Autogestione a Port Said (Egitto).

Fonte: Infoaut.

“Una realtà senza precedenti si sta realizzando nella città di Port Said: una completa autogestione, un rifiuto di tutto ciò che rappresenta l’autorità. Una realtà che i protagonisti delle lotte egiziane di questo momento – i lavoratori – stanno cercando di riprodurre anche in altre città.

altPort Said è diventato un luogo completamente nelle mani del popolo. All’entrata della città, se in passato molti erano i posti di blocco della polizia, adesso si trova un check-point formato però dagli abitanti, soprattutto lavoratori in sciopero, autoproclamatisi “polizia popolare”. La stessa cosa vale per il traffico: non più vigili urbani, ma giovani, studenti e lavoratori che autogestiscono il traffico urbano. photo P1000147_3308x2481_zps07e33c93.jpg

Disobbedienza civile: ciò che caratterizza adesso la città è un completo rifiuto del governo di Morsi in tutte le sue forme, dunque cacciata della polizia, rifiuto del lavoro e del sistema scolastico governativo.

Per quanto riguarda il fattore “sicurezza”, con l’autogestione, le strade risultano adesso più sicure che mai. La polizia – a seguito delle proteste di piazza, della rabbia popolare seguita alle 21 condanne a morte legate alla strage di Port Said e alle 40 vittime dei successivi scontri – la settimana scorsa si è vista costretta ad accettare di lasciare la città nelle mani del popolo.
Il governo Morsi ha accettato di richiamare la polizia sia per le inconfutabili prove video che mostrano poliziotti del regime sparare ed uccidere a  photo P1000148_3308x2481_zpsc574a820.jpgsangue freddo i manifestanti, ma anche perché convinto che una città da sola non avrebbe potuto autogestirsi e che Port Said avrebbe richiesto l’intervento del governo per sedare le probabili rivolte. Invece la realtà è molto diversa e mostra che una città senza le “forze dell’ordine” è più sicura e vive meglio. 

Vi è poi un tacito accordo che permette all’esercito (maggiormente rispettato dal popolo in quanto tradizionalmente meno legato al regime rispetto alla polizia, emanazione questa del potere e dei servizi segreti) di presidiare i punti nevralgici della città, ma senza potere di intervento.

Dunque la realtà è questa: militari inermi a presidiare luoghi come il tribunale e l’importantissimo porto (adesso in sciopero) e la “polizia popolare” che si occupa della sicurezza nella città.
Il rifiuto di tutto ciò che rappresenta l’autorità si ritova nella pratica di non pagare tasse governative e bollette, rifiutando anche qualunque comunicazione con il governo sia centrale che locale.

La chiusura del governo centrale e l’autorganizzazione di mezzi e modi di produzione, rendono l’esperienza di Port Said una realtà senza precedenti ed una sperimentazione di un nuovo modo di vivere, di produrre, di esistere.

Le fabbriche sono chiuse, il traffico marino è bloccato, si produce ciò solo che serve e rimangono aperti solo i servizi necessari.
 photo P1000156_3308x2481_zpsd8cf9433.jpgSi produce il pane (nella foto a destra un negozio che vende pane a prezzi popolari; i cartelli indicano le ragioni della protesta); gli alimentari, gli ospedali e le farmacie rimangono aperti. In ogni fabbrica, sono gli operai a decidere se continuare la produzione o meno e la risposta generale adesso è NO. Prima giustizia, prima completamento della rivoluzione e poi, semmai, ripartirà la produzione.

Una nuova forma di autorganizzazione si sta sperimentando anche nelle scuole. Queste rimangono aperte ma le stesse famiglie di Port Said rifiutano di mandare i propri figli nelle scuole del governo. Proprio in queste ore insegnanti e comitato popolare stanno cercando di organizzare scuole popolari nella piazza centrale, rinominata la Piazza Tahrir di Port Said, in cui, accanto alle materie scolastiche si vorrebbero insegnare la giustizia sociale e i valori della rivoluzione egiziana.

Una realtà che può sembrare impossibile. Anche sulle pagine di questo portale abbiamo in passato raccontato l’esperienza di Port Said con altri occhi. Ma dopo la condanna a morte dei 21 imputati per la mattanza dello stadio, una nuova coscienza popolare è sorta in questa città, probabilmente in passato molto tradizionalista. Infatti, ad essere condannati sono stati 21 giovani, prevalentemente studenti, mentre la colpa della mattanza va ricercata in ambito politico; la sentenza sembra essere stata più un contentino dato a chi cercava giustizia. Nessuno degli imputati proviene dalle fila della polizia o dello stato e dei suoi servizi segreti. Questo Port Said l’ha capito e, appena le condanne a morte sono state emesse, sono scoppiati forti proteste che hanno portato all’uccisione di una quarantina di manifestanti, alcuni dei quali addirittura durante i funerali delle vittime degli scontri di piazza. Da qui è iniziato lo sciopero, la disobbedienza civile.

Una realtà che anche noi stessi, prima di vederla con i nostri occhi, non avremmo mai immaginato.

Una rabbia, inizialmente nata da una voglia di giustizia per le condanne a morte e per le successive 40 vittime, ma che poi è cresciuta ed è diventata politica. Il forte protagonismo operaio, la crescita di coscienza della popolazione di Port Said hanno reso questa protesta una lotta senza precedenti che tanto fa tremare il regime di Morsi. Una lotta che, se realizzata anche in altre città, potrebbe veramente mettere il regime in ginocchio.

Adesso non si chiede più, come era appena una settimana fa, di non punire i cittadini di Port Said per colpe che invece ha commesso il regime. Adesso si chiede una giustizia per tutte le vittime della rivoluzione, adesso si chiede a gran voce la caduta del regime. 

Nella giornata di lunedì una grande manifestazione si è tenuta nelle strade di Port Said: photo P1000180_3308x2481_zps582517b6.jpg sindacato indipendente dei lavoratori, studenti, movimento rivoluzionario, in molti sono scesi in piazza, in molti sono partiti dal Cairo per portare solidarietà ai lavoratori ed alla città in lotta. Un grande corteo ha invaso le strade della città, appellandosi ad uno sciopero generale in tutto il paese. 

Intanto altre città egiziane hanno in queste ultime settimane sperimentato grandi scioperi: a Mahalla, Mansoura, Suez gli operai di molte fabbriche hanno incrociato le braccia per settimane. Allo stesso modo in centinaia sono scesi in piazza per invocare lo sciopero generale in tutto il paese, molte le scuole e le università che hanno annunciato un prossimo sciopero generale. Molti i lavoratori ed i settori sociali che stanno scioperando senza però riuscire – per adesso – a generalizzare lo sciopero e la lotta, come avvenuto invece a Port Said.

Non si sa quanto quest’esperienza, chiamata “la comune di Parigi egiziana”, possa continuare. Sicuramente è difficile portare avanti una lotta di questo genere in un momento in cui il potere centrale potrebbe staccare acqua ed elettricità e, per ora, se non lo fa è solo perché teme maggiori espolosioni di rabbia. Inoltre, il proseguimento o meno dello sciopero dei lavoratori, è fortemente legato alla possibilità che questo si generalizzi e si riproduca anche in altre città.

Inizialmente gli abitanti di Port Said avevano annunciato di voler continuare lo sciopero fino al 9 prossimo marzo – data in cui verranno confermate le 21 condanne a morte – adesso, con il protagonismo dei lavoratori, il futuro si presenta incerto, ma sicuramente ricco di potenzialità.
Le difficoltà al momento potrebbero sembrare tante, ma la presa di coscienza di tutto il popolo (dunque non solo operaia), la pratica del rifiuto del regime, l’autorganizzazione, sono tutti elementi che sembrano dare delle prospettive positive a queste lotte.

La corrispondente di Infoaut dall’area mediorientale ”

In Spagna ed in Grecia…

Il 25 Settembre scorso a Madrid ha avuto luogo una manifestazione contro le misure di austerità e i tagli alla spesa sociale decisi dal governo spagnolo. Il corteo, intenzionato a raggiungere la sede del parlamento, è stato accolto dal comitato di benvenuto delle forze dell’ordine, che hanno come sempre “fatto solo il loro lavoro”, come si può vedere nel video che segue (ed in altri video reperibili qui):

Il giorno successivo, in Grecia, circa 100mila persone sono scese in piazza aderendo allo sciopero generale indetto dai principali sindacati del Paese, sempre per opporsi alle nuove misure di austeritá e tagli alla spesa sociale decisi, come in Spagna, dal governo asservito alla troika BCE-FMI-UE. Ad Atene le “forze dell’ordine” hanno operato arresti preventivi prima della manifestazione ed hanno fatto in modo che gli scioperanti non raggiungessero la sede del parlamento in Piazza Syntagma, disperdendoli con lacrimogeni e manganellate, coadiuvati dai reparti motorizzati Delta. In tutta risposta alcuni attivisti hanno risposto al benvenuto con lanci di pietre e bottiglie molotov: come potete vedere, la reazione dei manifestanti ad Atene è stata più pronta e decisa che a Madrid. Il bilancio della giornata è di 140 arrestati, nei confronti dei quali sono state organizzate manifestazioni spontanee sotto le sedi di polizia. Scontri particolarmente duri nel quartiere ateniese di Exarchia. Per un report completo segnalo il resoconto della giornata di sciopero postato in inglese sul sito Contra Info.

 

Cascina Lazzaro: continua lo sciopero dei braccianti.

Fonte: Radio Blackout.

lazzaro“Continua da due mesi il presidio permanente dei braccianti della Lazzaro di Castelnuovo Scrivia. In Italia i lavoratori che osano ribellarsi e denunciare le condizioni di schiavitù in cui sono costretti vengono licenziati nel silenzio dei media e delle istituzioni. E’ possibile solidarizzare direttamente con i lavoratori in lotta passando dal presidio, facendo contro informazione su questa lotta e sottoscrivendo il fondo per i lavoratori al conto PostaPay  4023600623581008 intestato ad Antorio Olivieri. Ne abbiamo parlato con Antonio del Presidio Permanente braccianti lazzaro. Scarica file

Sudafrica: la strage dei minatori ed il suo contesto sociale.

Marikana Massacre

Lo scorso Giovedì 16 Agosto la polizia ha aperto il fuoco contro i lavoratori in sciopero della miniera di platino Lonmin a Marikana, Repubblica Sudafricana, uccidendone 45. I lavoratori protestavano per avere un aumento salariale da 4000 Rand (circa 400 €) a 12500, secondo le fonti ufficiali erano armati di bastoni e machete e le forze dell’ordine avrebbero aperto il fuoco per legittima difesa. Strana legittima difesa quella di uomini addestrati ed equipaggiati con moderne armi da fuoco che sparano all’impazzata su lavoratori che rivendicano il loro diritto alla sopravvivenza in uno dei Paesi più poveri al mondo, dove i ricordi dei massacri operati dalle forze di sicurezza ai tempi della segregazione razziale rimangono indelebili (Sharpeville 1960, Soweto 1976, Uitenhague 1985…). Nel Sudafrica odierno una minoranza di persone di colore ha potuto arricchirsi andando a far compagnia all’élite bianca da sempre detentrice del potere politico ed economico, mentre il Paese registra un tasso del 40% di disoccupazione, nelle periferie di quasi tutte le grandi città i poveri vivono in baraccopoli prive di strutture sanitarie e collegamenti elettrici e le lotte sociali, se non sono funzionali agli interessi dei partiti e vengono condotte al di fuori di essi, vengono represse con la massima violenza. I maggiori sindacati sono legati alle logiche di potere e servono gli interessi delle imprese e dei politici, i loro funzionari guadagnano buoni stipendi e sono ammanicati con la direzione delle imprese nelle quali lavorano gli/le operai/e che il sindacato stesso dovrebbe rappresentare e difendere. Mentre un personaggio come Frans Baleni, segretario del sindacato National Union of Mineworkers (NUM) guadagna 105 000 Rand al mese per difendere gli interessi dei proprietari delle miniere, dei politicanti dell’ ANC con le mani in pasta nei profitti e degli investitori britannici o cinesi, i minatori fanno lavori faticosi e pericolosi in cambio di salari da fame e se chiedono un miglioramento della loro retribuzione ricevono pallottole come risposta, al pari delle 25 persone uccise dalla polizia durante proteste sociali dal 2000. L’unica difesa legittima in questa situazione è la lotta unitaria di tutti i/le lavoratori/trici per la socializzazione dei mezzi di produzione e per la redistribuzione della ricchezza prodotta, al di fuori e contro partiti e sindacati asserviti, contro i capitalisti, lo Stato ed i suoi apparati repressivi, fino alla liberazione dallo sfruttamento e dal dominio.

Per approfondire:

“The Marikana mine workers massacre- a massive escalation in the war on the poor”, di Ayanda Kota, pubblicato su Libcom;

“ANC throws off his mask! Workers murdered!”, dichiarazione congiunta degli anarchici sudafricani, dal sito Zabalaza.

Basiano. Lavoratori o schiavi?

Fonte: Anarres-info.

“A Basiano, nei pressi di Milano, c’è un magazzino dove vengono lavorate le merci per il supermercato il Gigante.
In questo magazzino, gestito dalla Gartico, una delle società che si occupa servizi di magazzinaggio per conto de “il Gigante”, lavorano circa 120 operai, dipendenti da due cooperative, la Sinergy del gruppo Alma per il facchinaggio e la movimentazione merci, e la ItalTrans che gestisce la sezione trasporti attraverso un’altra cooperativa, la Bergamasca del gruppo CISA.
Un intrico di appalti e subappalti dove vige il caporalato del secondo millennio.

Gli operai di Bergamasca – quasi tutti pakistani – grazie ad un balzello che consente alla cooperativa di pretendere 2.500 euro di quote sociali come compenso per le “perdite” della cooperativa – prendono 400 euro al mese in meno dei colleghi di Alma, dove i lavoratori sono quasi tutti egiziani. Il lavoro per gli uni e per gli altri è lo stesso.
A metà maggio i lavoratori della Bergamasca entrano in sciopero per il salario, e quelli di Alma li appoggiano.

A fine mese la coop Alma disdice l’appalto, lasciando a casa 90 lavoratori, che, nonostante lo preveda la legge, non vengono riassorbiti dall’altra cooperativa, che decide di avvalersi di lavoratori sin allora utilizzati a “chiamata” dai “caporali”. Licenziano decine di operai che lavoravano a 9 euro all’ora per sostituirli con altri, più ricattabili, a soli 6 euro l’ora.

L’8 giugno scatta lo sciopero: i lavoratori di Alma occupano il magazzino, quelli di Bergamasca lo appoggiano. Arriva la polizia, sgombera, carica, picchia: cinque operai finiscono all’ospedale. Da quel giorno scatta un presidio permanente.

Ma il peggio deve ancora venire.
La mattina dell’11 giugno arrivano i pullman dei crumiri accompagnati dalla polizia, i licenziati fanno picchetto davanti ai cancelli. Poi scatta la mattanza: lacrimogeni sparati direttamente sulle gambe, pestaggi durissimi di persone cadute in terra, teste spaccate, gambe fratturate.
Venti operai finiscono all’ospedale, alcuni feriti in modo grave. Tutti e venti verranno arrestati con l’accusa di resistenza aggravata. Nei giorni successivi alla maggior parte vengono attenuate le misure cautelari: qualcuno va ai domiciliari, altri hanno l’obbligo di firma.
Sabato scorso un migliaio di persone hanno manifestato a Milano in solidarietà ai lavoratori di Basiano, vittime di una legislazione che consente il caporalato. Se i lavoratori sono immigrati la loro sorte è ancora peggiore, perché, quando perdono il lavoro, perdono anche il permesso di soggiorno e rischiano l’espulsione.
La condizione dei lavoratori immigrati è ormai, sempre la più, la condizione di tutti i lavoratori, obbligati a contratti precari, senza alcuna garanzia per il futuro. Il ricatto occupazionale spinge ad accettare orari sempre più lunghi e salari sempre più bassi.
Nel nostro paese stanno varando una riforma del lavoro che renderà le nostre vite ancora più difficili e precarie. I padroni potranno licenziare come e quando vorranno.
Alzi la testa, lotti per il salario, la sicurezza sul lavoro, contro il dispotismo di capi e caporali? Di te non c’è più bisogno, vai via!
Si torna indietro e ci dicono che stiamo andando avanti.
Da anni il lavoro è diventato una roulette russa: i lavori precari, malpagati, pericolosi, in nero sono diventati la regola per tutti.
Chi si fa ricco con il lavoro altrui non guarda in faccia nessuno. Chi governa racconta la favola che sfruttati e sfruttatori stanno sulla stessa barca e elargisce continui regali ai padroni.
I padroni si sentono forti e passano all’incasso di quel che resta di garanzie, libertà, salario. Un macello che gronda sangue.
Monti vuole la fine delle lotta di classe, con la resa senza condizioni dei lavoratori. Cgil; Cisl e Uil lo hanno accontentato. I lavoratori, strangolati dalla crisi, dall’aumento di tariffe e dalla riduzione di salari e garanzie saranno disponibili a fare altrettanto?
O decideranno di difendere le loro vite, di lottare contro lo sfruttamento, di costruire un mondo diverso, senza servi né padroni.

Ci vogliono far credere che è impossibile. Mentono.

Cambiare la rotta è possibile. Con l’azione diretta, costruendo spazi politici non statali, moltiplicando le esperienze di autogestione, abbandonando l’illusione elettorale, perché destra e sinistra in questi anni si sono divise su tutto ma non su quello che conta. Hanno attuato lo stesso programma: farci pagare la crisi dei padroni finanziando le imprese e tagliando i servizi.
Facciamola finita con chi ci dice di abbassare sempre la testa, di tirare a campare, di rassegnarsi. Che se ne vadano tutti!
Un mondo di liberi ed eguali è possibile. Tocca a noi costruirlo.!

Per info e contatti:
Federazione Anarchica Torino
corso Palermo 46 – ogni giovedì dalle 21
338 6594361 [email protected]
http://anarresinfo.noblogs.org

La lotta dei minatori delle Asturie.

Fonte: Finchè ghe n’è.

“Scioperi, cortei, blocchi, e scontri con la Polizia. Dopo la battaglia campale di lunedì in una piccola località delle Asturie i minatori riescono a respingere un assalto della Guardia Civil e festeggiano l’assoluzione di due compagni arrestati. Già si parla di movimento 15-M, dove la M sta per minatori.

Com’è possibile che uno dei più duri e violenti conflitti sociali in corso in Europa scompaia dai grandi mezzi di comunicazione europei? E’ possibile, soprattutto se si considera il potenziale effetto domino di quanto sta accadendo in alcune regioni dello Stato Spagnolo. Dov’è in corso, da giorni, una vera e propria battaglia campale tra migliaia di poliziotti mobilitati dal governo e migliaia di minatori, che si oppongono con forza ai tagli decisi dal governo Rajoy, tagli che mettono la parola fine a decine di migliaia di posti di lavoro e condannano alla desertificazione economica intere province.
Nelle scorse settimane i lavoratori delle miniere di carbone e di altri settori presi di mira dai tagli draconiani del governo hanno scioperato, organizzato cortei locali e blocchi stradali, alcuni di loro si sono rinchiusi nei pozzi. E sabato scorso in diecimila erano calati su Madrid, ricevendo una accoglienza a suon di manganellate e arresti.
Ma non è bastato, non è servito. Il Partido Popular non vuol sentire ragioni e ha deciso di mantenere il piano prestabilito. A quel punto la lotta si è fatta più dura: sciopero generale a tempo indeterminato e ‘selvaggio’, blocchi stradali fissi sulle principali arterie stradali e autostradali delle Asturie, combattiva regione autonoma sull’oceano atlantico, nel nord. Una tradizione operaia e di lotta che non si è smentita.
Sono cominciati così una serie di blocchi selvaggi dei binari del treno, delle strade statali e delle autostrade in numerosi punti, con una tecnica ‘mordi e fuggi’ che sta mettendo a dura prova le cosiddette forze dell’ordine.
Martedì alcune centinaia di minatori e attivisti dei sindacati di classe – nella regione è molto forte una scissione di sinistra delle Comisiones Obreras, la Corriente Sindical de Izquierda – sono riusciti a respingere e a cacciare gli agenti in tenuta antisommossa mandati dal Ministero degli Interni a sgomberare una barricata eretta sull’autostrada N-630, all’altezza di Ciñera de Gordón, piccola località a metà strada circa tra Oviedo e Leòn. I lavoratori avevano eretto la barricata e poi gli avevano dato fuoco, bloccando del tutto la circolazione stradale nella regione. Già il giorno prima nei pressi del piccolo centro asturiano si era svolta una incredibile carica contro i lavoratori da parte dei celerini, che avevano picchiato e inseguito i minatori fin dentro il paese coinvolgendo nella caccia all’uomo anche gli abitanti. Ma il giorno seguente è andata diversamente, e con tecniche di vera e propria guerriglia, e l’utilizzo di fionde e scudi di plexiglas, i minatori sono riusciti a respingere l’assalto della polizia nonostante l’uso massiccio da parte della Guardia Civil di lacrimogeni e pallottole di gomma. La ritirata dei reparti speciali è stata accolta con un boato di soddisfazione non solo da parte dei lavoratori in sciopero ma anche della gente del paese che ha più volte espresso solidarietà attiva alla lotta dei lavoratori del carbone.
Altri festeggiamenti, nelle ore successive, per l’assoluzione dei due minatori arrestati durante la precedente battaglia campale tra polizia e minatori nei dintorni di Santa Cristina de Lena, processati per direttissima ma non ritenuti colpevoli delle gravi accuse che gli erano state rivolte. Ma altri minatori e attivisti, in varie parti delle Asturie e nel resto dello Stato Spagnolo, sono tuttora in stato d’arresto oppure denunciati a piede libero per reati di resistenza, oltraggio e danneggiamenti.
In queste ore la mobilitazione continua, con numerosi blocchi e presidi, mentre il tavolo di trattativa tra governo e rappresentanti dei sindacati e di alcuni enti locali – quelli che verrebbero affondati dalla chiusura delle miniere – procede infruttuosa a causa dell’intransigenza dei rappresentanti del governo spagnolo.
Una intransigenza sui tagli del 63% agli aiuti pubblici alla produzione del carbone che ha fatto andare su tutte le furie addirittura il sindaco di Toreno (in provincia di León), che ieri ha definito il Ministro dell’Industria spagnolo e suo compagno di partito, José Manuel Soria, “tonto del culo”.
Intanto nello Stato Spagnolo gli scioperi e le mobilitazioni sociali contro le politiche suicide del governo Rajoy si moltiplicano e si fanno sempre più determinate: dai trasporti alla sanità, dalla scuola ai dipendenti pubblici. E già in molti parlano di nuovo Movimento 15M. Non la M di ‘maggio’ ma di “minatori”.”

29 Marzo: sciopero generale in Spagna.

Riforma del lavoro, licenziamenti facili, aumento dell’età pensionabile, precarietà crescente, tagli alla spesa pubblica, sacrifici delle classi subalterne per mantenere in piedi il sistema dominante e far fronte ad una crisi la cui natura è insita nel sistema capitalista stesso, una crisi che nutre e rafforza le stesse strutture che l’hanno provocata: sono problemi urgenti che non riguardano solo un singolo Paese europeo, così come non può riguardare un solo Paese europeo la risposta da dare a tali problemi…

Il sindacato anarchico spagnolo CNT ha indetto uno sciopero generale in Spagna per il prossimo 29 Marzo, una data vicina a quella del 31 dello stesso mese, per la quale è stata indetta una giornata europea di azione anticapitalista. Segnali positivi, punti di partenza.

100 milioni di lavoratori/trici in sciopero in India.

Circa 100 milioni di lavoratori e lavoratrici hanno partecipato il 28 Febbraio in India a quello che può essere definito uno degli scioperi più grandi della storia. Oltre una dozzina di grosse federazioni sindacali e circa 5000 sindacati hanno aderito alle agitazioni, che hanno coinvolto principalmente lavoratori/trici di banche pubbliche, ferrovie, trasporti stradali, assicurazioni, porti, aereoporti, minatori carboniferi e settore energetico, ma hanno visto la partecipazione massiccia di altri settori tra i quali quello degli/lle insegnanti. Tra le richieste principali avanzate dai/lle lavoratori/trici in lotta e dalle diverse organizzazioni e federazioni sindacali vi sono: salario minimo garantito a livello nazionale, parità di diritti fra lavoratori assunti a tempo determinato e lavoratori con contratto a tempo determinato e assunzione definitiva dei lavoratori a tempo determinato, creazione di un fondo assicurativo nazionale, difesa dei diritti sindacali, adeguamento degli stipendi al costo della vita e blocco dell’aumento dei prezzi, lotta alla corruzione, aumento delle pensioni,  blocco della privatizzazione/svendita di settori pubblici. Il governo indiano ha bollato lo sciopero come un’errore e la camera associata del commercio e dell’industria indiana (Assocham) ha definito ingiustificabile l’astensione lavorativa, calcolando una perdita per l’economia nazionale pari a circa 20 milioni di dollari. A livello locale le autorità hanno preso contromisure per far sì che non venisse interrotto il “businnes as usual”, ad esempio nel Bengala occidentale sono stati messi in circolazione 1000 autobus statali, mentre a Kolkata il capo della polizia ha dispiegato 10mila agenti; a livello nazionale vi sono stati un centinaio di arresti a danno di attivisti che bloccavano il traffico stradale e ferroviario, oltre a diverse migliaia di altri arresti in diverse parti del Paese a danno di scioperanti . Lo sciopero è comunque stato un grande successo, almeno questa è l’impressione che si ha leggendo i commenti dei rappresentanti di alcune organizzazioni sindacali coinvolte: a Mumbai, capitale finanziaria dell’India, le banche sarrebbero rimaste tutte chiuse, a Nuova Delhi difficile trovare mezzi di trasporto pubblici in circolazione, così come a Karnataka, dove gran parte delle attività commerciali sono rimaste chiuse, mentre a Nagpur ,oltre a banche e trasporti, per la prima volta in tempi recenti hanno scioperato anche gli/le operai/e della fabbrica di armamenti pesanti “Ordnance Factory” di Ambhajhari.

Per approfondire vedi l’articolo in lingua inglese “India strike: A preliminary report- To Break their Haughty Power“.

PS: i massmedia del vostro Paese hanno dato il giusto risalto a questa notizia? Se la risposta è “no” dovreste riflettere sul perchè!

Sciopero generale in Grecia contro le nuove misure di austerità.

Sciopero in Grecia,10/02/2012

Nelle giornate di ieri 10 Febbraio ed oggi 11 Febbraio si é svolto e si sta svolgendo in Grecia uno sciopero nazionale contro l’approvazione in parlamento delle nuove misure di austeritá, che colpiranno come sempre le fasce piú deboli della popolazione, mirate al rilancio del Paese sul mercato, all’accrescimento della competitività, all’incentivo di investimenti esteri ed al pagamento del debito contratto nei confronti delle banche. Una stangata a base di privatizzazioni, consistenti tagli alla spesa sociale, sacrifici da parte della classe lavoratrice, ulteriore impoverimento, miseria ed emarginazione. Il tutto ordinato dalla troika Unione Europea-Banca Centrale Europea-Fondo Monetario Internazionale ai burattini che siedono in parlamento. Gli oppressi e gli sfruttati, però, non ci stanno…

Numerosi siti di controinformazione hanno pubblicato nelle ultime ore analisi sulla situazione economica e sociale della Grecia, ma soprattutto aggiornamenti sullo sciopero tuttora in corso e sulle iniziative nate durante lo sciopero stesso. Le notizie sono in continua evoluzione, perciò consiglio, oltre alla lettura dei link che seguono, di visitare soprattutto i siti Occupied London e Contra Info per informazioni aggiornate.

Radio Blackout: “La Grecia sotto ricatto“;

Radio Onda d’Urto: “Grecia: sciopero generale, scontri nella capitale“;

Aggiornamenti ora per ora sul primo giorno di sciopero generale dal sito Contra Info;

Occupied London full coverage of the 48hours General Strike in Greece.