Campagna straordinaria di sottoscrizione per Umanità Nova.

 Bild in Originalgröße anzeigen  Umanità Nova è il giornale anarchico più vecchio d’Italia, fondato nel 1920 da Errico Malatesta e passato attraverso numerose vicissitudini, dal grande successo iniziale come quotidiano stampato in oltre 50.000 copie alla repressione a mano armata da parte delle camicie nere fasciste appoggiate dai regi sbirri, dall’illegalità durante la dittatura mussoliniana e la stampa in esilio in diversi Paesi alla rinascita durante la Resistenza… Oggi Umanità Nova esce con periodicità settimanale, tra grandi difficoltà. La crisi dei periodici cartacei è un fatto risaputo e le vittime celebri sono noti quotidiani e settimanali che hanno dovuto forzatamente cessare le pubblicazioni. Umanità Nova sopravvive e resiste, ma ha urgente bisogno di aiuto. Perciò è stata organizzata una campagna straordinaria di sottoscrizione per il settimanale con l’obiettivo di raccogliere 10.000 Euro, come si può leggere nell’appello pubblicato dal giornale, che invita ad organizzare eventi pubblici, presentazioni e diffusioni del giornale. Ma anche semplicemente abbonarsi può essere un contributo importante, non solo per continuare un percorso editoriale iniziato quasi 97 anni fa, ma anche per confrontarsi con opinioni che non trovano spazio nella stampa che oggi va per la maggiore. Umanità Nova non è solo l’organo della Federazione Anarchica Italiana, ma anche la voce e lo spazio di espressione di movimenti di lotta e protesta sociale, sindacalismo, realtà culturali e sociali, una fonte di informazione al di fuori di ciò che propone l’appiattimento mediatico quotidiano al quale troppi sono abituati. Per chi fosse interessato/a ad abbonarsi, questo link contiene tutte le informazioni necessarie. Per altri cent’anni di libere idee!

Michel Onfray, “Pensare l’Islam”.

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Michel Onfray, “Pensare l’Islam” , Ponte alle Grazie, 2016, ISBN 9788868335038.

Michel Onfray, filosofo ateo e “libero pensatore”, espone nel libro “Pensare l’Islam” le sue idee riguardanti la religione musulmana in rapporto alla società francese e, in generale, occidentale, anche alla luce degli interventi militari in Iraq, Afghanistan, Libia, Mali e Siria susseguitisi nel corso degli ultimi decenni fino ad oggi e della risposta terroristica da parte di gruppi fondamentalisti islamici concretizzatasi anche con gli attentati del Gennaio e del Novembre 2015 a Parigi. Onfray illustra nella lunga intervista rilasciata alla giornalista algerina Asma Kouar -intervista che rappresenta la parte centrale del libro- la sua opinione sull’Islam, tanto religione di pace quanto di guerra a seconda di quali sure del Corano o passaggi della biografia di Maometto vengano presi in considerazione. Per Onfray è auspicabile cercare il dialogo con l’Islam che sceglie di far propri i valori compatibili con quelli della Repubblica francese e della sua storia forgiata dalla Rivoluzione e dall’Illuminismo, mentre le cause della reazione terroristica dei fondamentalisti islamici, appunto una reazione, va cercata nelle politiche neocoloniali delle potenze occidentali. Onfray attacca senza mezzi termini la politica francese, i massmedia e chi costruisce l’opinione nel mondo della cultura in Francia, scagliandosi contro l’omologazione delle reazioni susseguitesi agli attentati di Parigi, costruite ad arte sull’onda emotiva e sulla mancata volontà o capacità di riflettere razionalmente e sinceramente su quei tragici fatti; prende di mira la sinistra istituzionale moderata, quella dei Mitterrand e degli Hollande, sempre più simile alla destra, divenuta liberista almeno dal 1983, accusata di aver rafforzato e usato il Front National come strumento per spaccare la destra repubblicana e per ottenere quindi consensi elettorali, ma non risparmia nemmeno parte della sinistra “radicale” e “anticapitalista”, rea di correr dietro all’islam con l’intento di usarlo come ariete per sfondare, in chiave antiimperialista, laddove le masse “ignoranti” risultino impermeabili al verbo marxista e al contempo più inclini a recepire un messaggio di tipo religioso; condanna l’Europa unita dominata da interessi economici, priva di etica e morale, omologatrice, regno della mediocrità e del non-pensiero.

Nei dibattiti pubblici e sui media francesi Michel Onfray è stato accusato di tutto: di islamofobia e di complicità con lo Stato Islamico, di “sputare sui morti del Bataclan” e di fare il gioco di Marine Le Pen, il tutto a uso e consumo dello spettacolo mediatico e di chi si spartisce il potere politico. Ma se il pensiero di Onfray è quello esposto in “Pensare l’Islam”, queste accuse secondo me risultano infondate: Onfray non è una specie di Oriana Fallaci, non ragiona in modo viscerale, non è uno xenofobo, né un islamofobo. È un intellettuale ateo che critica razionalmente la religione musulmana, affermando che una religione può essere interpretata in diversi modi da ciascun credente, che deve decidere se recepire i messaggi di amore, fratellanza, pace e solidarietà contenuti nelle sacre scritture e nelle diverse tradizioni, oppure quelli spesso prevalenti che incitano a guerra e violenza, discriminazioni e conquista, oppressione e terrore. Per quanto io mi possa trovare in disaccordo con alcune sue osservazioni (una a caso, la confusione fra antisemitismo e antisionismo dei quali egli accusa parte della sinistra francese: quella sinistra potrà pur essere entrambe le cose, ma le due cose sono tra loro molto diverse) o considerarne altre di portata limitata (una volta per tutte: per me tutto ciò che non mette in discussione concetti e prassi legati al dominio è di portata limitata), apprezzo le critiche alla società del profitto, alle guerre di aggressione neocoloniale (e imperialista, aggiungo io), al pensiero unico dominante promosso da massmedia e pseudoesperti legati a interessi personali e di casta, ai politicanti di mestiere a caccia di voti e disposti a tutto pur di ottenerli. E a quel clima di omologazione al discorso retorico preconfezionato e utile al potere di turno che impedisce dibattiti sulle idee, privilegiando invece lo spettacolo, uno spettacolo al quale il filosofo francese dichiara di volersi sottrarre e dal quale non intende farsi strumentalizzare.

No al congresso dei neonazisti europei a Bruxelles!

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Un’alleanza europea di partiti neo-nazifascisti, APF (Alleanza per la Pace e la Libertà), ha recentemente aperto una sede a Bruxelles, all’indirizzo 22 Square de Meeûs, Ixelles. A comporre quest’alleanza, che con i termini “pace” e “libertà” non ha realmente nulla a che vedere, sono le  organizzazioni NPD (Partito Nazionaldemocratico Tedesco, Germania), Forza nuova (Italia), DN (Democracia Nacional, Spagna), Chrysi Avgi (Alba Dorata, Grecia), Nation (Belgio) e altre ancora, distintesi nel corso degli anni per propaganda e azioni razziste, sessiste, omofobe, autoritarie e, in generale, indirizzate contro chiunque non rientri nei loro schemi ideologici e si opponga ai loro progetti. Membri di Nation hanno aggredito e picchiato immigrati e senzatetto in Piazza Luxembourg a Bruxelles, mentre Alba Dorata è responsabile di centinaia di aggressioni a strutture autogestite, lavoratori/trici in sciopero, oppositori/trici politici/che e immigrati, i suoi membri hanno ucciso almeno una dozzina di immigrati e, nel 2013, il rapper antifascista Pavlos Fissas- solo per citare alcuni esempi.

È grazie alla donazione di 600 000 € da parte del Parlamento Europeo che Alba Dorata e i suoi alleati hanno potuto aprire un ufficio nella capitale belga. Le attività pubbliche dell’ APF sembrano non disturbare né chi ha affittato loro i locali nei quali svolgono le loro funzioni ufficiali, né le autorità comunali.

È ovvio che l’estrema destra non ha il monopolio di razzismo, sessismo e autoritarismo nelle nostre società europee. In ogni caso, l’influenza dell’estrema destra nell’attuale dibattito politico è innegabile. Altri partiti, non solo della destra conservatrice, giocano al sorpasso e avanzano proposte xenofobe, securitarie e antiemancipatorie con la scusa i voler sottrarre consensi ai neofascisti, mentre i loro argomenti vengono sdoganati e resi maggiormente accettabili per l’opinione pubblica.

Il prossimo 17 Dicembre si svolgerà il congresso annuale dell’APF, al quale parteciperanno neo-nazifascisti di tutta Europa. La campagna “Bruxelles Zone Antifasciste”, impegnata nell’obiettivo di far chiudere gli uffici dell’APF, invita tutti/e gli/le antifascisti/e a bloccare questo congresso, per impedire che la capitale belga diventi per un fine settimana un punto di incontro degli estremisti di destra europei e, alla lunga, il centro di riorganizzazione delle loro forze politiche e militanti. Non è necessario aspettare nuove tragedie, non bisogna esitare nel fermare chi fa proprio un passato di genocidi, dittature e guerre e un presente di aggressioni e omicidi. Non diamo a questi personaggi l’opportunità di organizzarsi, diffondere la loro propaganda nei quartieri, applicare la loro ideologia!

Altre informazioni e aggiornamenti: https://bxlzoneantifasciste.wordpress.com/

Comunicati in diverse lingue: https://freecollective.wordpress.com/2016/12/04/bruselas-llamado-para-boicotear-el-congreso-de-la-apf-alianza-europea-de-org-neonazis-17diciembre/

Dialogo con un cittadino tedesco qualunque su richiedenti asilo e immigrazione.

Solitamente non sono il primo a iniziare certi discorsi, ma per un motivo o per un altro mi capita di frequente di parlare di argomenti politici e sociali col mio prossimo. Una conversazione fra le tante è quella svoltasi un mese fa circa con un tizio che conosco di vista, una persona “del posto”, quindi tedesco (di nascita e di origine, anche se non ho a disposizione un’albero genealogico che mi dica da dove discendono i suoi antenati, hahaha!) , tra i cinquanta e i sessanta, di professione tassista, definibile in modo molto approssimativo come il classico cittadino tedesco qualunque. Non ricordo come si sia iniziato a parlare di immigrazione, richiedenti asilo e profughi, quel che ricordo lo riporto di seguito, non alla lettera, ma con la volontà di non omettere o modificare nulla -memoria permettendo. Il mio interlocutore è contrassegnato dall’abbreviazione CTQ, cittadino tedesco qualunque, io sono BB, Blackblogger.

CTQ: Mia figlia lavora per un’impresa di pulizie ed è stata incaricata di pulire un centro di accoglienza per richiedenti asilo. Quando lei e le colleghe hanno visto in che condizioni era il posto si sono rifiutate, hanno detto “un conto è pulire, ma spalare via l’immondezza è un’altra cosa!”. Questa gente vive così, ma non gliene frega nulla?

BB: A nessuno piace vivere in mezzo allo sporco. Gli immigrati che da alcuni anni a questa parte arrivano qui in Germania vengono accolti in strutture organizzate in fretta e furia, a volte decenti ma più spesso inadeguate o addirittura pessime. Ho parlato con un paio di persone che lavorano tra il personale addetto alla gestione delle strutture. Mi hanno raccontato di come queste strutture siano carenti, di come a ogni persona costretta a stare là dentro venga dato un tot di cibo, di carta igienica, di shampoo al giorno. Ci sono persone che hanno subíto traumi di natura psicologica, altre che hanno bisogno di cure mediche, molti di loro hanno lasciato amici e familiari nel Paese d’origine, tutti si chiedono quale sia il proprio futuro, ma devono stare tutto il giorno lì senza far nulla con persone che non conoscono e che spesso non parlano la loro lingua, non possono lavorare anche se vorrebbero, devono solo star calme e aspettare. Solo che stare calmi in situazioni del genere è difficile. Io mi stuferei presto…

CTQ: Eh, ma non possiamo mica accoglierli tutti! Vogliono venire tutti in Germania, stanno venendo tutti qui, ma come facciamo?

BB: Interessante, a sentire molti italiani sembra che tutti gli immigrati arrivino in Italia e ci rimangano! Eppure sono i primi a sentire gli effetti della crisi economica: tra il 2008 e il 2012 un milione di stranieri ha lasciato l’Italia (nota: dati riportati da Horaczek/Wiese, “Gegen Vorurteile”, 2015, pag. 27). Pensaci un attimo: la Germania è oggi uno degli Stati più ricchi al mondo. Dopo la Seconda Guerra Mondiale la Germania accolse 10 milioni di profughi (nota: in realtà furono circa 12 milioni!), cacciati dai territori occupati sotto il nazismo. Un Paese devastato dalle bombe, dalla guerra, hai presente le foto di Colonia nel ’45?, che accoglie tutta quella gente. E oggi, con tutti i mezzi a disposizione? Che scusa vogliamo togliere fuori? Certo, non è solo una faccenda tedesca. Si parla tanto di quest’ Europa solidale, ma vediamo che Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e altri Paesi, non solo dell’Est, luoghi di emigrazione per eccellenza, rifiutano di accogliere gli immigrati…sembra che si ricordino che esiste l’Unione Europea solo quando c’è da chiedere qualcosa. Ognuno dovrebbe fare la sua parte, per me è una questione di umanità e di solidarietà.

CTQ: Però io li vedo, molti di loro hanno lo smartphone e non arrivano qui vestiti di stracci. Non sono certo tutti poveri.

BB: Chi fugge dalle zone di guerra non è sempre povero, le bombe non guardano in faccia nessuno. Il fatto che una persona non sia povera non significa che non meriti accoglienza di fronte alle catastrofi. E poi, avere uno smartphone non è segno di ricchezza oggigiorno,alcuni modelli costano un centinaio di Euro… Cos’è, non dirmi che non conosci gente qui che compra cose che non gli servono urgentemente e che non può permettersi, a rate, indebitandosi!

CTQ: Sì, in effetti…

BB: Ci sono anche immigrati che vengono qui perchè a casa loro non hanno un lavoro, né prospettive di trovarne uno decente e non hanno prospettive di ottenere il diritto di asilo. Io penso che tutti abbiano il diritto a rimanere. Anche io se vogliamo posso definirmi un Wirtschaftsflüchtling, sono andato via dal mio Paese per via della disoccupazione e delle condizioni di lavoro che sapevo essere peggiori che qui, solo che io in quanto cittadino di uno Stato dell’UE sono privilegiato rispetto ad un cittadino kosovaro o nordafricano, nessuno mi caccia via di qua, ma non perchè sono migliore degli altri, solo perchè ho un passaporto “fortunato”. Non penso di meritare accoglienza più di chiunque altro solo perchè sono italiano!

CTQ: Gli italiani qui però sono venuti per lavorare, personalmente non ho mai avuto problemi con loro. Ne conosco tanti, lo sai.

BB: Sono venuti qui come gastarbeitern, per lavorare, come i portoghesi, i turchi, i greci e tutti gli altri, grazie a convenzioni con i rispettivi Stati di provenienza, perchè faceva comodo all’economia tedesca. Serviva manodopera. Il benessere economico di questo Paese è stato raggiunto anche grazie allo sfruttamento di quegli immigrati, che oltretutto erano spesso vittime di pregiudizi e discriminazioni da parte di istituzioni e popolazione locale, non dimentichiamolo. I tedeschi vanno in giro per il mondo, non solo in vacanza, ma a studiare o a trascorrere la vecchiaia, ma anche per migliorare la loro condizione economica…hai presente “Goodbye Deutschland”(Nota: programma stile reality nel quale cittadini/e tedeschi/e vengono seguiti nel cercare fortuna in altri Paesi)? È pieno di tedeschi o cittadini di origine tedesca negli USA, in Australia, in Svizzera, Argentina, Austria, Scandinavia… Perchè loro possono e altri no?  È solo una questione di leggi fatte per soddisfare interessi economici, a rimetterci, a pagare spesso con la vita, sono gli esseri umani meno privilegiati. Quel che accade ora in Siria, Iraq, Afghanistan, è anche colpa delle politiche e degli interessi dei Paesi occidentali.

CTQ: Ma io vedo al tg che quelli che arrivano sono uomini giovani…io non lascerei mai indietro la mia famiglia!

BB: No, non sono solo uomini giovani. Magari lo sono più spesso nel caso degli immigrati “economici”, vengono qui con l’obiettivo di trovare un lavoro e farsi raggiungere in seguito dalla famiglia o spedire i soldi ai familiari nel loro Paese, oppure tornare indietro dopo alcuni anni coi risparmi. Tui che conosci tanti italiani qui in Germania, sai che anche molti di loro hanno fatto così. Ognuno ha una storia diversa alle spalle e ci sono diversi motivi per i quali si emigra da soli, sempre che questo sia il caso. Oltretutto quel che vedi in tivú spesso non è autentico e genuino, ci viene mostrato solo quello che si vuole mostrare. Quello che vorrei farti capire è che se non abbiamo informazioni corrette non possiamo farci un’opinione valida, che poggia su basi reali. E se ci dimentichiamo di essere solidali e umani perdiamo qualità preziose che ci aiutano a costruire una società migliore e a convivere in armonia.

CTQ (Dopo una lunga pausa di silenzio, accompagnata da uno sguardo in parte insicuro, in parte indagatore-così almeno lo interpreto io): Sai una cosa? Dovresti fare il politico! Parli bene e hai un sacco di buone idee!

BB (Risata): A me i politici non piacciono. Hanno già i loro piani, non ascoltano certo quelli come me. Non aspettiamoci nulla da loro, dobbiamo essere noi a fare qualcosa. La risposta che stanno dando alla questione dei richiedenti asilo è parte del problema, non una soluzione.

Dopodiché la conversazione cambia argomento e io mi allontano. Non so se sia riuscito a intaccare i luoghi comuni del mio interlocutore, un cittadino tedesco qualunque con gli stessi dubbi, le stesse insicurezze, le stesse frasi di tanti altri. Di sicuro l’ho lasciato senza argomenti, il che capita spesso a chi discute con me, ma non significa granché: forse il giorno dopo ha avuto una discussione sullo stesso tema e ha ripetuto le stesse cose che aveva detto a me, o forse nel frattempo si è dimenticato addirittura che il nostro colloquio abbia mai avuto luogo. Non l’ho più incontrato finora, perciò non lo posso sapere, ma in fondo non ha importanza. Esporre le mie opinioni, che nel corso del tempo sono cambiate almeno in parte, in modo più o meno netto, è quel che faccio da almeno vent’anni a questa parte, quasi quotidianamente. Quel che mi preme è mostrare un’altra prospettiva, spesso in ombra a causa della cattiva informazione, delle paure ataviche, dell’ignoranza, dell’egemonia ideologica del sistema di dominio imperante; mi interessa mettere in dubbio quel che fino ad un momento prima sembrava essere una certezza, far capire che si deve scavare più a fondo per afferrare la sostanza di quel che accade intorno a noi, per poter mettere in discussione tutto, anche se ciò può spaventarci. Non so se ho mai convinto qualcuno/a, sempre che convincere sia la cosa più importante. Di sicuro so che non smetterò.

 

Saronno: 3 giorni contro le frontiere.

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: https://collafenice.wordpress.com/2016/11/17/3-giorni-contro-le-frontiere/

Matteo Renzi mi scrive: “Caro italiano…”.

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Stamane, tra la posta ho trovato una lettera che mi invita a votare “Sì” al Referendum Costituzionale che si terrà il mese prossimo. La prima pagina contiene, oltre alle istruzioni di voto per i/le cittadini/e italiani/e residenti all’estero, diverse immagini dell’attuale presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi, immortalato durante lo svolgimento delle sue funzioni di rappresentante istituzionale dell’Italia nel mondo. Sul retro, una vera e propria lettera. “Cara italiana, caro italiano…“, inizia il panegirico intriso di retorica ed opportunismo, “nessuno meglio di voi, che vivete all’estero, sa quanto sia importante che il nostro Paese sia rispettato fuori dai confini nazionali“. E questo è solo l’inizio. Matteo mi fa sapere che il nostro Paese è vittima di pregiudizi, il più persistente dei quali è quello per cui siamo, per dirla con l’immancabile riferimento calcistico buono appunto a rafforzare i pregiudizi sul popolino italico, “un Paese dalla politica debole, che si perde in un mare di polemiche. Un Paese instabile, che cambia il presidente del Consiglio più spesso di un allenatore della Nazionale“. Matteo dice d’essersi impegnato, durante le sue innumerevoli visite all’estero, nel promuovere un’immagine positiva dell’Italia, incita a “fare di più, tutti insieme” e parte col discorso della riforma costituzionale. Sembra che Matteo creda di sapere quel che deve affrontare un “cittadino/a italiano/a” costretto/a ad emigrare, non un cervello in fuga, ma braccia da lavoro. Va da sé che il mondo dorato nel quale vive Matteo da Rignano sull’Arno non è il mio, ad accomunarci non abbiamo nulla se non appunto il genere e la nazionalità scritta sui documenti d’identità, cose che per me contano praticamente nulla. Matteo pensa che all’estero si parli male di noi perchè abbiamo un sistema politico e burocratico farraginoso, sprechiamo risorse e denaro pubblici, abbiamo una classe politica litigiosa e attaccata alle poltrone. In parte è così, d’altronde dovrebbe ben sapere che molte critiche rivolte all’Italia, giuste o sbagliate che siano secondo i punti di vista, si rivolgono proprio a personaggi come lui, l’attuale presidente del Consiglio, preoccupato più di fare “bella figura” (termine spesso usato letteralmente dalla stampa tedesca) su podi e palcoscenici che di migliorare veramente la situazione del Paese. Renzi però non dispiace a tutti, almeno non del tutto. Basta seguire le regole del capitalismo e dei mercati globalizzati, destreggiarsi tra le rivalità di interessi e le contraddizioni interne, trovare i partners più adatti per firmare nuovi accordi e contratti, fare i favori giusti alle persone giuste ed ecco che inizi a piacere ad un sacco di gente in giro per il pianeta, gente influente, che fa girare la grana, che crea l’opinione, che gestisce il dominio. È questo quel che importa all’attuale imbonitore a capo del teatrino governativo, mentre i/le cari/e cittadini/e italiani/e, in patria e all’estero, servono solo quando devono dire SÌ. E per convincerci basterebbero un paio di frasi fatte sull’emozione suscitata dai nostri sguardi orgogliosi e dall’inno di Mameli, scritte da (o per) uno che non ci conosce, che se ne frega delle nostre esigenze, dei nostri problemi, delle nostre vite, uno tra tanti che è parte del problema e non della soluzione, che tratta ciò che dovrebbe essere di tutti come una proprietà privata sua e dei suoi amichetti, un’arrivista che blatera un terzo neolingua, un terzo retorica stantia e un terzo anglicismi mal digeriti? Ma che cazzo ne sa lui, che cazzo ne sai tu, Matteo Renzi, del nostro orgoglio, delle nostre esistenze, delle nostre storie, come le chiami tu? Vaffanculo! Vaffanculo a te e a tutti i signori e le signore che hanno fatto del clientelismo, della corruzione, del carrierismo, della concorrenza e degli interessi di classe o casta una ragione di vita, ma vaffanculo anche a tutti quelli che credono che la disonestà sia l’unico problema, quelli che non hanno capito che si ruba più legalmente che illegalmente, perchè il capitalismo stesso è nato dal furto e dal saccheggio in grande stile e lo sfruttamento può benissimo venir esercitato entro i confini stabiliti dalle leggi. E Vaffanculo anche a chi si illude che la “nostra” Costituzione sia da salvare, un pezzo di carta che ci viene sventolato sotto il naso ad ogni pié sospinto dalle stesse persone che lo usano per nettarcisi il deretano, un guazzabuglio di leggi decise da pochi per imbrigliarci e limitarci, per illuderci di aver raggiunto qualcosa, mentre gli assassini della dittatura fascista tornavano ai loro posti da bravi burocrati e compagni e compagne non assimilabili dal “nuovo” sistema finivano in carcere o venivano eliminati, mentre i “nuovi” padroni usavano il terrore come strumento di controllo per schiacciare qualsiasi aspirazione egualitaria ed emancipatoria. Fá una cosa, Matteo, la prossima volta che mi scrivi non parlarmi del tuo orgoglio di rappresentante di un Paese svenduto, colonizzato e al contempo colonizzatore, mandato in malora da un sistema malavitoso parzialmente legalizzato. Raccontami piuttosto di come tu sia orgoglioso di vivere in un Paese tutto da creare, dal quale nessuno/a deve emigrare pur di poter sbarcare il lunario e nel quale chiunque fugge da situazioni peggiori trova una dignitosa accoglienza; che non spreca risorse in dannosissimi progetti faraonici ma che investe nelle infrastrutture realmente necessarie con particolare riguardo all’ecocompatibilità; che non smantella i diritti dei/lle lavoratori/trici, ma li/le vede padroni/e del proprio lavoro; che non manda soldati a fare guerre in giro per il mondo né dichiara guerra ai poveri sul proprio territorio, ma cerca soluzioni il meno violente e il meno coercitive possibili per risolvere le controversie e s’impegna a creare una società solidale di individui liberi ed eguali. Raccontami che non vuoi il mio voto per far approvare più rapidamente le leggi che fanno comodo a te ed ai tuoi compari raccomandati, ma chiedimi piuttosto di impegnarmi in prima persona per mettere in moto il cambiamento che vorrei avvenisse intorno a me, non ciarlare di rappresentanza ma ammetti che l’unica democrazia degna di questo nome è quella diretta e dal basso, ovunque, nei luoghi di studio come nei posti di lavoro come nei quartieri nei quali viviamo. Ma soprattutto rivolgiti a me alla pari dopo esserti ritirato dai tuoi incarichi ed aver rinunciato a tutti i tuoi privilegi, e ricorda che finchè batti sui tasti del patriottismo, dei confini, del progresso fine a se stesso, del prestigio internazionale e del futuro (concetto col quale veniamo eternamente illusi), noi due non parleremo mai la stessa lingua, con buona pace dell’essere entrambi “italiani”. Fino ad allora faresti più bella figura se tu tacessi.

4 Novembre 2016: sciopero generale!

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I sindacati USI-AIT e CUB hanno proclamato uno sciopero generale su tutto il territorio italiano per l’ intera giornata del 4 Novembre 2016, al quale ha aderito anche il sindacato SGB. A Milano si svolgerà un corteo, nel resto d’Italia sono previste numerose iniziative locali. Le ragioni di questo sciopero vengono, tra l’altro, spiegate in un articolo apparso sul periodico Umanità Nova: “Il 4 Novembre per uno sciopero non sottomesso alle politiche di palazzo”. Altre informazioni sono disponibili sui siti delle organizzazioni sindacali USI-AIT e CUB. Appoggiamo e diffondiamo!

Como: quando la solidarietà coi migranti è “socialmente pericolosa”.

Ho ricevuto pochi giorni fa una lettera con la richiesta di diffonderla. Si tratta del racconto di un compagno colpito da un provvedimento repressivo comminatogli dalle autorità a causa della sua attività a favore dei migranti concentrati a Como a seguito della chiusura della frontiera con la Svizzera:

Lettera aperta dal confino

FABIO ACHAB·VENERDÌ 14 OTTOBRE 2016

Buongiorno a tutti,

Sono Fabio Gabaglio, ieri mattina mi è stato notificato un “foglio di via” da Como della durata di un anno. In questo atto mi si accusa di avere preso parte ad una manifestazione non autorizzata in cui si denunciava la complicità della ditta di trasporti Rampinini nella deportazione dei migranti, di essere una persona socialmente pericolosa e di frequentare la città di Como col solo scopo di compiere reati. Con questa lettera aperta, per chi avrà la pazienza di leggerla, io intendo spiegare il mio punto di vista, rivendicare pubblicamente il mio operato, la mia identità e produrre quella difesa politica che in altre sedi non mi è consentito di dare. La doverosa premessa è quella che fa dei lettori a cui mi rivolgo, dei “giudici impectori”, il cui giudizio è quello che maggiormente m’importa, supponendo che anch’essi, come me, si pongano propositi di cambiamento radicale della società, interpretando il presente come profondamente ingiusto. Dal luglio scorso, quando la città di Como si è trovata al centro di quella che è stata definita “emergenza migranti”, ho iniziato ad interessarmi a quanto stava accadendo tra il confine Italo-Svizzero e la stazione di Como san Giovanni. Una sorte ironica fece che tutto il mio tempo libero, ferie incluse, lo trascorsi in quello che è anche un mio luogo di lavoro, in quanto di mestiere sono Macchinista Ferroviere. La storia è nota, ma non è mai superfluo ripeterla: L’autorità doganale svizzera chiude quasi completamente le dogane ai numerosi profughi che tentano di attraversarla e ai richiedenti asilo che vi si vorrebbero insediare, e a Como si crea quindi un ingorgo e l’accampamento che tutti abbiamo conosciuto. Chi cerca di passare il confine viene respinto a piedi sul suolo italiano nel migliore dei casi, altrimenti viene deportato nei centri di smistamento del sud Italia, Taranto quasi sempre. Con alcuni sodali decido esprimermi e spendermi sulla questione dando un apporto politico all’enorme e meritorio sforzo civile che la città, la parte migliore della città, ha profuso per dare ai “Ragazzi” un’ accoglienza dignitosa, un trattamento umano e un sostegno materiale. Il mio proposito aggiuntivo è quello di animare il dibattito generale sulla questione migratoria, ponendo degli interrogativi politici sugli interessi che influenzano la gestione dei flussi ed evidenziando le innumerevoli contraddizioni che ne emergono. Iniziai cosi, implementando il lavoro quotidiano di centinaia di volontari, a produrre una critica che spingesse ad andare oltre il livello della necessaria accoglienza che da più attori viene messa in campo, per costruire una solidarietà diretta, capace di mettere in relazione la condizione dei migranti, vittime estreme del sistema economico in cui viviamo, e la nostra, di indigeni, esposti agli effetti della crisi e della conseguente precarizzazione totale delle nostre vite. Per farlo in modo organico, occorreva però toccare con mano le questioni, conoscerle a fondo, e mediante l’inchiesta, guadagnarsi la libertà di parola, il titolo di potersi esprimere a ragione veduta. La prima iniziativa per cui mi spesi in prima persona fu il 7 agosto, una giornata di giochi, sport e socialità. Bastarono quattro palloni, un paio di canestri da basket, e una merenda collettiva per scoprire che quello che ne sarebbe seguito sarebbe stato molto di più della semplice inchiesta politica, ma sarebbe diventato anche una relazione di profonda amicizia, di empatia, di auto-riconoscimento. Senza quasi rendersene conto il rapporto si strinse molto, il “noi” ed il “loro” si fusero, i nomi impronunciabili e forestieri divennero familiari, e quelli che rifiutammo di considerare “utenti-destinatari” della nostra elemosina divennero compagni delle nostre infinite giornate campali, narratori delle storie più incredibili, portatori della più legittima delle volontà. E noi ne diventammo complici. Si sperimentò un percorso di autogestione da cui nacque l’infopoint: un gazebo in cui si cercava di dare le principali informazioni pratiche e una primissima accoglienza materiale (cibo e vestiti) a chi arrivava al “campo informale”, si organizzarono corsi di italiano ed inglese, e ogni sera si tenevano riunioni interetniche tradotte in inglese, arabo, francese, tigrino, amarico, oromo… Fu in questo contesto di confronto virtuoso che si decisero le molte e diverse iniziative messe in campo, tra le quali la lettera aperta che i migranti scrissero alla città, il presidio tenuto a Pontechiasso, dove decine di migranti reclamarono il loro diritto di superare il confine e di non essere trattati da animali, e il corteo del 15 settembre, forse il più bello che nei miei trent’anni (molti dei quali vissuti da militante politico) possa ricordare, e per il quale personalmente chiesi l’autorizzazione alla questura. Quel corteo per me fu una scommessa: 500 persone dalle più diverse sensibilità ed esperienze, migranti in testa, veicolavano il messaggio lanciato dall’appello, “Il campo non è una soluzione, aprite il confine!”. Rimandate al al mittente le provocazioni dei fascisti che minacciarono costantemente la coda del corteo, disattese le aspettative allarmiste di chi paventava la calata dei barbari in città, dissolta la coltre di terrore imposta dallo sproporzionato spiegamento di militari, il corteo, fortemente comunicativo, sfilò per la città senza intoppi. La scommessa fu vinta. Il clima tuttavia cambiò repentinamente quando aprì il campo governativo, la non-soluzione sulla quale sollevammo tanti dubbi e contro la quale gli stessi migranti si sono sempre espressi. Nei giorni immediatamente precedenti alla sua apertura la solidarietà iniziò ad essere sempre più criminalizzata, cucinare o portare cibo divennero pretesti per far intervenire la polizia, le docce e la mensa vennero chiuse, e i migranti, in un paio di giorni, furono costretti a lasciare i loro ripari di fortuna per entrare nel campo governativo. I dubbi diventarono certezza quando la natura del campo governativo si manifestò in tutta la sua burocratica freddezza. Le garanzie date dal prefetto sul funzionamento del campo furono prontamente disattese, le richieste di modelli alternativi di accoglienza non furono accolte, le tutele specifiche per minori non vennero attuate, il regolamento interno non fu pubblicato, i volontari furono estromessi, e chi riponeva speranze nel “circuito legale dell’accoglienza” rimase amaramente deluso. Lo stato così ha ripreso il controllo della situazione anche fuori dal campo, tutto quello che prima era socialmente accettato e tollerato, ora è proibito. Distribuire cibo, incontrare, parlare con chi ha l’aspetto di un rifugiato, porta ad essere identificati, intimiditi, segnalati. Trovare un riparo di fortuna per chi non ha accesso al campo governativo è reso quasi impossibile dalle decine di pattuglie che ogni notte perlustrano ogni angolo di Como, ogni anfratto, con l’ordine di sgomberarlo, di rendere inospitale la città, cercando in questo modo di arrestare il flusso in arrivo. E su Como, la città bella e solidale che riscoprimmo quest’estate, cala un invernale clima di apartheid. Ora al sottoscritto, come ad altri attivisti, viene presentato il conto per il ruolo attivo tenuto in tutto questo. Il foglio di via, nella fattispecie, è una misura preventiva di natura fascista, in cui il questore, senza una vera e propria indagine, senza un processo e senza la possibilità di difesa, intima arbitrariamente al destinatario di non fare ritorno su un determinato territorio, riconoscendo in lui una presunta pericolosità sociale. La reale intenzione di chi emette questa misura non è tuttavia punire qualcuno per un reato specifico commesso, ma semplicemente colpirlo ed allontanarlo per le proprie idee e per le pratiche che potenzialmente ne derivano, isolandolo dai suoi percorsi di lotta e dal contesto sociale in cui è inserito. Nel mio caso, accade che ieri, 13 ottobre, mentre presenziavo in qualità di uditore alla conferenza stampa tenuta dalla rete di “Como senza frontiere” di fronte al campo governativo vengo avvicinato da alcuni funzionari di polizia che mi intimano di presentarmi in questura per notificarmi un foglio di via obbligatorio che mi inibisce dal fare ritorno nel comune di Como per un anno. Mi si contesta nello specifico di aver manifestato contro la ditta di trasporti Rampinini, che dal luglio scorso si occupa anche di deportare i migranti, che respinti in Italia dal confine elvetico, vengono caricati su dei pullman e, scortati da un ingente pattuglia di polizia, sono spediti nell’hotspot di Taranto, contro la loro volontà, senza avere contezza del loro status giuridico, interrompendo, mortificando e umiliando in maniera violenta il loro progetto migratorio, che per queste persone, rappresenta l’umana e innata pulsione a migliorare la propria condizione materiale. Per rimettere questa azienda davanti alla sua palese responsabilità di collaborazionista il 12 settembre si è tenuto un presidio simbolico davanti alla sua sede di via Napoleona, in cui si diffondeva un volantino e si esponeva uno striscione: Rampini complice delle deportazioni. Lo scrivevamo allora, lo ribadisco ora, assumendomi la responsabilità di quanto fatto. Se esprimere questo, senza chiedere il permesso a chi quelle stesse deportazioni le dispone e le realizza sia più vergognoso dello stesso compierle, lo lascio decidere a voi. Questo foglio di via mi descrive inoltre con l’infamante appellativo di “persona socialmente pericolosa”, che usa frequentare Como “col solo scopo di commettere reati” e di accompagnarmi a persone già oggetto di “segnalazioni all’autorità giudiziaria.” Io credo, che se vi sia una minaccia reale per la società, essa stia proprio nel fatto che certe dittatoriali limitazioni della libertà personale possano essere comminate a chi invece è parte integrante della società, a chi ne anima i moti di cambiamento, a chi ha la pretesa attiva di renderla più giusta, includente e civile. Essere riconosciuto come frequentatore abituale del campo informale della stazione è una cosa di cui non mi vergogno affatto. Farlo in concorso con altri solidali non ritengo sia un aggravante. Essermi riunito innumerevoli volte con dei migranti, averci discusso, essermi organizzato con loro per dare voce alle comuni istanze è una cosa di cui non sono in alcun modo pentito. Sfidare il clima di piombo che si respira in città per continuare a mantenere il rapporto con i migranti incontrati fino ad oggi, o per costruirlo ex novo con chi tuttora continua ad arrivare, non credo faccia di me un pericolo sociale. Ebbene, con questo foglio di via, la questura, l’apparato immunitario dell’ingiusto sistema politico-legale che abbiamo di fronte, pone nella mia vita un ostacolo giuridico che si frappone tra me ed i miei propositi che lascio a voi giudicare. La città di Como inoltre, come è normale che sia, per me, rappresenta anche un luogo fisico in cui si intrecciano interessi personali, abitudini, relazioni sociali ed affettive dalle quali ora con questo provvedimento si cerca di isolarmi in un assurdo accanimento. É lì che abitualmente trascorro il mio tempo libero, è lì che sono solito incontrarmi con amici e amiche, è lì che talvolta mi trovo a esercitare la mia professione, ed è lì che voglio liberamente poter tornare. Lungi dal voler elemosinare la pietà di alcuno, io credo che il mio dovere, a fronte di quello che mi è toccato, sia in primis mettere in guardia ognuno di voi: quello che oggi si abbatte su di me, domani potrebbe succedere ad altri. Quando il divario tra legalità e giustizia si fa così sfacciatamente evidente tutti sono chiamati a prendere una posizione. Ed è quello che io ora vi chiedo. Grazie della vostra attenzione. La parte più bella di questa città rifiuta il razzismo e l’indifferenza, e io sono (ancora) lì. Fabio Gabaglio ”

Il sito Informa-Azione riporta un comunicato di persone colpite dallo stesso provvedimento, nello stesso contesto, che annunciano resistenza contro le misure restrittive imposte dalla Questura.

Sessant’anni fa: la rivoluzione ungherese.

Bildergebnis für anarchici rivoluzione unghereseLa rivoluzione scoppiata in Ungheria nell’Ottobre del 1956 è tutt’oggi oggetto di discussione storica e politica, sia per la sua natura ed il suo significato, sia per quelli che sarebbero potuti essere i suoi sbocchi futuri se nno fosse stata repressa con l’intervento militare dell’URSS poche settimane dopo il suo inizio. Mentre gli Stati “socialisti” e i partiti comunisti occidentali fedeli alla linea sovietica la dipingeranno a lungo come un’insurrezione reazionaria, nazionalista e antirussa, tesa a creare nel Paese un regime fascista simile a quello di Horthy che governò l’Ungheria per un ventennio e molti liberali, cristianodemocratici e socialdemocratici la definiranno come una rivolta di natura democratica che avrebbe dovuto riavvicinare l’Ungheria alle potenze Occidentali, vi è un’altra interpretazione dei fatti che tiene conto dei consigli operai che vennero creati fin da subito nelle fabbriche e che servivano ad esercitare un controllo diretto dei lavoratori sui mezzi di produzione e sui processi decisionali. L’esistenza di consigli di fabbrica, la loro centralità in un processo avviato dal basso per un cambiamento radicale dell’esistente al di là dei giochi politici e strategici dei due blocchi imperialisti contrapposti, è una realtà rimasta per troppo tempo in ombra. Mentre si preferisce parlare della repressione sovietica e degli equilibri geopolitici dell’epoca, del ruolo eroico e al tempo stesso tragico di Imre Nagy e celebrare il tragico anniversario della sconfitta della Rivoluzione in chiave patriottica -il tutto perfettamente in sintonia col clima reazionario e nazionalista che permea la società ungherese odierna e la classe politica che governa quel Paese-, per rendere onore alla realtà dei fatti si dovrebbe riportare al centro del discorso il ruolo dei consigli operai, le idee e gli obiettivi di chi tentò seppur invano di liberare la classe lavoratrice dalla morsa di partiti, burocrazia, servizi segreti e centralismo. Dieci anni fa, per il cinquantenario della Rivoluzione Ungherese, “A-Rivista Anarchica” pubblicava un testo che può aiutarci a recuperare informazioni su questi aspetti fondamentali: “I consigli operai”, di Suzanne Körösi. La stessa rivista pubblica anche uno stralcio del libro di Andy Anderson “Ungheria ’56. La comune di Budapest. I consigli operai”, che tratta il periodo immediatamente successivo alla fine “ufficiale” della rivoluzione ungherese e ci aiuta a capire meglio la natura dei consigli operai ed il loro rapporto/conflitto col potere statale. Solo conoscendo e comprendendo la Storia ci si può riappropriare del significato di eventi di cruciale importanza, sottraendoli a narrazioni falsate create ad hoc per far credere che non vi siano alternative al sistema dominante, per cancellare il passato di chi lottò contro qualsiasi forma di autoritarismo per liberare la classe lavoratrice dall’oppressione e dallo sfruttamento di vecchi e nuovi poteri e classi dominanti.

Germania: NSU, Stato e politiche sull’immigrazione. Un articolo per approfondire.

Il gruppo terroristico tedesco NSU (National-Sozialistischer Untergrund, ovvero “Sottosuolo Nazionalsocialista” o “Clandestinità Nazionalsocialista”), composto da Uwe Böhnhardt, Uwe Mundlos e Beathe Zschäpe, è stato responsabile tra il 1998 e il 2008 di dieci omicidi, tre attentati dinamitardi e numerose rapine. La carriera terroristica del trio è terminata solo con la morte di Böhnhardt e Mundlos, presumibilmente suicidatisi dopo un tentativo fallito di rapina, e col successivo arresto della Zschäpe. È stato allora che l’opinione pubblica è venuta a conoscenza dell’esistenza di questa cellula terroristica neonazista, che è stata capace di uccidere otto persone di origine turca, una di origine greca, una poliziotta tedesca e di compiere attentati e rapine mentre i suoi membri, già noti alle autorità, si muovevano senza temere troppo di essere scoperti e le indagini sugli omicidi e sulle bombe prendevano più che altro di mira le vittime e il loro presunto coinvolgimento in giri malavitosi gestiti da connazionali. Con l’inizio del processo a Beathe Zschäpe è emerso come diversi apparati polizieschi e servizi segreti abbiano insabbiato le indagini, fatto sparire prove, taciuto e coperto gli assassini, mentre ottenevano informazioni da diversi neonazisti in cambio di denaro, a sua volta utilizzato per finanziare le sanguinose attività dell’NSU. Ufficialmente si è parlato di panne, cattivo coordinamento tra le forze di sicurezza e concorrenza tra i diversi reparti, al più di incompetenza individuale. La realtà invece è molto peggiore. Quella che può sembrare una teoria complottista, lo Stato -o alcuni settori che ne fanno parte- che usa gli estremisti di destra come braccio armato illegale per perseguire obiettivi politici e strategici che devono rimanere perlopiù estranei alla conoscenza dell’opinione pubblica, non è una fantasia. Chi pensasse diversamente farebbe bene a ricordare Piazza Fontana, Piazza della Loggia e il treno Italicus in Italia, le rapine e gli attentati del Brabante in Belgio, i colpi di stato in Grecia e Turchia- solo per citare alcuni esempi, i più noti e documentati fra i tanti. Rimane solo da chiedersi cosa ancora non sappiamo riguardo quelle strutture messe in piedi con l’inizio della Guerra Fredda, quanto queste siano ancora funzionanti e quale sia il loro attuale impiego e raggio d’azione al di là dei casi noti.

Nel caso tedesco, il ruolo dello Stato nell’ “affare NSU” èstato trattato approfonditamente in un articolo firmato dal collettivo tedesco Wildcat e ripubblicato in lingua inglese sulla rivista Viewpoint Magazine, del quale trovate qui sotto il link. Pur preferendo la segnalazione e la diffusione di articoli in italiano su questo blog, ritengo l’argomento particolarmente importante e l’articolo altamente informativo e corretto (al di là di qualche dettaglio sul quale dibattere o avere dubbi), quindi invito chiunque non abbia molta dimestichezza con l’inglese ma sia comunque interessato/a a saperne di più a fare uno sforzo nella lettura!

The Deep State: Germany, Immigration, and the National Socialist Underground.

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