Matteo Renzi mi scrive: “Caro italiano…”.

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Stamane, tra la posta ho trovato una lettera che mi invita a votare “Sì” al Referendum Costituzionale che si terrà il mese prossimo. La prima pagina contiene, oltre alle istruzioni di voto per i/le cittadini/e italiani/e residenti all’estero, diverse immagini dell’attuale presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi, immortalato durante lo svolgimento delle sue funzioni di rappresentante istituzionale dell’Italia nel mondo. Sul retro, una vera e propria lettera. “Cara italiana, caro italiano…“, inizia il panegirico intriso di retorica ed opportunismo, “nessuno meglio di voi, che vivete all’estero, sa quanto sia importante che il nostro Paese sia rispettato fuori dai confini nazionali“. E questo è solo l’inizio. Matteo mi fa sapere che il nostro Paese è vittima di pregiudizi, il più persistente dei quali è quello per cui siamo, per dirla con l’immancabile riferimento calcistico buono appunto a rafforzare i pregiudizi sul popolino italico, “un Paese dalla politica debole, che si perde in un mare di polemiche. Un Paese instabile, che cambia il presidente del Consiglio più spesso di un allenatore della Nazionale“. Matteo dice d’essersi impegnato, durante le sue innumerevoli visite all’estero, nel promuovere un’immagine positiva dell’Italia, incita a “fare di più, tutti insieme” e parte col discorso della riforma costituzionale. Sembra che Matteo creda di sapere quel che deve affrontare un “cittadino/a italiano/a” costretto/a ad emigrare, non un cervello in fuga, ma braccia da lavoro. Va da sé che il mondo dorato nel quale vive Matteo da Rignano sull’Arno non è il mio, ad accomunarci non abbiamo nulla se non appunto il genere e la nazionalità scritta sui documenti d’identità, cose che per me contano praticamente nulla. Matteo pensa che all’estero si parli male di noi perchè abbiamo un sistema politico e burocratico farraginoso, sprechiamo risorse e denaro pubblici, abbiamo una classe politica litigiosa e attaccata alle poltrone. In parte è così, d’altronde dovrebbe ben sapere che molte critiche rivolte all’Italia, giuste o sbagliate che siano secondo i punti di vista, si rivolgono proprio a personaggi come lui, l’attuale presidente del Consiglio, preoccupato più di fare “bella figura” (termine spesso usato letteralmente dalla stampa tedesca) su podi e palcoscenici che di migliorare veramente la situazione del Paese. Renzi però non dispiace a tutti, almeno non del tutto. Basta seguire le regole del capitalismo e dei mercati globalizzati, destreggiarsi tra le rivalità di interessi e le contraddizioni interne, trovare i partners più adatti per firmare nuovi accordi e contratti, fare i favori giusti alle persone giuste ed ecco che inizi a piacere ad un sacco di gente in giro per il pianeta, gente influente, che fa girare la grana, che crea l’opinione, che gestisce il dominio. È questo quel che importa all’attuale imbonitore a capo del teatrino governativo, mentre i/le cari/e cittadini/e italiani/e, in patria e all’estero, servono solo quando devono dire SÌ. E per convincerci basterebbero un paio di frasi fatte sull’emozione suscitata dai nostri sguardi orgogliosi e dall’inno di Mameli, scritte da (o per) uno che non ci conosce, che se ne frega delle nostre esigenze, dei nostri problemi, delle nostre vite, uno tra tanti che è parte del problema e non della soluzione, che tratta ciò che dovrebbe essere di tutti come una proprietà privata sua e dei suoi amichetti, un’arrivista che blatera un terzo neolingua, un terzo retorica stantia e un terzo anglicismi mal digeriti? Ma che cazzo ne sa lui, che cazzo ne sai tu, Matteo Renzi, del nostro orgoglio, delle nostre esistenze, delle nostre storie, come le chiami tu? Vaffanculo! Vaffanculo a te e a tutti i signori e le signore che hanno fatto del clientelismo, della corruzione, del carrierismo, della concorrenza e degli interessi di classe o casta una ragione di vita, ma vaffanculo anche a tutti quelli che credono che la disonestà sia l’unico problema, quelli che non hanno capito che si ruba più legalmente che illegalmente, perchè il capitalismo stesso è nato dal furto e dal saccheggio in grande stile e lo sfruttamento può benissimo venir esercitato entro i confini stabiliti dalle leggi. E Vaffanculo anche a chi si illude che la “nostra” Costituzione sia da salvare, un pezzo di carta che ci viene sventolato sotto il naso ad ogni pié sospinto dalle stesse persone che lo usano per nettarcisi il deretano, un guazzabuglio di leggi decise da pochi per imbrigliarci e limitarci, per illuderci di aver raggiunto qualcosa, mentre gli assassini della dittatura fascista tornavano ai loro posti da bravi burocrati e compagni e compagne non assimilabili dal “nuovo” sistema finivano in carcere o venivano eliminati, mentre i “nuovi” padroni usavano il terrore come strumento di controllo per schiacciare qualsiasi aspirazione egualitaria ed emancipatoria. Fá una cosa, Matteo, la prossima volta che mi scrivi non parlarmi del tuo orgoglio di rappresentante di un Paese svenduto, colonizzato e al contempo colonizzatore, mandato in malora da un sistema malavitoso parzialmente legalizzato. Raccontami piuttosto di come tu sia orgoglioso di vivere in un Paese tutto da creare, dal quale nessuno/a deve emigrare pur di poter sbarcare il lunario e nel quale chiunque fugge da situazioni peggiori trova una dignitosa accoglienza; che non spreca risorse in dannosissimi progetti faraonici ma che investe nelle infrastrutture realmente necessarie con particolare riguardo all’ecocompatibilità; che non smantella i diritti dei/lle lavoratori/trici, ma li/le vede padroni/e del proprio lavoro; che non manda soldati a fare guerre in giro per il mondo né dichiara guerra ai poveri sul proprio territorio, ma cerca soluzioni il meno violente e il meno coercitive possibili per risolvere le controversie e s’impegna a creare una società solidale di individui liberi ed eguali. Raccontami che non vuoi il mio voto per far approvare più rapidamente le leggi che fanno comodo a te ed ai tuoi compari raccomandati, ma chiedimi piuttosto di impegnarmi in prima persona per mettere in moto il cambiamento che vorrei avvenisse intorno a me, non ciarlare di rappresentanza ma ammetti che l’unica democrazia degna di questo nome è quella diretta e dal basso, ovunque, nei luoghi di studio come nei posti di lavoro come nei quartieri nei quali viviamo. Ma soprattutto rivolgiti a me alla pari dopo esserti ritirato dai tuoi incarichi ed aver rinunciato a tutti i tuoi privilegi, e ricorda che finchè batti sui tasti del patriottismo, dei confini, del progresso fine a se stesso, del prestigio internazionale e del futuro (concetto col quale veniamo eternamente illusi), noi due non parleremo mai la stessa lingua, con buona pace dell’essere entrambi “italiani”. Fino ad allora faresti più bella figura se tu tacessi.

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