Catalogna: dopo il referendum, lo sciopero generale.

Le immagini della violenza poliziesca scatenata per ordine del governo centrale spagnolo il 1 Ottobre in Catalogna hanno fatto il giro del mondo e non verranno dimenticate facilmente nemmeno dai mandanti dei pestaggi. Mentre più del 42% degli/lle aventi diritto al voto in Catalogna sono riusciti/e a recarsi ai seggi, votando con una maggioranza del 90% a favore dell’indipendenza della regione dal resto della Spagna, altri/e sono stati/e dissuasi/e dal comportamento professionale e adeguato – questa la definizione ufficiale usata dai governanti spagnoli del PPE- della Guardia Civil. Tale professionalissimo e adeguatissimo (ad un regime fascista, s’intende) comportamento ha significato manganellate a raffica e proiettili di gomma su persone disarmate che hanno opposto nella quasi totalità dei casi solo resistenza passiva e ha prodotto quasi 900 feriti. Le reazioni da parte di governi e istituzioni straniere variano dallo sdegno all’imbarazzo (un esempio per quanto riguarda la stampa: il quotidiano conservatore tedesco Die Welt  parla di catalani  bastonati a sangue dalla Guardia Civil di fronte ai seggi elettorali), mentre quelle interne sono sfociate in uno sciopero generale in Catalogna, indetto per il 3 Ottobre, e in manifestazioni di solidarietà nel resto della Spagna e all’estero. Numerose organizzazioni anarchiche e in particolare anarcosindacaliste hanno partecipato attivamente allo sciopero, non in quanto sostenitrici della creazione di uno Stato catalano separato dal resto della Spagna, ma per mostrare la loro avversione nei confronti dell’occupazione e della violenza poliziesca, per riaffermare il diritto all’autodeterminazione, per riportare al centro del discorso la questione di classe, contro lo sfruttamento capitalista e l’oppressione statale, come si legge in un comunicato congiunto firmato da sette organizzazioni di area libertaria. I sindacati maggioritari e concertativi UGT e CCOO, dopo aver rifiutato di aderire allo sciopero, hanno ripiegato su una giornata di protesta simbolica contro la violenza poliziesca.

Gli/le scioperanti hanno bloccato strade e autostrade, paralizzato i trasporti pubblici, incrociato le braccia nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole, nei mercati, nei porti e nei magazzini. Lavoratori/trici, studenti/esse, pensionat/e e disoccupati/e hanno occupato le strade e le piazze, protestando di fronte alle sedi della polizia e del Partito Popolare. Molti negozi sono rimasti chiusi. Proteste anche da parte del personale radio-televisivo in sciopero per la vergognosa manipolazione delle notizie sulla repressione del 1 Ottobre. E non solo in Catalogna si è scioperato,  anche in molte città spagnole hanno avuto luogo manifestazioni e presidi di solidarietà con una forte partecipazione anarchica. Per un resoconto più esteso dello sciopero, delle proteste e delle reazioni, corredato di numerose foto: http://www.alasbarricadas.org/noticias/node/39004

Lunedì il governo regionale catalano potrebbe già proclamare l’indipendenza. Lo sciopero generale del 3 Ottobre ha dimostrato che è possibile andare oltre le semplici rivendicazioni indipendentiste.

Contra tot Estat. Per la llibertat. Per la revolució social!

Contra todo Estado. Por la libertad. ¡Por la revolución social!

Welcome to the Show: alcune riflessioni sul G20 di Amburgo e sulle proteste contro il summit.

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“A quanto pare ad Amburgo quelli del blocco nero hanno deciso che a Luglio bruceranno le auto senza distinzioni”, racconta un mio amico. Un’altro chiede con una punta d’ironia: “E le biciclette? Ci sono bici che costano più di un’automobile!”. Eravamo sul treno che ci riportava a casa dopo una manifestazione contro un congresso del partito di destra tedesco AfD, ad Aprile. Ci interrogavamo su quanto avesse senso applicare strategie discutibili come la distruzione della proprietà senza distinzioni. “Distruggere l’utilitaria di uno che si alza alle sei del mattino per andare al lavoro non mi pare un gesto rivoluzionario”, dichiaro mentre gli altri annuiscono. “Oltretutto ho la sensazione che sia sempre la stessa storia, uno spettacolo programmato ad uso e consumo del sistema”. Sguardi interrogativi che chiedono un chiarimento. “Non so esattamente cosa accadrà ad Amburgo durante le proteste contro il G20, non credo che finirà come a Genova nel 2001, ma ritengo probabile che sotto alcuni aspetti non ci saranno molte variazioni sul tema. Gli sbirri tenteranno di dividere i buoni dai cattivi, i “cattivi” e quelli che in mezzo a loro si sono mischiati, infiltrati o gente senza arte né parte, sfasceranno un pó di roba, i giornalettisti dei tabloid e della stampa embedded avranno di che scrivere, i politicanti ne approfitteranno per chiedere più polizia e aumentare i controlli, qualche compagno/a verrà arrestato/a e processato/a e per assisterlo/a si dovranno impiegare energie e risorse altrimenti spendibili altrove, si preferirà l’estetica dell’attacco alla proprietà senza distinzione fra quella personale e quella privata a scapito di azioni comunicative che coinvolgano gli sfruttati e gli esclusi dei quartieri amburghesi…”. Al termine del mio monologo tutti ci chiedevamo se sarebbe andata così, se lo spettacolo del G20 sarebbe stato disturbato o se nello spettacolo sarebbero finiti, come io credevo, anche i disturbatori. Al termine degli eventi dei quali si discuteva quel pomeriggio di Aprile non ho una risposta definitiva, ma ho perlomeno la netta sensazione che parte dei miei sospetti si siano avverati. Giovedì 6 Luglio le forze del disordine hanno tentato di dividere i/le manifestanti “pronti all’uso della violenza” da quelli ritenuti pacifici, senza forse immaginare che i/le partecipanti al black bloc si sarebbero frammentati/e scatenando una serie di azioni dirette a macchia di leopardo, mantenendo per ore il controllo di diverse zone della città, impedendo in parte che il summit dei G20 si svolgesse in una città-vetrina come voluto da organizzatori e partecipanti. Divenendo però, come ipotizzavo mesi prima, una parte dello spettacolo a uso e consumo dei massmedia asserviti alle logiche dominanti, delle strutture repressive poliziesche e giudiziarie, dei progetti dei politici a base di giri di vite contro strutture autogestite e promesse di maggiore sicurezza armata. Oltre ad aver lasciato per strada i cocci delle vetrine dei supermercati sfasciati e saccheggiati e le carcasse di decine di automobili bruciate, pezzi di lusso proprietà di persone abbienti così come (danni collaterali?) scassoni vecchi di undici anni appartenenti a quei lavoratori e a quelle lavoratrici che vorremmo dalla nostra parte e che ora sono più lontani/e da noi di quanto probabilmente non lo fossero una settimana fa, i militanti del blocco che ha protestato ad Amburgo sotto lo slogan “Welcome to Hell” sono ora oggetto di caccia all’uomo, alcuni/e già catturati fra le maglie della repressione, altri/e a rischio di fare la stessa fine, in più strumentalizzati dalla campagna elettorale precocemente in corso per il rinnovo del Bundestag. Come al solito fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce, se si voleva attirare l’attenzione lo si è fatto, ma a vantaggio di quelli che vorremmo combattere. Non si dovrebbe dimenticare che le vere decisioni non vengono prese durante le riunioni dei G20, per quanto queste siano una sorta di termometro politico internazionale. D’altra parte è innegabile che il programma di un incontro fra i potenti della Terra in una città-salotto, magari con qualche corteo ammaestrato di finto dissenso riformista tanto per non far sembrare il tutto troppo irreale, è saltato. Le azioni del black bloc hanno dimostrato, ancora una volta, che le forze del disordine di Stato non sono imbattibili e che queste se la prendono volentieri con chi meno sa o può difendersi. A riprova di ciò basta citare le cariche a freddo di Sabato contro manifestanti pacifici/che, avventori/trici di locali e persone potenzialmente “sospette” nei pressi del centro sociale amburghese Rote Flora, che adesso molti politici, soprattutto di centro e di destra, vorrebbero immediatamente sgomberato. Un cerotto da mettere sulla ferita aperta di una città messa sottosopra dagli scontri? Piuttosto l’ennesima scusa per implementare politiche autoritarie, un mediocre specchietto per le allodole per distrarre l’opinione pubblica da contraddizioni e divergenze apparentemente insuperabili allo stato attuale emerse durante il summit fra i  governi dei vari Paesi. Contraddizioni e divergenze, queste sí, che dovrebbero attirare la nostra attenzione e sulle quali dovremmo concentrare la nostra azione.

1 Maggio: appello per una mobilitazione internazionale.

Il 1 Maggio è una giornata internazionale di lotte e rivendicazioni lavorative, durante la quale si svolgono in numerosissime città del mondo cortei e altre iniziative di militanza politica e sindacale. Il sindacato di base tedesco di ispirazione anarchica FAU lancia per il 1 Maggio 2017 la proposta di una giornata di azione e lotta sul tema lavoro e migrazione, ovunque vi siano le condizioni e la volontà per realizzarla. Sul sito della FAU è possibile consultare l’appello alla mobilitazione, tradotto in diverse lingue. La versione qui sotto è una mia traduzione, elaborata ancor prima che comparisse quella fornita sul sito della FAU – ciascuno/a usi la traduzione che preferisce… Ovviamente potete stampare, copiaincollare, diffondere l’appello come preferite, anzi vi invito a farlo e ad aderire ad un 1 Maggio di lotta e solidarietà senza confini!

“Le lotte lavorative non conoscono confini!

Se i segni del tempo non ci ingannano, ci troviamo di fronte ad una fase del populismo che non abbiamo ancora conosciuto nei decenni passati. Le persone vengono aizzate le une contro le altre e lo sfruttamento di lavoratori/trici ed esclusi/e viene portato avanti sotto il segno del nazionalismo e del razzismo. Contro il progetto di un mondo pieno di nuovi muri, ai confini e nelle menti, abbiamo bisogno di un progetto che sia in grado di abbattere tutti i muri, creando al loro posto legami fra noi lavoratori e lavoratrici, solidarietà e aiuto reciproco. Non abbiamo più tempo di coltivare ciò che ci divide – vogliamo invece cercare ciò che ci unisce nella lotta per condizioni di vita migliori e, in senso anarcosindacalista, combattere per un mondo senza dominio né sfruttamento.

La FAU chiama tutte le singole persone, i collettivi, i sindacati di base e le altre iniziative sociali a partecipare alla giornata internazionale di azione sul tema “Lavoro e migrazione”. Il 1 Maggio vogliamo esprimere solidarietà di classe con i/le migranti, mobilitare al di là delle frontiere contro xenofobia, razzismo e nazionalismo dominanti, che sono le armi degli Stati e del capitalismo. Una lotta coerente contro il razzismo significa per noi anche una lotta contro il sistema capitalista, che si basa su disuguaglianze estreme e che per mantenersi in piedi deve ricorrere alle divisioni sociali.

Nella nostra società i lavoratori e le lavoratrici particolarmente colpiti/e dallo sfruttamento e dalla privazione dei diritti sono i/le migranti, che soffrono a causa di politiche migratorie razziste, rapporti di lavoro illegali, proibizione o costrizione al lavoro. Principalmente operanti nell’edilizia, nella gastronomia e nel settore delle pulizie, con uno scarso livello organizzativo o senza alcun tipo di organizzazione sindacale, hanno ben poche possibilità di lottare contro la crescente precarizzazione dei rapporti lavorativi. I sindacati più affermati, dediti alla concertazione, mostrano dal canto loro solo un limitato interesse nell’organizzare i migranti illegalizzati o nel sostenerli nelle lotte contro ostacoli giuridici ed espulsioni. Piuttosto l’attenzione di questi sindacati si concentra su clientele abituali ben consolidate (con contratti di lavoro a tempo indeterminato) e sulla logica delle divisioni sociali a vantaggio degli interessi economici nazionali.

A questa situazione penosa è necessario opporre solidarietà ed autoorganizzazione – come nel caso dei nostri colleghi rumeni, impiegati nel cantiere del centro commerciale “Mall of Berlin” e costretti a vivere e lavorare in condizioni scandalose, sfruttati, imbrogliati sul salario e minacciati: la loro organizzazione nella FAU e la comune lotta in questa vertenza lavorativa hanno fatto diventare il centro commerciale berlinese, ribattezzato “Mall of Shame” (“centro commerciale della vergogna”), un simbolo di sfruttamento dei/lle migranti in Germania. In questo modo abbiamo potuto rispondere al clima di persecuzione in particolare contro lavoratori/trici migranti dal Sud-Est europeo con un esempio di resistenza efficace. Anche nell’attuale tentativo di obbligare i profughi al lavoro sottopagato noi vediamo il procedere di pari passo di emarginazione e abbassamento degli standard nei diritti lavorativi, che riguardano conseguentemente tutti i lavoratori e le lavoratrici. In quanto classe lavoratrice dovremmo mostrarci solidali e opporre resistenza, lottando non solo per la libertà di movimento di ogni persona, ma anche contro lo sfruttamento legittimato dal razzismo. Le lotte lavorative non conoscono confini!

In linea con la tradizione del 1 Maggio, invitiamo alla solidarietà con i lavoratori e le lavoratrici migranti, per protestare insieme contro le condizioni lavorative precarie, lo sfruttamento capitalista, il regime razzista delle frontiere. Non importa quali forme assumono queste proteste – scioperi, manifestazioni, comizi, azioni informative, performance; non importa se locali o interregionali; non importa se verranno organizzate da lavoratori/trici, disoccupati/e, studenti/esse, pensionati/e, migranti o profughi/e, l’importante è che ci sia per tutti e tutte la possibilità di organizzarsi contro lo sfruttamento. Solo con la solidarietà internazionale e con una pratica sindacalista che superi le frontiere possiamo difenderci dal capitalismo. Unitevi a noi, per mettere in pratica una giornata comune di azione per il 1 Maggio sotto lo slogan “Le lotte lavorative non conoscono confini!”. Insieme costruiremo ponti laddove altri vogliono erigere muri.

Il Comitato Internazionale della FAU (Freie ArbeiterInnen Union – Unione dei/lle Liberi/e Lavoratori e Lavoratrici).

P.S. Contattateci se avete domande. Siamo aperti a suggerimenti, idee, osservazioni o alternative. Saremo felici per qualsiasi adesione alla giornata di mobilitazione.”

Salvini a Napoli. Come ci si comporta coi razzisti.

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A Napoli il messaggio è stato chiaro. Circa 10mila persone hanno pesantemente disturbato il siparietto del babbeo leghista Matteo Salvini, accorso ieri nel capoluogo partenopeo per raccattare consensi tra quella popolazione che lui e il suo partito hanno per decenni diffamato e insultato facendo ricorso ai più vergognosi stereotipi razzisti e antimeridionalisti. Alla fine Matteo il twitterolo, sempre impegnato a scrivere idiozie sui social network invece di andare al lavoro a Bruxelles (città che conosce più per le cartoline che per averla vista dal vivo), è riuscito a presentarsi al Palacongressi napoletano, precedentemente occupato dai/lle contestatori/trici, solo grazie all’ingente schieramento di guardie a sua protezione, esibendosi di fronte a qualche centinaio di personaggi della sua stessa risma. Per le strade si sono verificati scontri, con cariche della polizia, lacrimogeni e alcuni fermati.

C’è chi, di fronte a eventi come questo, afferma che la “violenza” non è mai giustificabile e si appella alla libertà di parola per tutti. “Ma lasciatelo parlare, anche lui ne ha diritto!”, ho sentito ripetere in diverse occasioni, di fronte alle contestazioni espresse ai peggiori personaggi sul mercato del politicume professionista. Io sono innanzitutto per la libertà di pensiero prima che per quella di parola. Ciò significa che, in una società nella quale ognuno sputa fuori senza riflettere le prime assurdità che gli passano per la testa senza minimamente curarsi delle conseguenze, sarebbe necessario riappropriarsi dell’arte del pensiero, per quanto ciò sia faticoso e scoraggi i più. Inoltre, della libertà di parola (senza pensiero) i personaggi in questione fanno quotidianamente ricorso e si avvalgono pure di casse di risonanza non indifferenti, dai TG ai talk show, dai quotidiani ai siti internet a pagamento ai social network. Ne abbiamo quindi abbastanza di sentire ogni giorno opinioni non supportate da argomenti logici, senza un vero contraddittorio, ma soprattutto insulti e malignità contro persone già fin troppo bistrattate da una realtà che le pone ai margini del sistema sociale ed economico e le costringe a condurre esistenze precarie, di sacrifici e sofferenze, mentre il bue che le insulta mangia a sbafo e si circonda di ladri e corrotti dando del cornuto all’asino, invocando ruspe e barconi a ogni pié sospinto, forse senza nemmeno interrogarsi realmente su cosa ciò veramente significhi, con la leggerezza tipica degli stolti. Ma la leggerezza può diventare pesante, e nessuno è tenuto a sopportare in eterno. Il caso di Salvini a Napoli lo dimostra chiaramente.

Comunicato anarchico sulla manifestazione dell’11 Febbraio a Milano per la liberazione dei prigionieri politici in Turchia.

Il seguente comunicato è tratto dal sito di Umanità Nova. L’iniziativa milanese si inserisce nel più ampio contesto europeo di iniziative per i prigionieri e le prigioniere politici in Turchia. In particolare, dal 1 all’11 Febbraio, ha luogo una lunga marcia dal Lussemburgo a Strasburgo: ulteriori informazioni possono essere consultate qui: http://www.uikionlus.com/invito-alla-lunga-marcia-liberta-per-ocalan-status-per-il-kurdistan-01-11-febbraio-2017/

“Milano: spezzone anarchico al corteo nazionale per la liberazione delle prigioniere e dei prigionieri politici in Turchia

febbraio 10 @ 14:0020:00

s1640201CONTRO IL SILENZIO COMPLICE

SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALISTA!

SABATO 11 FEBBRAIO 2017

CORTEO NAZIONALE per la liberazione

delle prigioniere e dei prigionieri politici in turchia

ORE 14.00 PORTA VENEZIA – MILANO

SPEZZONE ANARCHICO ROSSO/NERO

Le Costituzioni borghesi valgono più della carta su cui sono state scritte, o dell’inchiostro per scriverle? Niente come l’attuale involuzione dello Stato turco – sino a pochi anni fa, modello di “democrazia” per il Medio Oriente – può rispondere oggi a questa domanda. Né la costituzione del 1995, né il diritto internazionale, com’è ovvio, potevano proteggere i lavoratori turchi dalla macelleria sociale promossa nel 2012 dall’allora paladino del fondo monetario internazionale Recep Tayyip Erdoğan. Né potevano tutelare i manifestanti di piazza Taksim e di Gezi Park dalla spietata repressione dell’anno dopo, costata 9 morti e migliaia di feriti e arrestati, né le cittadine minorenni dall’infame consuetudine che in Turchia ancor oggi consente ai colpevoli di abusi sessuali l’opzione del matrimonio riparatore. Sbotta l’opinione pubblica occidentale, sbottano gli uffici stampa degli uomini delle istituzioni. Poi il silenzio. E il silenzio è calato anche sull’incarcerazione e la tortura di migliaia di militari di leva, ignari complici del cosiddetto golpe del luglio 2016; è calato il silenzio sulle città del Kurdistan Bakur colpite dall’artiglieria e dall’aviazione turche nel 2015 e nel 2016, sulle migliaia di civili, donne e bambini uccisi a Cizre, Nusaybin, Mardin, Amed, colpevoli di essere Kurdi, ma soprattutto di avere scelto l’autogoverno laico come alternativa all’islamo-fascismo capitalista del nuovo duce di Ankara; è calato il silenzio sulle militanti anti-fasciste catturate dalle squadracce paramilitari dell’AKP, torturate stuprate e trascinate nude per le strade, vergognosi trofei del trionfo del maschio oppressore, portabandiera del regime; è calato il silenzio sugli aiuti, copiosi, in denaro e armi, prestati dal governo turco alle milizie dello Stato Islamico, lasciato libero dalla NATO di smerciare il proprio petrolio attraverso Israele e la Turchia, in cambio di quei dollari che ogni giorno producono nuovi omicidi, nuovi stupri, nuove bombe, nuova oppressione. A nulla vale la legge, quando il potere del tiranno poggia sull’interesse e sul timore: e nel caso di Erdoğan l’interesse è quello del blocco atlantico, preoccupato di rinsaldare le sue file nella nuova competizione per procura col colosso russo; e il timore è quello dei vertici UE dell’arrivo in Europa dei profughi in fuga dalla guerra suscitata in Siria dall’appetito degli imperialismi (a partire da quello statunitense) e dall’appetito del capitalismo internazionale. Sotto i nostri occhi, miliardi di euro versati dalla UE nelle casse di Ankara per compiacere la gretta xenofobia europea finanziano orridi campi di concentramento al confine turco-siriano, dove le famiglie sono imprigionate in condizioni disumane, gli uomini sfruttati quale manodopera a basso costo, i bambini prostituiti. Ma finanziano anche quell’alleanza tra Erdoğan, lo Stato Islamico e l’imperialismo regionale arabo saudita responsabile degli attentati terroristici in Europa, quegli attentati in cui ad essere colpiti saremo sempre e solo noi, quelli che non contano, e non certo i centri reali del potere. Unione Europea e NATO, dunque, garantiscono a dispetto del diritto pieno sostegno al macellaio dei corpi e delle coscienze di centinaia di migliaia di turchi, di kurdi, di siriani. La loro quiescenza ha consentito al governo di Ankara brogli e intimidazioni in sede elettorale, l’incarcerazione di migliaia di oppositori – inclusi parlamentari e sindaci –, la chiusura dei giornali dissidenti – e tra questi il foglio anarchico Meydan –, la repressione violenta del dissenso. Su questi e molti altri crimini contro l’umanità, i governi del mondo hanno scelto il silenzio. Noi crediamo e affermiamo che il silenzio è il più viscido complice dell’oppressore. Noi crediamo e affermiamo che l’individuo ha dei diritti sino a che è in grado di difenderli, non solo per sé e non solo dove vive, ma per chiunque e in ogni parte del mondo. Noi crediamo e affermiamo che l’unica forza capace di tutelare la dignità di ogni essere umano è quella che proviene dall’unità delle sfruttate e degli sfruttati, delle oppresse e degli oppressi, emancipati da ogni servitù e liberi di autogovernarsi secondo i principi dell’uguaglianza e della solidarietà libertaria.

Per questo noi scenderemo in piazza l’11 febbraio: insieme alla comunità kurda e agli altri movimenti della nostra città, porteremo la nostra solidarietà internazionalista alle compagne e ai compagni detenuti nelle carceri turche e a tutti i gruppi – dalle anarchiche e anarchici del D.A.F., ai promotori del Confederalismo Democratico – che oggi proseguono in Turchia e in Siria la lotta per la liberazione di genere, la lotta armata contro l’islamo-fascismo, la lotta per una società laica e pluralista, la lotta anti-razzista e anti-nazionalista, la lotta di classe contro il Capitale, percorsi irrinunciabili e non negoziabili verso l’Avvenire Libertario.

Viva la Rivoluzione Sociale!

Viva l’Anarchia!

FEDERAZIONE ANARCHICA – MILANO

viale Monza, 255 – Milano

Qui la mozione del convegno della FAI di sostegno alla DAF e al loro giornale Meydan

Qui la mozione del convegno della FAI di appoggio allo spezzone promosso dalla Fed.Anarchica Milanese “

No al congresso dei neonazisti europei a Bruxelles!

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Un’alleanza europea di partiti neo-nazifascisti, APF (Alleanza per la Pace e la Libertà), ha recentemente aperto una sede a Bruxelles, all’indirizzo 22 Square de Meeûs, Ixelles. A comporre quest’alleanza, che con i termini “pace” e “libertà” non ha realmente nulla a che vedere, sono le  organizzazioni NPD (Partito Nazionaldemocratico Tedesco, Germania), Forza nuova (Italia), DN (Democracia Nacional, Spagna), Chrysi Avgi (Alba Dorata, Grecia), Nation (Belgio) e altre ancora, distintesi nel corso degli anni per propaganda e azioni razziste, sessiste, omofobe, autoritarie e, in generale, indirizzate contro chiunque non rientri nei loro schemi ideologici e si opponga ai loro progetti. Membri di Nation hanno aggredito e picchiato immigrati e senzatetto in Piazza Luxembourg a Bruxelles, mentre Alba Dorata è responsabile di centinaia di aggressioni a strutture autogestite, lavoratori/trici in sciopero, oppositori/trici politici/che e immigrati, i suoi membri hanno ucciso almeno una dozzina di immigrati e, nel 2013, il rapper antifascista Pavlos Fissas- solo per citare alcuni esempi.

È grazie alla donazione di 600 000 € da parte del Parlamento Europeo che Alba Dorata e i suoi alleati hanno potuto aprire un ufficio nella capitale belga. Le attività pubbliche dell’ APF sembrano non disturbare né chi ha affittato loro i locali nei quali svolgono le loro funzioni ufficiali, né le autorità comunali.

È ovvio che l’estrema destra non ha il monopolio di razzismo, sessismo e autoritarismo nelle nostre società europee. In ogni caso, l’influenza dell’estrema destra nell’attuale dibattito politico è innegabile. Altri partiti, non solo della destra conservatrice, giocano al sorpasso e avanzano proposte xenofobe, securitarie e antiemancipatorie con la scusa i voler sottrarre consensi ai neofascisti, mentre i loro argomenti vengono sdoganati e resi maggiormente accettabili per l’opinione pubblica.

Il prossimo 17 Dicembre si svolgerà il congresso annuale dell’APF, al quale parteciperanno neo-nazifascisti di tutta Europa. La campagna “Bruxelles Zone Antifasciste”, impegnata nell’obiettivo di far chiudere gli uffici dell’APF, invita tutti/e gli/le antifascisti/e a bloccare questo congresso, per impedire che la capitale belga diventi per un fine settimana un punto di incontro degli estremisti di destra europei e, alla lunga, il centro di riorganizzazione delle loro forze politiche e militanti. Non è necessario aspettare nuove tragedie, non bisogna esitare nel fermare chi fa proprio un passato di genocidi, dittature e guerre e un presente di aggressioni e omicidi. Non diamo a questi personaggi l’opportunità di organizzarsi, diffondere la loro propaganda nei quartieri, applicare la loro ideologia!

Altre informazioni e aggiornamenti: https://bxlzoneantifasciste.wordpress.com/

Comunicati in diverse lingue: https://freecollective.wordpress.com/2016/12/04/bruselas-llamado-para-boicotear-el-congreso-de-la-apf-alianza-europea-de-org-neonazis-17diciembre/

Saronno: 3 giorni contro le frontiere.

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: https://collafenice.wordpress.com/2016/11/17/3-giorni-contro-le-frontiere/

Cuba: non solo Castro. La storia poco nota del movimento libertario cubano.

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Ieri, apprendendo della morte del líder maximo cubano Fidel Castro, mi è tornato in mente un libro che ho letto quattro o cinque anni fa in tedesco: “Anarchismus auf Cuba”, di Frank Fernández. L’opera mi colpì soprattutto perchè raccontava una storia avventurosa e vivace, entusiasmante nonostante le ripetute sconfitte dei compagni e delle compagne che a Cuba lottarono nel corso dei decenni per la libertà, una storia poco nota anche a chi, come me, pretende di avere una discreta conoscenza del movimento anarchico internazionale dalla sua nascita ad oggi. Originariamente pubblicato in inglese sotto il titolo “Cuban anarchism – the history of a movement”, il volume è stato tradotto in numerose lingue, tra cui anche l’italiano col titolo “Cuba libertaria”. In un articolo di “A-Rivista Anarchica Online” (anno 33 n. 295 dicembre 2003 – gennaio 2004) firmato Lily Litvak, del quale di seguito riporto un’ampio stralcio, viene riassunto il contenuto del libro:

Lotta incessante per la libertà

Oltre all’erudizione che traspare ad ogni pagina, di questo libro attrae lo stile di prosa chiaro, intelligente, controllato, che fa sì che il lettore si senta trascinato dentro gli eventi, quasi ne fosse un testimone oculare. L’opera di Fernández riguarda persone e fatti che lo appassionano e interessano e che, attraverso la sua ricerca, trovano nuove prospettive, nuovi significati e nuova vita. L’autore spiega che si è messo a indagare sull’influenza che hanno avuto le idee libertarie sul popolo cubano per senso del dovere e anche per necessità storica, proprio perché in questo paese gli anarchici hanno combattuto incessantemente per la difesa della libertà e della giustizia. Il primo capitolo copre il periodo coloniale che va dal 1865 al 1898. Vi si analizzano con particolare attenzione le correnti del pensiero anarchico filtrate durante la formazione e lo sviluppo della nazione cubana. Innanzi tutto si nota l’influenza di Pierre-Joseph Proudhon, che ebbe seguaci e discepoli tra artigiani e operai progressisti, soprattutto nel settore del tabacco, la prima industria a Cuba ad avere una coscienza di classe, cui seguì la costituzione della prima società mutua di origine proudhoniana, nel 1857. Si esamina poi l’arco di tempo che va dal primo sciopero del 1856, alla fondazione del settimanale «La Aurora», ad opera dell’asturiano Saturnino Martínez, alla creazione di gruppi di lettura nelle officine dell’industria del tabacco che tanto influirono sulla diffusione delle idee anarchiche.
Fu agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso (il XIX. Ndr) che fecero il loro ingresso a Cuba i concetti sociali provenienti dalla Federación Regional Española, illustrati durante il Congresso di Barcellona del 1881, quando l’adesione alle idee di Michail Bakunin soppiantò l’influenza di Proudhon. Risale anche a quegli anni l’istituzione della Junta Central de Artesanos e del Círculo de Trabajadores de la Habana, mentre cominciava a farsi notare Enrique Roig San Martín, per le idee che diffondeva dalle pagine de «El Productor».
L’autore passa minuziosamente in rassegna i diversi eventi che avevano scandito il consolidamento delle idee libertarie nell’Isola: gli scioperi nel settore del tabacco che avevano paralizzato l’industria, la costituzione della Federación Local de Tabaqueros, che sarebbe divenuta la fonte ideologica dell’anarchismo a Cuba, la prima celebrazione del Primo maggio nel 1890, e infine le continue repressioni da parte del governo.
Viene analizzata scrupolosamente l’importante discussione sorta dalla divergenza di opinioni tra gli anarchici sostenitori dell’indipendenza e quelli che invece cercavano un’altra teoria sociale. Ma Fernández rivela anche come i gruppi rivoluzionari che operavano soprattutto da varie città della Florida costituissero dei nuclei di patrioti libertari separatisti. Nel 1895 scoppiò a Cuba la guerra invocata da José Martí e tra i combattenti vi furono alcuni noti anarchici, soprattutto quelli già emigrati negli Stati Uniti.
Un ambito importante del volume è dedicato all’analisi della relazione tra gli eventi cubani e il movimento in Spagna. L’autore spiega che la crudeltà della guerra favorì il separatismo cubano, grazie anche a libertari come Fernán Salvochea e Pedro Vallina e alle attività di Ramón Betances a Parigi, che aiutarono a fomentare scioperi e proteste. Qui vengono rivisitate alcune delle idee e dei dati esposti da Fernández nella sua opera rivelatrice La sangre de Santa Águeda. Angiolillo, Betances y Cánovas (Miami, Ediciones Universal, 1994). E si può quindi capire fino a che punto l’esecuzione di Antonio Cánovas del Castillo sia stata l’inizio e la causa fondamentale di quello che poi venne chiamato “el desastre” del ’98.

Enrique Roig San Martin

Le ambizioni di Washington

Nel secondo capitolo si studiano le conseguenze di questa guerra e le ripercussioni che ebbero le ambizioni politico-economiche di Washington sull’isola. Cuba era fondamentale negli obiettivi statunitensi per la sua posizione geografica, strategica non solo per le comunicazioni nord-sud del continente, ma anche per essere un punto chiave del già progettato canale che avrebbe collegato i due oceani a Panama. Il risultato fu l’occupazione nordamericana di Cuba, iniziata il primo gennaio del 1899. Il libro racconta cosa accadde nell’ambiente libertario di quegli anni, ricorda alcuni scioperi importanti come quello di Sagua la Grande, la formazione della nuova organizzazione operaia, Liga General de Trabajadores, e la visita di Malatesta sull’isola. Si sofferma anche sulla seconda occupazione americana e sull’eco della rivoluzione sovietica; la costituzione della Federación Obrera de la Habana, e l’arrivo alla presidenza di Gerardo Machado, che sferrò una persecuzione contro gli anarchici.
Il capitolo successivo è dedicato agli eventi che vanno dal 1934 al 1958. È l’inizio di un nuovo governo di taglio izquierdista con accenti nazionalisti, la cui figura di spicco è Fulgencio Batista. Una legge promulgata dal suo governo colpì duramente l’anarchismo a Cuba, poiché impediva di assumere oltre il cinquanta per cento di lavoratori stranieri. Numerosi militanti dovettero abbandonare il paese e trasferirsi in Spagna, dove avrebbero trovato la guerra civile. A partire da questo momento le vicissitudini del movimento anarchico sarebbero state alla mercé dell’allora colonnello Batista, che divenne l’uomo forte di Cuba, colui che instaurò la dittatura ed esercitò un ferreo controllo sulle attività lavorative. Tuttavia alcuni gruppi, come l’associazione Juventud Libertaria de Cuba, riuscirono a trovare un loro spazio.
Veniamo a sapere da queste pagine che, allo scoppio della guerra civile spagnola, gli anarchici cubani avevano aderito alla difesa della Repubblica e avevano fondato a L’Avana una sezione della Solidaridad Internacional Antifascista, che si adoperò per inviare fondi e armi ai compagni della CNT-FAI. Apprendiamo anche che alla fine della guerra, con l’aiuto di militanti libertari, arrivarono a Cuba molti anarchici spagnoli provenienti dalla Francia e dalla Spagna con passaporti cubani.
Gli ultimi capitoli rivelano infine fatti quasi completamente sconosciuti fino ad oggi. Fernández descrive nel dettaglio in che modo gli anarchici parteciparono attivamente alla lotta contro Batista: alcuni dalle guerriglie orientali o da quelle dell’Escambray, altri nella lotta urbana. Già nell’opuscolo Proyecciones Libertarias, del 1956, in cui veniva attaccato Batista, si sottolineava la scarsa fiducia ispirata da Fidel Castro. Nonostante all’inizio si fosse osservato un atteggiamento cauto nei confronti del governo rivoluzionario, ben presto in varie pubblicazioni anarchiche si cominciò a condannare i metodi dittatoriali del regime. Come risposta, il governo rivoluzionario espulse gli anarcosindacalisti dai diversi settori operai. Fin dall’estate del 1960, convinti che Castro propendesse per un governo totalitario di tipo marxista-leninista, gli anarchici diffusero una dichiarazione attraverso l’organo del gruppo sindacalista libertario, in cui ribadivano l’opposizione degli anarchici allo Stato, dichiarandosi invece a favore del lavoro collettivo e cooperativo, ben diverso dal centralismo agrario imposto dal governo, e affermando la propria posizione antinazionalista, antimilitarista e antimperialista. Condannarono altresì il centralismo burocratico e “le tendenze autoritarie che ribollivano nel seno stesso della rivoluzione”.

 

In clandestinità

Questo fu uno dei primi attacchi mossi al regime da un punto di vista ideologico. Da quel momento gli anarchici dovettero rifugiarsi nella clandestinità, accusati di attività controrivoluzionarie. Fernández rende conto delle attività di opposizione di quel periodo, della pubblicazione del bollettino clandestino «Movimento de Acción Sindical» e della partecipazione anarchica a sostegno di centri di guerriglia disseminati nel paese. Dalla metà degli anni Sessanta, i compagni impegnati o meno nell’opposizione violenta dovettero intraprendere la via dell’esilio, mentre fin dal 1961 era iniziato l’esodo in direzione degli Stati Uniti. L’instancabile attività intellettuale dei vari gruppi di esiliati, il loro spirito di intraprendenza e la chiarezza ideologica con cui continuarono a sviluppare le loro attività testimoniano della capacità di sopravvivenza dell’anarchismo. Tra i pochi militanti che rimasero a Cuba, molti furono reclusi nella sinistra prigione di La Cabaña, altri ebbero la possibilità di uscire e continuare il loro lavoro ideologico e culturale tramite la pubblicazione e il contatto con i diversi gruppi di compagni in esilio.
Un importante epilogo ci viene dalle meditazioni dell’autore sulla situazione cubana attuale e sulla praticabilità delle idee anarchiche. Fernández così riassume questa eroica lotta: “Gli anarchici cubani hanno saputo mantenere uno spirito disinteressato di lotta per Cuba e il suo popolo, sono stati i detentori di una lunga tradizione di libertà e giustizia, uniti da una decisione indistruttibile, confidando che il secolo futuro sarà l’aurora di un mondo migliore, più solidale e più libero”.
Questa opera riempie un vuoto nella letteratura storica cubana. È necessario avere coscienza di quella lotta, soprattutto in un momento in cui il popolo cubano deve affrontare il futuro e cercare di raggiungere, finalmente, la realizzazione dei suoi ideali di liberazione nazionale e sociale.”

Nella sua narrazione Fernandez non arriva fino ai giorni nostri. Dopo il crollo del blocco sovietico, Cuba si è progressivamente aperta al turismo, ai capitali e ai mercati internazionali. Il socialismo, mai veramente realizzato, è rimasto presente fino alla fine solo nella retorica dei logorroici discorsi dell’appena defunto Fidel, mentre suo fratello Raul guida oggi il Paese verso ulteriori aperture all’estero, come quella agli USA. Il movimento libertario cubano, seppure con molte cautele per poter sfuggire alla censura ed alla repressione di Stato, si è lentamente riorganizzato nel corso degli ultimi anni sull’isola caribica. La mia speranza è che ulteriori, plausibili aperture ai diritti individuali ed alle libertà politiche, di parola, di stampa ed organizzative nei mesi e negli anni a venire potrebbero permettere in un futuro prossimo una vera e propria rinascita delle idee libertarie a Cuba. I nostalgici dei falliti comunismi autoritari piangono oggi la morte del loro eroe da mausoleo, gli anarchici e le anarchiche di tutto il mondo hanno di fronte a sé una storia ancora tutta da scrivere.

4 Novembre 2016: sciopero generale!

https://anarcomedia.files.wordpress.com/2016/10/manifesto_sciopero_web-21.jpeg?w=215&h=300https://www.cub.it/images/img-pdf/volantini16/locandina-web.jpg

I sindacati USI-AIT e CUB hanno proclamato uno sciopero generale su tutto il territorio italiano per l’ intera giornata del 4 Novembre 2016, al quale ha aderito anche il sindacato SGB. A Milano si svolgerà un corteo, nel resto d’Italia sono previste numerose iniziative locali. Le ragioni di questo sciopero vengono, tra l’altro, spiegate in un articolo apparso sul periodico Umanità Nova: “Il 4 Novembre per uno sciopero non sottomesso alle politiche di palazzo”. Altre informazioni sono disponibili sui siti delle organizzazioni sindacali USI-AIT e CUB. Appoggiamo e diffondiamo!

Como: quando la solidarietà coi migranti è “socialmente pericolosa”.

Ho ricevuto pochi giorni fa una lettera con la richiesta di diffonderla. Si tratta del racconto di un compagno colpito da un provvedimento repressivo comminatogli dalle autorità a causa della sua attività a favore dei migranti concentrati a Como a seguito della chiusura della frontiera con la Svizzera:

Lettera aperta dal confino

FABIO ACHAB·VENERDÌ 14 OTTOBRE 2016

Buongiorno a tutti,

Sono Fabio Gabaglio, ieri mattina mi è stato notificato un “foglio di via” da Como della durata di un anno. In questo atto mi si accusa di avere preso parte ad una manifestazione non autorizzata in cui si denunciava la complicità della ditta di trasporti Rampinini nella deportazione dei migranti, di essere una persona socialmente pericolosa e di frequentare la città di Como col solo scopo di compiere reati. Con questa lettera aperta, per chi avrà la pazienza di leggerla, io intendo spiegare il mio punto di vista, rivendicare pubblicamente il mio operato, la mia identità e produrre quella difesa politica che in altre sedi non mi è consentito di dare. La doverosa premessa è quella che fa dei lettori a cui mi rivolgo, dei “giudici impectori”, il cui giudizio è quello che maggiormente m’importa, supponendo che anch’essi, come me, si pongano propositi di cambiamento radicale della società, interpretando il presente come profondamente ingiusto. Dal luglio scorso, quando la città di Como si è trovata al centro di quella che è stata definita “emergenza migranti”, ho iniziato ad interessarmi a quanto stava accadendo tra il confine Italo-Svizzero e la stazione di Como san Giovanni. Una sorte ironica fece che tutto il mio tempo libero, ferie incluse, lo trascorsi in quello che è anche un mio luogo di lavoro, in quanto di mestiere sono Macchinista Ferroviere. La storia è nota, ma non è mai superfluo ripeterla: L’autorità doganale svizzera chiude quasi completamente le dogane ai numerosi profughi che tentano di attraversarla e ai richiedenti asilo che vi si vorrebbero insediare, e a Como si crea quindi un ingorgo e l’accampamento che tutti abbiamo conosciuto. Chi cerca di passare il confine viene respinto a piedi sul suolo italiano nel migliore dei casi, altrimenti viene deportato nei centri di smistamento del sud Italia, Taranto quasi sempre. Con alcuni sodali decido esprimermi e spendermi sulla questione dando un apporto politico all’enorme e meritorio sforzo civile che la città, la parte migliore della città, ha profuso per dare ai “Ragazzi” un’ accoglienza dignitosa, un trattamento umano e un sostegno materiale. Il mio proposito aggiuntivo è quello di animare il dibattito generale sulla questione migratoria, ponendo degli interrogativi politici sugli interessi che influenzano la gestione dei flussi ed evidenziando le innumerevoli contraddizioni che ne emergono. Iniziai cosi, implementando il lavoro quotidiano di centinaia di volontari, a produrre una critica che spingesse ad andare oltre il livello della necessaria accoglienza che da più attori viene messa in campo, per costruire una solidarietà diretta, capace di mettere in relazione la condizione dei migranti, vittime estreme del sistema economico in cui viviamo, e la nostra, di indigeni, esposti agli effetti della crisi e della conseguente precarizzazione totale delle nostre vite. Per farlo in modo organico, occorreva però toccare con mano le questioni, conoscerle a fondo, e mediante l’inchiesta, guadagnarsi la libertà di parola, il titolo di potersi esprimere a ragione veduta. La prima iniziativa per cui mi spesi in prima persona fu il 7 agosto, una giornata di giochi, sport e socialità. Bastarono quattro palloni, un paio di canestri da basket, e una merenda collettiva per scoprire che quello che ne sarebbe seguito sarebbe stato molto di più della semplice inchiesta politica, ma sarebbe diventato anche una relazione di profonda amicizia, di empatia, di auto-riconoscimento. Senza quasi rendersene conto il rapporto si strinse molto, il “noi” ed il “loro” si fusero, i nomi impronunciabili e forestieri divennero familiari, e quelli che rifiutammo di considerare “utenti-destinatari” della nostra elemosina divennero compagni delle nostre infinite giornate campali, narratori delle storie più incredibili, portatori della più legittima delle volontà. E noi ne diventammo complici. Si sperimentò un percorso di autogestione da cui nacque l’infopoint: un gazebo in cui si cercava di dare le principali informazioni pratiche e una primissima accoglienza materiale (cibo e vestiti) a chi arrivava al “campo informale”, si organizzarono corsi di italiano ed inglese, e ogni sera si tenevano riunioni interetniche tradotte in inglese, arabo, francese, tigrino, amarico, oromo… Fu in questo contesto di confronto virtuoso che si decisero le molte e diverse iniziative messe in campo, tra le quali la lettera aperta che i migranti scrissero alla città, il presidio tenuto a Pontechiasso, dove decine di migranti reclamarono il loro diritto di superare il confine e di non essere trattati da animali, e il corteo del 15 settembre, forse il più bello che nei miei trent’anni (molti dei quali vissuti da militante politico) possa ricordare, e per il quale personalmente chiesi l’autorizzazione alla questura. Quel corteo per me fu una scommessa: 500 persone dalle più diverse sensibilità ed esperienze, migranti in testa, veicolavano il messaggio lanciato dall’appello, “Il campo non è una soluzione, aprite il confine!”. Rimandate al al mittente le provocazioni dei fascisti che minacciarono costantemente la coda del corteo, disattese le aspettative allarmiste di chi paventava la calata dei barbari in città, dissolta la coltre di terrore imposta dallo sproporzionato spiegamento di militari, il corteo, fortemente comunicativo, sfilò per la città senza intoppi. La scommessa fu vinta. Il clima tuttavia cambiò repentinamente quando aprì il campo governativo, la non-soluzione sulla quale sollevammo tanti dubbi e contro la quale gli stessi migranti si sono sempre espressi. Nei giorni immediatamente precedenti alla sua apertura la solidarietà iniziò ad essere sempre più criminalizzata, cucinare o portare cibo divennero pretesti per far intervenire la polizia, le docce e la mensa vennero chiuse, e i migranti, in un paio di giorni, furono costretti a lasciare i loro ripari di fortuna per entrare nel campo governativo. I dubbi diventarono certezza quando la natura del campo governativo si manifestò in tutta la sua burocratica freddezza. Le garanzie date dal prefetto sul funzionamento del campo furono prontamente disattese, le richieste di modelli alternativi di accoglienza non furono accolte, le tutele specifiche per minori non vennero attuate, il regolamento interno non fu pubblicato, i volontari furono estromessi, e chi riponeva speranze nel “circuito legale dell’accoglienza” rimase amaramente deluso. Lo stato così ha ripreso il controllo della situazione anche fuori dal campo, tutto quello che prima era socialmente accettato e tollerato, ora è proibito. Distribuire cibo, incontrare, parlare con chi ha l’aspetto di un rifugiato, porta ad essere identificati, intimiditi, segnalati. Trovare un riparo di fortuna per chi non ha accesso al campo governativo è reso quasi impossibile dalle decine di pattuglie che ogni notte perlustrano ogni angolo di Como, ogni anfratto, con l’ordine di sgomberarlo, di rendere inospitale la città, cercando in questo modo di arrestare il flusso in arrivo. E su Como, la città bella e solidale che riscoprimmo quest’estate, cala un invernale clima di apartheid. Ora al sottoscritto, come ad altri attivisti, viene presentato il conto per il ruolo attivo tenuto in tutto questo. Il foglio di via, nella fattispecie, è una misura preventiva di natura fascista, in cui il questore, senza una vera e propria indagine, senza un processo e senza la possibilità di difesa, intima arbitrariamente al destinatario di non fare ritorno su un determinato territorio, riconoscendo in lui una presunta pericolosità sociale. La reale intenzione di chi emette questa misura non è tuttavia punire qualcuno per un reato specifico commesso, ma semplicemente colpirlo ed allontanarlo per le proprie idee e per le pratiche che potenzialmente ne derivano, isolandolo dai suoi percorsi di lotta e dal contesto sociale in cui è inserito. Nel mio caso, accade che ieri, 13 ottobre, mentre presenziavo in qualità di uditore alla conferenza stampa tenuta dalla rete di “Como senza frontiere” di fronte al campo governativo vengo avvicinato da alcuni funzionari di polizia che mi intimano di presentarmi in questura per notificarmi un foglio di via obbligatorio che mi inibisce dal fare ritorno nel comune di Como per un anno. Mi si contesta nello specifico di aver manifestato contro la ditta di trasporti Rampinini, che dal luglio scorso si occupa anche di deportare i migranti, che respinti in Italia dal confine elvetico, vengono caricati su dei pullman e, scortati da un ingente pattuglia di polizia, sono spediti nell’hotspot di Taranto, contro la loro volontà, senza avere contezza del loro status giuridico, interrompendo, mortificando e umiliando in maniera violenta il loro progetto migratorio, che per queste persone, rappresenta l’umana e innata pulsione a migliorare la propria condizione materiale. Per rimettere questa azienda davanti alla sua palese responsabilità di collaborazionista il 12 settembre si è tenuto un presidio simbolico davanti alla sua sede di via Napoleona, in cui si diffondeva un volantino e si esponeva uno striscione: Rampini complice delle deportazioni. Lo scrivevamo allora, lo ribadisco ora, assumendomi la responsabilità di quanto fatto. Se esprimere questo, senza chiedere il permesso a chi quelle stesse deportazioni le dispone e le realizza sia più vergognoso dello stesso compierle, lo lascio decidere a voi. Questo foglio di via mi descrive inoltre con l’infamante appellativo di “persona socialmente pericolosa”, che usa frequentare Como “col solo scopo di commettere reati” e di accompagnarmi a persone già oggetto di “segnalazioni all’autorità giudiziaria.” Io credo, che se vi sia una minaccia reale per la società, essa stia proprio nel fatto che certe dittatoriali limitazioni della libertà personale possano essere comminate a chi invece è parte integrante della società, a chi ne anima i moti di cambiamento, a chi ha la pretesa attiva di renderla più giusta, includente e civile. Essere riconosciuto come frequentatore abituale del campo informale della stazione è una cosa di cui non mi vergogno affatto. Farlo in concorso con altri solidali non ritengo sia un aggravante. Essermi riunito innumerevoli volte con dei migranti, averci discusso, essermi organizzato con loro per dare voce alle comuni istanze è una cosa di cui non sono in alcun modo pentito. Sfidare il clima di piombo che si respira in città per continuare a mantenere il rapporto con i migranti incontrati fino ad oggi, o per costruirlo ex novo con chi tuttora continua ad arrivare, non credo faccia di me un pericolo sociale. Ebbene, con questo foglio di via, la questura, l’apparato immunitario dell’ingiusto sistema politico-legale che abbiamo di fronte, pone nella mia vita un ostacolo giuridico che si frappone tra me ed i miei propositi che lascio a voi giudicare. La città di Como inoltre, come è normale che sia, per me, rappresenta anche un luogo fisico in cui si intrecciano interessi personali, abitudini, relazioni sociali ed affettive dalle quali ora con questo provvedimento si cerca di isolarmi in un assurdo accanimento. É lì che abitualmente trascorro il mio tempo libero, è lì che sono solito incontrarmi con amici e amiche, è lì che talvolta mi trovo a esercitare la mia professione, ed è lì che voglio liberamente poter tornare. Lungi dal voler elemosinare la pietà di alcuno, io credo che il mio dovere, a fronte di quello che mi è toccato, sia in primis mettere in guardia ognuno di voi: quello che oggi si abbatte su di me, domani potrebbe succedere ad altri. Quando il divario tra legalità e giustizia si fa così sfacciatamente evidente tutti sono chiamati a prendere una posizione. Ed è quello che io ora vi chiedo. Grazie della vostra attenzione. La parte più bella di questa città rifiuta il razzismo e l’indifferenza, e io sono (ancora) lì. Fabio Gabaglio ”

Il sito Informa-Azione riporta un comunicato di persone colpite dallo stesso provvedimento, nello stesso contesto, che annunciano resistenza contro le misure restrittive imposte dalla Questura.