Quando il problema sono i poveri e non la povertà.

SAVIANO

Non posso certo dire che lo scrittore napoletano Roberto Saviano sia in cima alla mia personale lista delle persone che ammiro – tutt’altro. In svariate occasioni ho avuto modo di contestare le sue opinioni su diversi temi ed episodi, ma stavolta, leggendo una sua dichiarazione sul Decreto Minniti, appena passato alla Camera dei Deputati, non posso fare a meno di associarmi alle sue parole. Ecco un estratto dal suo post sull’argomento, pubblicato sul suo profilo Facebook:

Il Decreto Minniti sulla sicurezza urbana, considerato da questo Governo cosa di “straordinaria necessità e urgenza”, è un provvedimento di destra, intriso di razzismo e classismo. Tanto valeva introdurre il colore della pelle come fattore discriminante, si sarebbe dissolta ogni ipocrisia.I sindaci, per ripulire i centri storici delle città, avranno il potere di allontanare chiunque venga considerato “indecoroso”, non occorre che sia indagato o che abbia commesso un reato. A queste persone il sindaco potrà applicare un “mini Daspo urbano”. Daspo, perché in Italia tutto è calcio e tifo, anche la politica. Stiamo assistendo alla criminalizzazione dell’uomo anche quando per fame rovista in un cassonetto della spazzatura per prendere ciò che altri hanno buttato via. Domandiamoci ora quale sarà il risultato di questo decreto vergognoso: centri storici magari ripuliti dai clochard e dagli immigrati, ma periferie ghetto.”
Saviano ricorda inoltre come dal Decreto sia stata cancellata invece la misura che prevedeva il codice di identificazione sui caschi degli agenti di polizia e invita a scappare dal PD chiunque abbia ancora rispetto per l’Uomo, non risparmiando però nel contempo critiche al Movimento 5 Stelle, reo di essersi astenuto sul voto alla Camera esprimendo riserve sull’applicabilita finanziaria e non sui contenuti del Decreto Minniti.

Lo scrittore napoletano sembra essersi finalmente accorto che ormai la sinistra istituzionale è diventata reazionaria tanto quanto la destra. A questo punto mi sento però di aggiungere che è proprio sulla questione “legalità”, sempre tanto cara a Saviano, che il governo fa leva. Le leggi vengono fatte e disfatte in base agli interessi della classe dominante. Laddove non si possano o non si vogliano impiegare ammortizzatori sociali per ridurre le disuguaglianze sociali ed economiche prodotte dal capitalismo, non resta che allontanare gli spiacevoli prodotti di tali disuguaglianze dalla vista delle “persone perbene”, dei cittadini più abbienti che fanno shopping in centro così come dei turisti. Nemmeno è consentito ai poveri di recuperare quello che l’opulenta società della sovrapproduzione butta via in quantità industriale. Il recente episodio avvenuto a Follonica, dove due donne romní sono state rinchiuse da alcuni giovani dipendenti del discount Lidl nel gabbiotto dei rifiuti ingombranti mentre tentavano di recuperare merci fallate, ha suscitato sui social network più commenti razzisti che indignazione per il trattamento riservato alle due donne. Osservando questo desolante scenario ci si dovrebbe immediatamente accorgere che quel che manca nei Paesi occidentali (post)industriali non sono i beni materiali, quanto una equa redistribuzione di questi beni, ma ancor di più mancano umanità e solidarietà, empatia e spirito di condivisione. Quel che ci rimane è il mantra dell’ideologia dominante, che afferma che chi è povero se l’è voluta, non si è dato abbastanza da fare (dimenticando di dire che chi è ricco non ha mai lavorato tanto, piuttosto ha sfruttato il lavoro altrui, ereditato o vissuto di rendita), e che affronta le conseguenze della povertà come problemi di ordine pubblico. Che si tratti di immigrati illegali o autoctoni senzatetto e/o mendicanti, la soluzione proposta dal sistema è “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”, con la minaccia della violenza legalizzata per chi trasgredisce. Di fronte a tutto ciò, chi tace acconsente ed è complice. Per tutti gli altri e tutte le altre, vale l’applicazione di quei principi di umanità, solidarietà e condivisione a noi tanto cari, uniti alla disobbedienza nei confronti di quelle leggi, norme e decreti che ci sono nemiche, atte a trasformarci in “spazzatura sociale” o in aguzzini, a seconda dei ruoli. La legge non è un obbligo, l’etica sì.

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Saronno: 3 giorni contro le frontiere.

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: https://collafenice.wordpress.com/2016/11/17/3-giorni-contro-le-frontiere/

Lavoro, consumo, spettacolo, tecnologia: “Black Mirror”.

La doppia schiavitù del lavoro e del consumo in una società distopica altamente tecnologica, un mondo sterile dove i sentimenti sono falsi e servono ad alimentare la dipendenza, dove lo spettacolo ha raggiunto la sua funzione più alienante, dove la tecnologia che molti credevano mezzo per soddisfare agevolmente le esigenze umane si trasforma in droga e al tempo stesso in gabbia, perno dello sfruttamento. Se, come affermava Theodore Adorno, “La libertà non sta nello scegliere tra il bianco e il nero, ma nel sottrarsi a questo tipo di scelta prestabilita”, abbiamo ben presente che nella storia qui narrata non esistono vere vie d’uscita dal labirinto nel quale ci si trova, ma solo scelte obbligate. Lo scenario nella quale ci si muove, per quanto fantascientifico, è ispirato alla realtà nella quale viviamo in questo momento. Gli schermi ci nutrono di emozioni stereotipate studiate a tavolino dai servizievoli esperti di marketing e comunicazione, mentre noi ambiamo a conquistare il biglietto che ci permetterà di metterci in mostra -il che equivale ad esistere, in un mondo dove apparire è tutto- e di ottenere, forse, un passaggio di livello in una gerarchia fatta di piccoli e grandi ingranaggi, dove un pizzico di libertà può essere infine ottenuta solo vendendo la propria etica. In un mondo del genere ciò che è bello, autentico, non può che venir triturato, manipolato, corrotto, distrutto nella sua essenza e riproposto come involucro vuoto al fine di perpetuare il sistema e nutrire i suoi compiacenti schiavi.

Il video che segue è una puntata della miniserie televisiva Black Mirror. Un prodotto del sistema che si vuole criticare, direbbe qualcuno/a. Oppure un’operazione di riempimento di un involucro vuoto creato a scopo di lucro con contenuti che possano far riflettere e prendere coscienza di alcuni aspetti della realtà nella quale viviamo, una volta tanto non semplice intrattenimento, ma uso consapevole di uno strumento alienante per opposti fini?

The beautiful game and the horrible gain.

Mancano ormai pochi giorni all’inizio del campionato europeo di calcio in Francia, un Paese che nelle ultime settimane ha fatto notizia più che altro per la dura battaglia contro la riforma della legge sul lavoro portata avanti da movimenti di lotta, sindacati e svariate categorie sociali e individualità che vedono nella loi travail l’ennesimo attacco ai diritti lavorativi e l’avanzamento del neoliberismo. Basta poco però per trovare un nesso tra quel sistema economico messo in discussione nelle piazze francesi e il prossimo grande evento sportivo, perché quello che un tempo era il gioco della classe lavoratrice, the beautiful game, da tempo ormai è occasione per pochi per far profitti da capogiro senza curarsi delle ricadute sociali negative. Propagandati come occasioni di sviluppo, investimenti e lavoro dai massmedia acritici, i grandi eventi sportivi internazionali in realtà portano con sé sfruttamento della manodopera a basso costo ancora più brutale del solito, corruzione e spreco di denaro pubblico, emarginazione, censura e riduzione della libertà di espressione, militarizzazione e violenza nei confronti di poveri, emarginati, dissidenti e di chiunque si senta penalizzato/a e abbia intenzione di farlo pubblicamente presente… il tutto per la gioia di grandi imprese, investitori e pochi burocrati collocati ai piani alti della piramide capitalista, che si accordano tra loro come meglio gli conviene senza aver bisogno di chiedere il permesso, dal momento in cui a dare permessi sono loro. La memoria di molti è breve e la distrazione grande nel pensare ad un pallone che rotola, quindi sarà meglio ricordare un paio di cose tra tante:

…e Francia, Duemilasedici. Stavolta forse non basterà il richiamo al patriottismo da due soldi o alla grande occasione per l’economia per distrarre chi lotta, come non bastò in Brasile due anni fa. Quella volta il potere si fece largo, nel nome dell’orribile guadagno, a suon di ruspe, bastonate, lacrimogeni e pallottole e l’attenzione mediatica si spostò altrove dopo la fine del mondiale. In Francia è più probabile che si faccia leva sull’aspetto securitario a fronte dei recenti attentati di matrice fondamentalista islamica per spaventare ma soprattutto reprimere con la forza qualsiasi forma di dissenso e lotta durante lo svolgimento del teatrino calcistico. È solo una possibilitá, un timore: il futuro comunque è ancora tutto da scrivere.

Capodanno globale anticarcerario 2016.

 

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Anche quest’anno a Capodanno si ripeteranno un pò in tutto il mondo le manifestazioni di solidarietà rumorosa e colorata ai/lle detenuti/e rinchiusi/e nei diversi istituti di pena, un appuntamento fisso per chi lotta contro tutte le galere e contro il sistema che le produce. Stati Uniti d’America , GermaniaCanada, Spagna, Italia, Gran Bretagna sono solo alcuni dei Paesi coinvolti dalle iniziative. Ma perchè opporsi alle prigioni? Non è giusto punire i criminali e tenerli isolati affinchè non danneggino le persone perbene?

E perchè invece non rimuovere le cause che portano le persone a compiere atti che danneggiano il prossimo? Sbattere in cella qualcuno non significa renderlo/a una persona migliore, ma piuttosto nascondere alla vista lui/lei e le cause del suo “comportamento deviante”: povertà, ignoranza, condizionamento sociale, violenza, emarginazione. Isolare dal tessuto sociale una persona che ha commesso un “reato” è la cosa più dannosa che si possa fare se si intende reinserire o “rieducare” tale persona, usare la tortura del carcere per migliorare qualcuno è assurdo e palesemente contraddittorio. Il carcere esiste come strumento di controllo sociale, come fonte di profitto per chi lo gestisce e per chi ci guadagna (ad esempio sfruttandone la manodopera a bassissimo costo o fornendo servizi e beni alle strutture detentive) e come punizione per chi non si attiene a regole eteronome che valgono finchè non si ha il potere ed il denaro per potersi sottrarre ad esse; esso disgrega il tessuto sociale, disumanizza, è dimostrazione palese del disinteresse da parte del sistema di risolvere i problemi che esso crea, è vendetta istituzionalizzata e mediata dalla fredda burocrazia. In galera non ci sarebbero spacciatori di droga se non esistesse l’attuale legislazione proibizionista in materia di stupefacenti, non ci sarebbero ladri se non esistessero proprietà privata, miseria, profonde diseguaglianze economiche, avidità e logiche di profitto capitaliste, non ci sarebbero responsabili di violenze sessuali se non esistesse la logica del dominio e della violenza sessista, non ci sarebbero “clandestini” se vivessimo in un mondo dove le persone possono spostarsi liberamente e vivere dove preferiscono. E gli assassini? Rinchiuderli non ha mai riportato in vita nessuno, molti di loro hanno agito in modo impulsivo e non ripeteranno quell’azione una seconda volta, per non parlare del fatto che chi uccide per gli “interessi nazionali” non viene considerato un criminale dalle leggi del Paese per il quale agisce, mentre spesso ad essere colpiti/e da provvedimenti restrittivi della libertà sono coloro i/le quali si battono contro devastazione ambientale, razzismo, sfruttamento, militarismo, povertà, emarginazione e altre ingiustizie. Allo stesso modo chi avvelena la terra, manda sul lastrico piccoli risparmiatori, sfrutta e sfratta, spinge le persone ai margini della società, toglie la dignità e criminalizza intere categorie di “indesiderati/e” agisce di solito secondo le leggi: non stupiamoci se nei centri dove vengono gestiti denaro e potere c’è più gente moralmente abietta di quanta non ce ne sia in galera.

Siamo tutti più sicuri/e rinchiudendoci nelle nostre case e chiudendo gli/le altri/e dietro le sbarre, tutti in qualche modo in una qualche prigione? Chiediamoci piuttosto se vogliamo prevenire che una persona ne danneggi un’altra e, in presenza di un danno, trovare un rimedio che eviti ulteriori sofferenze e lacerazioni del tessuto sociale. In questo caso opporsi alla logica del carcere significa voler risolvere e superare i mali delle nostre società combattendone le cause, cercare soluzioni nonviolente per la soluzione dei conflitti tra persone, rifiutare la logica repressiva del sorvegliare e punire attuata dai sistemi repressivi su scala mondiale, ma anche e soprattutto opporsi allo stato di cose che produce le logiche punitive esistenti.

CONTRO IL CARCERE E LA SOCIETÀ CHE LO PRODUCE, NON SOLO IL 31 DICEMBRE, MA TUTTI I GIORNI!

Il clima che cambia.

Sarà anche corretto e forse utile sottolineare le contraddizioni della sedicente democrazia rappresentativa/parlamentare, ma lo stupore è un altro paio di maniche: lo stato di emergenza e la conseguente limitazione delle libertà garantite dalla legge in Francia dopo gli attentati terroristici del 13 Novembre scorso non sono un caso unico né isolato, in Italia chi non ha la memoria troppo corta si ricorderà quante volte le manifestazioni, specialmente negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, siano state vietate per motivi legati alla “sicurezza”. Anche in altri Paesi europei certe misure di limitazione della “libertà” cortesemente concessa dall’alto non sono nuove, né scandalizzano più di tanto un’opinione pubblica anestetizzata e omologata. Non tutti/e però sono anestetizzati e omologati, anzi si sentono ancor più spronati da limitazioni e divieti a manifestare pubblicamente il proprio dissenso. In un momento nel quale gli eserciti degli Stati nei quali viviamo sono in guerra e ciò viene annunciato come se si trattasse della cosa più normale del mondo, mentre i leader mondiali si riuniscono a Parigi per la “nuova ultima chanche” (non sono l’unico a ricordare che si parlava di “ultima chanche” anche al vertice sul clima di Copenhagen nel 2009…) per ridurre il surriscaldamento globale del pianeta, ad alcuni/e, forse troppo pochi/e ma pur sempre presenti ed esistenti, sono chiari un paio di concetti di fondo imprescindibili: guerra e politiche securitarie e repressive sono due facce della stessa medaglia e le guerre non sono altro che uno strumento per ottenere o rafforzare il dominio su territori e popolazioni, per accaparrarsi nuove risorse, controllare nuovi mercati, incrementare gli affari e lo sviluppo-espansione del capitale che non possono fermarsi di fronte a nulla, nemmeno di fronte alla possibile distruzione del pianeta Terra. I veri accordi vengono stabiliti altrove, non durante gli spettacolini ad uso e consumo dell’opinione pubblica credulona. Nessuna conferenza sul clima è mai servita nel passato a raggiungere accordi soddisfacenti almeno per rallentare considerevolmente la catastrofe, perchè la crescita economica e il profitto vengono prima di tutto. Prima degli ecosistemi, degli esseri umani e di tutte le creature viventi, prima dei diritti revocabili stabiliti sulla carta, della pace e, non te ne meravigliare, della sicurezza di ciascuno/a di noi.

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Quando qualcuno esprime un concetto meglio di quanto io possa fare.

Nelle due o tre ore delle le ultime quarantott’ore che ho speso seduto di fronte al computer ho letto numerosi comunicati sugli attentati di Parigi e su ciò che vi ruota intorno. Avevo compilato una lista di comunicati e riflessioni di organizzazioni anarchiche di vari Paesi che pensavo di riproporre su questo spazio virtuale, poi mi sono imbattuto in uno (anzi due) testi pubblicati su un blog che leggo non dico spesso, ma almeno volentieri e ci ho ritrovato un pò quello che mi passa per la testa in questi giorni. Perchè ripetere allora con parole mie gli stessi concetti di fondo, quando qualcuno li ha già espressi peraltro stilisticamente meglio di quanto io possa fare? L’unica rimostranza che avrei da fare sugli articoli, chiamiamoli così, in questione, è che manca il benchè minimo ottimismo sulla capacità di reazione degli esseri umani che potrebbero, dovrebbero opporsi allo stato di cose esistente. Ma sarebbe un ottimismo motivato?

– “Non-elogio della Follia” e “Guerra santissima“, dal blog di Riccardo Venturi.

P.S: C’è un’altra cosa che continua a passarmi per la testa, non da qualche giorno ma da diversi anni, in svariate occasioni. È una citazione tragicamente attualissima attribuita a Benjamin Franklin, che paradossalmente mette in guardia anche da quelli come lui: “Chi rinuncia alla libertà per raggiungere la sicurezza, non merita né la libertá né la sicurezza”.

Contro tutti i nemici della libertà.

Una giornata di merda. Per chi rispetta la vita umana, per chi ama la libertà che da oggi sarà più limitata che mai, per chi odia i confini degli Stati che verranno chiusi impedendo l’accesso di chi fugge dallo stesso terrorismo che oggi ha colpito gli/le abitanti di Parigi. Un giorno di merda, ma non l’unico, non solo in un posto. Tutti parlano di Parigi, pochi di Beirut, troppi dimenticano i morti sotto le bombe francesi in Libia, Mali, Siria. Qualcuno dice che si tratta della strage più grave avvenuta in Francia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, altri però ricordano quei morti del 1961, algerini che manifestavano nella capitale contro il colonialismo e che vennero massacrati dalla polizia, i cadaveri gettati nella Senna, più di 200 i morti. La chiamano democrazia, Stato di diritto, ma è retta da interessi economici di pochi, si mantiene con guerre, sfruttamento, controllo ed oppressione, si fonda sulla disuguaglianza, sulle divisioni, sul dominio. C’è chi a quest’ordine di cose vorrebbe sostituire forme ancor peggiori di dominio, oppressione, discriminazione, punizione per chi non accetta l’ordine imposto. E c’è chi si sfrega le mani e ne approfitta per attizzare l’odio razzista e xenofobo. Siamo sotto attacco, è vero: ci attaccano le guerre condotte in altri Paesi e gli attentati terroristici “a casa nostra”, gli Stati con il loro imperialismo, i loro eserciti, le loro polizie, le loro misure “low and order”, le loro frontiere, i loro interessi che non sono i nostri, ci attaccano gli oscurantisti e i fondamentalisti religiosi, i razzisti e i nemici della solidarietà umana. La nostra lotta, non da oggi, la conduciamo su diversi fronti: chiedetelo ai/lle compagne di Ankara e di Kobane, di Damasco e di Parigi e chiedetelo pure a me. Daesh colpisce, gli islamofobi ringraziano, i governi ne approfittano, mentre a pagarne le conseguenze sono coloro i/le quali cadono vittime del terrorismo, di quello che si esprime coi kalashnikov che sparano su persone a caso per le strade e nei locali di una qualisiasi cittá europea o di quello che fa strage sotto forma di interventi militari “liberatori”, in Irak come in Afghanistan, in Libia come in Siria. Chiedetevi da dove nasce il problema, chiedetevi da dove arrivano Al-Qaeda, ISIS, Al-Nusra, Boko Haram, chiedetevi da dove pescano consensi Front National, English Defence League, Pegida e Lega Nord. Riflettete con luciditá anche nei momenti nei quali la ragione viene sopraffatta dalle emozioni e agite di conseguenza, come quei/lle dimostranti che a Lille, durante una manifestazione per le vittime di Parigi, hanno avuto la lucidità e la fermezza necessarie per respingere un gruppo di razzisti che si volevano unire al corteo. Una piccola buona notizia in una giornata di merda come tante, non l’unica, non l’ultima.

Gabbie.

Apprezzo il tentativo di Balasso di far riflettere con parole immediate e argomenti razionali sul tema del razzismo e dell’immigrazione, dal momento in cui il disprezzo nei confronti degli “stranieri”, lungi dall’essere un problema nuovo o passeggero, raggiunge in situazioni di crisi economica i suoi punti più alti- o forse sarebbe meglio dire più bassi, se si parla di bassezza dell’essere umano. Le guerre tra poveri, innescate a seguito degli effetti di un sistema economico e sociale che promuove disuguaglianza economica, sfruttamento, esclusione e marginalizzazione, servono proprio a chi questo sistema economico e queste strutture sociali le difende e le vuol perpetuare inalterate nella sostanza. Risposte semplici e irrazionali, che non prevedono approfondimento e analisi di problemi complessi, atte ad alimentare il conflitto tra individui ingabbiati in categorie spesso artefatte, impegnati a scannarsi tra loro senza rendersi conto delle origini del loro reale disagio: la metafora dei topi chiusi in gabbia non poteva essere più azzeccata. Eppure, proprio per evitare un’eccessiva semplificazione e per avvicinarsi alla radice dei problemi, anche il concetto di legalità e delinquenza sul quale in parte fa leva il discorso di Balasso andrebbe messo in discussione. Non importa ciò che è legale, le leggi possono cambiare, sono create non solo in base a fittizi valori condivisi all’interno di una società, ma soprattutto in base agli interessi di chi domina. Oggi in Italia ad esempio esiste il reato di clandestinità, ma non è reato sfruttare o gettare nella miseria un/a lavoratore/trice licenziandolo/a solo perchè le leggi non scritte del capitalismo lo richiedono, non è reato sfrattare chi non ha i mezzi per pagarsi un alloggio, non è reato reprimere con la violenza chi si trova forzato/a da circostanze avverse a violare le leggi sulla difesa del patrimonio e della proprietà privata, leggi fatte per tutelare chi più ha e deruba i più. Non è nemmeno reato colpire qualunque forma di dissenso e opposizione concreta al sistema dominante quando questa fuoriesce dai binari della legalità, una legalità tanto univoca quanto ingiusta e ipocrita, invocata da personaggi che spesso e volentieri nemmeno la rispettano. E così chi conduce campagne repressive a suo dire contro “insicurezza e degrado” e aizza i poveri del posto contro altri poveri venuti “da fuori” etichettando qualsiasi critica come “buonista”, è il primo a promuovere il vero degrado e ad assicurare solo il proprio benessere e quello degli appartenenti alla propria classe sociale, con o senza l’aiuto della legge, all’interno o al di fuori di essa, alla faccia di chi abbocca e vota e difende le sbarre della propria gabbia: il recente scandalo annunciato sulla corruzione e il malaffare a Roma ne è solo l’enesimo esempio. Tanto, finchè le galere e i centri d’accoglienza ed espulsione saranno pieni, finchè i quartieri popolari saranno disagiati ed esisteranno persone senza un tetto sulla testa, finchè i disoccupati saranno pronti ad accettare qualsiasi lavoro in cambio di due soldi bucati, finchè la gente invocherà la stessa polizia dalla quale nemmeno loro dovrebbero sentirsi al riparo, finchè insomma ci sarà carburante per la macchina del dominio e dello sfruttamento, chi ha stabilito le regole del gioco continuerà a vincere, mentre i topi litigano in gabbia.

Amburgo: “stato d’eccezione”. Come lo Stato gestisce i conflitti sociali.

Durante una manifestazione svoltasi il 21 Dicembre scorso ad Amburgo, in Germania, contro la minaccia di sgombero dello storico centro sociale Rote Flora occupato dal 1989, la polizia ha fatto largo uso dei metodi che è consueta adoperare quando i padroni lasciano sciolto il guinzaglio e danno l’ordine di attaccare. Come se la violenza rappresentata dalle botte e dagli arresti non bastasse, in alcuni quartieri di Amburgo è stato dichiarato lo stato d’eccezione: Ausnahmezustand. Il che significa non solo l’imposizione del coprifuoco nei quartieri colpiti dal provvedimento, ma anche blocchi stradali, agenti in tenuta antisommossa che pattugliano le strade, controlli e fermi arbitrari operati a discrezione degli agenti. Roba degna di un regime dittatoriale insomma, una situazione che mette in luce per l’ennesima volta non solo i metodi di uno Stato intrinsecamente autoritario che ama decorarsi con l’aggettivo “democratico”, ma anche e soprattutto il modo di relazionarsi che le istituzioni hanno spesso nei confronti dei conflitti sociali. Il centro sociale Rote Flora è da tempo al centro di una campagna intimidatoria orchestrata dall’amministrazione cittadina e dagli investitori che da decenni contribuiscono alla gendrificazione di Amburgo, supportati da diversi media nel costruire campagne diffamatorie a base della collaudata formula “degrado e insicurezza” contro quella che è oramai da anni una realtà sociale animata e frequentata da chi si oppone al pensiero unico dominante. La paura delle istituzioni non viene tanto da possibili reazioni allo sgombero dello storico centro sociale, quanto dall’emergere di conflitti maturati all’interno del sistema stesso che, nell’incapacità di risolverli, li gestisce in modo emergenziale, come nel caso dei rifugiati di Lampedusa. Il tutto in una cornice di finta pace sociale in una città con un’amministrazione “di sinistra”, quella stessa sinistra istituzionale sempre pronta a far da sponda al capitalismo ed al suo seguito di nefandezze usando metodi che non hanno nulla da invidiare a quelli solitamente attribuiti alla “destra”, ma che farebbe meglio a tenere presente che anche le peggiori misure autoritarie troveranno sempre l’opposizione di chi non si piega all’omologazione e alla logica dominante. Già nei giorni scorsi gruppi di centinaia di cittadini e solidali hanno sfidato i divieti di assembramento e circolazione organizzando passeggiate nei quartieri amburghesi (San Pauli, Sternschanz, Altona) sottoposti alle misure restrittive, mentre altre manifestazioni di solidarietà si sono svolte in altri centri tedeschi, ad esempio a Francoforte.