Proteste studentesche di massa in Quebec.

È ormai dallo scorso Febbraio che circa 160mila studenti e studentesse protestano nella provincia canadese del Quebec contro l’aumento dellle tasse universitarie proposto dal premier Jean Charest, boicottando le lezioni e inscenando manifestazioni che hanno assunto in parte carattere violento anche a causa della scarsa volontá di aprire trattative sulla sostanza e non sulla forma degli aumenti delle tasse da parte del premier, impegnato a raccogliere consensi in vista della prossima tornata elettorale. Le proteste non si limitano però al tema delle tasse universitarie, ma hanno piuttosto assunto un carattere di contestazione generale nei confronti del governo della regione, soprattutto contro il cosiddetto Plan Nord che prevede ingenti investimenti per lo sviluppo del settore energetico e minerario in un’area di 1,2 milioni di km quadrati nel nord della provincia. Il piano, che promette la creazione di mezzo milione di posti di lavoro, non tiene conto della sostenibilità ambientale, è una potenziale svendita delle risorse del Quebec ed é fonte di corruzione per politici che promettono a potenziali investitori di lucrare sul progetto in cambio di “favori”, come recentemente è saltato fuori da uno scoop giornalistico dell’emittente in lingua francese CBC. Un’altro tema di contestazione è la legge discriminatoria proposta dal ministro federale dell’immigrazione Kenney, che limita l’accesso alla regione per chi non parla inglese o francese. Sia Charest che Kenney sono stati contestati da alcuni studenti mentre tenevano discorsi a porte chiuse sulle proposte in questione, mentre per le strade, oltre alle proteste in forma pacifica, avvenivano scontri tra alcuni studenti e la polizia in assetto antisommossa pronta a usare manganelli, spray al pepe e perfino pallottole di gomma contro il dissenso. Dal canto loro gli studenti hanno reagito con lanci di pietre ed altri oggetti, barricate e con azioni dirette contro veicoli della polizia e simboli del governo e del potere capitalista.

Quebec protests reach rowdy new level (with updates)

Per un report più completo in lingua inglese consiglio di visitare il relativo articolo su Libcom, che contiene aggiornamenti continui nello spazio riservato ai commenti così come numerose foto e video delle proteste.

Es gibt kein Ende der geschichte, der Kampf geht weiter!

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Di solito per festeggiare occorre un buon motivo, almeno così suggerisce la logica e, se per il Primo Maggio di festa deve trattarsi, a gozzovigliare dovrebbero essere in pochi, cioè quelli che hanno fatto la festa ai lavoratori. Cosa abbiamo noi da festeggiare, il pareggio in bilancio sancito dalla Costituzione o l’abolizione dell’ articolo 18 oppure la media di un suicidio al giorno da parte di chi, in Italia come in altri Paesi, viene schiacciato dalla crisi economica e dalle risposte degli Stati e delle istituzioni transnazionali agli ordini del capitale? Se durante la seconda metà dell’ ‘800 si lottava per le otto ore di lavoro, si scioperava in massa, si resisteva alla violenza dello Stato messa in campo per difendere i privilegi della classe padronale, oggi il Primo Maggio si va ad ascoltare il comizio di un paio di burocrati concertativi prima del concerto di rito, lo stanco rito, senza più significato. Eppure il Primo Maggio è una ricorrenza dalle profonde radici anarchiche e ciò va ricordato con decisione anche oggi, sia nelle azioni di contrasto alle politiche di lacrime e sangue mese in atto per far pagare le conseguenze della crisi economica a chi produce realmente la ricchezza della quale pochi usufruiscono in modo abnorme e iniquo, sia nelle riflessioni sul reale significato del lavoro nella nostra società, sulla sua utilitá o inutilitá, sulla possibilitá di autogestione delle attività produttive da parte dei/lle produttori/trici stessi/e, sulla funzione delle tecnologie (potenzialmente emancipatoria o sempre e comunque funzionale al dominio ed allo sfruttamento?), sul significato globale delle lotte emancipatorie e sulle loro prospettive. Io mi auguro che sia questo ciò che faranno gli/le anarchici/che il Primo Maggio in tutto il mondo così come tutti i giorni: non festeggiare, ma analizzare, discutere, proporre, lottare, creare alternative!

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A queste mie parole aggiungo una riflessione di un altro blogger, che ricorda che la fine della storia (non solo quella raccontata dal brano musicale del quale lui parla nel suo articolo, ma anche e soprattutto la Storia con la esse maiuscola) possiamo ancora scriverla noi. Alla faccia di Fukuyama!

25 Aprile: troppo presto per festeggiare.

25 Aprile, festa della Liberazione d’Italia? Semmai “festa della resistenza”, visto e considerato che una vera liberazione non é mai avvenuta! Ma come, c’é qualcuno che pensa che il fascismo sia morto il 25 Aprile 1945? Spiegatemi allora da dove vengono la strage di Portella delle Ginestre, il massacro degli operai a Reggio Emilia nel 1960, gli studenti ed i lavoratori massacrati dai celerini ancora nei decenni successivi, investiti dalle camionette, uccisi da pallottole e lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo; di chi é la responsabilità della strategia della tensione e delle stragi di Stato, da Piazza Fontana in poi, chi ha messo in galera o ammazzato persone innocenti, chi ha dichiarato guerre “perché é un nostro dovere nei confronti dei nostri alleati internazionali, é una missione di pace/umanitaria”, chi ha fatto ( e in alcuni di questi casi fa tuttora ) strage di civili in Somalia, Serbia, Afghanistan, Iraq, Libia? Chi sono i pochi che decidono per tutti, che pur di seguire il corso della Storia impoveriscono e gettano nella precarietà milioni di persone? Io non vedo nessuna liberazione, così come non la videro quei/lle partigiani/e che rimasero in montagna anche dopo la fine della seconda guerra mondiale, che non accettarono il compromesso di una Costituzione tanto conciliante da non mettere in discussione i fondamenti dell’ingiustizia, dello sfruttamento e dell’autorità. Chi si arroga il diritto di mettere nello stesso calderone chiunque abbia partecipato alla resistenza o é un mistificatore oppure non conosce i fatti storici, ma nemmeno un pò: i “miei” partigiani non sono morti perché io potessi avere il diritto ( dovere, secondo qualche zelante difensore del totalitarismo di mercato in salsa parlamentarista ) di scegliere tra due o tre sfruttatori di partiti diversi andando a votare ogni cinque anni, non hanno combattuto contro l’invasione nazista per barattarla con l’invasione atlantista, non volevano cambiare il colore ad una dittatura nel nome di un ossimorico Stato socialista. I/le partigiani/e di cui parlo non si schierarono contro il fascismo quando ormai il vento aveva cambiato direzione, ma combatterono in Italia ed in esilio, braccati in Francia o schiacciati fra due fronti fascisti ( franchisti da una parte, stalinisti dall’altra ) durante la guerra civile spagnola, erano le stesse persone che avevano resistito al fascismo prima che questo salisse al potere, erano gli stessi che anche in galera o al confino o nei campi di concentramento continuavano a mantener salda la loro integritá, gli stessi che spesso venivano colpiti alle spalle dai falsi amici, nel Nord Italia come a Barcellona, nelle cittá occupate dagli invasori nazisti e dai repubblichini cosí come era già accaduto a Kronstadt o in Ucraina. La liberazione non é mai avvenuta, la resistenza non é mai finita: cambiano i tempi, le forme di lotta, il nome e il volto dei tiranni, ma non cambiano la necessità e la volontà di lottare. Questo é il miglior modo nel presente e nel futuro per ricordare chi combatté in passato, non per governare sugli altri, non per essere declamato nei discorsi retorici di qualche potente, non per venire strumentalizzato dai partiti, non per diventare cenere, ma per essere la fiamma della rivolta che é nostro dovere tenere accesa.
Loro vivono nella nostra lotta!

Angela Davis, “Aboliamo le prigioni?”

 

Angela Davis, “Aboliamo le Prigioni?” (Con un saggio di Guido Caldiron e Paolo Persichetti) , Minimum Fax 2009, ISBN 978-88-7521-201-8

“Angela Davis, la mitica militante degli anni Settanta, è oggi un’intellettuale di fama internazionale che ha focalizzato il suo impegno politico in una delle battaglie per i diritti civili più difficili: abolire il carcere. Un mondo senza prigioni è forse impensabile, anche per chi proclama il suo progressismo. Ma con lucidità scientifica, un’enorme mole di materiale documentario e un instancabile passione ideale, la Davis analizza il sistema «carcerario-industriale» americano – quello per cui due milioni e mezzo di persone sono detenute negli Stati Uniti – e mostra come questa democrazia modello regga le sue basi economiche su una forma di schiavismo morbido: donne abusate e farmacologizzate, manodopera a costo zero per le grandi corporation, neri e ispanici a cui vengono negate istruzione e assistenza sanitaria di base. Aboliamo le prigioni? è una piccola guida di resistenza, che a partire dalla battaglia contro il carcere tuona la sua voce contro tutte le forme di oppressione. E alla fine ci chiama direttamente in causa, per farci diventare consapevoli di come le nostre idee cambieranno veramente soltanto quando saranno cambiati i nostri comportamenti.” (Dalla quarta di copertina del libro).

Quest’ opera della Davis, composta da due scritti ( “Il carcere é obsoleto?” e l’intervista di Eduardo Mendeta “Per una democrazia dell’abolizione” ), tratta un tema complesso e di fondamentale importanza, analizzando il legame negli Stati Uniti tra la nascita delle carceri e la loro attuale esistenza e schiavitù, razzismo, controllo sociale e interessi delle corporations attraverso un linguaggio semplice ma non semplificativo, fornendo al/la lettore/trice un’analisi di rara lucidità sul fenomeno carcerario, sul falso mito della sicurezza e sulle politiche repressive sulle quali si basa la cosiddetta “democrazia”. Oltre i preconcetti ed i falsi miti, analisi storiche e dati alla mano, la Davis mette a nudo la realtà del razzismo, del sessismo, della tortura e delle violenze che sono parte imprescindibile del regime detentivo, chiarendo in modo inequivocabile come l’esistenza delle prigioni sia legata a precisi interessi e politiche del sistema dominante, al concetto di esclusione, all’imperialismo. A conclusione del libro un breve saggio di Guido Caldiron e Paolo Persichetti analizza l’attuale situazione europea e l’origine delle tendenze reazionarie e populiste della “tolleranza zero”  dal punto di vista sociologico e politico.

-Vedi anche: articolo pubblicato sul blog “Attualizzando” da enrico76.

Occupato edificio di proprietà della provincia a Bologna.

Il comunicato che segue è tratto dal sito Anarchaos, che a sua volta lo riprende da emiliaromagna.indymedia.org:

” Bologna- Perchè abbiamo occupato lo stabile di via Libia 67

La sera del 13 aprile abbiamo occupato lo stabile di proprietà della provincia situato in via Libia 67 A Bologna in risposta agli espropri dei terreni della popolazione della Val Susa, legalizzati il giorno 11 aprile, per la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione.

Da tempo il ritornello “portare la Valle in città” sta rimbalzando in tutta Italia arrivando ad oltrepassarne i confini. Siamo convinti che questo significhi innanzitutto riportare in ogni città la determinazione che le lotte dei valsusini hanno avuto nel corso degli ultimi 20 anni, per riuscire ad individuare in ogni territorio le pieghe delle contraddizioni di questo sistema e ad infilarsi al loro interno per contrastarle.
Viviamo in territori violentati in nome delle scelte economico-politico-strategiche di chi detiene le chiavi del potere.
Lorsignori ci parlano di “valorizzazione del territorio” e di “riqualificazione” e per farlo rendono i nostri quartieri e le nostre valli degli eterni cantieri con la promessa di farci vivere in luoghi migliori, più efficienti, più funzionali, più sicuri… ma ciò che resta è solo la devastazione delle lobbies del cemento.
Progettano il futuro sulla base di un efficientismo economico che non risponde a null’altro se non ali loro stessi profitti chiedendo però enormi sacrifici a tutti noi.
Puntano a relegare nelle periferie dell’esistente chi è sfruttato, perchè se alzasse la testa sarebbe troppo pericoloso.
Incarcerano chi si oppone ai loro meccanismi di sfruttamento e devastazione perchè in questa società è necessario restare allineati per far parte del gioco.
Riempiono le strade di valle e di città di sbirri e militari per abituarci alla loro presenza e alla loro idea di sicurezza basata su una violenza bruta ma legalizzata.

Il mondo che vogliamo non è solo un mondo senza TAV. Questo ci ha insegnato la lotta che da anni va avanti in Val di Susa.
A Bologna abbiamo occupato uno stabile di proprietà della provincia che come ultima destinazione ha avuto quella di sede della polizia municipale. Dopo due bandi di vendita andati a vuoto l’area di via Libia 67 è rimasta inutilizzata.
Vogliamo condividere con tutto il quartiere questo spazio, per farne un luogo aperto e non un fortino (come dicono i giornali in questi giorni), per creare un luogo di socialità autentica e non quella che ci impone chi non sa far altro che costruire centri commerciali, per condividere ciò che ciascuno di noi conosce e sa fare, per sviluppare legami diversi da quelli che ci impongono il lavoro, la velocità del denaro, la paura di non saper cos’altro cercare.

Temono la libertà perchè le loro gerarchie non la possono controllare, non ne conoscono la bellezza e non la conosceranno mai.

OCCUPANTI NO TAV VIA LIBIA 67 – BOLOGNA”

Nessuna parabola discendente, solo una linea retta.

Leggo qua e là le notizie pubblicate sui quotidiani online e i relativi commenti dei/lle lettori/trici sulle vicende di attualitá che riguardano corruzione dei partiti, crisi economica e riforma del lavoro e mi stupisco. Mi stupisco del fatto che ci si stupisca. Come si fa a rimanere sorpresi nel venire a sapere che un partito che ha sbraitato per anni slogan populisti e qualunquisti del tipo “Roma ladrona” e “padroni a casa nostra” sia in realtá un covo di ladri e corrotti, insediati a Roma ma ladroni pure a casa loro, quando è evidente che la corruzione è un elemento imprescindibile del sistema politico dominante, un fattore intrinseco a qualsiasi tipo di dominio? Come ci si può lamentare oggi dell’inutilità dei sindacati confederali quando si è taciuto per anni sulla trappola della concertazione, quando numerosi esempi concreti dimostrano che lavoratori e lavoratrici in lotta sono stati spesso abbandonati da tali sindacati, quando per anni sono stati piallati, demoliti, rasi al suolo diritti conquistati con le dure lotte senza che gli organi teoricamente preposti alla tutela dei suddetti diritti muovessero un dito, com’é possibile che ci si sia fidati di personaggi che pur di difendere le proprie garanzie personali, le strutture di potere delle quali sono ai vertici, il sistema che gli permette di parassitare la classe lavoratrice sono disposti ad accettare di buon grado qualunque compromesso, giocando a perdere con la posta altrui, simulando inverosimili opposizioni fin troppo semplici da sputtanare? È necessario ritrovarsi senza un tetto sulla testa per rendersi conto che c’è qualcosa che non va nel sistema di tassazione applicato a chi produce effettivamente la ricchezza di un Paese? Bisogna aspettare scandali e procedimenti legali contro politicanti ladri e partiti sanguisughe per dover staccare la spina ad un sistema politico che non ha nulla a che vedere con la vera democrazia, “potere del popolo”? Si deve arrivare in prossimità del suicidio per capire che benessere e libertà in una società capitalista sono chimere blindate in una cassaforte alla quale hanno accesso in pochissimi? Quante conferme, quante prove, quante cazzo di catastrofi servono ancora per smetterla di stupirsi e iniziare invece, finalmente, a reagire?