Finlandia: passante ucciso da neonazisti del SVL durante una loro manifestazione.

Il 10 Settembre, durante un presidio del movimento neonazista finlandese SVL (Suomen Vastarintaliike, ovvero “Movimento di Resistenza Finlandese”) contro l’immigrazione, che si svolgeva di fronte alla stazione centrale di Helsinki, il 28enne Jimi Joonas Karttunen è stato malmenato dagli estremisti di destra per aver espresso ad alta voce il proprio dissenso nei confronti dell’ideologia neonazista mentre passava di fronte al presidio. Dopo essere stato ricoverato in ospedale e dimesso, Karttunen è deceduto pochi giorni dopo in seguito al trauma cerebrale subìto. Dopo il pestaggio, i militanti del SVL avevano pubblicato sul loro sito un video dell’azione, nel quale si vantavano di aver “ristabilito rapidamente la disciplina” nei confronti di un contestatore. Il materiale pubblicato è stato rimosso dai nazi dopo la morte di Karttunen insieme ai loro disgustosi commenti su Twitter, ma diversi video sull’accaduto che circolano sul web così come gli screenshot delle pagine in questione sono stati salvati e diffusi e rimangono come prova dei fatti. Tra i neonazisti presenti durante il pestaggio, quasi tutti hanno già subito condanne penali per aggressioni e violenze razziste e omofobe. Intanto uno di loro è stato arrestato il 17 Settembre in relazione all’omicidio di Karttunen. Ulteriori informazioni sul caso, in inglese, sono contenute in un articolo comparso sul sito antifascista Varis, che contiene anche gli screenshot e i video di cui sopra.

Dieci anni fa: Oury Jalloh, morto nelle mani dello Stato.

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Un uomo è rinchiuso in una cella di sicurezza di un commissariato di polizia a Dessau, Germania, legato ad un materasso ignifugo dopo essere stato perquisito, sorvegliato da un sistema di controllo audio e da un agente che passa ogni mezz’ora a verificare le condizioni del detenuto. Quest’uomo si chiama Oury Jalloh, 36 anni, richiedente asilo immigrato dalla Sierra Leone, un uomo spinto ai margini della società che vive spacciando droga. Fermato dalla polizia per ubriachezza molesta, viene rinchiuso nella cella dell’edificio in Wolfgangstraße 25, Dessau, da dove non uscirà vivo. Oury Jalloh muore bruciato, carbonizzato. Durante i processi che si svolgeranno negli anni successivi, la ricostruzione dei fatti fornita dagli agenti parlerà di un detenuto che, nonostante sia legato, riesce a tirar fuori un accendino stranamente sfuggito alla perquisizione, a danneggiare il materasso ignifugo al quale è strettamente fissato con delle cinghie e a incendiarne l’imbottitura, mentre nessuno degli agenti incaricati della sua custodia si accorge di nulla: il volume dell’altoparlante è stato abbassato da un poliziotto che doveva telefonare, il sistema antiincendio sarebbe stato difettoso. Una serie di sfortunate coincidenze insomma, almeno secondo la versione degli agenti, ma messa in discussione e in più punti smentita durante le diverse udienze del processo. Ad aggiungere una nota inquietante alla morte di Jalloh e alle menzogne ad essa seguite c’è anche il caso di un’altra morte, quella di un senzatetto avvenuta nell’Ottobre del 2002 nello stesso luogo, durante il servizio dello stesso agente direttore di servizio. Al termine del processo per la morte di Jalloh la sentenza confermerà la tesi più improbabile (il detenuto si è dato fuoco da solo) e condannerà al pagamento di una multa ed alla sospensione dal servizio l’agente che avrebbe spento l’allarme antincendio evitando perciò di soccorrere l’uomo che bruciava. Da diverse perizie esterne è emerso invece che la vittima, che presentava fratture al naso e lesioni del timpano, non avrebbe potuto suicidarsi in quel modo, inoltre ad accelerare l’effetto devastante dell’incendio sarebbe stato un qualche combustibile, forse benzina. Quel che rimane, oltre alla conferma del fatto che lo Stato protegge i suoi servi a meno che non sia più proficuo sacrificarli per pure ragioni di calcolo, è la volontà da parte di chi si impegna sul fronte antirazzista e antirepressivo di non far dimenticare l’ennesimo morto nelle mani della polizia. Pertanto il 7 Gennaio di ogni anno, in diverse città tedesche, vengono organizzate iniziative in memoria di Jalloh, per gridare ancora una volta che “è stato un omicidio!”.

C’è da aggiungere, come ultima nota dolente, che Jalloh non fu l’unica persona a morire in Germania nelle mani della polizia quel 7 Gennaio del 2005. A Brema, Laye Alama Condé, anch’egli della Sierra Leone, entrato in coma e mai più risvegliatosi dopo esser rimasto soffocato perchè costretto ad ingerire quantità eccessive di un medicinale emetico, si aggiunge alle tante vittime della violenza di Stato in quello che da molti viene ritenuto un “Paese civile”, additato spesso come esempio positivo. La verità è che lo Stato uccide ovunque, in un modo o nell’altro, e come se non bastasse si fa pure beffa delle vittime.

Atene: rapper antifascista ucciso da neonazista di Alba Dorata.

Nelle prime ore di Mercoledì 18 Settembre un neonazista appartenente al famigerato partito Alba Dorata ha accoltellato ed ucciso ad Atene il rapper antifascista Pavlos Fissas, noto col nome d’arte di Killah P. Il fatto è avvenuto alle prime luci dell’alba, ma la dinamica viene riportata in modo differente a seconda delle fonti: secondo il racconto del padre dell’ucciso, Pavlos si sarebbe trovato in un bar a guardare una partita di calcio con alcuni amici, che tra di loro avrebbero pronunciato frasi di disprezzo nei confronti dei neonazisti di Alba Dorata; un’avventore seduto ad un tavolo vicino, sentendoli, avrebbe telefonato ad alcuni neonazisti per informarli dell’ “affronto” ed essi, giunti sul posto, avrebbero aggredito Pavlos ed i suoi amici: uno avrebbe estratto un coltello e pugnalato a morte il rapper antifascista. Secondo altre versioni, la vittima al momento dell’agguato mortale passeggiava con la fidanzata e altri due amici nel quartiere ateniese di Keratsini, quando sarebbe stato inseguito da un gruppo di neonazisti, al quale se ne sarebbero uniti altri poco dopo; da un’auto fermatasi nei pressi degli aggrediti sarebbe sceso un uomo che avrebbe pugnalato Fissas. Sembrerebbe anche che un gruppo di agenti di polizia dell’unità motorizzata DIAS fossero presenti sul luogo dell’aggressione e non siano intervenuti. Solo in un secondo momento l’assassino è stato fermato e identificato: si tratta di Giorgos Roupakias, 45 anni, residente a Nikaia. I rapresentanti di Alba Dorata hanno cercato di negare i legami tra il loro partito e l’omicida, ma questi ha confessato sia il gesto che la sua affiliazione politica. Nella foto sotto si vede Roupakias durante un’iniziativa di Alba Dorata (accanto al parlamentare di Alba Dorata Barbarousis):

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In risposta all’omicidio del rapper sono state organizzate manifestazioni antifasciste in tutta la Grecia, durante alcune di esse vi sono stati momenti di tensione e scontri con numerosi feriti tra i manifestanti. La polizia ha fatto largo uso di gas lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo (a causa di ciò un manifestante ha perso un’occhio), in alcuni casi ha sparato pallottole di gomma. La rabbia per il vile assassinio di Pavlos Fissas non si placa, non ci sarà pace finchè i neonazisti continueranno a scorrazzare liberi di ammazzare chi vogliono con la copertura di polizia, capitalisti e istituzioni compiacenti alle quali fa comodo che i teppisti di estrema destra facciano per loro il lavoro di sporca manovalanza contro chi si oppone alle attuali condizioni sociali ed economiche lottando per una società migliore e radicalmente diversa da quella attuale.

Per continui aggiornamenti sulla vicenda di Pavlos Fissas consiglio di seguire il sito in lingua inglese Occupied London, che riporta aggiornamenti continui sulla vicenda e sulla risposta antifascista a seguito dell’ennesimo omicidio per mano dei neonazisti in Grecia.

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