1 Maggio: appello per una mobilitazione internazionale.

Il 1 Maggio è una giornata internazionale di lotte e rivendicazioni lavorative, durante la quale si svolgono in numerosissime città del mondo cortei e altre iniziative di militanza politica e sindacale. Il sindacato di base tedesco di ispirazione anarchica FAU lancia per il 1 Maggio 2017 la proposta di una giornata di azione e lotta sul tema lavoro e migrazione, ovunque vi siano le condizioni e la volontà per realizzarla. Sul sito della FAU è possibile consultare l’appello alla mobilitazione, tradotto in diverse lingue. La versione qui sotto è una mia traduzione, elaborata ancor prima che comparisse quella fornita sul sito della FAU – ciascuno/a usi la traduzione che preferisce… Ovviamente potete stampare, copiaincollare, diffondere l’appello come preferite, anzi vi invito a farlo e ad aderire ad un 1 Maggio di lotta e solidarietà senza confini!

“Le lotte lavorative non conoscono confini!

Se i segni del tempo non ci ingannano, ci troviamo di fronte ad una fase del populismo che non abbiamo ancora conosciuto nei decenni passati. Le persone vengono aizzate le une contro le altre e lo sfruttamento di lavoratori/trici ed esclusi/e viene portato avanti sotto il segno del nazionalismo e del razzismo. Contro il progetto di un mondo pieno di nuovi muri, ai confini e nelle menti, abbiamo bisogno di un progetto che sia in grado di abbattere tutti i muri, creando al loro posto legami fra noi lavoratori e lavoratrici, solidarietà e aiuto reciproco. Non abbiamo più tempo di coltivare ciò che ci divide – vogliamo invece cercare ciò che ci unisce nella lotta per condizioni di vita migliori e, in senso anarcosindacalista, combattere per un mondo senza dominio né sfruttamento.

La FAU chiama tutte le singole persone, i collettivi, i sindacati di base e le altre iniziative sociali a partecipare alla giornata internazionale di azione sul tema “Lavoro e migrazione”. Il 1 Maggio vogliamo esprimere solidarietà di classe con i/le migranti, mobilitare al di là delle frontiere contro xenofobia, razzismo e nazionalismo dominanti, che sono le armi degli Stati e del capitalismo. Una lotta coerente contro il razzismo significa per noi anche una lotta contro il sistema capitalista, che si basa su disuguaglianze estreme e che per mantenersi in piedi deve ricorrere alle divisioni sociali.

Nella nostra società i lavoratori e le lavoratrici particolarmente colpiti/e dallo sfruttamento e dalla privazione dei diritti sono i/le migranti, che soffrono a causa di politiche migratorie razziste, rapporti di lavoro illegali, proibizione o costrizione al lavoro. Principalmente operanti nell’edilizia, nella gastronomia e nel settore delle pulizie, con uno scarso livello organizzativo o senza alcun tipo di organizzazione sindacale, hanno ben poche possibilità di lottare contro la crescente precarizzazione dei rapporti lavorativi. I sindacati più affermati, dediti alla concertazione, mostrano dal canto loro solo un limitato interesse nell’organizzare i migranti illegalizzati o nel sostenerli nelle lotte contro ostacoli giuridici ed espulsioni. Piuttosto l’attenzione di questi sindacati si concentra su clientele abituali ben consolidate (con contratti di lavoro a tempo indeterminato) e sulla logica delle divisioni sociali a vantaggio degli interessi economici nazionali.

A questa situazione penosa è necessario opporre solidarietà ed autoorganizzazione – come nel caso dei nostri colleghi rumeni, impiegati nel cantiere del centro commerciale “Mall of Berlin” e costretti a vivere e lavorare in condizioni scandalose, sfruttati, imbrogliati sul salario e minacciati: la loro organizzazione nella FAU e la comune lotta in questa vertenza lavorativa hanno fatto diventare il centro commerciale berlinese, ribattezzato “Mall of Shame” (“centro commerciale della vergogna”), un simbolo di sfruttamento dei/lle migranti in Germania. In questo modo abbiamo potuto rispondere al clima di persecuzione in particolare contro lavoratori/trici migranti dal Sud-Est europeo con un esempio di resistenza efficace. Anche nell’attuale tentativo di obbligare i profughi al lavoro sottopagato noi vediamo il procedere di pari passo di emarginazione e abbassamento degli standard nei diritti lavorativi, che riguardano conseguentemente tutti i lavoratori e le lavoratrici. In quanto classe lavoratrice dovremmo mostrarci solidali e opporre resistenza, lottando non solo per la libertà di movimento di ogni persona, ma anche contro lo sfruttamento legittimato dal razzismo. Le lotte lavorative non conoscono confini!

In linea con la tradizione del 1 Maggio, invitiamo alla solidarietà con i lavoratori e le lavoratrici migranti, per protestare insieme contro le condizioni lavorative precarie, lo sfruttamento capitalista, il regime razzista delle frontiere. Non importa quali forme assumono queste proteste – scioperi, manifestazioni, comizi, azioni informative, performance; non importa se locali o interregionali; non importa se verranno organizzate da lavoratori/trici, disoccupati/e, studenti/esse, pensionati/e, migranti o profughi/e, l’importante è che ci sia per tutti e tutte la possibilità di organizzarsi contro lo sfruttamento. Solo con la solidarietà internazionale e con una pratica sindacalista che superi le frontiere possiamo difenderci dal capitalismo. Unitevi a noi, per mettere in pratica una giornata comune di azione per il 1 Maggio sotto lo slogan “Le lotte lavorative non conoscono confini!”. Insieme costruiremo ponti laddove altri vogliono erigere muri.

Il Comitato Internazionale della FAU (Freie ArbeiterInnen Union – Unione dei/lle Liberi/e Lavoratori e Lavoratrici).

P.S. Contattateci se avete domande. Siamo aperti a suggerimenti, idee, osservazioni o alternative. Saremo felici per qualsiasi adesione alla giornata di mobilitazione.”

Cuba: non solo Castro. La storia poco nota del movimento libertario cubano.

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Ieri, apprendendo della morte del líder maximo cubano Fidel Castro, mi è tornato in mente un libro che ho letto quattro o cinque anni fa in tedesco: “Anarchismus auf Cuba”, di Frank Fernández. L’opera mi colpì soprattutto perchè raccontava una storia avventurosa e vivace, entusiasmante nonostante le ripetute sconfitte dei compagni e delle compagne che a Cuba lottarono nel corso dei decenni per la libertà, una storia poco nota anche a chi, come me, pretende di avere una discreta conoscenza del movimento anarchico internazionale dalla sua nascita ad oggi. Originariamente pubblicato in inglese sotto il titolo “Cuban anarchism – the history of a movement”, il volume è stato tradotto in numerose lingue, tra cui anche l’italiano col titolo “Cuba libertaria”. In un articolo di “A-Rivista Anarchica Online” (anno 33 n. 295 dicembre 2003 – gennaio 2004) firmato Lily Litvak, del quale di seguito riporto un’ampio stralcio, viene riassunto il contenuto del libro:

Lotta incessante per la libertà

Oltre all’erudizione che traspare ad ogni pagina, di questo libro attrae lo stile di prosa chiaro, intelligente, controllato, che fa sì che il lettore si senta trascinato dentro gli eventi, quasi ne fosse un testimone oculare. L’opera di Fernández riguarda persone e fatti che lo appassionano e interessano e che, attraverso la sua ricerca, trovano nuove prospettive, nuovi significati e nuova vita. L’autore spiega che si è messo a indagare sull’influenza che hanno avuto le idee libertarie sul popolo cubano per senso del dovere e anche per necessità storica, proprio perché in questo paese gli anarchici hanno combattuto incessantemente per la difesa della libertà e della giustizia. Il primo capitolo copre il periodo coloniale che va dal 1865 al 1898. Vi si analizzano con particolare attenzione le correnti del pensiero anarchico filtrate durante la formazione e lo sviluppo della nazione cubana. Innanzi tutto si nota l’influenza di Pierre-Joseph Proudhon, che ebbe seguaci e discepoli tra artigiani e operai progressisti, soprattutto nel settore del tabacco, la prima industria a Cuba ad avere una coscienza di classe, cui seguì la costituzione della prima società mutua di origine proudhoniana, nel 1857. Si esamina poi l’arco di tempo che va dal primo sciopero del 1856, alla fondazione del settimanale «La Aurora», ad opera dell’asturiano Saturnino Martínez, alla creazione di gruppi di lettura nelle officine dell’industria del tabacco che tanto influirono sulla diffusione delle idee anarchiche.
Fu agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso (il XIX. Ndr) che fecero il loro ingresso a Cuba i concetti sociali provenienti dalla Federación Regional Española, illustrati durante il Congresso di Barcellona del 1881, quando l’adesione alle idee di Michail Bakunin soppiantò l’influenza di Proudhon. Risale anche a quegli anni l’istituzione della Junta Central de Artesanos e del Círculo de Trabajadores de la Habana, mentre cominciava a farsi notare Enrique Roig San Martín, per le idee che diffondeva dalle pagine de «El Productor».
L’autore passa minuziosamente in rassegna i diversi eventi che avevano scandito il consolidamento delle idee libertarie nell’Isola: gli scioperi nel settore del tabacco che avevano paralizzato l’industria, la costituzione della Federación Local de Tabaqueros, che sarebbe divenuta la fonte ideologica dell’anarchismo a Cuba, la prima celebrazione del Primo maggio nel 1890, e infine le continue repressioni da parte del governo.
Viene analizzata scrupolosamente l’importante discussione sorta dalla divergenza di opinioni tra gli anarchici sostenitori dell’indipendenza e quelli che invece cercavano un’altra teoria sociale. Ma Fernández rivela anche come i gruppi rivoluzionari che operavano soprattutto da varie città della Florida costituissero dei nuclei di patrioti libertari separatisti. Nel 1895 scoppiò a Cuba la guerra invocata da José Martí e tra i combattenti vi furono alcuni noti anarchici, soprattutto quelli già emigrati negli Stati Uniti.
Un ambito importante del volume è dedicato all’analisi della relazione tra gli eventi cubani e il movimento in Spagna. L’autore spiega che la crudeltà della guerra favorì il separatismo cubano, grazie anche a libertari come Fernán Salvochea e Pedro Vallina e alle attività di Ramón Betances a Parigi, che aiutarono a fomentare scioperi e proteste. Qui vengono rivisitate alcune delle idee e dei dati esposti da Fernández nella sua opera rivelatrice La sangre de Santa Águeda. Angiolillo, Betances y Cánovas (Miami, Ediciones Universal, 1994). E si può quindi capire fino a che punto l’esecuzione di Antonio Cánovas del Castillo sia stata l’inizio e la causa fondamentale di quello che poi venne chiamato “el desastre” del ’98.

Enrique Roig San Martin

Le ambizioni di Washington

Nel secondo capitolo si studiano le conseguenze di questa guerra e le ripercussioni che ebbero le ambizioni politico-economiche di Washington sull’isola. Cuba era fondamentale negli obiettivi statunitensi per la sua posizione geografica, strategica non solo per le comunicazioni nord-sud del continente, ma anche per essere un punto chiave del già progettato canale che avrebbe collegato i due oceani a Panama. Il risultato fu l’occupazione nordamericana di Cuba, iniziata il primo gennaio del 1899. Il libro racconta cosa accadde nell’ambiente libertario di quegli anni, ricorda alcuni scioperi importanti come quello di Sagua la Grande, la formazione della nuova organizzazione operaia, Liga General de Trabajadores, e la visita di Malatesta sull’isola. Si sofferma anche sulla seconda occupazione americana e sull’eco della rivoluzione sovietica; la costituzione della Federación Obrera de la Habana, e l’arrivo alla presidenza di Gerardo Machado, che sferrò una persecuzione contro gli anarchici.
Il capitolo successivo è dedicato agli eventi che vanno dal 1934 al 1958. È l’inizio di un nuovo governo di taglio izquierdista con accenti nazionalisti, la cui figura di spicco è Fulgencio Batista. Una legge promulgata dal suo governo colpì duramente l’anarchismo a Cuba, poiché impediva di assumere oltre il cinquanta per cento di lavoratori stranieri. Numerosi militanti dovettero abbandonare il paese e trasferirsi in Spagna, dove avrebbero trovato la guerra civile. A partire da questo momento le vicissitudini del movimento anarchico sarebbero state alla mercé dell’allora colonnello Batista, che divenne l’uomo forte di Cuba, colui che instaurò la dittatura ed esercitò un ferreo controllo sulle attività lavorative. Tuttavia alcuni gruppi, come l’associazione Juventud Libertaria de Cuba, riuscirono a trovare un loro spazio.
Veniamo a sapere da queste pagine che, allo scoppio della guerra civile spagnola, gli anarchici cubani avevano aderito alla difesa della Repubblica e avevano fondato a L’Avana una sezione della Solidaridad Internacional Antifascista, che si adoperò per inviare fondi e armi ai compagni della CNT-FAI. Apprendiamo anche che alla fine della guerra, con l’aiuto di militanti libertari, arrivarono a Cuba molti anarchici spagnoli provenienti dalla Francia e dalla Spagna con passaporti cubani.
Gli ultimi capitoli rivelano infine fatti quasi completamente sconosciuti fino ad oggi. Fernández descrive nel dettaglio in che modo gli anarchici parteciparono attivamente alla lotta contro Batista: alcuni dalle guerriglie orientali o da quelle dell’Escambray, altri nella lotta urbana. Già nell’opuscolo Proyecciones Libertarias, del 1956, in cui veniva attaccato Batista, si sottolineava la scarsa fiducia ispirata da Fidel Castro. Nonostante all’inizio si fosse osservato un atteggiamento cauto nei confronti del governo rivoluzionario, ben presto in varie pubblicazioni anarchiche si cominciò a condannare i metodi dittatoriali del regime. Come risposta, il governo rivoluzionario espulse gli anarcosindacalisti dai diversi settori operai. Fin dall’estate del 1960, convinti che Castro propendesse per un governo totalitario di tipo marxista-leninista, gli anarchici diffusero una dichiarazione attraverso l’organo del gruppo sindacalista libertario, in cui ribadivano l’opposizione degli anarchici allo Stato, dichiarandosi invece a favore del lavoro collettivo e cooperativo, ben diverso dal centralismo agrario imposto dal governo, e affermando la propria posizione antinazionalista, antimilitarista e antimperialista. Condannarono altresì il centralismo burocratico e “le tendenze autoritarie che ribollivano nel seno stesso della rivoluzione”.

 

In clandestinità

Questo fu uno dei primi attacchi mossi al regime da un punto di vista ideologico. Da quel momento gli anarchici dovettero rifugiarsi nella clandestinità, accusati di attività controrivoluzionarie. Fernández rende conto delle attività di opposizione di quel periodo, della pubblicazione del bollettino clandestino «Movimento de Acción Sindical» e della partecipazione anarchica a sostegno di centri di guerriglia disseminati nel paese. Dalla metà degli anni Sessanta, i compagni impegnati o meno nell’opposizione violenta dovettero intraprendere la via dell’esilio, mentre fin dal 1961 era iniziato l’esodo in direzione degli Stati Uniti. L’instancabile attività intellettuale dei vari gruppi di esiliati, il loro spirito di intraprendenza e la chiarezza ideologica con cui continuarono a sviluppare le loro attività testimoniano della capacità di sopravvivenza dell’anarchismo. Tra i pochi militanti che rimasero a Cuba, molti furono reclusi nella sinistra prigione di La Cabaña, altri ebbero la possibilità di uscire e continuare il loro lavoro ideologico e culturale tramite la pubblicazione e il contatto con i diversi gruppi di compagni in esilio.
Un importante epilogo ci viene dalle meditazioni dell’autore sulla situazione cubana attuale e sulla praticabilità delle idee anarchiche. Fernández così riassume questa eroica lotta: “Gli anarchici cubani hanno saputo mantenere uno spirito disinteressato di lotta per Cuba e il suo popolo, sono stati i detentori di una lunga tradizione di libertà e giustizia, uniti da una decisione indistruttibile, confidando che il secolo futuro sarà l’aurora di un mondo migliore, più solidale e più libero”.
Questa opera riempie un vuoto nella letteratura storica cubana. È necessario avere coscienza di quella lotta, soprattutto in un momento in cui il popolo cubano deve affrontare il futuro e cercare di raggiungere, finalmente, la realizzazione dei suoi ideali di liberazione nazionale e sociale.”

Nella sua narrazione Fernandez non arriva fino ai giorni nostri. Dopo il crollo del blocco sovietico, Cuba si è progressivamente aperta al turismo, ai capitali e ai mercati internazionali. Il socialismo, mai veramente realizzato, è rimasto presente fino alla fine solo nella retorica dei logorroici discorsi dell’appena defunto Fidel, mentre suo fratello Raul guida oggi il Paese verso ulteriori aperture all’estero, come quella agli USA. Il movimento libertario cubano, seppure con molte cautele per poter sfuggire alla censura ed alla repressione di Stato, si è lentamente riorganizzato nel corso degli ultimi anni sull’isola caribica. La mia speranza è che ulteriori, plausibili aperture ai diritti individuali ed alle libertà politiche, di parola, di stampa ed organizzative nei mesi e negli anni a venire potrebbero permettere in un futuro prossimo una vera e propria rinascita delle idee libertarie a Cuba. I nostalgici dei falliti comunismi autoritari piangono oggi la morte del loro eroe da mausoleo, gli anarchici e le anarchiche di tutto il mondo hanno di fronte a sé una storia ancora tutta da scrivere.

“Projekt A”, ovvero l’anarchia che esiste.

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“Projekt A” è un documentario realizzato  nel 2015 dai registi indipendenti tedeschi Moritz Springer e Marcel Seehuber. Il documentario, vincitore del premio del pubblico alla Filmfest München, racconta attraverso un viaggio in giro per l’Europa diverse esperienze anarchiche al di là dei cliché su caos e violenza erroneamente legati al concetto di anarchia. Dall’incontro anarchico internazionale svoltosi nel 2012 a Saint-Imier in Svizzera al movimento anti-nucleare tedesco, passando per il sindacato anarchico spagnolo CNT, il progetto Parko Narvarinou ad Atene e il collettivo Kartoffelkombinat di Monaco di Baviera, il film mostra e spiega esempi pratici di anarchia vissuta, forme di autogestione e creazione di progetti solidali, ecologici e collettivi nonostante e contro il dirigismo statale, le logiche di profitto e sfruttamento e le insanabili contraddizioni che affliggono la società nella quale viviamo. La morale può esser riassunta con uno dei miei slogan preferiti: “L’anarchia è ordine senza dominio“. Projekt A viene attualmente proiettato nelle sale cinematografiche di innumerevoli città tedesche e austriache (qui la lista completa).

Germania: la fregatura del salario minimo garantito.

ImageDal 1 Gennaio di quest’anno in Germania è entrata in vigore la legge sul salario minimo che prevede una retribuzione oraria non inferiore agli 8,50 € lordi all’ora. L’approvazione della legge, nata dal compromesso tra socialdemocratici e cristiano-democratici, è stata festeggiata dai primi come conquista sorica e accettata dai secondi come compromesso necessario per governare in una coalizione allargata. Le voci critiche nei confronti della nuova legge provengono da una parte da diversi sindacati e dal partito di sinistra Die Linke (che lamentano limitazioni al ribasso sul salario stabilito ed esclusione  di alcuni settori lavorativi), dall’altra da economisti neoliberisti, banche e imprenditori (che parlano di possibili perdite di posti di lavoro e freno alla competitività tedesca sui mercati internazionali a causa dell’aumento dei costi del lavoro). Una posizione ancor più critica è quella, manco a dirlo, espressa dagli/lle anarcosindacalisti/e, che evidenziano come provvedimenti di tale natura nascano in primo luogo dall’esigenza da parte di Stato e capitale di evitare malumori e proteste nelle fila dei/lle lavoratori/trici affinchè venga mantenuta la pace sociale. Senza dover spaccare il capello in quattro, si può far notare subito come questa legge, prima di essere approvata, sia rimasta imbalsamata per decenni nell’agenda politica di diversi riformisti di sinistra, finendo poi per garantire nell’anno di grazia duemilaquindici un salario lordo minimo orario di soli 8,50 € nello Stato con una delle economie più forti all’interno dell’UE, mentre in altri Paesi europei sono già previsti per legge salari minimi più alti: in Irlanda 8,65 €, nei Paesi Bassi 9,07 €, in Belgio 9,10 €, in Francia 9,53 € ed in Lussemburgo 11,10 €. Esistono poi una serie di categorie lavorative il cui contratto collettivo prevede salari più bassi rispetto a quello di 8,50 €, ad esempio parrucchieri 8 € (Ovest) e 7,50 € (Est), industria delle carni 8 €, settore agrario e forestale 7,40 € (Ovest) e 7,20 (Est). Anche dipendenti dell’industria tessile e dell’abbigliamento, distributori di giornali, impiegati/e nelle lavanderie, impiegati da agenzie iterinali, minorenni non qualificati, liberi collaboratori (free lance), apprendisti e praticanti non hanno diritto al salario minimo, così come non lo hanno i disoccupati a lungo termine per i primi sei mesi di reimpiego, i cosiddetti “1 Euro jobber/innen” e i detenuti. Tirando le somme, se è vero che quasi 4 milioni di lavoratori in Germania vedranno aumentato il proprio stipendio in seguito ala legge appena entrata in vigore (già questo è un indicatore di quanto bassi fossero i salari per molti fino a ieri), molti/e altri/e lavoratori/trici non beneficeranno subito degli aumenti o probabilmente non ne beneficeranno mai, oppure in altri casi otterranno aumenti previsti negli anni a venire che non saranno pari a quelli dei/lle loro colleghi/e più “fortunati/e”, rimanendo quindi dipendenti di serie B. Viene fatto notare inoltre che la tariffa di 8,50 € lordi all’ora non garantirà pensioni al di sopra della soglia di povertà, inoltre già in passato spesso il rapporto tra tassazione sugli stipendi  e reale potere d’acquisto ha in pratica reso insufficienti gli aumenti salariali.

Eppure, pur non essendo il salario minimo garantito, come ho appena fatto notare, una grande conquista per la classe lavoratrice, molti datori di lavoro faranno il possibile per non pagarlo. Alcuni trucchi che potrebbero impiegare sono la mancata retribuzione di ore di straordinario, riduzione formale delle ore di lavoro, assunzione di collaboratori free lance e modifica in tal senso dei contratti esistenti, impiego di lavoratori “affittati” da agenzie di lavoro interinale, mancato pagamento di pause sul lavoro /disponibilità di servizio/ reperibilità, impiego per periodi inferiori ai 6 mesi di disoccupati a lungo termine, calcolo in busta paga di indennità e mance… Alcune di queste pratiche sono illegali, tutte rappresentano comunque mezzucci per risparmiare sui costi del lavoro e intascare maggiori profitti a spese dei più deboli. Spetta ai/lle dipendenti, nel caso i loro diritti non venissero rispettati, organizzarsi e lottare sempre e senza esitazioni per pretendere che almeno le conquiste minime finora ottenute non rimangano lettera morta.

Sulla condizione della classe lavoratrice in Romania.

 

Fonte: Anarkismo.

"Perdonateci, per favore: non riusciamo a produrre tanto quanto rubate!”
“Perdonateci, per favore: non riusciamo a produrre tanto quanto rubate!”


” La classe lavoratrice rumena: come anatre inermi sotto il fuoco del capitalismo


Ci sono oggi circa 5 milioni di lavoratori in Romania. Altri 3 milioni (un quarto della forza-lavoro locale) lavorano in altri paesi dell’Unione Europea, per lo più in Spagna ed Italia. Il tasso ufficiale dei disoccupati è stimato al 6,7%, ma non è un dato affidabile. Questo dato riguarda solo le persone che sono registrate come disoccupati e non considera il totale di persone che potrebbe lavorare ma viene escluso. Per cui il numero reale dei disoccupati in realtà non è noto (o non viene reso noto dal governo), ma in base a logiche deduzioni, ci sarebbe da contare un ulteriore milione di persone.

Un quarto dei disoccupati ufficiali sono giovani laureati. Il 53% dei disoccupati registrati hanno esaurito il periodo nel quale hanno titolo a ricevere il sussidio (il 75% del loro salario) ed attualmente non hanno alcun reddito. I lavoratori, per dirla in modo gentile, sono in una situazione terribile. Più dei 2/3 dei 5 milioni di lavoratori sono occupati nel settore privato. Non sono sindacalizzati: ci vorrà una grande solidarietà tra i lavoratori unitamente a dure lotte contro la classe dominante (la classe dei padroni, protetta dallo Stato), per spezzare la loro opposizione e consentire che ci siano i sindacati nel settore privato.

Gli unici sindacati esistenti in Romania sono quelli  “gialli” – una sinistra farsa – all’interno di alcuni settori dello Stato (nella polizia, in parte dell’istruzione e della sanità) o all’interno delle aziende di Stato e di quelle aziende ex-statali che sono state privatizzate. Questi sindacati non fanno altro che tradire sistematicamente i loro iscritti. Le uniche lotte efficaci che questi sindacati hanno condotto sono state quelle per ottenere gli avanzamenti di carriera a livello dirigenziale nell’apparato statale per i loro funzionari. Ecco alcuni casi esemplari: un primo ministro della fine degli anni ‘90 era un sindacalista (nel 1999 giunse a licenziare 100.000 minatori in una notte su indicazione del FMI, portando intere regioni alla rovina e ad una indicibile situazione di povertà), poi ex-ministri, diversi membri di partito e legislatori che erano stati dirigenti sindacali, alcuni dei rumeni che compaiono nella classifica Forbes delle 500 persone più ricche sono ex-dirigenti sindacali.

In mancanza di organizzazioni sindacali, il livello di vulnerabilità della classe lavoratrice rumena è il più alto in Europa, e questo comporta tragiche conseguenze sull’intera società, come è clamorosamente emerso nel corso degli ultimi 3 anni di feroce attacco capitalista contro i lavoratori. Nel 2009, lo Stato rumeno fu il primo nell’Unione Europea ad imporre al popolo le ricette dell'”austerity”, appoggiato dal FMI, dalla Commissione Europea e dalla Banca Mondiale. Nel volgere di una notte, il governo raddoppiò intenzionalmente il numero dei disoccupati costringendo alla bancarotta centinaia di migliaia di piccole imprese. Si trattava di piccole imprese, spesso a conduzione familiare, con pochi dipendenti. Di fatto il governo le mise deliberatamente in ginocchio, imponendo loro una tassa che sapeva che non avrebbero potuto pagare. “Le imprese che non possono pagare la tassa di €500 devono chiudere”, disse l’allora ministro delle finanze, Gheorghe Pogea.

Questo ha portato al raddoppio dei disoccupati del settore privato. Fu il primo passo di una chiara guerra capitalista guidata dallo Stato contro i lavoratori. Il secondo atto contro i lavoratori compiuto dallo Stato – il quale pubblicamente ha ammesso di essere dalla parte delle imprese – fu quello di cambiare la legislazione sul lavoro, togliendo ai lavoratori persino quella fragile ed apparente protezione contro il chiaro e totale sfruttamento padronale. Sono stati resi possibili i licenziamenti a volontà, la demolizione dei contratti di lavoro a tempo indeterminato,  il ripristino dell’apprendistato, con cui si rendono i giovani lavoratori vittime vere  e proprie degli abusi legali da parte dei datori di lavoro. Gli annunci di lavoro ora chiedono apertamente disponibilità al lavoro “volontario” per fare “esperienza” – il che significa schiavitù, lavoro non pagato ed è un fenomeno drammaticamente diffuso. E come se non bastasse, i guru delle imprese vogliono altri cambiamenti nella legislazione del lavoro per rendere i lavoratori ancora più vulnerabili. Le aziende sono libere di militarizzare il lavoro a volontà, rivolgendosi alla polizia e spiando legalmente i dipendenti.

Lo sfruttamento e le misere condizioni di lavoro portano ad un alto numero di incidenti sul lavoro – 4.000 nel 2012, di cui 215 mortali. Anche in questo caso, il numero reale è probabilmente più alto, dal momento che molti di questi incidenti non vengono nemmeno registrati come “incidenti sul lavoro” (poiché il datore di lavoro verrebbe costretto a pagare i danni ai lavoratori o alle loro famiglie). Di nuovo, questo succede perché la classe lavoratrice non è sindacalizzata, succede a causa della spaventosa corruzione e della fraterna combutta tra Stato e classe padronale. (Alcuni media sono riusciti a far emergere come funziona questa fraterna combutta: nel 2010, è venuto fuori che alcuni alti funzionari dell’Ispettorato del Lavoro hanno preso mazzette dalle imprese a nome del partito al governo per coprire degli abusi contro i dipendenti). Il fatto è che il piano di austerità imposto dallo Stato è stato un attacco brutale contro i lavoratori, dal momento che ha artificialmente creato un tasso di disoccupazione che viene usato per spaventare i lavoratori ed indurli a lavorare di più ed ha reso più facili i licenziamenti per garantire più alti profitti, cosa che consente alle imprese di assumere poi altri dipendenti a salari pesino più bassi. Questo artificiale tasso di disoccupazione, creato dallo Stato a beneficio della classe padronale, diventa un potente strumento disciplinare che impedisce ai lavoratori di sindacalizzarsi e mette nella mani dei datori di lavoro i mezzi per tenere i salari al più basso livello possibile.

Lo scopo della “austerity” nel creare un alto tasso di disoccupazione era anche quello di paralizzare ogni possibile resilienza popolare nel momento in cui ci sarebbero stati ulteriori tagli agli stipendi nel settore pubblico ed in quello privato, sui redditi degli insegnanti, dei dottori, degli studenti, dei pensionati, contemporaneamente ad un brutale aumento dell’IVA di 5 punti fino al tetto del 24% su tutti i beni ed i servizi.  Tutti provvedimenti giustificati “in nome della crisi”, tramite una montagna di bugie ed una furiosa propaganda ideologica da parte dei media controllati dal padronato, sebbene ad un certo punto nel marzo 2009, il presidente rumeno, che aveva guidato l’attacco al mondo del lavoro, giunse ad ammettere che il paese aveva bisogno di un grosso prestito (€20 miliardi, cioè un 1/5 del PIL, quasi 4 volte di più di quanto realmente necessario, come riconosciuto da alcuni banchieri) allo scopo  “di dare alle banche ed alle imprese una chance”. Tutte queste misure contro il mondo del lavoro e contro i salari hanno in ultima analisi portato alle stelle il costo della vita, che tradotto significa che oggi metà del paese vive in condizioni di povertà. Le statistiche indicano che 1/5 dei lavoratori dipendenti non riesce più a vivere col proprio salario e vive in assoluta povertà, sebbene la realtà potrebbe essere persino peggiore.

Inoltre, lo Stato ha chiuso d’ufficio almeno 1.300 scuole (su 3.000 chiusure pianificate) ed 1/4 degli ospedali, per creare le condizioni verso una totale privatizzazione dell’istruzione e della sanità. I trasporti pubblici sono quasi tutti privatizzati, lo Stato sta ora cercando di vendere anche le Ferrovie e le Poste. I servizi sono quasi tutti privatizzati, senza che per questo si sia creato nulla di quella promessa di “libera competizione di mercato per abbassarne i prezzi”, invece i prezzi dei servizi sono in costante crescita, visto che lo Stato ha effettivamente creato monopoli privati territorialmente separati. Durante questa povertà pianificata imposta dallo Stato, che viene chiamata “austerity”, i prezzi hanno continuato a crescere in modo insostenibile, specialmente quelli degli alimentari e dei servizi, rendendo il costo della vita insostenibile e costringendo le persone a fare più lavori o a lavorare strenuamente. Il tasso dei suicidi è cresciuto drammaticamente. Nel 2011, uno studio dell’UNICEF su 30 paesi ha rivelato che la Romania ha il più alto tasso di bambini che vivono in povertà.

La propaganda di Stato, per far passare sui lavoratori la povertà pianificata, è stata incentrata un giorno sì ed un giorno no sulla stigmatizzazione dei lavoratori: i politici li hanno accusati senza sosta di essere “pigri”, mentre lor signori si concedono più spesa pubblica per finanziare i loro sponsors nel settore privato e per far sì che gli apparati della polizia antisommossa e dei servizi segreti siano ben retribuiti. L’intera situazione può ben essere illustrata dal tormentone scandito dal popolo che ha protestato nelle strade, per settimane di fila, durante il duro inverno del 2012, contro gli abusi, contro la corruzione diffusa e contro la povertà indotta: “Perdonateci per favore: noi non riusciamo a produrre tanto quanto voi rubate”. La realtà è che la classe lavoratrice rumena è la più sfruttata d’Europa: per il più alto numero di ore lavorate (legalmente dovrebbero essere 8 ore al giorno, ma tutti gli studi parlano di 10-12 ore effettive di lavoro, a volte anche durante la fine settimana), e per i peggiori salari in Europa, mentre il costo della vita è comparabile (se non più alto in certe zone) con quello dell’Europa Occidentale.

La classe lavoratrice non è sindacalizzata, nel settore privato i sindacati non esistono, e quelli nel settore statale sono esclusivamente sindacati “gialli”. I sindacati “gialli” sono altamente responsabili dello stato di disaffezione che si sta diffondendo tra i lavoratori rumeni. Sebbene sia un fattore cruciale, non è questo il fattore più pernicioso nella terribile situazione della classe lavoratrice. Ancora peggio della mancanza di sindacati è la mancanza di coscienza dei lavoratori della loro condizione reale: una condizione di persone costrette a lavorare per un salario, di cui i 2/3 se ne vanno per la mera sopravvivenza. Tuttavia, la maggior parte dei lavoratori si identifica nella condizione di consumatori, nel tentativo di sfuggire alla generale denigrazione della classe lavoratrice, quale risultante da decenni di propaganda statale, politica, mediatica e culturale. Quanto prima le persone prenderanno coscienza della loro condizione di lavoratori, di schiavi salariati, e ne coglieranno le cause, tanto prima dissolveranno la cortina fumogena delle illusioni imposte loro dal capitalismo e meglio riusciranno a cercarsi ed a trovarsi l’un l’altro, ad organizzarsi ed a ribellarsi, nella solidarietà, nella lotta per l’emancipazione. Cosa difficile, perché la propaganda capitalista domina su tutti i media, ma non impossibile. Ci sono i modi per informarsi sulla vera storia della classe lavoratrice e delle sue lotte, per informarsi sugli sviluppi in corso tra le classi lavoratrici di altri paesi, sui modi migliori per sindacalizzarsi ed organizzarsi. Non c’è nessun altro modo per la classe lavoratrice per sollevarsi, organizzarsi e lottare per se stessa.

IASR – Iniziativa Anarco-Sindacalista di Romania

Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali

Verwandter Link: http://iasromania.wordpress.com

Resistere fa bene alla salute: sulle lotte all’Ospedale San Raffaele di Milano.

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A fine Ottobre 2012, 244 lettere di licenziamento vengono spedite ad altrettanti/e lavoratori/trici dell’Ospedale San Raffaele di Milano. L’amministrazione ospedaliera giustifica la misura facendo riferimento alla difficile situazione economica della struttura sanitaria il cui bilancio ha un buco di più di un miliardo di Euro, affermando che i/le dipendenti godono di condizioni contrattuali e stipendi migliori rispetto alla media nazionale, condizioni e stipendi che non possono essere mantenuti in una situazione di deficit economico. I lavoratori/trici del San Raffaele, organizzati prevalentemente in sindacati di base (principalmente USI e USB) non ci stanno, ricordano che i problemi economici dell’ospedale derivano dalla gestione corrotta e dagli errori commessi dai managers durante la precedente amministrazione e si dichiarano pronti/e a difendere non solo i posti di lavoro minacciati, ma anche e soprattutto il concetto di sanitá come bene comune accessibile a tutti/e. Rifiutando le proposte avanzate dall’amministrazione che prevedono di volta in volta pesanti riduzioni di stipendi e ore di lavoro non pagate in cambio del momentaneo congelamento dei licenziamenti previsti, i/le dipendenti del San Raffaele si mobilitano con scioperi, cortei, picchetti, blocchi stradali ed altre azioni di protesta. In diverse occasioni bloccano il reparto accettazione dell’ospedale, subendo anche cariche e manganellate da parte della polizia, naturalmente schierata a difesa dell’ordine sociale vigente e dei privilegi della classe dominante: in risposta alla repressione circa tredici dipendenti salgono sul tetto dell’ospedale e lo occupano per un’intera giornata.

lavoratori_sul_tetto_san_raffaele La lunga serie di proteste culmina l’8 Maggio scorso con uno sciopero regionale della sanità in Lombardia che vede la partecipazione di personale delle strutture sanitarie pubbliche e private e l’appoggio di gruppi di pazienti e studenti/esse universitari durante il corteo dei/lle lavoratori/trici che ha sfilato fino alla sede della Regione, raggiungendola nonostate le forze dell’ordine abbiano tentato di impedirlo. Il 10 Maggio successivo si giunge finalmente ad un accordo tra le rappresentanze sindacali e l’amministrazione ospedaliera, accettato infine dai/lle lavoratori/trici riuniti in assemblea: i licenziamenti previsti vengono sospesi e i 64 dipendenti già licenziati vengono reintegrati; viene respinto il passaggio al contratto, decisamente peggiore, della sanità privata; vengono ritirati tutti i pesanti provvedimenti disciplinari nei confronti di lavoratori/trici che durante le lotte avevano superato il numero di ore d’assemblea consentite; l’azienda si impegna a non intraprendere nuove proposte di licenziamenti almeno fino al 31 Dicembre 2014. Le riduzioni degli stipendi, che nelle precedenti proposte dell’amministrazione erano pesanti, si limitano nel nuovo accordo al 9% e non riguardano solo voci di contrattazione aziendale ma anche benefici individuali ed elargizioni padronali fatte a livello personale, il che rende i tagli perlomeno più equi e progressivi.

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Il caso del San Raffaele può insegnarci molto. Innanzitutto che per gli errori commessi dai vertici sono poi i lavoratori/trici quelli che si vuol spremere e sacrificare per rimettere i conti a posto, ma anche che solo con la lotta determinata e unitaria si può ottenere qualcosa: se fosse stato per i sindacati confederali CGIL, CISL e UIL, che oggi celebrano l’accordo raggiunto come una grande vittoria, ci si sarebbe dovuti accontentare di una soluzione ben peggiore. L’accordo sottoscritto è invece un risultato che scaturisce dalle lotte di chi non s’è fatto/a sconfiggere né dalla rassegnazione, né dalle promesse del “meno peggio”, né dalla repressione, non va celebrato come una grande vittoria, come sottolinea l’USI San Raffaele, ma come un primo successo parziale in un percorso di lotte ancora lungo per la difesa dei servizi pubblici e dei diritti dei/lle lavoratori/trici. Quella del San Raffaele di Milano non va intesa solo come una vertenza che riguarda una singola struttura sanitaria, in gioco c’è l’accesso ad un servizio fondamentale da ritenere un bene comune in opposizione alla mercificazione della salute umana.

Incontro della rete europea del sindacalismo di base e alternativo a Roma.

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Per altre informazioni: [email protected]

31 Ottobre, sciopero generale in Spagna.

L’organizzazione sindacale di base CGT (Confederación General del Trabajo) ha proclamato in Spagna uno sciopero generale per la giornata del 31 Ottobre. Sulle ragioni che hanno spinto a prendere questa decisione e sugli obiettivi che la CGT, con questa ed altre mobilitazioni, intende perseguire, è stato reso noto un comunicato a firma dell’organizzazione sindacale, che ho tradotto nella sua forma riassunta (l’originale lo potete leggere sul sito dedicato all’iniziativa; una versione del comunicato più estesa è stata invece tradotta dall’ufficio relazioni internazionali della FdCA e si trova su Anarkismo):

“Il 31 Ottobre la CGT, insieme ad altre organizzazioni, convoca uno sciopero generale di 24 ore in tutto lo stato Spagnolo perchè il governo, con la sua politica di tagli e riforme ai diritti lavorativi, alla spesa sociale, a salari, pensioni, sanità e educazione, sta smantellando i servizi pubblici essenziali e ci ha postato ad una autentica situazione di emergenza sociale. Dette politiche hanno provocato la disoccupazione di 6 milioni di persone, che il 52% dei giovani non abbia lavoro e sia costretto ad emigrare, che più di 700 mila persone siano state sfrattate dalle loro abitazioni, che milioni di persone stiano ingrossando le file dei poveri, sono politiche che stanno truffando tutta la popolazione per farci pagare la loro crisi. Uno sciopero generale perchè c’è l’amnistia fiscale per i defraudatori e privilegi fiscali per il grosso capitale. Uno sciopero generale perchè la crisi la paghi chi l’ha provocata, perchè i truffatori vengano perseguiti penalmente.

Perchè stiamo indicendo uno sciopero? Che tipo di sciopero?

Lo sciopero generale del 31 Ottobre è in primo luogo uno sciopero del lavoro, quindi dei lavoratori e delle lavoratrici per bloccare le imprese, i trasporti, i servizi, le comunicazioni e le amministrazioni, però è anche uno sciopero del consumo, per attaccare il capitalismo nella sua essenza e ridefinire il modello di sviluppo che sta depredando la vita nel pianeta, così come uno sciopero sociale per esigere diritti e libertà, per cambiare il modello con un’altro del quale possa beneficiare la maggioranza della popolazione attraverso una democrazia diretta e partecipativa.

Alternative della CGT alla crisi:

  • Abolire tutta la legislazione e le riforme aprovate contro i diritti della popolazione.
  • Protezione economica suffciente ai milioni di persone disoccupate.
  • Moratoria degli sfratti fino alla fine della crisi e politica sociale abitativa.
  • Riduzione della giornata lavorativa e dell’età pensionabile. Divieto della ERE (un tipo di procedura di licenziamento collettivo), cottimo, sottocontratti e ore extra.
  • No alla privatizzazione di sanità, istruzione, trasporti, comunicazioni, energia…
  • Accesso universale ai servizi pubblici per tutti e tutte.
  • Sviluppo degli aiuti alle persone non autosufficienti e suddivisione egualitaria dei lavori di assistenza.
  • Riforma fiscale, che paghi di più chi più ha e maggior tassazione di imprese e grande capitale.
  • Banca pubblica sotto controllo sociale che permetta l’accesso delle famiglie alle risorse.
  • Uso del denaro pubblico per la soddisfazione delle necessità delle persone e non per salvare le banche.
  • Abbandono di una politica economica indirizzata alla crescita illimitata e sostituzione con un’altra che tenga conto dei limiti delle risorse del nostro pianeta.
  • Il loro modello di democrazia non ci sta bene. Puntiamo su un altro modello di democrazia diretta, partecipativa e dal basso.”

In appoggio all’iniziativa è stata anche indetta, nella cittá tedesca di Dresda, una manifestazione di solidarietà con lo sciopero generale promossa sempre per il 31 Ottobre dall’Allgemeine Syndikat Dresden (FAU-IAA), che intende anche tematizzare i recenti scioperi in Portogallo, Italia, Grecia e Francia ma anche la situazione dei/lle lavoratori/trici salariati in Germania. Infatti, nonostante il capitalismo tedesco festeggi da vincitore e la popolazione non sia stata ancora colpita duramente dalla crisi così come avviene nei Paesi del Sud Europa, “si è comunque giunti negli ultimi anni ad un massiccio peggioramento della condizione sociale: pensione a 67 anni, calo dei salari reali (diminuzione del potere di acquisto, ndt), peggioramento dell’accesso a istruzione e sanitá, diffusione del lavoro interinale e di altre forme di precariato, umiliazione dei disoccupati e difficoltá di accedere ad alloggi a prezzi economici sono solo alcuni esempi”, si legge nel comunicato dell’Allgemeine Syndikat Dresden, che ricorda che “se noi stessi non agiamo, ci rendiamo responsabili dello sfruttamento di altri esseri umani” e che la manifestazione del 31 a Dresda “deve interessare tutte le persone dipendenti dal salario. Abbiamo bisogno di tutti/e!”

26 Settembre: giornata di lotta europea contro i tagli e l’austerity.

Fonte: blog della federazione romana dell’USI.

” 26/9 giornata di lotta europea /// 19/9 assemblea pubblica

26 SETTEMBRE 2012 – GIORNATA DI LOTTA EUROPEA
contro i tagli e le politiche di austerità
NON VOGLIAMO PAGARE LA CRISI DI UN SISTEMA CHE NON E’ IL NOSTRO!
Organizziamoci insieme per vincere!
La crisi del sistema capitalista si espande in tutti i paesi. Ovunque i governi e il padronato prendono a pretesto questa situazione per sfruttare ulteriormente i lavoratori. Ma sono sicuramente loro i responsabili di questo stato di cose e della crisi del loro sistema economico e politico capitalistico.
Vorrebbero farci credere che tutte le misure eccezionali di adeguamento di tagli, di austerità sono necessari per mantenere il sistema, quando l’unica cosa che vogliono è continuare ad arricchirsi a spese delle persone che vivono del loro lavoro. Tutti gli attacchi che abbiamo subito in tutti i paesi europei hanno lo stesso schema:

– Distruzione dei servizi pubblici
– Riforma delle leggi sul mercato del lavoro che lasciano tutto il potere nelle mani dei padroni
– Eliminazione dei diritti fondamentali, sociali e sindacali, raggiunti dopo molti anni di lotta
– Aumento della precarietà e della disoccupazione
– Attacchi contro il diritto alla pensione e alla salute
– Attacco alla scuola e all’università
Tutte le direttive del FMI, della Banca Mondiale, della BCE, cercano solo di salvaguardare gli interessi dei più potenti. Il sindacalismo tradizionale sta lasciando un altra volta soli i lavoratori. In queste condizioni non si possono firmare accordi e accettare i dictat imposti dagli organismi internazionali.
Per noi, il ruolo del sindacalismo è quello di difendere i lavoratori e di costruire una società più giusta; questo compito passa per una netta opposizione ai piani di austerità , non è più possibile usare modelli concertativi.
Si rende necessaria una forte mobilitazione con scioperi e manifestazioni a livello europeo.
Per il movimento operaio, la priorità deve essere posta nella costruzione di una mobilitazione europea, e non nella negoziazione con i padroni. Non si possono accettare accordi o patti che applicano i piani di austerità e di tagli decisi dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale.
Costruiamo insieme un movimento sindacale europeo alternativo e una grande mobilizzazione sociale per il 26 settembre.

 

RIUNIONE PUBBLICA

 

MERCOLEDI 19 ORE 18.30
L.O.A. ACROBAX via della Vasca Navale(Ponte Marconi)

 

PRESIDIO ALL’UFFICIO DELL’UNIONE EUROPEA
MERCOLEDI 26 in VIA IV NOVEMBRE 149
DALLE 16.00 ALLE 19.00

 

a firma della
RETE EUROPEA DEL SINDACALISMO DI BASE E ALTERNATIVO
(Cgt Spagna, Usi Italia, Cub Italia, Tie Germania, Solidaires Francia, Ese Grecia, So Spagna, Intersindacal Spagna, Cnt Francia, Sud Svizzera, Cib-Unicobas Italia)
dall’appello della CGT SPAGNOLA in appoggio allo sciopero generale dei paesi baschi che viene diffuso da USI Confederazione nazionale sindacati autogestiti e di federazioni locali intercategoriali sito: www.usiait.it e www.unionesindacaleitaliana.blogspot.com

Sede nazionale: ROMA LARGO VERATTI 25 tel. 06/70451981 fax 06/77201444 [email protected]

Per quanto riguarda la Spagna, ecco il comunicato sull’ indizione di una giornata di lotta per il 26 Settembre, estratto dal sito Anarkismo:

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” CONFEDERACIÓN GENERAL DEL TRABAJO
UFFICIO STAMPA CONFEDERALE

DICHIARAZIONE DEL SINDACALISMO DI CLASSE ED ALTERNATIVO
INDIZIONE DI UNA GIORNATA DI LOTTA PER IL 26 SETTEMBRE


In questo momento stiamo assistendo ad un processo accelerato di deterioramento delle condizioni di vita e di lavoro unitamente ad una perdita crescente di diritti e libertà. Questo processo si avvale dello strumento del debito pubblico con la finalità di deteriorare e privatizzare tutto il sistema pubblico.

Le politiche perseguite dai governi del PSOE e del PP insieme ai loro partners nazionalisti ci hanno portato a questa situazione di emergenza sociale. Pertanto, il sindacalismo di classe ed alternativo non darà nessun sostegno al sistema capitalistico con soluzioni di ripiego o misure parziali, ma al contrario, ci pronunciamo per la lotta e per la mobilitazione come elementi fondamentali di trasformazione sociale, di fronte alle imposizioni della troika (FMI, BCE e Commisione Europea) che vengono fatte recepite nelle politiche dei governi in ginocchio.

Continuiamo ad opporci alle politiche sindacali di concertazione sociale (rappresentata dalle CC.OO e dalla UGT) che tante disastrose conseguenze hanno procurato nel corso negli anni alla maggioranza della popolazione. Il referendum non può essere utilizzato come elemento di freno né come moneta di scambio nei confronti di un futuro e necessario sciopero generale, né come uno strumento di smobilitazione, né tanto meno per sollecitare un governo di coalizione nazionale. La volontà popolare si sta già esprimendo abbondantemente nelle mobilitazioni di piazza.

Ci opponiamo all’aumento dell’IVA, che colpisce particolarmente i redditi della popolazione, i quali sono totalmente impegnati nell’acquisto degli alimenti necessari. Denunciamo come il denaro destinato al salvataggio del sistema finanziario venga reperito a spese dei contribuenti, in quantità anche superiore a quanto previsto in bilancio per i servizi pubblici, in base all’accordo tra PSOE e PP avvenuto con la riforma costituzionale di un anno fa.

Siamo testimoni di una truffa colossale, che dovrebbe avere conseguenze penali e detentive per i responsabili. Esigiamo un audit sul debito.

Il sindacalismo di classe ed alternativo appoggia i percorsi assembleari e di lotta nati dalle piattaforme dei cittadini in cui si difendono valori di solidarietà e di opposizione all’attuale sistema capitalista nonché di costruzione di un nuovo modello sociale, politico ed economico al servizio degli interessi generali. Contro la paura, occorre rispondere con l’unità e con la lotta.

Consideriamo imprescindibile proporre, in forma coordinata, un calendario di mobilitazione permanente che tenda ad unificare le diverse lotte, a raccogliere le proposte avanzate dai movimenti di base e dalle assemblee ed, in definitiva, a creare le condizioni per una nuova indizione di sciopero generale, la cui data collochiamo prima della approvazione della Legge di Bilancio dello Stato. Pertanto, indiciamo per il 26 settembre una gionata di lotta in tutto lo stato con assemblee, presidi, manifestazioni…in cui dibattere sulla indizione di uno sciopero generale.

Esigiamo la abrogazione di tutti i Decreti (sulla Riforma del Lavoro e sui tagli ai salari, alla sanità, all’istruzione, ai servizi sociali, sulle misure fiscali, sui diritti violati degli immigrati, …) perché attentano ai diritti ed alle libertà della classe lavoratrice e della società nel suo intero, dando benefici esclusivamente ai potentati economici. La difesa inequivoca dei servizi pubblici è una garanzia del mantenimento dei diritti di cittadinanza.

Il sindacalismo di classe ed alternativo che rappresentiamo appoggia la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici delle miniere, dei trasporti, dell’agricoltura andalusa (abrogazione della soglia delle 35 giornate di salario per accedere ai sussidio di disoccupazione), così come sostiene lo sciopero generale indetto nei Paesi Baschi dai sindacati nazionalisti, dal sindacalismo di classe ed alternativo e dai movimenti sociali.

Convochiamo una riunione per il prossimo 6 ottobre in Andalusia per continuare a coordinare le iniziative suscitate dal sindacalismo di classe ed alternativo in forma unitaria.

Pertanto, ci dichiariamo:

  • per non pagare il debito né gli interessi maturati. Esigiamo un audit sul debito e pene detentive per i colpevoli. Esigiamo la nazionalizzazione della Banca e la creazione di una Banca Pubblica.
  • contro il crescente riarmo, riaffermiamo il nostro NO alla NATO.
  • per respingere fermanente le misure repressive che, sempre di più, colpiscono gli attivisti sociali e sindacali che si oppongono alle misure governative.
  • contro la riforma del lavoro ed ai tagli ai salari.
  • per non continuare a dare denaro al sistema finanziario.
  • per la difesa dei servizi pubblici e delle aziende pubbliche (così come dei terreni pubblici e di altri beni). No al loro deterioramento e privatizzazione.
  • perché sia colpita la frode fiscale. Nessuna amnistia.
  • per l’uguaglianza dei diritti degli immigrati.
  • contro l’esclusione sociale e contro la povertà. Che le classi popolari abbiano accesso garantito a: cibo, acqua, cure (sanità), libri (istruzione e cultura), casa.
  • per le dimissioni del governo centrale e dei rispettivi governi regionali, così come di chiunque altro sia al servizio della Troika, la quale illegittimamente attenta con le sue misure agli interessi generali della popolazione.
  • per la costruzione su basi di democrazia diretta di una alternativa sociale e politica che difenda gli interessi delle classi popolari.

Invitiamo, pertanto, tutti i lavoratori e le lavoratrici, i disoccupati, i pensionati, gli studenti, i collettivi degli sfrattati, gli immigrati ed i partecipanti ai movimenti sociali a partecipare alla giornata di lotta indetta dal sindacalismo di classe ed alternativo a livello statale per il 26 settembre, a sostegno di una indizione di sciopero generale.

Confederacion General del Trabajo (CGT)
Corriente Sindical Izquierdas de Asturias (CSI)
Intersindical de Aragón
Intersindical Alternativa de Cataluña (IAC)
Confederación Intersindical
Confederación Nacional del Trabajo (CNT)
Sindicato Andaluz de Trabajadores (SAT)
lntersindical Canaria
Coordinadora Sindical de Clase (CSC)
Solidaridad Obrera
Sindicato de Comisiones de Base (Cobas)
Sindicato de la Elevación (SE)
Movimiento Asambleario de Trabajadores de la Sanidad (MATS)
Alternativa Sindical de Trabajadores (AST)
Sindicato Obrero de Puertos Canarios
Frente Sindical Obrero Canario (FSOC)
Convergencia Sindical Canaria
Sindicato Asambleario de Sanidad

Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali.”

Svezia: sindacalista della SAC aggredito e minacciato di morte.

Un membro del sindacato anarchico svedese Sveriges Arbetares Centralorganisation (SAC) di Västerorts ha ricevuto minacce di morte da persone legate all’organizzazione criminale Werewolf Legion (“legione dei lupi mannari”). Con un coltello puntato alla gola é stato costretto a ritirare diverse rivendicazioni nei confronti di un’agenzia di lavoro interinale. Si tratta di un’aggressione all’intero movimento sindacale. Anders Knutsson, segretario per le pubbliche relazioni della SAC, chiede a governo e polizia di prendere sul serio questo caso.

All’origine di violenze e minacce vi é un conflitto lavorativo fra membri del sindacato e un’agenzia interinale che opera nel settore alberghiero e della gastronomia. La SAC aveva chiesto un colloqui con l’imprenditore per via di due casi non conformi alla legge di licenziamenti, trattenute di denaro e mancato pagamento di denaro spettante ai lavoratori durante le ferie. Dopo un primo incontro, l’imprenditore ha preteso che gli incontri successivi si svolgessero solo alle sue condizioni, ma ciò non é mai avvenuto. Invece il 2 Luglio sei persone sono entrate con la violenza nell’abitazione del rappresentante sindacale, giudati da un ex leader della gang criminale Werewolf Legion, fratello dell’imprenditore proprietario dell’agenzia di lavoro interinale. Gli aggressori, dopo aver colpito più volte alla testa il sindacalista, gli hanno puntato un coltello alla gola e lo hanno costretto a chiamare l’agenzia di lavoro interinale alla quale ha dovuto promettere di ritirare le richieste fino ad allora avanzate. Dopo la telefonata, il sindacalista é stato informato dall’ex leader dei Werewolf e fratello dell’imprenditore di avere da adesso un debito di mezzo milione di corone svedesi nei confronti della gang criminale e che nel caso non lo avesse pagato entro un mese sarebbe stato ucciso. Durante l’aggressione nell’abitazione del sindacalista si trovavano anche sua moglie e i suoi figli, rinchiusi dagli aggressori in un’altra stanza.

La SAC segue da tempo con preoccupazione lo sviluppo del mercato del lavoro interinale. Solo pochi imprenditori rispettano gli accordi contrattuali. Solo in rari casi vengono rispettate le condizioni di lavoro, il pagamento delle giornate di vacanza ed altre regole. Spesso gli stipendi vengono pagati in nero e gli imprenditori delle agenzie interinali hanno legami con personaggi dalla lunga carriera criminale, con i quali si dedicano non di rado al riciclaggio di denaro sporco. Era solo una questione di tempo prima che questi imprenditori iniziassero ad usare la violenza e le minacce di morte contro i sindacalisti. La SAC chiede che la polizia ed il ministro svedese per il lavoro Hillevi Engstrom prendano sul serio questi sviluppi e costringano le agenzie di lavoro interinale, attraverso un apposito programma, a rispettare le leggi svedesi e gli accordi lavorativi.

Comunicato stampa originale in svedese e traduzione in tedesco. Traduzione dal tedesco all’italiano mia.

Nota mia: non ho molta (ok, non ne ho per nulla…) fiducia negli appelli a governi e polizie. Spero solo che i/le compagni/e della SAC sappiano adottare le contromisure necessarie a garantire l’incolumità degli attivisti del sindacato per poter proseguire con successo le lotte per i diritti dei/lle lavoratori/trici.