Naomi Klein, “Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile”.

Naomi Klein, “Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile”, 2014 (prima edizione in italiano 2015), ISBN 978-88-17-08511-3

L’autrice canadese Naomi Klein, nota al pubblico internazionale per i suoi testi critici su globalizzazione, neoliberismo e shock economy, torna con quello che probabilmente è il miglior libro che abbia mai scritto ad occuparsi di un tema controverso, attualissimo e d’importanza vitale: il futuro ecologico del nostro pianeta. Senza girarci intorno, sulla base di quanto sostenuto dal 97% dei climatologi su scala planetaria, ovvero che il cambiamento climatico provocato dall’Uomo è già in corso e provoca disastri e vittime, e constatando i fallimenti delle conferenze sul clima degli anni passati, incapaci di raggiungere i seppur insufficienti obiettivi stabiliti sulla carta per ridurre il surriscaldamento globale, Kein invita a ripensare completamente il modello economico capitalista, la stessa idea di crescita e di sviluppo. Dobbiamo fare una scelta netta fra gli interessi dell’ élite economica e politica e la salvezza del pianeta Terra e dell’intera umanità. Rivoluzione o estinzione, per dirla bruscamente.

Se lei stessa, nell’introduzione al libro, ammette di aver troppo al lungo ignorato la portata del problema e l’ improrogabilità delle soluzioni adatte a risolverlo, nel primo capitolo ci introduce nel mondo di chi invece nega apertamente il cambiamento climatico provocato da attività umane e ci permette di scoprire come questi Think Tank della destra americana siano preoccupati non solo di negare l’evidenza scientifica, ma anche e soprattutto di possibili cambiamenti radicali in campo sociale ed economico legati alle soluzioni più efficaci alla crisi climatica. Nel secondo capitolo ci viene illustrato come il fondamentalismo del libero mercato abbia contribuito al surriscaldamento del pianeta, nel terzo viene trattato il processo di riacquisizione della gestione energetica da parte del settore pubblico, di delocalizzazione e autosufficienza energetica locale, di come ricostruire e reinventare la sfera pubblica, tema in parte ripreso ne quarto capitolo che analizza tra l’altro successi e limiti dell’azione governativa in diversi Paesi per quanto riguarda le politiche sostenibili nella produzione energetica. Particolarmente interessante per quel che mi riguarda (la collocazione geografica di me medesimo!) è l’esame e la critica della conversione ecologica della Germania, un Paese che punta ancora sull’uso della lignite, carbone particolarmente inquinante. Sempre a proposito di collocazione geografica della propria persona, il tema dell’estrazione di carburanti dalle sabbie bituminose dell’Alberta in Canada (regione di provenienza dell’autrice) ricorre spesso nel libro. Ma si parla anche di luoghi ben più lontani, come l’isola di Nauru nel Pacifico meridionale, che col suo tragico destino di cannibalismo ambientale e di opulenza autodistruttiva ci introduce al quinto capitolo, che mostra come la concezione secondo la quale l’estrattivismo possa essere fonte di ricchezza e benessere si scontri con la natura stessa de nostri ecosistemi e costringa anche i sostenitori del “progresso e benessere per tutti” a dover mettere in discussione le idee legate alla crescita illimitata.

Nella seconda parte di “Una rivoluzione ci salverà”, Naomi Klein si occupa principalmente delle illusioni legate a possibili soluzioni eterodirette della crisi climatica, mostrandoci come molte associazioni ambientaliste si siano fatte corrompere dalla logica del Big Businnes, tradendo i propri -per quanto deboli- obiettivi e intimandoci di non fidarci di pseudo-messia, presunti filantropi milionari, né di “soluzioni” geoingegneristiche maturate secondo la stessa logica che concepisce il nostro pianeta come una “cosa” da modellare secondo le esigenze dell’ Homo oeconumicus, una fonte illimitata di materie prime da sfruttare fino al parossismo per alimentare la megamacchina del Capitalismo.

Se nelle due parti precendenti Naomi Klein non risparmia dati allarmanti, scenari a tinte fosche e critiche a presunte soluzioni calate dall’alto e funzionali alla logica del sistema dominante che creano problemi ancor più gravi di quelli che presumono di risolvere, la terza parte del libro è dedicata maggiormente alla speranza. Non quella illusoria, perchè le alternative al disastro ecologico esistono e vengono implementate attualmente dalle comunità locali e dagli/lle attivisti/e che lottano per la salvaguardia del territorio, per la presenvazione delle biodiversità, per la sopravvivenza di ecosistemi e di intere popolazioni. “Blockadia” è il termine usato dall’autrice per descrivere una comunità fluida, transnazionale, in diversi casi eterogenea, legata nell’azione contro la devastazione ambientale. A questo punto, se qualcuno avesse avuto dei dubbi, risulta inequivocabile come le lotte ecologiste siano anche lotte sociali globali: senza un pianeta che permette la vita qualsiasi altra rivendicazione o battaglia non ha più senso, ma senza rivendicazioni e battaglie globali per il diritto all’autogestione del proprio territorio, alla giustizia sociale, all’uguaglianza, non può esistere nessuna concezione ecologista degna di questo nome. Dalla resistenza contro le minere nella penisola Calcidica greca alle lotte promosse da nativi e altri attivisti contro l’oleodotto nordamericano Keystone XL, passando attraverso l’Amazzonia e la Nigeria sfregiate dalle compagnie petrolifere multinazionali, l’autrice ci parla di resistenza e progettualità, improbabili alleanze e risultati insperati, sbattendoci ancora una volta in faccia la verità nuda e cruda della logica devastatrice capitalista: più sei povero, meno hai potere, meno conti ergo meno diritto hai di vivere. Il messaggio finale vuol essere una sfida a questo paradigma, non lascia spazio alle illusioni ma alla speranza: abbiamo poco tempo a disposizione, dipende da noi invertire la tendenza. Si deve reagire, uniti si può vincere!

Se una critica a quest’opera va espressa, non riguarda certo l’accuratezza del libro: completa il testo una mole impressionante di dati, citazioni e riferimenti bibliografici, a dimostrazione che Naomi Klein e i/le suoi/e collaboratori/trici si sono date veramente da fare nella stesura di quest’opera sotto l’aspetto della ricerca e delle fonti. Anche lo stile dell’autrice rende la lettura scorrevolissima e, nonostante la serietà del tema trattato, a momenti si può perfino sorridere. Si può forse affermare che la giornalista e scrittrice canadese ricada, come spesso è accaduto in passato, nel vecchio tranello del porre al centro del discorso il conflitto fittizio “socialdemocrazia vs. neoliberismo”? Stavolta no, secondo me. La tesi centrale di “Una rivoluzione ci salverà” è quella del cambiamento di stile di vita e di sistema economico, ma soprattutto di paradigma ideologico, che non si ferma di fronte alle promesse dei governi – nonostante su essi, debitamente spinti dai movimenti ecologici a prendere le decisioni necessarie per la salvaguardia dell’ambiente e della nostra salute, la Klein faccia ancora affidamento. Qui si parla di comunità in lotta che costruiscono alternative dal basso, orizzontalmente, unendo ecologia e sociale, senza lasciarsi abbindolare dalle sciocchezze in stile Green Economy, pronte a sfidare il potere economico, politico, legale di chi a scopo di profitto avvelena un pianeta che è di tutti/e. Il messaggio nel’insieme è chiaro, come ho scritto sopra: rivoluzione o estinzione, ecologia sociale o barbarie. Non è Naomi Klein che ci invita ad agire, ma la vita stessa, contro il progetto di morte e devastazione promosso per troppo tempo dal sistema dominante.  La questione è cruciale, la sfida non può essere perduta.

 

 

COP23: le proteste intorno alla conferenza internazionale sul clima a Bonn (Germania).

Dal 6 al 17 Novermbre 2017 si terrà a Bonn, ex capitale della Repubblica Federale Tedesca e tuttora città ospitante uffici dell’ONU, una conferenza mondiale sul clima organizzata da quest’ultima. Come si evince dal nome, la conferenza COP23 è la 23ma di questo tipo, i suoi obiettivi non sono dissimili da quelli di analoghe conferenze precedenti e i risultati attesi non sono migliori di quelli già visti in passato. Tanto per sgomberare il campo da equivoci e illusioni, durante il vertice dei G20 ad Amburgo tenutosi nel Luglio scorso, gli Stati partecipanti (responsabili del 75% delle emissioni di CO2 su scala mondiale), riferendosi esplicitamente agli accordi di Parigi, hanno apertamente annunciato di voler combattere i cambiamenti climatici anche attraverso l’uso di energia nucleare, fracking e carburanti fossili “puliti”(!). Se a Kyoto nel 1997 sembrava dura, oggi una possibile gestione responsabile ed efficace della crisi climatica da parte degli Stati responsabili dovrebbe risultare impossibile anche ai più fiduciosi. Rispetto ai fallimenti ed alle illusioni del passato riguardo un possibile salvataggio del pianeta da parte delle istituzioni governative, oggi la situazione appare ancor più chiara, ancor più allarmante: non solo perchè aumenta la diffusione di tesi antiscientifiche che negano un cambiamento climatico provocato dalle attività umane (l’attuale presidente degli USA Donald Trump è uno dei più noti esponenti di questa corrente di pensiero menzognero), ma anche e soprattutto perchè il tempo per invertire la rotta si accorcia drammaticamente ogni giorno che passa. La speranza nel cambiamento non può essere lasciata nelle mani di governi complici degli inquinatori capitalisti che in nome del profitto sono disposti a sacrificare il pianeta e il futuro dell’umanità, ma deve diventare prassi concreta dei soggetti e delle comunità che hanno realmente a cuore la salute, nel presente e nel futuro, delle proprie terre, di chi le abita e delle generazioni a venire.

Tanto le conferenze istituzionali sono inutili, quanto la protesta è necessaria. Necessaria a creare consapevolezza, scambiare idee e progetti da applicare poi concretamente, mostrare che coloro i/le quali si interessano sinceramente al destino del nostro pianeta non accettano le finte soluzioni proposte da chi ci governa e propongono alternative che affrontano alla radice la questione del cambiamento climatico. Non solo è necessario cambiare i nostri stili di vita: finchè non cambierà su scala modiale l’intero sistema di produzione e consumo dei Paesi industrializzati e in via di sviluppo i nostri sforzi idividuali (risparmio energetico domestico, consumo critico, riduzione degli sprechi, mobilità ecosostenibile eccetera) risulteranno vani. Anche fra chi scenderà in piazza a Bonn e altrove  nei giorni del summit COP23 non sempre esiste questa consapevolezza, per questo è necessario e urgente crearla partecipando alle proteste, arricchendole di contenuti e proposte radicalmente critiche . Non per chiedere ai governanti misure drastiche che loro mai applicheranno, ma per convincere chi ancora non l’abbia capito che tali misure dobbiamo trovare noi tutti/e il modo di implementarle, nonostante e contro governi e capitale.

Di seguito una lista di siti web (principalmente in lingua tedesca) che contengono appelli e informazioni sulle mobilitazioni che avranno luogo durante il COP23:

Controinformazione sul terremoto nel Centro Italia.

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Come ci viene raccontato dai massmedia il terremoto che in Italia ha colpito la zona appenninica compresa tra Lazio, Marche e Umbria provocando la distruzione di interi paesi, la morte di più di 300 persone e lo sfollamento di altre migliaia? Più che informazione corretta e scientifica, unita ad una seria e impietosa riflessione sull’impreparazione a tali catastrofi naturali tremendamente aggravate sia dall’incuria che dalla cinica speculazione umana, l’evento viene spettacolarizzato in chiave emotiva. Gli sciacalli sono lì alla ricerca di dettagli macabri, storie strappalacrime, immagini simbolo che devono tenere incollati/e i/le telespettatori/trici allo schermo, piangono lacrime di coccodrillo mentre pensano alla grande occasione di profitto che riempirà le tasche di pochi. Esiste però un altro tipo di mentalità e quindi un modo molto diverso di fare informazione e vorrei qui fornirne degli esempi, riportando alcuni articoli “di parte”, contro-informativi, contenenti testimonianze critiche, osservazioni tecniche e notizie utili su come aiutare sfollati/e e sopravvissuti/e:

Terremoto, e tutto tornerà come prima”, di Zatarra su Alternativa libertaria;

“Solo le montagne sono serene”, su Malamente;

“Terremoto: aumenta la solidarietà popolare e dal basso contro sciacalli, razzisti e istituzioni”, su InfoAut.

 

Il fondo del barile.

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Il 17 Aprile si terrà in Italia un referendum che propone l’abrogazione della legge che consente lo sfruttamento illimitato, “a vita”, dei giacimenti petroliferi in zona marina. A prescindere dalla mia opinione sullo strumento referendario, da molti definito una forma di democrazia diretta sancita dalla Costituzione, da me ritenuto invece un contentino distrattivo per chi vorrebbe attivarsi per influenzare le decisioni politiche prese da pochi/e nell’interesse di pochi/e sulla pelle di tutti/e, ritengo interessante condividere alcune informazioni trovate sul blog “Paradisi Artificiali”, che potrebbero aiutare a comprendere meglio su cosa verte la questione delle trivellazioni anche al di là del referendum. A me pare evidente che il governo italiano stia mostrando per l’ennesima volta (banche fallimentari e TAV sono altri due esempi fra i tanti che potrei citare) il proprio volto lobbista e clientelare e stia tentando disperatamente di illudere i/le potenziali elettori/trici sul tema della ripresa economica, sul rilancio del made in Italy, sulla difesa dei posti di lavoro e sull’autosufficienza energetica, insomma stia ancora raschiando il fondo del barile. Di petrolio, stavolta. Pertanto mi prendo la briga di segnalare una riflessione, che considero almeno in buona parte condivisibile, sul tema delle trivellazioni e del referendum, pubblicata su InfoAut. Non solo vi invito alla lettura, ma come sempre ad una riflessione più ampia sui risvolti che presenta il tema in questione, dalla contrapposizione fra occupazione e salvaguardia ambientale al paradigma fallimentare e distopico dello sviluppo infinito dell’economia capitalista, alla scelta delle energie rinnovabili tra limiti,  potenzialità e alternative al nostro attuale stile di vita… Non si tratta di questioni astratte o lontane, ma faccende che ci riguardano tutti/e e con le quali siamo costretti/e a fare i conti, volenti o nolenti, prima che sia davvero troppo tardi.

“Projekt A”, ovvero l’anarchia che esiste.

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“Projekt A” è un documentario realizzato  nel 2015 dai registi indipendenti tedeschi Moritz Springer e Marcel Seehuber. Il documentario, vincitore del premio del pubblico alla Filmfest München, racconta attraverso un viaggio in giro per l’Europa diverse esperienze anarchiche al di là dei cliché su caos e violenza erroneamente legati al concetto di anarchia. Dall’incontro anarchico internazionale svoltosi nel 2012 a Saint-Imier in Svizzera al movimento anti-nucleare tedesco, passando per il sindacato anarchico spagnolo CNT, il progetto Parko Narvarinou ad Atene e il collettivo Kartoffelkombinat di Monaco di Baviera, il film mostra e spiega esempi pratici di anarchia vissuta, forme di autogestione e creazione di progetti solidali, ecologici e collettivi nonostante e contro il dirigismo statale, le logiche di profitto e sfruttamento e le insanabili contraddizioni che affliggono la società nella quale viviamo. La morale può esser riassunta con uno dei miei slogan preferiti: “L’anarchia è ordine senza dominio“. Projekt A viene attualmente proiettato nelle sale cinematografiche di innumerevoli città tedesche e austriache (qui la lista completa).

Il clima che cambia.

Sarà anche corretto e forse utile sottolineare le contraddizioni della sedicente democrazia rappresentativa/parlamentare, ma lo stupore è un altro paio di maniche: lo stato di emergenza e la conseguente limitazione delle libertà garantite dalla legge in Francia dopo gli attentati terroristici del 13 Novembre scorso non sono un caso unico né isolato, in Italia chi non ha la memoria troppo corta si ricorderà quante volte le manifestazioni, specialmente negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, siano state vietate per motivi legati alla “sicurezza”. Anche in altri Paesi europei certe misure di limitazione della “libertà” cortesemente concessa dall’alto non sono nuove, né scandalizzano più di tanto un’opinione pubblica anestetizzata e omologata. Non tutti/e però sono anestetizzati e omologati, anzi si sentono ancor più spronati da limitazioni e divieti a manifestare pubblicamente il proprio dissenso. In un momento nel quale gli eserciti degli Stati nei quali viviamo sono in guerra e ciò viene annunciato come se si trattasse della cosa più normale del mondo, mentre i leader mondiali si riuniscono a Parigi per la “nuova ultima chanche” (non sono l’unico a ricordare che si parlava di “ultima chanche” anche al vertice sul clima di Copenhagen nel 2009…) per ridurre il surriscaldamento globale del pianeta, ad alcuni/e, forse troppo pochi/e ma pur sempre presenti ed esistenti, sono chiari un paio di concetti di fondo imprescindibili: guerra e politiche securitarie e repressive sono due facce della stessa medaglia e le guerre non sono altro che uno strumento per ottenere o rafforzare il dominio su territori e popolazioni, per accaparrarsi nuove risorse, controllare nuovi mercati, incrementare gli affari e lo sviluppo-espansione del capitale che non possono fermarsi di fronte a nulla, nemmeno di fronte alla possibile distruzione del pianeta Terra. I veri accordi vengono stabiliti altrove, non durante gli spettacolini ad uso e consumo dell’opinione pubblica credulona. Nessuna conferenza sul clima è mai servita nel passato a raggiungere accordi soddisfacenti almeno per rallentare considerevolmente la catastrofe, perchè la crescita economica e il profitto vengono prima di tutto. Prima degli ecosistemi, degli esseri umani e di tutte le creature viventi, prima dei diritti revocabili stabiliti sulla carta, della pace e, non te ne meravigliare, della sicurezza di ciascuno/a di noi.

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Ciò che è giusto e ciò che è legale.

Risultati immagini per erri de lucaIl prossimo 19 Ottobre si terrà il processo che vede imputato lo scrittore Erri De Luca, accusato di aver sostenuto la legittimità del sabotaggio come mezzo di lotta contro il progetto dei treni ad alta velocità. I pm che imbastiscono l’accusa, i ben noti Rinaudo e Padalino, come sempre dediti all’attacco del movimento NO-TAV, chiedono per De Luca una condanna a 8 mesi di carcere.

Il 15 Agosto, nella zona della Renania, in Germania, un migliaio di manifestanti del coordinamento Ende Gelände hanno bloccato i lavori nella miniera di carbone a cielo aperto del colosso energetico RWE, per protestare col metodo dell’azione diretta e della disobbedienza civile contro la devastazione ambientale e l’inquinamento. Sono piovute, oltre che manganellate e spray urticante, anche 800 denunce, che hanno colpito non solo gli/le attivisti/e ma anche alcuni/e giornalisti/e presenti sulla scena. La RWE ha gentilmente messo a disposizione della polizia, oltre che il personale della sicurezza privata, i propri mezzi per poter provvisoriamente fermare e identificare gli/le attivisti. O meglio, lo Stato ha come sempre messo a disposizione le proprie forze repressive per difendere gli interessi della grande proprietà privata.1 La collusione tra apparati repressivi statali e interessi capitalisti è ovvia: difesa del capitale e degli interessi economici über alles und überall. Ma disobbedire ad una legge di uno Stato, creata oggi e revocabile domani dai pochi che detengono il potere, non è la stessa cosa che disobbedire ad una legge fondamentale della natura (e della logica, direi!) che impone che il pianeta nel quale tutti/e noi viviamo vada salvaguardato per noi e per le future generazioni piuttosto che depredato e devastato. Nel primo caso si rischiano gogne mediatiche, processi, multe,  mesi o anni di carcere o comunque provvedimenti restrittivi della libertà personale, nel secondo caso si rischia la catastrofe, l’annichilimento del genere umano e delle altre specie viventi che popolano la Terra. Mettere im pratica azioni che contrastino con la logica del profitto ai danni della vita, della salute, del benessere collettivo o anche solo giustificare tali azioni verbalmente può anche essere un reato per uno Stato, per un sistema giudiziario, ma è senza ombra di dubbio un fatto non solo legittimo, ma necessario da un punto di vista etico, se l’etica è degna di questo nome. Dov’è la violenza? Nel danneggiamento di un macchinario usato per portare a termine un’opera nefasta, nel bloccare un’attivitá nociva, o nell’opera nefasta e nell’attività nociva? E cosa istiga alla resistenza attiva contro un’ingiustizia, un sopruso, un male arrecato a noi e alla terra sulla quale viviamo: le parole di una qualsiasi persona, più o meno nota che sia, che parla con coscienza e senza timore, o forse il sopruso, l’ingiustizia, il male di per sé? Chi lotta contro la devastazione ed il saccheggio delle risorse comuni deve sempre porsi problemi di ordine morale, mentre i nostri nemici si pongono quelli di ordine legale, perchè le leggi -almeno quelle artificiali, create da chi serve il sistema dominante- sono dalla loro parte. Dalla nostra parte c’è il coraggio di dire ciò che si pensa e di agire in prima persona senza scioccamente affidarsi alle false soluzioni e alle parole vuote di chi il problema lo ha creato, c’è la costanza e l’affetto nel tendere la mano a chi lotta con noi e si trova in difficoltà. Rispetto e solidarietà per Erri De Luca e per chiunque diventi un granello di sabbia nell’ingranaggio dell’ingiustizia che il sistema chiama giustizia.

Soap Opera.

Qualche lettore/trice di questo blog ricorderà forse un mio vecchio post del Febbraio 2013 sull’inizio della produzione nella fabbrica occupata e autogestita VIO.ME. di Salonicco, in Grecia. Sono passati due anni e mezzo da allora e la produzione autogestita da parte degli/lle operai/e della fabbrica non si è fermata, così come continua la lotta per un riconoscimento legale di questa esperienza profondamente democratica- e quando uso la parola “democrazia” nella sua accezione positiva intendo quella di base, diretta, prassi emancipatoria e non certo l’inganno parlamentare e falsamente rappresentativo al quale ci hanno abituati gli Stati…

Oggi la VIO.ME., nata come fabbrica di materiale edile, produce sapone e detergenti a base di sostanze naturali di qualità eccellente (il sapone è vegano, prodotto e confezionato a mano), è gestita dai/lle lavoratori/trici  in modo egualitario e aperto sia nei confronti di altre realtà produttive autogestite, sia nei confronti dei/lle consumatori/trici, dei solidali e di qualsiasi componente della società che si batta contro le logiche capitaliste, di sfruttamento e di austerity. Oltre alla produzione e all’autogestione, i lavoratori e le lavoratrici della VIO.ME. portano avanti, non senza difficoltà e insuccessi, una lotta per il riconoscimento legale della loro posizione e contro le pretese del vecchio proprietario della fabbrica di riaverla indietro, mentre innumerevoli iniziative vengono svolte un pò in tutto il mondo per far conoscere e sostenere la fabbrica autogestita, che oggi consente non solo a più di dodici famiglie di vivere con uno stipendio (seppur basso per il momento) mentre troppi/e in Grecia soffrono le conseguenze della disoccupazione, ma permette a chi produce di poter veramente decidere e organizzare il lavoro senza badare agli interessi, alle pretese e alle imposizioni di un qualche padrone. I prodotti della VIO.ME. possono essere acquistati anche al di fuori della Grecia: ecco qui linkato un esempio riguardante Svizzera e Italia. Pensateci se fate parte di un collettivo, di una qualche associazione solidale o se siete attivi/e in spazi occupati/autogestiti o circoli libertari e magari avete uno spazio fisico dove poter distribuire il sapone e gli altri prodotti della VIO.ME. Chi fosse interessato/a può direttamente contattare i/le compagni/e greci/che della VIO.ME., scrivendo in greco o in inglese al seguente indirizzo e-mail:

[email protected] <mailto:[email protected]>

Il Kurdistan chiama: rispondiamo!

Le terre comprese tra Iran, Irak, Siria e Turchia abitate prevalentemente dalla popolazione curda sono da decenni sotto il fuoco incrociato della repressione dei diversi Stati ai quali ufficialmente appartengono le rispettive porzioni di territorio. La Turchia in particolare ha un conto in sospeso con i curdi: dopo aver tentato di assimilarli senza successo, facendo largo uso della più brutale violenza nei casi di reticenza o resistenza da parte della popolazione civile, avendo ancor meno successo nella lotta contro la guerriglia creatasi come conseguenza al totale rifiuto di soluzioni diplomatiche e pacifiche da parte del potere dello Stato turco, dopo aver giocato la carta dell’appoggio nemmeno troppo velato ai fondamentalisti islamici dell’ISIS ( o, per chiamarli con il termine dispregiativo più appropriato, Daesh), oggi finge di entrare in guerra contro i combattenti del califfato mentre in realtà bombarda le postazioni dei/lle resistenti curdi/e, che dal canto loro avevano di recente cessato qualsiasi ostilità nei confronti delle autorità turche. Allo Stato turco, fortemente centralista e apertamente autoritario, non va giù che in Kurdistan sia ormai in atto, da almeno un decennio a questa parte, un processo di autogestione comunale profondamente democratico, che coinvolge organizzazioni di base composte dagli/e abitanti di villaggi e quartieri delle città. L’obiettivo di questo processo non è quello di creare uno Stato curdo indipendente, bensì quello di autogestire le risorse comuni in modo orizzontale, secondo il principio della democrazia di base, per far fronte alle esigenze della popolazione di un’area geografica particolarmente povera e oppressa. Anche l’abbandono da parte del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) dell’ideologia marxista-leninista a favore di una concezione tendenzialmente socialista libertaria, simile a quella espressa nelle opere dell’anarchico statunitense Murray Bookcin, “padre” di concetti quali ecologia sociale e municipalismo libertario, ha avuto un ruolo importante nell’influenzare le prospettive di cambiamento sociale, economico e politico. Col passare del tempo sono stati creati nel Kurdistan “turco” collettivi e cooperative nel settore agricolo, edilizio, scolastico, sanitario, culturale ed artigianale, organizzazioni di base giovanili e femminili, realtà che si coordinano tra loro e che collaborano con le amministrazioni comunali “amiche” e disposte a sostenere lo sviluppo dell’autogestione, secondo la logica -sempre citando Bookchin- del conflitto Comune-Stato; si tenta un’approccio produttivo che esuli dalla logica capitalista, ancora relativamente poco sviluppata in quelle terre; si fa ricorso a comitati di mediazione e pacificazione per risolvere diatribe e far fronte al crimine, alle violenze private ed alle faide familiari; si creano regole proprie, comunemente decise, per aggirare quelle eteronome dello Stato centrale;  le donne si integrano, non senza dover superare grossi ostacoli ma in ogni caso con enorme successo, nei processi decisionali, si rendono economicamente indipendenti, imparano a difendersi dalle violenze e ad acquisire autostima e consapevolezza scardinando i residui della vecchia società patriarcale, divenendo il motore della rivoluzione sociale in corso- il tutto con un’approccio ecologista.  Di per sé è straordinario che questo processo di cambiamento, lento ma inesorabile, sia andato avanti fino allo scoppio del conflitto in Siria e all’aggressione terroristica di Daesh, ma è ancor più straordinario che tutto ciò vada avanti nonostante la guerra oggi in atto. Un processo simile coinvolge i cantoni autonomi curdi ufficialmente appartenenti allo Stato siriano, che implementano il confederalismo democratico in una situazione a dir poco proibitiva. I curdi e chi lotta al loro fianco al di lá di divisioni etniche o religiose, armeni, yazidi, assiri, aramei, arabi, turchi e turcomanni, cristiani o musulmani, aleviti o zoroastriani o atei che siano, necessitano di tutto il sostegno possibile nella loro lotta contro l’aggressione dei fondamentalisti islamici di Daesh e dei governi degli Stati che tentano di impedire la loro emancipazione. Ci sono momenti nei quali i dibattiti su aspetti teorici di un processo di cambiamento sono indispensabili e si può tranquillamente discutere sulla differenza fra “lotta di classe” e “lotta popolare”, fra abolizione della proprietà privata e uso comune di tale proprietà, fra abolizione dello Stato e appoggio alle istituzioni locali in chiave decentralista; ci sono invece momenti nei quali la  domanda che ciascuno/a di noi dovrebbe porsi urgentemente è: come possiamo appoggiare il cambiamento in corso, come possiamo sostenere la lotta dei curdi e delle popolazioni minacciate dai fondamentalisti islamici e dalla violenza militare dello Stato turco, come dare una mano a profughi e sfollati? Io avrei un paio di modesti suggerimenti, basati sulla mia esperienza personale di attivismo politico e su azioni tuttora in corso o svoltesi nei mesi passati in diverse parti del mondo. Suggerimenti forse vaghi, generici, alcuni più efficaci di altri, chissà, ma restare fermi a guardare non è un’opzione accettabile non dico per un anarchico/a, ma per chiunque conservi ancora un briciolo di umanità, di solidarietà, di sincero amore per la libertà. Inoltre penso che più si rafforza la solidarietà internazionale di chi ha a cuore la rivoluzione sociale libertaria e meno peseranno alla fine del conflitto gli aiuti “sbagliati” (per quanto sembrino ora decisivi almeno su un piano militare), quelli dei Paesi Occidentali sempre interessati al proprio tornaconto nazionale ed al controllo politico ed economico di intere aree geografiche a prescindere dalla volontà delle popolazioni che le abitano…. Pertanto: Che fare?

Informare ed informarsi:Risultati immagini per solidarity kurdistan donations

i massmedia mainstream riportano solitamente notizie e dichiarazioni  di fonte turca. Diamo voce a chi appoggia la resistenza curda, diffondiamo interviste, comunicati, video, aggiornamenti. Usiamo tutti i mezzi a nostra disposizione, soprattutto internet, ma non dimentichiamo la comunicazione diretta con le persone “in carne e ossa”. Spieghiamo ad esempio non solo quanto sia importante la lotta contro Daesh, ma anche e soprattutto chi sta lottando VERAMENTE contro i fondamentalisti islamici e che tipo di cambiamento è in corso nella società curda. Se possibile andrebbero organizzate conferenze e dibattiti pubblici con persone che hanno una conoscenza il più possibile approfondita della questione curda;

– Protestare e fare pressione:

Risultati immagini per we stand in solidarity with freedom fighters of Rojavain numerose città sono state organizzate proteste sotto le ambasciate e i consolati turchi, contro le politiche assassine del partito AKP di Erdogan, in solidarietà ai/lle combattenti curdi, contro il fondamentalismo islamico. E-Mail e lettere di protesta di massa indirizzate alle rappresentanze istituzionali turche, boicottaggi ben organizzati e ampiamente pubblicizzati, manifestazioni e presidi possono essere metodi di pressione efficaci e danno la possibilitá di portere all’attenzione pubblica questioni altrimenti rimosse o manipolate dai massmedia:

-Raccogliere fondi:

da diversi mesi a questa parte sono state messe in campo svariate iniziative atte a raccogliere denaro necessario per la ricostruzione delle infrastrutture, per procurare beni di prima necessità agli/lle sfollati, per la sanità, per sostenere progetti e associazioni locali esistenti anche da prima dello scoppio guerra, ma anche per acquistare armi necessarie all’autodifesa della popolazione. Sono stati organizzati concerti, cene benefit, tombole, mercatini, collette, sono state prodotte e vendute magliette che oltretutto servono anche a comunicare un messaggio chiaro e a stimolare la curiositá e un possibile dialogo con le persone che incontriamo quotidianamente. A volte basta davvero poco, anche solo un barattolo con su scritto “offerte per i/le combattenti curdi in Rojava” durante una festa. I fondi possono essere destinati a una o più organizzazioni che operano sul posto e usati per diversi scopi, nel dubbio contattare gruppi organizzati di persone che si recano in Kurdistan o che hanno contatti diretti con le persone del posto. Per chi avesse bisogno di qualche esempio dalla Germania può cliccare qui.

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Che vadano a FARE in culo.

Crescita e competitività sono i due termini che sento pronunciare più spesso quando assisto a discussioni sulla ripresa economica e sull’uscita dalla crisi (per oggi tralascerò il terzo diffusissimo termine, tagli alle spese– quelle sociali, ovviamente). Cosa significa “crescita” in questo contesto? Aumento della produzione e dei consumi, espansione dei mercati: tradotto, significa immettere sul mercato più merci, senza badare al fatto che le risorse del nostro pianeta non sono inesauribili, né tutte rinnovabili. Perché invece non ripensare produzione e consumo al di fuori delle logiche capitaliste,che oggi ci portano a gettare via un terzo degli alimenti prodotti per mantenere alti i prezzi e che ci stanno trascinando sul baratro del disastro ecologico dal momento che sfruttiamo attualmente più di quanto il pianeta abbia da offrire, ipotecando scelleratamente il futuro delle prossime generazioni? Non si dovrebbe produrre di più, ma redistribuire meglio ciò che viene già prodotto, riducendo ciò che è inutile, dannoso, sinonimo di spreco. La crescita in senso capitalista è fine alla moltiplicazione del profitto ed al suo reinvestimento, fine a se stessa, l’espansione è teoricamente infinita (ma le risorse non lo sono), così come l’espansione dei mercati avviene come vera e propria rapina a danno dei territori e delle popolazioni più deboli. Per quanto riguarda la concorrenza, al posto della gara tra imprese dove ci sono vincitori e sconfitti e dove inevitabilmente le classi sociali subalterne, nel migliore dei casi, raccolgono le briciole (s)vendendo la propria forza lavoro, il proprio tempo, rinunciando alle infinite possibilità che un diverso modo di produzione potrebbe offrire ai singoli e all’intera umanità, si dovrebbe e si potrebbe collaborare fra individui e comunità unendo gli sforzi per soddisfare i bisogni- non più indotti dalle logiche del “libero mercato”- vivendo in libertà, mutuo accordo e appoggio, consapevolezza. L’unico vero modo per uscire dalla crisi, l’unica cosa da fare , è farla finita una volta per tutte con l’origine della crisi: il sistema capitalista, quel sistema che, oltretutto, cerca giorno dopo giorno di convincerci che non esistono alternative e ci toglie energie, creatività e spazi per pensare e progettare un mondo diverso. In realtà non solo altri mondi sono possibili, ma già esistono. Creiamone altri a misura nostra e dell’ambiente nel quale viviamo, usciamo dalla crisi che ci hanno imposto e che ci fanno subire quelli che vogliono che tutto rimanga com’è.