Deutsche zuständen.

Fuggono dalla guerra e dalle persecuzioni, affrontano un viaggio rischioso andando incontro ad un futuro incerto lasciandosi alle spalle non solo la vita e i luoghi che conoscevano fino ad allora e ai quali sono legati/e, gli averi ed una qualche forma per quanto illusoria di “sicurezza” e “normalità”, ma spesso anche le persone a loro care. Arrivati/e nei luoghi dove dovrebbero riprendersi dai traumi ed elaborare le perdite subite per poi iniziare una nuova vita, vengono accolti spesso con ostilità…

In Germania, non lo nego, esistono parecchie persone ben intenzionate che si esprimono a favore della “cultura dell’accoglienza” (Willkommenskultur) nei confronti dei profughi e che addirittura sono disposte ad aiutare in prima persona. Ciò è ammirevole, anche se queste volenterose ed accoglienti persone, spesso, fanno discorsi puramente utilitaristici: “appena potranno i rifugiati inizieranno a lavorare, a studiare, a fare apprendistato…siamo sicuri che la maggior parte di loro vuole integrarsi! In un Paese come il nostro, con un basso tasso di natalità e una buona disponibilità di posti di lavoro anche per personale meno qualificato, per giunta in una fase di congiuntura economica positiva, gli immigrati sono una risorsa, pagheranno le tasse, col loro lavoro pagheranno anche le nostre pensioni…inoltre alcuni di loro sono altamente qualificati, il mercato richiede le loro competenze”. E se invece chi mette piede sul suolo teutonico fosse portatore di valori che mettono in discussione l’ordine sociale costituito e volesse sovvertire il sistema economico, produttivo e di consumo e le relazioni sociali mercificate, distruggere le gabbie fisiche e mentali sulle quali questo sistema di dominio si fonda, per promuovere invece una società di liberi ed eguali, come li accogliereste? Hahaha, niente paura, la mia è solo una provocazione! L’emancipazione non verrà “da fuori”, dobbiamo essere noi a promuoverla, tenendo conto che i migranti spesso ambiscono solo ad un cantuccio di benessere e sicurezza “borghesi”, all’integrazione ed al conformismo, all’accesso ai consumi con tutti i beni futili che a loro come a noi stanno tanto a cuore e in cambio dei quali noi come loro sacrifichiamo il nostro tempo ed il mare aperto delle nostre possibilità e potenzialità, salariati ed alienati fino alla tomba…

Ma non è di questo che voglio continuare a parlare, non di quelle persone che, al netto di tutte le critiche e rimostranze nei confronti dei loro ragionamenti funzionali alla logica capitalista, sono sinceramente ben disposte nei confronti dei rifugiati. Non sono in pochi/e a pensarla molto diversamente e non si tratta solo di razzisti dichiarati, militanti di movimenti neonazisti e della destra xenofoba e populista, ma anche dei cosiddetti “cittadini preoccupati”. Costoro, quelli/e del “io non sono razzista, ma…”, si muovano essi in forma spontanea o organizzata, quando trovano il “coraggio” di esporre in modo aperto e collettivo le proprie paure irrazionali ed i propri pregiudizi rappresentano un’ottimo paravento per le attività degli xenofobi politicamente organizzati, ma anche per quei politici al potere che strumentalizzano le azioni delle masse razziste, che nei loro discorsi tornano ad essere “cittadini preoccupati”, per limitare i diritti dei migranti, in uno sporco gioco nel quale le vittime diventano un problema da risolvere. Nulla di nuovo, i tempi e le circostanze variano, ma nella sostanza la storia rischia di ripetersi…

Rostock- Lichtenhagen, Agosto 1992 *: alcune centinaia di neonazisti, assistiti e coperti da circa 3mila “cittadini preoccupati”, attaccano un centro di accoglienza per richiedenti asilo (i cui ospiti, principalmente rom rumeni,vengono evacuati) per poi scatenarsi contro l’adiacente complesso edilizio che ospita più di 100 lavoratori/trici vietnamiti, il tutto sotto gli occhi della polizia “impotente”. Numerosi agenti vengono feriti, pochissimi neonazisti vengono arrestati e spesso rilasciati il giorno dopo, mentre viene impedita con la forza una manifestazione antirazzista di solidarietà agli/e aggrediti/e e 60 attivisti/e vengono arrestati/e. Il pogrom dura in tutto cinque giorni, gli abitanti della palazzina vengono lasciati completamente alla mercè degli aggressori, la folla impedisce il passaggio di pompieri e ambulanze mentre vengono lanciati oggetti, pietre e molotov contro l’edificio. Alla fine, miracolosamente, gli/le immigrati/e vietnamiti riescono a sottrarsi alle fiamme ed al fumo, arrampicandosi sul tetto e rifugiandosi nell’edificio adiacente, dal quale potranno poi venir portati via su due bus. A seguito di questi avvenimenti e delle ripetute aggressioni avvenute prima e dopo di essi ai danni di strutture di accoglienza per immigrati e di persone di origine straniera, il governo allora in carica, formato da cristiano-democratici e liberali, farà approvare con l’appoggio decisivo dei socialdemocratici una legge costituzionale che limita il diritto di asilo in Germania.

Germania, adesso: nel 2014 sono state registrati 247 attacchi a strutture di accoglienza per immigrati e 81 aggressioni di stampo razzista, quest’anno siamo rispettivamente a quota 98 e 26**. Dopo queste ripetute aggressioni, danneggiamenti e incendi, a Tröglitz come a Berlino, a Heidenheim come a Lubecca, c’è da chiedersi se la Storia sia veramente capace di insegnare qualcosa- o piuttosto se le persone siano in grado di imparare da essa. Di sicuro qualcuno ha imparato qualcosa: i politici, che come nei primi anni ’90 del secolo scorso infiammano il dibattito sul diritto di asilo, parlando di “abusi” da parte dei/lle migranti e distinguendo tra Paesi di provenienza a rischio e “sicuri”, differenziando tra chi fugge dalle guerre e chi dalle crisi economiche – pur sapendo che entrambe le cose sono prodotti di un passato coloniale e di un sistema economico basato sullo sfruttamento e sull’iniqua distribuzione delle ricchezze del quale ancora c’è chi raccoglie i frutti amari e chi i profitti- per poi strumentalizzare gli atti di violenza a danno dei migranti e promuovere leggi restrittive nel nome della “volontà popolare” e della “sicurezza”; i neonazisti organizzati e i “cittadini preoccupati”, razzisti e xenofobi, che hanno ancora ben presente che lo Stato è incline ad accogliere strumentalmente almeno una parte delle loro istanze, a patto che vengano presentate con “metodi persuasivi”, consci di rimanere solitamente impuniti per le loro nefandezze. E noi, antifascisti/e, antirazzisti/e, noi che aspiriamo ad un mondo senza barriere e confini dove nessuno/a sia costretto a fuggire e dove chiunque voglia spostarsi possa farlo in piena libertà, cosa abbiamo imparato dal passato? Abbiamo imparato a conoscere meglio i nostri nemici, a contrastare le loro strategie, a costruire solidarietà concreta con chi è costretto/a a fuggire per colpa di crisi economiche, guerre e altre catastrofi provocate dal sistema dominante? Abbiamo imparato a reagire in modo efficace alle guerre tra poveri ed allo sbraitare del ceto medio sulla presunta perdita dei propri privilegi, a denunciare i profitti sulla pelle dei richiedenti asilo, a smascherare intersezioni di intenti e complicità tra politicanti affermati nei salotti borghesi, teppaglia neonazista e sfruttatori/trici capitalisti/e? Siamo riusciti/e finora a raccogliere i frutti dei nostri discorsi quotidiani con la gente, della nostra opera di informazione, siamo riusciti a spingere qualcuno/a a ragionare veramente? Quanti/e dovranno ancora subire ostilità, umiliazioni, aggressioni da parte degli organi statali e della teppaglia razzista, quanti/e ancora dovranno morire come a Solingen e Mölln, quante volte dovremo ancora gridare per le strade “Nie wieder!” temendo che non sia l’ultima volta?

 

*Sul pogrom di Rostock-Lichtenhagen, per approfondire: documentario “The Truth lies in Rostock”.

**Dati pubblicati dalle associazioni Amadeu Antonio Stiftung e PRO ASYL.

“Gli stalker della Libia”.

Fonte: Umanità Nova.

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“Gli stalker della Libia

Da quasi un anno si parla di un nuovo intervento militare in . Periodicamente la questione viene portata alla ribalta dai media ufficiali, occupando il dibattito pubblico per periodi più o meno lunghi. Non più di un mese fa, nel maggio scorso, si è tornati a parlarne, questa volta l’intervento consisterebbe in una missione dell’Unione Europea “per combattere il traffico di esseri umani”. Documenti riservati del Gruppo Politico-Militare e del Consiglio Militare dell’Unione Europea pubblicati da WikiLeaks lo scorso 25 maggio indicavano come possibile inizio delle operazioni militari la fine del mese di giugno. Sullo scorso numero di Umanità Nova è stata analizzata la possibilità di questo tipo di intervento armato1, cerchiamo adesso di inquadrare la questione in un contesto più generale.

Solo negli ultimi mesi si è parlato varie volte di una nuova guerra in Libia.

Ad agosto 2014 mentre le immagini dello Stato Islamico in Iraq saturavano i mezzi di informazione, i giornali in Italia annunciavano un imminente intervento militare in Libia per proteggere i cristiani e per evitare “una deriva somala sull’altra sponda del Mediterraneo”. Intanto si iniziavano a rimpatriare gli italiani dal paese.

A Novembre 2014 il Ministro degli Esteri Gentiloni dichiarava che l’Italia era “pronta ad impegnarsi in prima fila” per inviare truppe in Libia con il mandato dell’ONU perché il paese rappresenta “un interesse vitale per la sua vicinanza, il dramma dei profughi, il rifornimento energetico”2. Nella stessa dichiarazione Gentiloni affermava che l’Italia non si sarebbe rassegnata alla “dissoluzione della Libia”, sottolineando come grazie ai proventi di gas e petrolio – pagati anche da ENI – la banca centrale libica stesse continuando a pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici nonostante la grave situazione del paese. Per questo affermava allora il ministro “Saremo parte attiva nell’individuare una transizione politica unitaria cui subordiniamo l’eventualità di una presenza militare di peacekeeping”.

A metà febbraio 2015 i mezzi d’informazione ufficiali italiani danno grande spazio ad un video dello Stato Islamico in cui vengono decapitati 21 egiziani copti e in cui compare la minaccia “Siamo a sud di Roma”, frase ripresa dai titoli dei giornali. Nel giro di pochissimi giorni la situazione sembra precipitare. L’Italia chiude la propria ambasciata a Tripoli, rimpatria il personale diplomatico e i pochi cittadini italiani ancora presenti in Libia. Il governo di Tobruk, “riconosciuto dalla comunità internazionale”, chiede il supporto militare delle potenze mondiali, “altrimenti l’ISIS arriverà in Italia”. Il Ministro della Difesa Roberta Pinotti dichiara che l’italia è pronta a guidare un intervento ONU in Libia mettendo a disposizione forze di terra3. Il governo fa marcia indietro nei giorni immediatamente successivi.

A metà marzo 2015 si torna di nuovo a parlare di intervento in Libia e il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Danilo Errico dichiara che “l’esercito è pronto per la Libia se Renzi dà il via all’intervento”4.

La notte del 18 aprile 2015 si verifica l’ennesima strage nel Canale di Sicilia, oltre 900 persone risultano morte o disperse nel naufragio dell’imbarcazione con la quale cercavano di raggiungere le coste italiane. Questa strage, causata innanzitutto dalle politiche migratorie dell’UE, è stata utilizzata come pretesto per ritornare a parlare di un intervento militare in Libia. Inizialmente è tornata alla ribalta di un’ipotesi già ventilata nei mesi precedenti, il blocco navale delle acque libiche. L’ipotesi è stata scartata perché un blocco navale costituisce di fatto un atto di guerra, tuttavia la scelta intrapresa dall’UE all’indomani della strage va anch’essa nella direzione della guerra. Infatti al termine del Consiglio Europeo del 23 aprile è stata approvata una dichiarazione in cui si afferma l’impegno a:

– rafforzare la presenza nel Mediterraneo, quindi aumentare le risorse per le operazioni Triton e Poseidon;

– prevenire i flussi illegali, il che significa aumentare il sostegno a quei paesi come Tunisia, Egitto, Sudan, Mali, Niger, a cui di fatto l’UE “appalta” una parte del complesso sistema di controllo delle proprie frontiere. Si parla anche di sviluppare una collaborazione con la Turchia per il controllo dei profughi da Siria e Iraq. È chiaro che queste politiche non fanno che peggiorare le condizioni delle persone che cercano di arrivare in Europa;

– lottare contro i trafficanti, ossia fermare e distruggere le imbarcazioni prima che possano essere utilizzate per le traversate, ma soprattutto iniziare i preparativi per una possibile operazione PSDC (Politica di Sicurezza e Difesa Comune), ossia un’operazione militare UE.

I documenti pubblicati da WikiLeaks sarebbero quindi lo sviluppo di quanto deciso in aprile dal Consiglio Europeo.

Nel maggio 2015 l’intervento militare europeo in Libia per controllare l’immigrazione è entrato nel dibattito pubblico in gran parte dei paesi europei; in partciolare in Italia, dove entra nel vivo proprio in quel periodo la campagna elettorale per le regionali. Il governo italiano però a metà maggio ha smentito ancora una volta la possibilità di un intervento armato in Libia.

Questo inquadramento non è altro che una semplice cronologia, una rassegna stampa incompleta sulle dichiarazioni ufficiali degli ultimi mesi riguardo ad un intervento militare in Libia da parte dell’Italia. Non vuole essere un’analisi politica ma un tentativo di ricostruire brevemente i passaggi degli ultimi mesi per poter avere uno sguardo d’insieme sulla situazione.

È importante capire infatti che la politica portata avanti dal governo italiano in questo contesto non nasce dalla “lotta al traffico di esseri umani”, ma dal tentativo di assicurare gli interessi nazionali in Libia. Gentiloni nel novembre 2014 ha spiegato bene quali fossero questi interessi: il rifornimento energetico e il controllo dell’immigrazione verso l’Italia. Gli interessi che il governo italiano vuole difendere in Libia sono quelli dell’ENI, sono quelli dell’esercito e dell’industria bellica, che da un nuovo intervento militare trarrebbero profitti e garanzie sulla conservazione dei propri privilegi.

Le basi di questa politica sono state gettate nell’ottobre 2013 dall’Operazione Mare Nostrum, con cui l’Italia ha iniziato ad affrontare sul piano del controllo militare la gestione dei movimenti di profughi e migranti.

Il ripetersi nel corso dell’ultimo anno di annunci guerrafondai – seguiti da rapidi passi indietro – da parte del governo italiano non deve farci pensare che il governo non voglia intervenire sul piano militare. È la mancanza di un accordo con le altre potenze in gioco, senza il quale sarebbe impossibile ogni intervento armato italiano, che convince il governo a rinunciare temporaneamente all’intevento militare. Questo perché come si è visto già nel 2011, con la confusione e i contrasti interni alla coalizione che attaccò la Libia, gli interessi spesso contrapposti delle potenze rendono complesso il raggiungimento di un accordo.

La realtà è che in Libia la guerra non è praticamente mai finita dal 2011. La guerra civile in corso vede confrontarsi tre schieramenti, le forze del governo di Tobruk, quelle del governo di Tripoli e quelle sello Stato Islamico. Ma in questi anni le potenze mondiali e regionali sono sempre state presenti, sostenendo in modo più o meno diretto una le fazioni, difendendo i propri interessi economici e mantenendo i propri impianti industriali sul territorio, ma anche intervenendo con raid aerei e blitz di forze speciali, come ad esempio hanno fatto gli USA e l’Egitto.

Le stesse operazioni Mare Nostrum prima e Triton e Poseidon dopo sono già di fatto interventi militari in una guerra in atto.

È chiaro quindi che le storie sul milione di profughi pronto a salpare per l’Italia da un giorno all’altro o sui jihadisti infiltrati sulle imbarcazioni cariche di persone che attraversano il Canale di Sicilia sono solo parte della propaganda che prova a giustificare la guerra.

Nelle ultime settimane è particolarmente evidente l’uso che viene fatto a fini propagandistici dell’immigrazione: dopo una campagna elettorale dai toni violentemente razzisti, nella quale quasi tutti i partiti hanno attaccato la popolazione immigrata, ora il registro è almeno appartentemente cambiato. Il governo critica la mancanza di solidarietà degli altri paesi dell’UE nell’accoglienza dei profughi, mentre i media ufficiali ci mostrano le migliaia di profughi che, tentando di raggiungere altri paesi europei attraverso l’Italia, vengono respinti alle frontiere di Francia, Svizzera e Austria, e costretti a vivere in condizioni tragiche. Ma è il governo stesso ad aver creato ed esasperato questa situazione, per forzare i rapporti con l’Unione Europea e per creare maggiore consenso attorno al governo, creare l’aspettativa di una scelta politica forte e risolutiva, magari appunto una guerra, o forse solo qualche militare in più nelle strade, o magari qualche nuovo lager, pardon “centro di accoglienza”.

La menzogna è sempre alla base della propaganda di guerra, l’esempio più vicino ci viene proprio dall’attacco alla Libia del 2011. Nel 2012, ad un anno dall’attacco, il generale Giuseppe Bernardis, Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, rivelò che il governo Berlusconi aveva tenuto nascosta la diretta partecipazione dell’aeronautica italiana ai bombardamenti. Infatti mentre Berlusconi dichiarava “non bombarderemo mai la Libia” gli aerei italiani avrebbero effettuato 456 missioni di bombardamento approvate dal Governo. Nel 2011 l’esecutivo avrebbe tenuto nascosto il reale impegno dell’aeronautica italiana per “la situazione critica di politica interna”, ovvero per il timore di perdere consensi, di dover fronteggiare ulteriori contestazioni1.

In questa situazione è importante come anarchici riaffermare l’impegno antimilitrista, senza aspettare che si concretizzi l’intervento militare, anche perché in Libia la guerra non è mai finita.

Così come non è mai finita la guerra nei paesi in cui le truppe d’occupazione italiane sono ancora presenti Così come non è mai finita la guerra interna del governo che con i controlli dei militari nelle strade, con i manganelli della polizia e con le condanne della magistratura impone condizioni di vita e di lavoro sempre peggiori e cerca di intimidire coloro che si ostinano a non chinare la testa e continuano a lottare.

1 vedi “Venti di guerra sulla Libia?”, Umanità Nova n.21 del 14 giugno 2015 – http://www.umanitanova.org/2015/06/10/venti-di-guerra-sulla-libia/

2 http://www.huffingtonpost.it/2014/11/26/libia-gentiloni-italia-prima-fila_n_6224370.html

3 http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/ESTERI/pinotti_missione_onu_libano_italia/notizie/1182496.shtml

4 http://www.corriere.it/esteri/15_marzo_16/esercito-pronto-la-libia-se-renzi-da-via-all-intervento-b6f47546-cc1d-11e4-990c-2fbc94e76fc2.shtml

5 http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-11-29/generale-bernardis-notizie-raid-111455.shtml ”

Si scrive tragedia, si legge massacro.

“Coloreremo il mare con il vostro sangue”, minacciavano i jihadisti dell’ ISIS lo scorso Febbraio in uno dei loro deliranti video rivolti all’Italia. A tingere il Mar Mediterraneo non è però il sangue degli italiani, ma quello di migliaia di disperati/e partiti/e su imbarcazioni di fortuna dalle coste del Nord Africa, che finiscono spesso per perdere la vita nel tragitto. Due giorni fa, di fronte a più di 900 migranti vittime dell’ennesima tragedia della disperazione, massmedia e politici di tutta Europa fanno a gara nel proclamare il proprio sdegno e nell’individuare cause e soluzioni per evitare che certi drammi si ripetano in futuro. Fatta la somma delle dichiarazioni che vanno per la maggiore, provenienti da diverse istituzioni e rappresentanti politici e governativi, il messaggio potrebbe suonare all’incirca così: “servono più fondi e mezzi per rendere sicuro il Mar Mediterraneo, le politiche di accoglienza dei rifugiati richiedenti asilo vanno migliorate, va combattuto il traffico di esseri umani e puniti più severamente gli scafisti, le persone che fuggono verso l’Europa vanno aiutate a casa loro”. Lo sciacallaggio degli scafisti e la minaccia dell’ISIS e dei conflitti locali come cause, gli aiuti allo sviluppo per i Paesi fonte di emigrazione e il pattugliamento marittimo come soluzioni…Tutto qui? Di quei 900 esseri umani periti in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa, molti provenivano da Iraq e Afghanistan, Paesi invasi e devastati da guerre imperialiste scatenate da potenze occidentali per puri interessi economici e strategici. È vero che molti fuggono dalle violenze perpetrate da gruppi fondamentalisti islamici, ma è indispensabile ricordare che, prendendo l’esempio della Nigeria, Boko Haram è un problema recente, mentre a devastare ambiente ed economie locali e a spargere il terrore sono da decenni le compagnie petrolifere che rapinano i/le nigeriani/e delle ricchezze della loro terra, fomentando guerre locali e foraggiando regimi autoritari, mettendo a ferro e fuoco i villaggi che si oppongono all’avvelenamento della terra ed alle condizioni di vita miserabili riservate ad ampie fasce della popolazione private delle più elementari fonti di sostentamento. Anche in Siria, mancando la benchè minima volontà da parte delle potenze interessate “a distanza” dal conflitto di risolverlo con la dipolomazia, gruppi come l’ISIS hanno avuto la possibilità di rafforzarsi ed espandere il proprio raggio d’azione grazie al sostegno delle potenze occidentali, che ancora fino a poco tempo fa appoggiavano quest’organizzazione in chiave anti-Assad. A far fuggire tante persone dai loro luoghi di origine sono perciò conflitti, dittature e disastri economici che hanno spessissimo origine nella volontà da parte degli Stati “ricchi” di mantenere ed espandere le proprie ricchezze ed il proprio dominio. D’altra parte, al di là dell’ipocrisia e della retorica dei politicanti europei, di fronte a crescita, competitività, espansione sul mercato, produttività, aumento del prodotto interno lordo, le vite umane contano ben poco, specialemnte se sono quelle di abitanti di Paesi “poveri”. Aiutarli a casa loro dovrebbe significare lasciarli in pace, liberarli dalla morsa delle multinazionali, del debito, delle occupazioni militari, dalla devastazione del territorio, dalle dittature per procura e dai gruppi di mercenari, ma tutto ciò è impensabile per le potenze occidentali. Fuggiti/e verso l’Europa, i/le migranti che sopravvivono al viaggio e agli aguzzini che glielo organizzano devono vedersela con la burocrazia, col razzismo statale e con quello di quei/lle cittadini/e europei/e che temono di perdere i loro privilegi o i loro diritti per mano dei/lle nuovi/e arrivati, non rendendosi conto che i diritti li si conquista con la lotta unitaria di tutti/e gli/le oppressi/e e sfruttati/e e li si perde quando ci lascia dividere da chi ha interesse a dominarci per poterci meglio sfruttare. Ed è proprio lo sfruttamento, il più brutale, che attende gli/le immigrati/e che riescono a rimanere nel vecchio continente. Manodopera a basso costo che esegue le mansioni più logoranti, faticose e pericolose in cambio, nel migliore dei casi, di una scarsa remunerazione e senza la possibilità di far valere i propri diritti legali. Ci sono però una minoranza di immigrati/e che hanno ottimi titoli di studio, esperienza lavorativa in settori particolari: questi servono all’economia “emersa”, pertanto sono ufficialmente i benvenuti ed anche i politici neoliberisti e della destra moderata li accolgono volentieri. Gli/le altri/e vanno bene come carne da macello, capri espiatori, bassa manovalanza, argomenti di bassa lega per partiti e movimenti razzisti, fonte di guadagno per organizzazioni legali e criminali, valvola di sfogo per frustrati e ignoranti incapaci di ribellarsi contro chi è veramente causa della miseria delle loro vite. E pensare che chi fugge verso la Fortezza Europa cerca solo una vita normale. Forse non tutti/e immaginano che ad aspettarli/e ci sia proprio la normalità, con le fauci spalancate, pronta a sbranarli.

“Faranno un deserto e lo chiameranno pace”- oppure l’utopia.

Le prime immagini che ricordo di aver visto in vita mia su uno schermo televisivo sono quelle della prima intifada in Palestina: bambini e adolescenti che lanciano pietre contro carri armati israeliani. Se oggi accendessi la tv e mi sintonizzassi su un canale che trasmette un qualsiasi tg vedrei ancora immagini relative allo stesso conflitto: lo Stato d’Israele si difende, stavolta dagli attacchi dei fondamentalisti islamici di Hamas, Israele cerca vendetta contro gli assassini di tre suoi giovanissimi cittadini e la esegue con le proporzioni che da sempre le competono. Israele si difende dal 1948, anzi da prima ancora che venisse formalmente creato, da un popolo che non ha mai rappresentato una minaccia nei suoi confronti. Si difende come già negli anni ’30 del secolo scorso, quando i sionisti capeggiati da David Ben Gurion programmarono e in seguito misero in atto un piano di pulizia etnica nei territori che sarebbero poi entrati a far parte dello Stato di Israele, il che portò tra le altre cose alla cacciata e all’esilio -la naqba-, eseguita con metodi terroristici anche da gruppi quali Haganah, Irgun e Stern, di 250 000 palestinesi. Si difende dalla verità storica, ridisegnando confini a proprio piacimento, insegnando menzogne ai bambini nelle sue scuole, educandoli all’odio nei confronti degli arabi, impedendogli di aprire gli occhi di fronte alla realtà dei fatti, indottrinandoli a venerare l’esercito e preparandoli a farne parte. Si difende dai nemici interni, dai traditori, da quelli che raccontano segreti scomodi come lo scenziato Mordechai Vanunu così come da chi si rifiuta di servire lo Stato indossando la divisa e imbracciando un fucile. Si difende dalle critiche a livello internazionale, dalle manifestazioni di protesta, dagli appelli al boicottaggio e alle sanzioni: l’etichetta di antisemita viene distribuita con generosità a chiunque non taccia di fronte ai crimini commessi dai sionisti nei confronti della popolazione palestinese. Si difende contro quei terroristi dei palestinesi asserragliati nella striscia di Gaza.

Gaza è uno dei territori più densamente popolati al mondo. Non ha aereoporti, porti, stazioni ferroviarie: per sfuggire ai bombardamenti, beffardamente annunciati durante quest’ultima operazione di “autodifesa” da parte dell’esercito israeliano tramite telefonate o sms ai civili palestinesi (guai ad avere il cellulare scarico!), si calcola che questi ultimi abbiano circa 15 secondi di tempo. È ben difficile muoversi liberamente, nella striscia di Gaza, che anche al suo interno vede la presenza di check point dell’ esercito israeliano: star lontani da presunti obiettivi militari non serve, dato che l’Israeli Defence Force ha bombardato finora, nel corso dell’operazione militare in corso (per non parlare nel corso di quelle precedenti) abitazioni, scuole, asili, orfanotrofi, moschee, ospedali, ambulanze, autoveicoli privati, parchi giochi -e chi ci si trovava dentro o nei pressi . Alcuni dei possibili rifugi dalle bombe sarebbero i tunnel che attraversano Gaza, quegli stessi tunnel che l’offensiva di terra dell’esercito israeliano dice di voler distruggere e attraverso i quali verrebbero trasportate le armi destinate ad Hamas. Peccato che attraverso quei cunicoli sotterranei passino anche beni di prima necessità che scarseggiano tra la popolazione palestinese, inclusi materiali da costruzione: i palestinesi non possono edificare a Gaza, mentre possono svegliarsi una mattina e scoprire che la loro casa o il loro uliveto sono stati rasi al suolo per far posto ad un nuovo insediamento di coloni israeliani, che con le inutili risoluzioni dell’ONU ci si puliscono il deretano. L’economia di Gaza dipende interamente da Israele e dai suoi capricci, cosicchè l’85% circa della popolazione che vi risiede vive -o per meglio dire sopravvive, fino alla prossima operazione di “autodifesa israeliana”- sotto il tasso di povertà.

La situazione a Gaza, realisticamente parlando, non è destinata a migliorare, basti guardare come siano peggiorate le cose per la popolazione palestinese che vi risiede a partire dall’operazione Piombo Fuso lanciata da Israele alla fine del 2008. Probabilmente solo quando l’intera popolazione palestinese di Gaza (e possibilmente di tutti i territori facenti parte del fantomatico Stato Palestinese) sarà morta e/o emigrata e/o inglobata come cittadinanza di serie b nello Stato d’Israele, allora non ci saranno più aggressioni militari o conflitti di sorta, sempre che Israele non si senta minacciato da qualcun’altro e non ritenga necessarie nuove contromisure in nome della propria sicurezza a danno di altre popolazioni di altri territori in Medio Oriente. Da una prospettiva meramente utopica si potrebbe invece sognare qualcosa di diverso: un territorio senza Stati né governi centrali, dal quale vengano mandati in esilio solo i fondamentalisti d’ogni sorta e gli inguaribili nazionalisti, razzisti e guerrafondai, una terra nella quale i suoi abitanti possano insieme ed egualmente decidere, vivere, produrre, consumare, crescere, imparare, amare e un giorno morire possibilmente di morte naturale. Per arrivare ad un’utopia del genere, e badate che sto parlando di qualcosa di impossibile, i giovani e giovanissimi israeliani, ragazzi e ragazze non ancora maggiorenni, dovrebbero venire a sapere come siano andate le cose nelle terre da loro abitate ed in quelle limitrofi fin dagli inizi del secolo scorso; dovrebbero liberarsi dall’educazione che gli è stata imposta, dai dettami nazionalisti, militaristi, religiosi; dovrebbero rifiutarsi di prestare servizio militare nell’Israeli Defence Force, farsi magari sbattere in galera finchè non ci saranno più abbastanza galere, dopodiché i loro padri e le loro madri dovrebbero fare la stessa cosa, rendersi conto dei propri errori, della loro sudditanza, di come la vera e unica autodifesa nei confronti delle loro vite e di quelle dei loro cari sia smettere di credere alle menzogne del governo, smettere di seminare terrore, smettere di nutrire l’odio nei cuori di chi viene oppresso fabbricando sempre nuove generazioni di nemici. Quando in Israele si spegneranno le televisioni e si lasceranno a marcire nelle edicole i giornali della propaganda sionista, quando si sciopererà contro l’ennesima operazione militare nella Striscia di Gaza, quando ci si rifiuterà di applicare le leggi razziste promulgate dal knesset, quando le strade si riempiranno non di gente che sventola bandiere nazionali esultando ad ogni morto palestinese, ma di persone che si rifiutano di gettare bombe, innalzare muri o lavorare al servizio dell’ oppressione quotidiana o dell’ennesimo massacro, allora toccherà ai palestinesi fare la loro parte. Nessun inutile razzo, nessun kamikaze senza più nemmeno rispetto per la propria miserabile vita senza prospettive. I palestinesi dovranno prendere atto del cambiamento in corso nella società israeliana e fare il passo più difficile: perdonare. Senza volontà di vendetta, voltare pagina e ricominciare da capo insieme ai loro nuovi fratelli e sorelle. E, ovviamente, levarsi dai piedi gli irriducibili reazionari che ancora fossero rimasti tra le proprie file. Solo a questo punto si potrebbe realizzare la pace, una pace che non sia un deserto ma un presente degno di essere vissuto ed un futuro da costruire insieme.

Cercando l’impossibile, l’uomo ha sempre realizzato e conosciuto il possibile, e coloro che si sono saggiamente limitati a ciò che sembrava possibile non sono mai avanzati di un sol passo”. Michail Bakunin.
 
(Nelle foto sopra, alcune persone che hanno compiuto un passo in avanti: l’obiettore di coscienza israeliano Nathan Blanc e manifestanti israeliani che protestano contro l’ennesima aggressione militare del “loro” Stato nei confronti dei palestinesi di Gaza.)

Carcere – Polo detentivo sardo, lotte dei prigionieri e solidarietà.

Fonte: Informa-Azione.

Riceviamo e diffondiamo:

Prigioni sarde, lotte, solidarietà e aggiornamenti.
Fine primavera – inizio estate 2013.

In Sardegna sono presenti ben 12 prigioni dislocate in tutta l’isola, per un totale di 2097 prigionieri, a queste se ne aggiungeranno presto altre quattro. Pare che almeno due sostituiranno le strutture storiche di Cagliari e Sassari.
La Sardegna ha una triste tradizione di isola galera, sia intesa come galere vere e proprie sia come allontanamento punitivo, isolamento appunto.
I militari più testardi venivano mandati in punizione nei poligoni e nelle caserme sarde, i fascisti mandavano gli oppositori del regime al confino nei paesini dell’entroterra sardo, i romani mandavano i Patrizi scomodi alla repubblica e poi all’impero a gestire il granaio di Roma, ovvero la Sardegna.
Probabilmente il fatto di essere l’unica vera isola (non me ne vogliano i siciliani, ma per vera isola intendo la vera difficoltà nei collegamenti con la penisola) dello stato italiano, di essere storicamente spopolata e di aver avuto spesso dei caratteri resistenti e ostili a invasori e cambiamenti imposti, ha fatto si che venisse individuata come territorio ideale per alcune attività, tra queste le prigioni.
Nel 2013 siamo ancora perfettamente in linea con i ragionamenti che i romani facevano circa 2000 anni fa. Lo stato Italiano ha infatti deciso, come già detto, di costruire quattro nuove mega carceri, di alta sorveglianza e in due casi anche con i reparti di 41 bis, cioè il carcere duro, l’isolamento. Il motivo di questo investimento secondo le dichiarazioni governative è quello di migliorare le condizioni dei prigionieri, dandogli delle celle più grandi, più luminose, meno umide, queste cose per quanto riguarda le carceri sarde sono un obiettivo abbastanza facile da raggiungere in quanto gli stabili attuali versano in condizioni veramente pessime, sovraffollamento esagerato oltre ogni limite di tollerabilità, impianti idrici e elettrici antiquati, celle malsane, assenza di spazi comuni. Nel carcere di Cagliari, le celle di isolamento sono state riadattate a celle comuni per fronteggiare il problema del sovraffollamento.
Parlando delle nuove costruzioni si nota che hanno tutte almeno uno stesso aspetto, sono fuori dai centri abitati, alcune sostituiranno carceri attualmente nel centro delle città. Non si tratta certo di una scelta casuale, è stato fatto per creare dalla prigione un ulteriore avamposto del controllo dello stato sui territori, per evitare i contatti tra il mondo esterno e il mondo interno e per evitare che delle future ondate di lotte e proteste possano coinvolgere un elemento complesso come quello delle prigioni.

Le inaugurazioni delle nuove carceri dovevano avvenire mesi fa; ritardi nei lavori, problemi e mancati pagamenti hanno rallentato i lavori e continuano a spostarne la data di apertura.
Solo il carcere di Bancali (SS) ha aperto i battenti, proprio pochi giorni fa, la ministra Cancellieri è stata ben lieta di tagliare il nastro e dare il benvenuto ad alcuni prigionieri trasferiti dal carcere di San Sebastiano. In realtà a Bancali da un mesetto c’erano già una trentina di prigionieri di mafia.
Per quanto riguarda Uta invece, i circa 600 posti dovrebbero ospitare prigionieri provenienti da tutta l’Italia, per questo da un pò di tempo si vocifera che la chiusura di Buoncammino verrà perlomeno rimandata, in quanto come già detto la struttra è in sovraffollamento e di certo non sono in diminuzione i reati e conseguentemente i nuovi condannati. E’ notizia freschissima che il nuovo mega carcere non aprirà prima del 2014 per ulteriori ritardi e problemi nei lavori.

E fuori?
Da quando sono stati aperti i cantieri delle nuove carceri non c’è stata nessun tipo o quasi di opposizione al progetto, i numerosi posti di lavoro di mano d’opera locale hanno stroncato sul nascere qualunque tentativo di opposizione, in più la perifericità dei siti non ha di certo favorito chi volesse provare a dire qualcosa, oltre l’informazione non si è mai andati. Gli unici ad aver fatto una protesta sono stati gli operai del cantiere di Uta quando quest’inverno hanno smesso di ricevere lo stipendio, per qualche tempo hanno bloccato i lavori, poi lentamente la situazione è rientrata, ma i lavori continuano ad andare a rilento e l’apertura, come già detto, ad essere posticipata. C’è stata anche un’ondata di “indignazione” capeggiata da politici in cerca di riciclo che criticava l’esagerato numero di carceri in Sardegna, che denunciava il rischio di contagio mafioso in caso di trasferimento di capi cosca e reclamava tutti i posti di lavoro per i sardi, non vale la pena dire altro.

Altro…
Negli ultimi mesi qualcosa ha iniziato a muoversi intorno al carcere di Buoncammino, i parenti stimolati dai volantinaggi e dalle chiacchiere con alcuni compagni e compagne hanno iniziato a capire cosa vorrà dire il trasferimento dei loro cari a Uta, il nuovo carcere dista 25 km da Cagliari, in una zona industriale, puzzolente e non collegata con mezzi pubblici, inoltre a Cagliari è abitudine andare appena al di fuori delle mura e chiacchierare con i prigionieri quando si vuole e per quanto si vuole, quest’ultima cosa in particolare sarà assolutamente impossibile, in quanto il nuovo carcere è stato costruito secondo i paramentri di alta sicurezza, cioè con recinzioni lontane dalle mura, mura così alte che a stento si vedono le celle.
Inoltre i prigionieri nell’ultimo mese si sono mobilitati non poco, la prima protesta è scattata il 28 Maggio giorno del corteo a Parma contro il 41 bis,  i prigionieri hanno iniziato lo sciopero del carrello contro le condizioni disumane e contro il 41 bis, il tutto spiegato e rivendicato in una lettera firmata da decine e decine di carcerati, l’assemblea contro il carcere e la Cassa Antirepressione Sarda hanno organizzato due giorni dopo l’inizio dello sciopero un saluto fuori, c’è stata una buona partecipazione e una buona risposta da dentro.
Nelle settimane successive sono stati fatti dei volantinaggi negli orari di visita dei parenti e il 15 Giugno è stato fatto un secondo saluto, con un pò di musica e microfono aperto, i secondini viste le interazioni della volta precedente hanno ammutolito i prigionieri del lato destro che non hanno così potuto partecipare ai cori e alle chiacchiere per il timore di ritorsioni, allo stesso modo è andata dal lato sinistro anche se qua la maggiore vicinanza ha permesso un minimo di dialogo.
Pochi giorni fa, per la precisione il 9 Luglio sera è iniziata una nuova battitura sul lato destro, i prigionieri dell’ultimo piano si sono barricati nelle celle e hanno dato fuoco a suppellettili vari, il resto del braccio li supportava con la battitura, hanno esposto degli striscioni dalle celle contro le condizioni del carcere e contro l’isolamento, la direzione del carcere ha pensato di staccargli acqua e corrente, dichiarando poi che si è trattato di un blackout.
La risposta della repressione non si è però fatta attendere: tre prigionieri sono stati trasferiti a Lanusei allontanandoli dai loro cari e cercando di isolarli per far si che la protesta venisse soffocata. Un nutrito gruppo di solidali tra compagne e compagni parenti ed amici ha organizzato un presidio di solidarietà il 10 luglio, il giorno successivo, che ha cercato di portare appoggio ad una lotta che non potrà risolversi con i decantati trasferimenti nel maxi carcere di Uta ma che troverà soluzione solo nell’abbattimento della struttura carceraria.

La situazione è in divenire, in quest’ultimo mese e mezzo i prigionieri hanno dimostrato di voler lottare per cambiare qualcosa e di non aver paura delle minacce dei secondini e della direzione, non sappiamo se l’inasprirsi delle ritorsioni (i traferimenti) fermerà la lotta, di sicuro noi cercheremo di star vicino e dar manforte con idee, mezzi e determinazione.

Cassa antirepressione sarda ”

Appello dell’ISM per un impegno diretto in Palestina.

Fonte: Rete Italiana ISM.

” Appello per un impegno diretto in Palestina

Non dubitare mai che un piccolo gruppo di cittadini responsabili possa cambiare il mondo. È invece l’unico modo in cui ciò è sempre accaduto.

Margaret Mead

 A pochi giorni dal 65° anniversario della Nakba, la Rete italiana ISM rinnova la propria solidarietà e rilancia il proprio impegno diretto al fianco del popolo palestinese.

 L’ISM (International Solidarity Movement) è un movimento a guida palestinese che si impegna a resistere alla apartheid israeliana in Palestina usando i principi e i metodi dell’azione diretta e non violenta. Fondata da un piccolo gruppo di attivisti palestinesi e israeliani nell’agosto del 2001 l’ISM aiuta la resistenza popolare del popolo palestinese fornendo due risorse fondamentali: la solidarietà internazionale e una voce a livello internazionale a chi continua ogni giorno a resistere in maniera non violenta a una preponderante forza di occupazione militare.

Noi della Rete Italiana ISM crediamo che sia dovere di tutti, in base alle proprie possibilità, impegnarsi in prima persona per far sì che la pulizia etnica in atto contro il popolo palestinese termini, che termini l’apartheid, che i milioni di profughi possano far ritorno ai loro villaggi e alle loro case e che il popolo palestinese possa liberarsi dall’occupazione militare israeliana.

L’impegno individuale rappresenta una via efficace per supportare il popolo palestinese nella sua lotta di liberazione. Ci crediamo perché l’abbiamo visto con i nostri occhi recandoci in Palestina.

Abbiamo visto che se accompagniamo i contadini nei campi, i pescatori sulle navi e gli shebab alle manifestazioni a Nabi Saleh, a Kufr Qaddoum, a Ni’lin ed a tutti gli altri villaggi che ci vogliono al loro fianco, l’esercito israeliano continua a sparare, ma lo fa di meno e usa metodi di repressione meno brutali.

Abbiamo visto che se manteniamo la nostra presenza di fronte al check point 56, come a quello che divide il mercato vecchio di Al Khalil (Hebron) dalla moschea di Abramo, come a tutti gli altri check point che limitano la libertà e la vita dei palestinesi, l’esercito di occupazione continua a perquisire coloro che li attraversano ma molte umiliazioni e molte violenze vengono risparmiate.

Abbiamo visto che se accompagniamo i bambini palestinesi a scuola, nella zona di Tel Rumeida, a Al Khalil, i figli dei coloni dell’insediamento illegale Kiryat Arba continuano a tirargli sassi, ma ne tirano di meno e dopo un po’ smettono.

Abbiamo visto che se siamo presenti nelle case delle famiglie palestinesi che vivono nei villaggi attorno a Nablus, totalmente circondati da insediamenti sionisti illegali e soggetti ad attacchi continui da parte dei coloni, questi ultimi riducono le loro violenze e a volte desistono e se ne vanno.

Abbiamo visto che funge da maggior deterrente la spia della telecamera di un cellulare o una macchina fotografica di un volontario internazionale che tutte le sanzioni ONU scritte contro Israele.

Crediamo poi, che sia importante andare a vedere con i propri occhi cosa succede dall’altra parte del Mediterraneo perché le informazioni trasmesse dai media main stream riflettono solo la voce di chi, in Italia come altrove, rappresenta la classe sociale dominante, perenne alleata di Israele.

Riteniamo, perciò, nostro dovere dare voce a chi non è mai stato ascoltato e farci testimoni della sofferenza del popolo palestinese. Infine, crediamo che valga la pena recarsi in Palestina per scoprire la forza di un popolo che resiste da oltre 65 anni con la dignità di chi non si arrende alla sopraffazione anche dopo aver perso tutto. O, semplicemente, per imparare quanto sia maleducato rifiutare una tazza di thè in una casa palestinese. E credeteci, quel thé vale veramente la pena di berlo.

Per tutti quelli che vorranno unirsi all’International Solidarity Movement recandosi in Palestina per un periodo anche breve (minimo richiesto quindici giorni), la Rete italiana ISM organizza delle giornate di formazione e informazione.

Le date dei prossimi training sono:

18 – 19 maggio: Pistoia

25 – 26 maggio Napoli

15 – 16 giugno: Milano

8 – 9 giugno: Palermo

Per iscrizioni o informazioni scrivere all’indirizzo [email protected] indicando nell’oggetto la città relativa al training al quale si vuole partecipare.

Ulteriori riferimenti ed informazioni:

Che cos’è la Rete italiana ISM: http://reteitalianaism.it/public_html/index.php/chi-siamo/

Sito in inglese dell’ISM (International Solidarity Movement): http://palsolidarity.org/

Sito del gruppo di supporto italiano: http://reteitalianaism.it/ e relativa pagina

facebook: https://www.facebook.com/ReteItalianaIsm

“Fermiamo la guerra in Mali”: comunicato della FAI.

Fonte: Anarchaos.

” Fermiamo la guerra in Mali! [Comm. Rel. Internazionali FAI]

http://federazioneanarchica.org/archivio/20130216cri.html

Fermiamo la guerra in Mali!

L’11 gennaio il governo francese ha dato inizio ad un’operazione militare in Mali. Ha dichiarato di intervenire per sostenere le unità maliane contro il terrorismo di matrice islamica che imperversa in quell’area e per difendere la popolazione dalle violenze. Qualche giorno dopo, il 14 e il 17, rispettivamente la Germania e l’Italia, attraverso i loro ministri degli esteri, hanno affermato di appoggiare l’attacco francese in Mali e di essere disponibili a offrire supporto logistico. Passano poche settimane e, all’inizio di febbraio il presidente francese Hollande “atterra” tra le sue truppe a Timbuctu, ripreso dalle telecamere delle TV internazionali, sottolineando che le milizie islamiche/tuareg sono in fuga e il Mali è quasi completamente liberato: “Sosterremo i maliani fino alla fine di questa missione nel nord – ha dichiarato – ma non intendiamo star qui per sempre”.

Una frase che deve essere interpretata in senso esattamente opposto se si allarga lo sguardo alla politica estera dei governi francesi degli ultimi anni.
Infatti, c’è perfetta continuità tra Sarkozy che bombarda la Libia e Hollande che bombarda il Mali.
Sin dal 2007, in Niger, si è sviluppato un movimento tuareg, e dopo quasi cinquantanni di rapporti esclusivi con la Francia,questo paese aveva di recente aperto a compagnie non francesi lo sfruttamento delle risorse minerarie.
Certo, si potrebbero evidenziare le contraddizioni di chi interviene militarmente, ora in difesa della popolazione, ora per togliere di mezzo il dittatore scomodo. Insomma un giorno si spargono i “semi” della democrazia, l’altro si sostengono le forze ribelli con soldi e armi. A volte capita che i nemici di oggi siano stati gli amici di ieri (durante l’attacco alla Libia, Francia e Gran Bretagna hanno fatto ampio uso degli islamisti per combattere le forze armate di Tripoli, poiché i separatisti della Cirenaica non erano interessati a rovesciare Mu‘ammar Gheddafi una volta che Bengasi fosse diventata indipendente).
La campagna di comunicazione massmediatica preferisce mostrare le folle festanti che sventolano la bandiera francese invece delle migliaia di profughi che si sono concentrati in pochi giorni presso i confini maliani. Il ritornello si ripete mostrando i danni che i fondamentalisti hanno provocato al patrimonio culturale, (la biblioteca di Avicenna e i mausolei di Timbouctou) sottolineando il divieto di ascoltare la musica o di vestirsi senza seguire i dogmi religiosi. La distruzione generata dai bombardamenti dell’aviazione, invece, non appare mai.
L’opinione pubblica occidentale si confronta con l’ennesimo conflitto in modo apparentemente indolore: la distanza che ci separa dagli scenari di guerra favorisce, infatti, un certo “distacco”.
Non dobbiamo, però, scordare che gli interventi degli eserciti degli stati alimentano il pericolo “terrorista” (i recenti fatti che hanno interessato l’impianto energetico di In Amenas in Algeria rappresentano un esempio lampante).
Gli effetti di queste politiche neocolonialiste, travestite da missioni umanitarie, si estendono, comunque, anche all’interno dei confini dei paesi europei grazie alle legislazioni speciali antiterrorismo che, in nome della “sicurezza” continuano a erodere gli spazi di libertà e costituiscono uno “strumento repressivo e politico pronto all’uso” per fronteggiare le forme più pericolose e crescenti della protesta sociale.
Esaminando più nel dettaglio l’intervento militare in Mali ci si rende conto dell’infondatezza delle motivazioni ufficiali e delle mille contraddizioni che ne scaturiscono.
L’esercito francese era, da tempo, pronto a intervenire; la richiesta d’aiuto del presidente golpista Dioncounda Traorè è stata solo il pretesto.
È’ impossibile credere che sia stata l’emergenza umanitaria a spingere l’Europa a intraprendere questa nuova guerra. L’Africa è vessata, da decenni, da miriadi di focolai di violenza e nessuna potenza occidentale se ne è mai seriamente interessata. Si dirà che in Mali ad aggravare la situazione c’è l’emergenza “terrorismo islamico”.
Non dimentichiamo, inoltre,il ruolo degli Stati Uniti,in questa guerra,che da decenni contendono alla Francia il controllo della FrancAfrique.
Significativo il fatto che circa tre settimane dopo l’intervento francese in Mali, gli Stati Uniti abbiano siglato un accordo con il governo di Niamey per l’installazione di una base militare statunitense ad Agadez, nel nord del Niger nella zona uranifera del paese.

Dobbiamo considerare questa “nuova” guerra come la prosecuzione naturale della campagna libica e renderci conto che, probabilmente, ci troviamo di fronte a una precisa strategia neo-coloniale di controllo politico del territorio, finalizzato allo sfruttamento delle risorse naturali e inquadrato in un’ottica di contrasto dell’avanzata dei capitali cinesi in Africa. La Cina, infatti, è il primo partner commerciale di Tanzania, Zambia, Congo ed Etiopia (dove il PIL cresce con una media del 5,2% l’anno, cifre impressionanti) e in molte zone vanta l’esclusiva sui diritti di estrazione delle risorse.
Il governo francese ha enormi interessi economici nell’area centro-nord africana e sta cercando, anche con mosse azzardate, di mantenere sotto la propria influenza quelle zone di interesse strategico per l’abbondanza di risorse minerarie ed energetiche.
Il Mali potrà diventare importante nel prossimo futuro, ma il Niger lo è già ora. Non può sfuggire che, poco oltre il confine sud-est del Mali, sono collocate le più importanti miniere d’uranio nigeriane. Il riferimento è alla miniere di Arlit ed Akokan da cui la multinazionale Areva ricava gran parte dello “yellowcake” destinato ad alimentare i 58 reattori nucleari francesi. Nella stessa zona è prevista l’apertura di quella che è destinata a diventare una delle più grandi miniere al mondo per l’estrazione dell’uranio, Imouraren. Non mancano poi l’oro e il petrolio. Quindi, un grande affare che lo Stato francese – “spalla” di multinazionali come Total e Areva (giusto per fare due nomi) non può lasciarsi scappare.
Non si può dimenticare che la politica energetica francese è fondata sull’energia nucleare, una scelta che ha radici nel passato perché direttamente legata alla necessità di rafforzare il proprio ruolo militare nello scenario geopolitico internazionale. Sappiamo bene che non c’è soluzione di continuità tra gli impieghi, cosiddetti, civili dell’energia atomica e quelli finalizzati alla costruzione di ordigni destinati a minacciare l’umanità. Una scelta di sistema che rende, nell’attuale contesto d’instabilità, difficile, per il governo francese, individuare fonti energetiche alternative. La disponibilità dell’uranio rimane, quindi, una questione essenziale almeno in una prospettiva di medio periodo.
Quando l’esercito francese tornerà in patria sarà solo perché il controllo della situazione sarà affidato alle armi amiche delle forze africane alleate con la Francia.
Non è un caso che le forze armate della CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale) siano state, velocemente, schierate lungo il confine tra Mali e Niger. La necessità di “proteggere” le aree d’interesse minerario da una possibile espansione della rivolta è stata subito evidente.
La nostra epoca è già contraddistinta da crisi energetiche e difficoltà di approvvigionamento di materie prime e non c’è da stupirsi che il capitalismo mondiale stia cercando di correre al riparo, ancora una volta, per garantirsi, con ogni mezzo, una parte del bottino. Tutti noi sappiamo che la guerra e la finanziarizzazione dell’economia sono mezzi per movimentare repentinamente enormi capitali, per riorganizzare equilibri politici di governi, stati e confini nazionali non più funzionali al profitto di multinazionali e società finanziarie.

Nel vicino Niger, da 40 anni, Areva e le sue consociate estraggono l’uranio senza alcun rispetto per l’ambiente e per i lavoratori, gli abitanti vicini ai siti di Arlit e Akokan hanno pagato e pagano un prezzo altissimo in termini di salute e di morte, come risulta da studi indipendenti (CRIIRAD – ROTAB). I minatori di uranio sfruttati infatti, sono esposti a radiazioni ionizzanti nelle cave, nelle miniere sotterranee, nelle officine di lavorazione del minerale grezzo, ma anche nelle città e nelle loro case. In questa zona 35 milioni di scorie radioattive sono raccolte all’aria aperta sin dall’inizio dell’attività estrattiva. Grazie al vento gas radon e altri derivati considerati cancerogeni si spargono nell’ambiente. Ma l’Areva opera anche sul territorio italiano. Il trasporto di materiale irraggiato passa per il nostro paese verso l’impianto di la Hague dove si estrae plutonio (per le bombe) e produce il mox (un combustibile di riciclo con cui funzionano alcune centrali). In Mali è la guerra di sempre, di stato e capitale, dove sfruttamento e saccheggio ai danni della popolazione non conoscono confini nazionali!

Diffondere l’informazione contro l’ipocrisia del potere, rafforzare la consapevolezza per far crescere la voglia di giustizia sociale sono solo i presupposti per sostenere le lotte che in ogni parte del mondo devono liberare gli oppressi da vecchie e nuove schiavitù, economiche, militari o religiose che siano.
Solo attraverso l’internazionalismo, l’antimilitarismo e la solidarietà di classe possiamo da anarchiche ed anarchici fermare l’orda di questo ennesimo, nuovo e lurido conflitto.

Fermiamo la guerra in Mali!
Solidarietà a tutte le popolazioni colpite dalla guerra!

Commissione Relazioni Internazionali
della Federazione Anarchica Italiana”

L’altra Israele.

Nel momento in cui scrivo vige finalmente la tregua, ma le vittime dell’aggressione israeliana nella striscia di Gaza, giunta al suo settimo giorno, sono salite a 164: persone con nomi e cognomi, con le loro vite alle quali è stata posta fine per mano del governo e delle strutture militari di uno Stato che non vuol sentire ragioni e va avanti nel tempo con la sua politica fatta di massacri, razzismo, prepotenza, una politica che nuoce in primo luogo ai palestinesi ma anche, collateralmente, agli stessi cittadini israeliani. Questi ultimi si trovano a dover vivere sotto la costante minaccia di attentati compiuti da persone disperate, alle quali i governi israeliani succedutisi negli anni hanno tolto sempre piú la speranza di una vita dignitosa e di una soluzione equa e pacifica del conflitto. Il terrorismo dello Stato d’Israele non viene perciò appoggiato da tutti/e gli/le israeliani/e: chi si rifiuta di obbedire all’autoritá e di partecipare ai soprusi, alla negazione di diritti elementari ed ai massacri nei confronti della popolazione di Gaza fa parte per ora di una minoranza di persone consapevoli e coraggiose che si spera diventi col tempo sempre più numerosa. Quelle che seguono sono solo alcune tra le tante storie di cittadini/e israeliani/e che hanno voltato le spalle al nazionalismo, al militarismo, al lavaggio del cervello imposto dai dogmi religiosi, all’obbedienza cieca, in nome di altri valori.

Natan Blanc, diciannovenne di Haifa, preferisce la prigione all’arruolamento nell’esercito;

Manifestazione di attivisti/e israeliani nel centro di Tel-Aviv contro l’attacco a Gaza, 15 Novembre;

Sbirri impediscono manifestazione di attivisti/e israeliani a Gerusalemme contro l’attacco a Gaza, 15 Novembre;

Obiettori/trici di coscienza israeliani;

Noam Gur and Alon Gurman refuses to serve in the Israeli military;

Refuseniks and Israeli Soldiers speaks out;

La storia di Jonathan Ben Artzi;

Lettera di un obiettore di coscienza israeliano;

Anarchici contro il muro.

7 Novembre: proteste a Cagliari.

Ieri 7 Novembre ha avuto luogo a Cagliari una grossa manifestazione organizzata dalla cosiddetta Consulta Rivoluzionaria. L’iniziativa, definita dagli organizzatori come “Assemblea generale del Popolo Sardo” e che ha visto la partecipazione di alcune migliaia di persone, è nata dopo mesi di incontri e dibattiti tra le diverse componenti della Consulta. I motivi della protesta sono molteplici e non suoneranno certo nuovi a chi conosce la realtá sarda: gli alti tassi di disoccupazione, ormai cronica, e la chiusura di realtá produttive spesso avviate in modo avventuristico da multinazionali che lasciano dietro di sé persone senza lavoro, danni ambientali e distruzione dell’economia locale spinge molti giovani ad emigrare da una terra che è stata sempre gestita con piglio colonialista dallo stato centrale italiano, grazie anche al supporto della locale classe dirigente. Un’isola che è in parte laboratorio di pratiche repressive e in parte “pattumiera”, da un lato occupata da carceri- anche “speciali”- e da numerose installazioni militari dove si stoccano armamenti nucleari ( La Maddalena) e si sperimenta con i proiettili all’uranio impoverito (Teulada e Quirra), dall’altro cementificata e deturpata per gli interessi dei più ricchi e potenti e a favore del turismo d’élite, una terra alla quale la classe dirigente preferisce elargire qualche briciola di assistenzialismo piuttosto che allentare la morsa delle banche e delle sanguisughe di Equitalia, dove ad essere senza prospettive ed a sentirsi disperati sono tanto gli studenti quanto i pastori, gli agricoltori, i piccoli imprenditori ed artigiani, i lavoratori che rischiano di perdere il loro impiego (come quelli dell’ Alcoa o della Carbosulcis, per citare i due casi più recenti e più noti) e quelli che un impiego lo hanno già perso o non lo trovano affatto. Sono proprio questi soggetti e queste realtá ad aver partecipato alla manifestazione tenutasi sotto il palazzo della Regione Sardegna nella centralissima Via Roma a Cagliari, un’iniziativa preceduta da una serie di misure di sicurezza grottesche messe in atto dalle autoritá evidentemente timorose che l’esasperazione dei/lle partecipanti potesse trasformarsi in concrete esplosioni di rabbia. Come aspetto “coreografico” non si poteva fare a meno di notare alcuni cappi con nodi scorsoi, appesi accanto ai nomi delle istituzioni ritenute maggiormente colpevoli dell’attuale situazione: Regione, Governo centrale, Equitalia, banche, INPS, agenzia delle entrate…

Da sottolineare la forte adesione da parte di organizzazioni indipendentiste, che si rispecchia anche nelle rivendicazioni tese all’autodeterminazione in materia economica dell’isola ed alla valorizzazione della cultura e dell’identitá sarda. Ma sará veramente una soluzione quella dell’indipendenza? Serve a molto avere un proprio Stato con governanti della propria terra che stilano documenti nelle lingue locali quando poi continuano ad esistere disuguaglianze sociali e sfruttamento del lavoro salariato? Ci si può sentire liberi sapendo che comunque il capitale che comanda è quello internazionale e che, se anche così non fosse, il capitale nazionale o locale non è cosa migliore? Queste sono solo alcune delle contraddizioni con le quali la Consulta Rivoluzionaria e chi la appoggia dovranno fare i conti, fermo restando le sacrosante ragioni di fondo che animano l’iniziativa e le potenzialitá insite nelle proposte finora avanzate e nei loro eventuali sviluppi. Tra chi era in piazza c’é chi ha la consapevolezza di rappresentare in qualche modo un’avanguardia, con la convinzione che in molti si uniranno in un futuro prossimo alle lotte. Lo sviluppo degli eventi mostrerà se questi hanno avuto ragione, se finalmente si è innescato un processo di reale ribellione nei confronti di uno stato di cose intollerabile che permane da troppo tempo e quali saranno i frutti di questo processo.