestern”, ripetevano, acqua passata come si dice in Italia, un’espressione a metà strada fra il menefreghismo e il colpo di spugna, pronunciata con  leggerezza criminale, con la consapevolezza di chi mette in conto la reiterazione delle nefandezze che relativizza. Nel caso dei rapporti fra Occidente e Medioriente si vorrebbero scordare o perlomeno far slittare in secondo piano fatti storici quali ad esempio l’accordo di Sykes-Picot, tanto per citarne uno fra i più rilevanti, ovvero la creazione di Stati quali Iraq e Siria da parte delle potenze europee Francia e Gran Bretagna per motivi d’interesse economico, politico e strategico. Una dimenticanza univoca visto che un paio d’anni fa lo Stato Islamico, dalle colonne della sua rivista Dabiq, affermava con la sua nascita di infrangere quell’accordo. Allo stesso modo si vorrebbero gettare nell’oblio le politiche del “divide et impera” praticate  da Assad e da altri dittatori  comodi a questa o a quell’altra superpotenza mondiale, in Siria come altrove, sulle popolazioni di Stati creati a tavolino; si vogliono far dimenticare sia il colonialismo esplicito di ieri quanto la dominazione economica di oggi da parte di chi detiene il potere economico e di conseguenza politico, un potere libero di sterminare intere popolazioni devastandone i territori e le economie tradizionali in nome del libero mercato e della crescita economica  senza che si sollevi la stessa ondata di indignazione  alla quale assistiamo dopo ogni attentato compiuto in Europa dagli accoliti del Califfato. Le dinamiche interne al terrorismo islamico esistono, è innegabile. Qualsiasi libro sacro può essere interpretato nel più svariato dei modi, l’oscurantismo fondamentalista e violento è uno dei tanti possibili. Esistono e sono esistiti in passato gruppi terroristici buddisti e cristiani, induisti ed ebraici, musulmani e scintoisti. Quel che ci si deve chiedere è come certi gruppi potrebbero essere sconfitti e, al tempo stesso, come alcuni di essi non lo siano ancora stati. L’invasione dell’Iraq da parte degli eserciti di USA&Co. e le strategie politiche ivi applicate non hanno certo aiutato a far fuori un gruppetto composto originariamente da poche decine di fanatici, né l’opportunistico sostegno statunitense a guerriglieri jihadisti in Afghanistan in funzione anti-sovietica ha contribuito alla stabilità del Paese e alla sicurezza a livello internazionale. Il problema centrale rimane quello di sempre, la logica del dominio: quello che l’Occidente per mezzo dei suoi tentacoli economici, politici e militari esercita nelle aree “povere” e “sottosviluppate” del mondo e quello che alcune forze che vi si oppongono per interessi specifici, oscurantiste e sanguinarie, esercitano in diverse regioni o aspirano ad esercitare. La stessa logica di dominio non guarda in faccia le potenziali vittime degli attentati terroristici di matrice fondamentalista islamica in Occidente, le considera danni collaterali alla stregua di quelli provocati dagli interventi militari in altre aree del pianeta e al tempo stesso si nutre delle paure e delle insicurezze delle persone che in Occidente ci vivono. Chi ha paura è più facilmente disposto a rinunciare ad una parte della propria libertà (già di per sé condizionale!) in cambio di sicurezza almeno apparente. Ed è così che gli strateghi nelle stanze dei bottoni prendono non due, ma interi stormi di piccioni con una sola fava. La paura che rende docili e irrazionali, la richiesta di interventi decisi da parte dei governi, il braccio armato che dovrebbe mettere a tacere il pericolo esterno che si rivolge all’occorrenza contro i “nemici” interni che dissentono, la delega delle soluzioni a chi i problemi consapevolmente li crea, la reiterazione di politiche di dominio, appunto, su scala locale e mondiale. Il terrorismo islamico diviene un’ottima scusa, benzina nel motore del dominio, mentre il terrorismo che ha fatto comodo in passato e fa tuttora comodo al mantenimento dell’ordine costituito e del dominio da parte degli Stati nei quali viviamo viene mascherato, legittimato, giustificato, male che vada negato o attribuito ad altri. I “nostri” sono combattenti per la libertà, mica gente che mette bombe nelle piazze e nei treni o spara sulla folla o rade al suolo interi villaggi!

E noi dovremmo dimenticare, smetterla di indagare le responsabilità dei nostri governi, raccontarci a vicenda menzogne per rendere la realtà accettabile mettendo a tacere le nostre coscienze. Interrogarci sulle logiche profonde di questo sanguinoso circolo vizioso per potervi porre fine? Macchè, è tutta colpa di barbari sottosviluppati nelle cui terre va esportata a suon di bombe la democrazia che nemmeno noi conosciamo, il resto non conta. Torniamo a dormire, tanto sappiamo cosa provoca il sonno della Ragione. Anzi, no, ce lo siamo scordato: roba vecchia, acqua passata.

Informazioni ed articoli sulla nuova operazione repressiva antianarchica a Trento e Rovereto.

Proseguono le manovre repressive del democraticissimo Stato italiano (quello che ancora non s’è disfatto di molti articoli del Codice Rocco) contro il movimento anarchico. Il 27 Agosto è scattata un’operazione dal nome che è tutto un programma, che vede indagati circa 43 compagni/e per associazione sovversiva (270bis). Per ora sono stati perquisiti spazi ed abitazioni tra Trento e Rovereto, il compagno Massimo Passamani è stato posto sotto arresto ed ora si trova in isolamento nel carcere di Alessandria, mentre un’altra compagna, Daniela, é agli arresti domiciliari. Per conoscere meglio i retroscena di questa nuova, mirabolante impresa dei paladini della legge, vi invito a leggere gli articoli che seguono. Intanto per chi volesse scrivere al compagno in carcere, questo è l’indirizzo attuale: Massimo Passamani,
Carcere San Michele strada Casale 50/A, 15122 Alessandria.

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Testo del volantino distribuito durante il presidio solidale del 28 Agosto 2012 a Rovereto;

“Massimo Passamani. Un anarchico dalla parte del torto”, riportato da Anarchaos;

“Dopo le Pussy Riot, ora tocca ai Ludd”, riportato da Anarchaos.

 

1-10 Agosto: azioni internazionali di propaganda contro la repressione.

La rete per la traduzione per la controinformazione Contra-Info ha recentemente lanciato un appello internazionale per dieci giorni (dal 1 al 10 Agosto) di propaganda contro la repressione. Nell’appello si invitava a mettere in atto azioni propagandistiche tramite graffiti, striscioni, volantinaggi o altro, su temi ritenuti importanti dalle realtà anarchiche per renderli noti nella società e per suscitare dibattiti al di là dei confini statali o linguistici. Di seguito le foto (tutte prese dal sito Contra-Info) di alcuni fra i tanti graffiti, striscioni e manifesti realizzati in diverse città e Paesi per l’occasione.

MALTA

UCRAINA

FRANCIA (vedi anche 1,2,3)

SERBIA

ARGENTINA

PORTOGALLO

GERMANIA

INGHILTERRA

SPAGNA (anche QUI)

CILE (anche QUI)

GRECIA (vedi anche 1,2,3,4,5…)

Qualcosa sulla Grecia.

Della Grecia abbiamo sentito parlare recentemente sui principali organi di “informazione” per due motivi principali: i campionati europei di calcio e le elezioni per il rinnovo del parlamento nazionale. Entrambe gli argomenti hanno a mio parere la stessa importanza, con la differenza che almeno il calcio, nonostante tutte le magagne, rimane pur sempre un’entusiasmante forma di intrattenimento. Il discorso sulle elezioni greche ci è stato presentato dalla stampa di pensierounicolandia come una battaglia tra sostenitori vs. affossatori dell’Euro e delle misure di austerità per uscire dalla crisi economica, ma in realtà le differenze tra le posizioni della coalizione di sinistra SYRIZA (che non é esatto definire “radicale” perché nulla di radicale sta in parlamento o ambisce a starci) e quelle dei socialdemocratici del PASOK e dei liberal-conservatori di Nea Dimokratia non sono sulla permanenza nell’ Euro o sull’accettazione o meno del memorandum dell’austerità, quanto sulle condizioni di tale permanenza e su possibili alleggerimenti di tali misure. Il mio sottovalutare l’importanza delle elezioni non é una posizione isolata, tant’é che proprio molti dei/lle diretti/e interessati/e aventi diritto al voto in Grecia decisero di astenersi: il 40%, astensione record -e i record sono fatti per essere battuti…

Ora, più che interessarmi di quale forza politica avrà l’onere o l’onore di mettere in pratica direttive di massacro sociale decise dall’èlite economica dominante, mi chiedo come la cosiddetta crisi economica (in realtà crisi di tutto un modello socioeconomico dato per vincente e inamovibile dagli esperti pagati per convincerci che tanto non serve a nulla ribellarsi perché nulla si può cambiare e viviamo nel migliore dei mondi possibili) vada a ripercuotersi sul tessuto sociale greco e quali siano le contromisure adottate da chi mette in pratica i principi anarchici e antiautoritari, ma anche semplicemente da chi tenta di sopravvivere in un contesto come quello dell’attuale crisi. Ho quindi letto col passare del tempo un certo numero di articoli e testimonianze e visto qualche documentario o videoinchiesta che dir si voglia, ottenendo un approssimativo quadro della situazione che, se da un lato risulta allarmante e sconfortante, dall’altro conferma quello che gli/le anarchici/che vanno dicendo (e possibilmente facendo) da sempre. Da un lato cresce il numero dei disoccupati, aziende e piccole imprese meno competitive falliscono, c’é chi si suicida e c’é chi emigra, aumentano i consensi non solo elettorali nei confronti di partiti fascisti e xenofobi -lampante è l’esempio del movimento neonazista Chrysi Avgi- i cui militanti usano la violenza nelle strade, spesso con la complicità passiva o attiva delle forze dell’ordine, per terrorizzare e colpire fisicamente immigrati, omosessuali, emarginati e persone politicamente “non gradite”. A questo quadro di disperazione, rassegnazione e accanimento su capri espiatori con conseguenti guerre tra poveri, degno dei più realistici romanzi distopici, fa da contraltare la tenacia di chi non solo si sforza quotidianamente di sopravvivere, ma tenta anche di autogestire la propria vita al di là delle regole e dei ritmi imposti dalle politiche di austerità. Nascono cooperative di produzione e consumo diretto, scambi di prodotti e servizi su base di accordi volontari senza l’uso del denaro, mense popolari, nuove situazioni di aggregazione e socialità non commerciali. A fronte della disastrosa situazione del sistema sanitario i lavoratori ospedalieri occupano le strutture di cura; non solo per sfuggire alla disoccupazione, ma per divenire padroni del proprio lavoro, gli operai occupano le fabbriche che i padroni dichiarano fallite; quelli del “movimento di solidarietà, disobbedienza e resistenza” ALANYA dirottano il traffico automobilistico evitando di farlo passare per i caselli autostradali a pagamento; laddove la corrente elettrica é stata tagliata per punire chi non é in grado di pagarla, i collegamenti vengono ripristinati dagli utenti; le obliteratrici su tram e autobus vengono messe fuori uso consentendo alla gente di poter viaggiare gratis. Accanto a questi ed altri innumerevoli esempi vi é la resistenza quotidiana alle prepotenze e violenze poliziesche e fasciste, la solidarietá con gli immigrati e gli emarginati, la difesa degli spazi occupati e autogestiti minacciati di continuo con sgomberi ed arresti degli occupanti.

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C’é da chiedersi quale piega prenderanno col passare del tempo gli eventi, come si svilupperanno le lotte e le pratiche di autogestione, se prevarranno la disperazione e la rassegnazione ad una vita di stenti e sacrifici inutili o la voglia di lottare per riappropriarsi della propria dignitá e felicità, se le svolte ancor più autoritarie che si profilano all’orizzonte avranno o meno la meglio sul desiderio di libertà e sulla volontá di molti di scrollarsi di dosso il peso di un sistema parassitario dagli effetti intollerabili. La storia non é finita e le sue pagine vengono scritte quotidianamente, il cammino é lungo e riguarda tutti noi, abitanti o meno di quel territorio geografico chiamato Grecia.

Colpirne dieci per educare tutti.

Il 13 Giugno scorso i carabinieri dei ROS comandati dal generale Giampaolo Ganzer, nell’ambito dell'”Operazione Ardire” ordinata dal famigerato pm di Perugia Manuela Comodi,  hanno perquisito una quarantina di abitazioni di anarchici ed hanno arrestato 10 persone, due delle quali si trovavano già in carcere rispettivamente in Germania e Svizzera. Le accuse mosse agli/lle indagati/e vengono tenute insieme dagli inquisitori dal solito collante, la tesi del “terrorismo internazionale”-stavolta con collegamenti in Grecia… Uno degli aspetti che salta per primo agli occhi in questa grottesca vicenda è il fatto che tre degli indagati siano accusati semplicemente di aver esposto uno striscione e di aver fatto scritte sui muri, in teoria roba da nulla, ma che inserita nel contesto dell’ “associazione sovversiva con finalità di terrorismo” può costare condanne penali pesantissime. Un’altra cosa da tenere in considerazione per capire meglio il contesto nella quale si sta svolgendo quest’operazione repressiva é la storia degli inquisitori di turno, efficacemente riassunta e commentata tra l’altro da questo articolo: http://www.globalproject.info/it/in_movimento/la-notte-dei-ganzer-viventi/11798.

Altretanto importante è l’attuale contesto sociale in Italia (e non solo): di fronte alle misure di austerity messe in atto da un governo tecnico che é diretta espressione dei poteri forti internazionali cresce l’insofferenza nei confronti dello Stato e dei suoi apparati, un’insofferenza che si manifesta spesso in forme confuse e contraddittorie, ma che indubbiamente preoccupa chi detiene il potere e difende l’ordine sociale esistente basato su diseguaglianza e sopraffazione. Gli anarchici non solo sono i capi espiatori di sempre da sacrificare sull’altare della coesione sociale e della fedeltá allo Stato ed ai suoi presunti valori, ma sono anche pericolosi istigatori che, nonostante le differenti proposte che possono avanzare i diversi gruppi o correnti, hanno la potenzialitá di mostrare agli sfruttati ed agli oppressi percorsi di liberazione dal giogo sempre più insopportabile del capitalismo ciclicamente in crisi ed intrinsecamente promotore di diseguaglianza sociale e dello Stato da sempre indifferente agli interessi della gran parte dei suoi cittadini ma che sempre pretende obbedienza e punisce chi non si allinea al pensiero unico dominante. È quindi logico che si vogliano togliere di mezzo i ribelli a prescindere dalle azioni che compiono e dalla loro reale pericolositá per gli apparati di potere: il terrorismo c’entra solo in quanto, come fin troppo spesso accade in questi casi, siamo di fronte alla famosa storia del bue che dà del cornuto all’asino, da una parte lo Stato con i suoi Ganzer e soci, dall’altro chi non vuole essere nè servo nè padrone e aspira ad un mondo radicalmente diverso da quello nel quale viviamo.

Azioni di protesta in Polonia durante l’apertura di EURO 2012.

“L’8 Giugno si é aperto a Varsavia il campionato europeo di calcio. La città era piena di polizia, militari e tifosi. Il sindacato anarchico polacco ZSP-IAA e il comitato di difesa degli/lle inquilini/e hanno organizzato proteste contro la politica dell’evento. L’azione ha avuto luogo nei pressi dello stadio, in modo che migliaia di persone potessero prenderne atto. Abbiamo parlato del denaro speso per gli europei di calcio e del fatto che dell’evento profittano solo la UEFA (che é stata esentata dal pagamento delle tasse) e un pugno di inprenditori. Circa 26 miliardi di Euro sono stati spesi dallo Stato per l’evento – denaro che proviene dalle tasche dei lavoratori e delle lavoratrici. Mentre la Polonia spende somme impressionanti per i giochi, i bambini soffrono la fame, le caffetterie delle scuole vengono privatizzate, i servizi sociali decurtati e i prezzi delle merci aumentati.

Un nostro compagno della ZSP ha anche ricordato nel suo intervento che un’impresa che ha costruito lo Stadio Nazionale di Varsavia ha dichiarato bancarotta a inizio settimana a causa del mancato ricevimento di pagamenti. Ciò significa che una quantità di ditte subappaltatrici e di dipendenti non hanno ricevuto le loro paghe. Questi hanno minacciato di bloccare il campionato europeo, ma non l’hanno fatto. I lavoratori e le lavoratrici impiegati nello stadio sono stati anch’essi truffati, poichè riceveranno paghe inferiori a quelle promesse. Anche loro hanno minacciato uno sciopero, senza però attuarlo. Questa situazione, nella quale le masse lavoratrici disorganizzate vengono sconfitte dal disfattismo in un Paese dove i sindacati sono concilianti con i nemici della classe lavoratrice, crea sempre più numerosi problemi sociali. I manifestanti invitano all’autoorganizzazione per potersi difendere contro questi abusi.

Una ghigliottina (Finta!,ndt) é stata esposta dai dimostranti, che hanno spiegato che, se la classe politica continuerà a tagliare la spesa sociale, saranno le teste dei politici a dover essere tagliate. Dopo la manifestazione alcuni compagni si sono recati nei pressi della stazione di polizia per protestare contro l’arresto di attiviste di Femen che avevano inscenato altre azioni di protesta allo stadio.”

Qui l’ articolo originale in inglese e qui la versione in tedesco. Traduzione in italiano mia (blackblogger).

Ad nauseam.

Sul ferimento dell’amministratore dell’ Ansaldo Nucleare Roberto Adinolfi si sprecano in questi giorni le polemiche. Non mi riferisco a quelle dei soliti mass media parte integrante dell’attuale sistema, ma a quelle che infuriano tra gli anarchici, poichè l’agguato sarebbe, stando ad una rivendicazione, opera degli insurrezionalisti della FAInformale. Sembra che sia in corso una gara tra chi da un lato si dissocia più in fretta da un gesto che non si sa bene nemmeno da chi sia stato compiuto e tra chi dall’altro lancia anatemi o insulti contro i primi. C’é la rivendicazione, c’é chi “mette i puntini sullle I”, chi risponde, chi rincara la dose, chi addirittura tenta la pista della più improbabile e fantasiosa negazione della possibilità che siano stati veramente degli anarchici a compiere il gesto in questione. Ci sono ancora altre analisi, considerazioni ed opinioni in giro, tanto basta a far venire il voltastomaco anche a uno come me che discute volentieri tirandola pure per le lunghe quando occorre. Qualcuno (a patto che qualcuno oltre al comando generale dell’arma dei carabinieri legga il mio blog così come fa con tutti i blog anarchici) potrà stupirsi di queste mie parole, la verità é che sinceramente non credo sia importante dissociarsi o associarsi a nulla: dal momento in cui chi conosce le tue idee politiche sa cosa pensi riguardo la legittimità dei metodi da usare per condurre le lotte politiche non mi sembra il caso di doversi sbracciare e scazzottare ed insultare vicendevolmente. È palese che tra gli anarchici esistono posizioni diverse su molti temi, compreso quello della violenza, e allora? Detto molto sinceramente, a me la violenza non piace, a prescindere da dove provenga, ma sono ancora in grado di distinguere tra la violenza scatenata dagli Stati e dagli apparati del sistema economico e quella, per quanto moralmente o strategicamente criticabile, inutile o addirittura dannosa, messa eventualmente in campo da persone che usano metodi che io probabilmente non userò mai, ma che comunque non sono i miei nemici. Di certo sono infastidito dal fatto che qualcuno, anche se forse in buona fede, usi in modo improprio la sigla FAI che storicamente appartiene alla Federazione Anarchica ITALIANA e non a quella INFORMALE, di certo ho i miei dubbi sulla reale matrice anarchica di molte azioni compiute dalla FAInformale, ma ci sono cose che mi infastidiscono molto di più, anzi cose che mi fanno incazzare e soffrire e sulle quali varrebbe davvero la pena di parlare, scrivere, riflettere: ad esempio il fatto che a chiunque si senta ferito nella propria dignitá, sfruttato come pezza da piedi per decenni e poi gettato via, emarginato e criminalizzato, gettato nel tritarifiuti del disumano sistema capitalista, ammazzato dal lavoro, dalla repressione, dall’indifferenza, dalle guerre, dal razzismo, dalle malattie provocate dai veleni del progresso smisurato fine solo al profitto non vengano dedicate in questo preciso momento tante parole quante ne vengono dedicate ai fantomatici insurrezionalisti.

Settimana di azione della campagna “RYANAIR DON’T CARE”.

La campagna “Ryanair Don’t Care” ( “Ryanair se ne frega”)  invita ad una settimana internazionale di mobilitazione dal 12 Marzo 2012 contro lo sfruttamento del lavoro e la truffa della formazione lavorativa da parte della Ryanair. La campagna “Ryanair Don’t Care” è stata creata da John Foley dopo che sua figlia, accompagnatrice di volo presso la Ryanair, è stata repentinamente licenziata e lasciata in mezzo ad una strada in una città lontana da casa, senza un soldo in tasca. È grazie a questa campagna che i cinici metodi di sfruttamento e la truffa dell’apprendistato sono venuti pubblicamente alla luce.

 I/le potenziali dipendenti della compagnia aerea devono pagare una quota di 3000 € per i corsi di formazione organizzati dall’azienda. Subito dopo la fine dei corsi vengono licenziati 60 lavoratori/trici, dopodichè sono altre 200 persone a perdere il lavoro e nessuno di loro riceve denaro dall’azienda. Se si considera che attalmente sono in atto 11 corsi di formazione che termineranno a fine Marzo ci si può fare un’idea sulla quantità di denaro incassata dall’azienda. I giovani aspiranti dipendenti della Ryanair vengono formati in centri lontani dalle città di residenza anche per poter meglio esercitare su di loro pressioni psicologiche. Prima che la figlia di John Foley venisse licenziata un suo superiorele aveva consigliato di lasciare lei stessa il lavoro: in tal caso la ragazza avrebbe dovuto pagare 200 €, la somma che regolarmente sono tenuti a versare all’azienda i/le dipendenti che si licenziano. Quando lei ha chiesto un volo per poter tornare alla sua città di residenza ciò le è stato negato con la motivazione che chi non è più un dipendente non ha diritto a questo tipo di servizio.

Chi supera il periodo di formazione ha di fronte a sè 12 mesi di lavoro in prova con uno stipendio decisamente inferiore a quello di chi è assunto regolarmente e la differenza di stipendio, per un totale di 24 milioni di Euro, viene intascata dalla Ryanair. Lo stipendio mensile, tolti costi come quelli per l’abbigliamento da lavoro (25 €), può ridursi a circa 520 € mensili. Le condizioni di lavoro sono altrettanto cattive: si pretende che i/le lavoratori/trici prestino servizio senza stipendio per 11 ore settimanali in un aereoporto del loro Paese, mentre per le 8 ore settimanali in aereoporti stranieri si viene pagati 3 € netti all’ora, per il resto si viene pagati solo per le ore di volo effettive. Come racconta un dipendente Ryanair: “Vieni pagato solo per il tempo in cui ti trovi in volo. Non vengono pagati nè i 45 minuti di briefing prima della partenza dell’aereo, nè vieni pagato per il tempo che impiegano i passeggeri a salire a bordo”.

I massmedia britannici hanno iniziato a prestare crescente attenzione alla vicenda da quando John Foley ha inscenato alcune azioni spettacolari, ad esempio entrando in campo durante la partita di calcio Everton-Manchester City trasmessa dal vivo in televisione ed ammanettandosi al palo di una porta.

La campagna “Ryanair Don’t Care” invita a: sostenere la settimana di protesta dal 12 al 18 Marzo, organizzare presidi di protesta presso aereoporti, uffici e centri di formazione della Ryanair, inviare lettere, fax e e-mails alla Ryanair per protestare contro la truffa della formazione lavorativa.

Qui trovate il sito ufficiale (in lingua inglese) della campagna.

( Questo post è basato su informazioni tradotte e rielaborate dal sottoscritto, tratte originariamente da QUI).

Val Susa: manifestazione NO TAV e violenza di Stato.

La manifestazione NO TAV svoltasi il 25 Febbraio in Val Susa ha visto la partecipazione di almeno 75mila persone, un numero impressionante e significativo, ma ciò sembra non contare nulla per chi vuole a tutti i costi portare avanti il progetto dell’alta velocità. Tra gli episodi particolarmente gravi avvenuti in questi giorni c’è la carica a freddo degli sbirri contro alcuni partecipanti al corteo del 25 alla stazione di Porta Nuova di Torino, un corteo non solo partecipatissimo come già accennato, ma anche pacifico: la provocazione è sempre dietro l’angolo, la solita vecchia strategia. Proprio il giorno successivo alla grande manifestazione NO TAV è giunta notizia di un probabile allargamento del non-cantiere in Val Clarea, il che ha portato all’immediata mobilitazione degli/lle attivisti/e NO TAV. Durante un episodio di resistenza passiva, il compagno Luca Abbá, arrampicato su un traliccio, viene inseguito da un carabiniere che lo vorrebbe far scendere: Luca si arrampica più in alto e rimane folgorato, cadendo poi da un altezza di 10 metri, si trova ora all’ospedale in rianimazione. La resistenza contro l’occupazione militare della Valle Clarea continua in queste ore, numerose le azioni solidali in tutta Italia, bloccati tratti di autostrada e strade statali da parte dei/lle resistenti NO TAV.

luca

Per approfondire: http://anarresinfo.noblogs.org/2012/02/27/val-susa-la-polizia-attacca-compagno-ferito;

http://www.lavallecheresiste.info/.

Nuovo blog.

Questo blog nasce in sostituzione del vecchio Black Blog su Splinder. La piattaforma Splinder sparirá a partire dal 31 gennaio 2012 insieme a tutti i blog lí ospitati. Risultandomi impossiblie, per motivi tecnici, poter recuperare tutti i contenuti del mio vecchio blog, questo nuovo Black Blog partirá da zero o quasi: riporteró tramite copia-incolla alcuni vecchi post scritti da me, il resto sará “nuovo”. Invito chiunque abbia seguito e/o linkato il vecchio blog a prender nota del nuovo indirizzo. I commenti (possibilmente costruttivi!) saranno come sempre benvenuti. Il materiale qui pubblicato (perlomeno quello scritto: video e foto sono tratti solitamente dal web), salvo diversa indicazione, é opera del sottoscritto e quindi non soggetto a copyright, liberamente riproducibile a patto di citarne l’autore (non é un obbligo ma un fatto di correttezza). Buona lettura!