Il Kurdistan chiama: rispondiamo!

Le terre comprese tra Iran, Irak, Siria e Turchia abitate prevalentemente dalla popolazione curda sono da decenni sotto il fuoco incrociato della repressione dei diversi Stati ai quali ufficialmente appartengono le rispettive porzioni di territorio. La Turchia in particolare ha un conto in sospeso con i curdi: dopo aver tentato di assimilarli senza successo, facendo largo uso della più brutale violenza nei casi di reticenza o resistenza da parte della popolazione civile, avendo ancor meno successo nella lotta contro la guerriglia creatasi come conseguenza al totale rifiuto di soluzioni diplomatiche e pacifiche da parte del potere dello Stato turco, dopo aver giocato la carta dell’appoggio nemmeno troppo velato ai fondamentalisti islamici dell’ISIS ( o, per chiamarli con il termine dispregiativo più appropriato, Daesh), oggi finge di entrare in guerra contro i combattenti del califfato mentre in realtà bombarda le postazioni dei/lle resistenti curdi/e, che dal canto loro avevano di recente cessato qualsiasi ostilità nei confronti delle autorità turche. Allo Stato turco, fortemente centralista e apertamente autoritario, non va giù che in Kurdistan sia ormai in atto, da almeno un decennio a questa parte, un processo di autogestione comunale profondamente democratico, che coinvolge organizzazioni di base composte dagli/e abitanti di villaggi e quartieri delle città. L’obiettivo di questo processo non è quello di creare uno Stato curdo indipendente, bensì quello di autogestire le risorse comuni in modo orizzontale, secondo il principio della democrazia di base, per far fronte alle esigenze della popolazione di un’area geografica particolarmente povera e oppressa. Anche l’abbandono da parte del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) dell’ideologia marxista-leninista a favore di una concezione tendenzialmente socialista libertaria, simile a quella espressa nelle opere dell’anarchico statunitense Murray Bookcin, “padre” di concetti quali ecologia sociale e municipalismo libertario, ha avuto un ruolo importante nell’influenzare le prospettive di cambiamento sociale, economico e politico. Col passare del tempo sono stati creati nel Kurdistan “turco” collettivi e cooperative nel settore agricolo, edilizio, scolastico, sanitario, culturale ed artigianale, organizzazioni di base giovanili e femminili, realtà che si coordinano tra loro e che collaborano con le amministrazioni comunali “amiche” e disposte a sostenere lo sviluppo dell’autogestione, secondo la logica -sempre citando Bookchin- del conflitto Comune-Stato; si tenta un’approccio produttivo che esuli dalla logica capitalista, ancora relativamente poco sviluppata in quelle terre; si fa ricorso a comitati di mediazione e pacificazione per risolvere diatribe e far fronte al crimine, alle violenze private ed alle faide familiari; si creano regole proprie, comunemente decise, per aggirare quelle eteronome dello Stato centrale;  le donne si integrano, non senza dover superare grossi ostacoli ma in ogni caso con enorme successo, nei processi decisionali, si rendono economicamente indipendenti, imparano a difendersi dalle violenze e ad acquisire autostima e consapevolezza scardinando i residui della vecchia società patriarcale, divenendo il motore della rivoluzione sociale in corso- il tutto con un’approccio ecologista.  Di per sé è straordinario che questo processo di cambiamento, lento ma inesorabile, sia andato avanti fino allo scoppio del conflitto in Siria e all’aggressione terroristica di Daesh, ma è ancor più straordinario che tutto ciò vada avanti nonostante la guerra oggi in atto. Un processo simile coinvolge i cantoni autonomi curdi ufficialmente appartenenti allo Stato siriano, che implementano il confederalismo democratico in una situazione a dir poco proibitiva. I curdi e chi lotta al loro fianco al di lá di divisioni etniche o religiose, armeni, yazidi, assiri, aramei, arabi, turchi e turcomanni, cristiani o musulmani, aleviti o zoroastriani o atei che siano, necessitano di tutto il sostegno possibile nella loro lotta contro l’aggressione dei fondamentalisti islamici di Daesh e dei governi degli Stati che tentano di impedire la loro emancipazione. Ci sono momenti nei quali i dibattiti su aspetti teorici di un processo di cambiamento sono indispensabili e si può tranquillamente discutere sulla differenza fra “lotta di classe” e “lotta popolare”, fra abolizione della proprietà privata e uso comune di tale proprietà, fra abolizione dello Stato e appoggio alle istituzioni locali in chiave decentralista; ci sono invece momenti nei quali la  domanda che ciascuno/a di noi dovrebbe porsi urgentemente è: come possiamo appoggiare il cambiamento in corso, come possiamo sostenere la lotta dei curdi e delle popolazioni minacciate dai fondamentalisti islamici e dalla violenza militare dello Stato turco, come dare una mano a profughi e sfollati? Io avrei un paio di modesti suggerimenti, basati sulla mia esperienza personale di attivismo politico e su azioni tuttora in corso o svoltesi nei mesi passati in diverse parti del mondo. Suggerimenti forse vaghi, generici, alcuni più efficaci di altri, chissà, ma restare fermi a guardare non è un’opzione accettabile non dico per un anarchico/a, ma per chiunque conservi ancora un briciolo di umanità, di solidarietà, di sincero amore per la libertà. Inoltre penso che più si rafforza la solidarietà internazionale di chi ha a cuore la rivoluzione sociale libertaria e meno peseranno alla fine del conflitto gli aiuti “sbagliati” (per quanto sembrino ora decisivi almeno su un piano militare), quelli dei Paesi Occidentali sempre interessati al proprio tornaconto nazionale ed al controllo politico ed economico di intere aree geografiche a prescindere dalla volontà delle popolazioni che le abitano…. Pertanto: Che fare?

Informare ed informarsi:Risultati immagini per solidarity kurdistan donations

i massmedia mainstream riportano solitamente notizie e dichiarazioni  di fonte turca. Diamo voce a chi appoggia la resistenza curda, diffondiamo interviste, comunicati, video, aggiornamenti. Usiamo tutti i mezzi a nostra disposizione, soprattutto internet, ma non dimentichiamo la comunicazione diretta con le persone “in carne e ossa”. Spieghiamo ad esempio non solo quanto sia importante la lotta contro Daesh, ma anche e soprattutto chi sta lottando VERAMENTE contro i fondamentalisti islamici e che tipo di cambiamento è in corso nella società curda. Se possibile andrebbero organizzate conferenze e dibattiti pubblici con persone che hanno una conoscenza il più possibile approfondita della questione curda;

– Protestare e fare pressione:

Risultati immagini per we stand in solidarity with freedom fighters of Rojavain numerose città sono state organizzate proteste sotto le ambasciate e i consolati turchi, contro le politiche assassine del partito AKP di Erdogan, in solidarietà ai/lle combattenti curdi, contro il fondamentalismo islamico. E-Mail e lettere di protesta di massa indirizzate alle rappresentanze istituzionali turche, boicottaggi ben organizzati e ampiamente pubblicizzati, manifestazioni e presidi possono essere metodi di pressione efficaci e danno la possibilitá di portere all’attenzione pubblica questioni altrimenti rimosse o manipolate dai massmedia:

-Raccogliere fondi:

da diversi mesi a questa parte sono state messe in campo svariate iniziative atte a raccogliere denaro necessario per la ricostruzione delle infrastrutture, per procurare beni di prima necessità agli/lle sfollati, per la sanità, per sostenere progetti e associazioni locali esistenti anche da prima dello scoppio guerra, ma anche per acquistare armi necessarie all’autodifesa della popolazione. Sono stati organizzati concerti, cene benefit, tombole, mercatini, collette, sono state prodotte e vendute magliette che oltretutto servono anche a comunicare un messaggio chiaro e a stimolare la curiositá e un possibile dialogo con le persone che incontriamo quotidianamente. A volte basta davvero poco, anche solo un barattolo con su scritto “offerte per i/le combattenti curdi in Rojava” durante una festa. I fondi possono essere destinati a una o più organizzazioni che operano sul posto e usati per diversi scopi, nel dubbio contattare gruppi organizzati di persone che si recano in Kurdistan o che hanno contatti diretti con le persone del posto. Per chi avesse bisogno di qualche esempio dalla Germania può cliccare qui.

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“Turchia: Bombe di Stato contro la ricostruzione di Kobanê”

Fonte: Umanità Nova.

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La mattina di lunedì 20 luglio a Suruç nel giardino del centro culturale Amara è esplosa una bomba durante la conferenza stampa dell’organizzazione turca Federazione delle Associazioni dei Giovani Socialisti (SGDF). Circa 30 persone sarebbero rimaste uccise nell’esplosione, oltre 100 giovani invece sarebbero feriti, di cui alcuni in gravi condizioni. Tra le vittime, oltre a numerosi giovani militanti socialisti, vi sono anche due compagni anarchici, entrambi di 19 anni. Evrim Deniz Erol e Alper Sapan, quest’ultimo faceva parte del gruppo Iniziativa Anarchica di Eskişehir ed era obiettore di coscienza al servizio militare.

Suruç è una cittadina a maggioranza curda in territororio statale turco, che si trova a ridosso del confine con la Siria ed è base per tutte le azioni di solidarietà rivolte verso Kobanê, che dista solo pochi chilometri. Per questo circa 300 membri del SGDF si trovavano presso il centro culturale per una conferenza stampa in cui stavano denunciando la repressione attuata dal governo turco allo scopo di impedire che i giovani militanti passassero il confine per lavorare a progetti di ricostruzione della città. Quasi contemporaneamente un altro attentato a Kobanê, vicino al valico di frontiera di Mürşitpınar, verso Suruç, faceva ulteriori vittime tra le forze curde di autodifesa. L’attentato al centro culturale Amara viene per ora attribuito allo Stato Islamico, in ogni caso è chiaro che l’attacco risponde agli interessi di coloro che vogliono bloccare in ogni modo qualsiasi possibilità di cambiamento sociale rivoluzionario nella regione, a partire dal governo turco e dai suoi sicari. Per comprendere il contesto in cui è avvenuto questo attacco terribile, cerchiamo di ripercorrere gli eventi degli ultimi mesi.

Dopo le note vicende dell’assedio da parte delle milizie dello Stato Islamico alla città di Kobanê nell’autunno-inverno dello scorso anno, la situazione in Rojava è andata progressivamente modificandosi a seguito della liberazione della città, avvenuta nel Gennaio del 2015 per mano delle milizie curde YPG (Unità di Protezione del Popolo) e YPJ (Unità di Protezione delle Donne, milizia femminile) e delle altre forze che combattono al loro fianco.

Il Kurdistan in zona siriana (Rojava) è diviso in tre diversi cantoni. Nella zona nord orientale della Siria si trova il cantone di Cizire, quello geograficamente più grande e popolato. A nord ovest vi è invece il cantone di Efrin. Tra i due cantoni vi è quello di Kobanê. I tre cantoni sino al Giugno del 2015 hanno avuto degli ingenti problemi di collegamento, data la presenza di truppe dello Stato Islamico e di altri gruppi che bloccavano ogni possibilità di scambio tra le regioni.

I combattimenti nelle zone intermedie tra i tre diversi cantoni si sono difatti susseguiti ininterrottamente dal 2013 sino a oggi. Oltre ciò, non minore importanza ha avuto la chiusura ufficiale, predisposta dalla Turchia, di svariati valichi di confine con i territori controllati dalle forze curde. Azione che ha isolato ulteriormente le zone sotto il controllo dei curdi e che ha impedito ed impedisce anche oggi l’arrivo di qualsiasi assistenza ai territori martoriati dai continui attacchi dello Stato Islamico, bloccando a tempo indeterminato anche il flusso regolare di profughi in fuga. Va ricordato che nel periodo in cui le forze curde ancora non controllavano completamente alcune delle zone settentrionali della Siria, che allora erano nella maggior parte dei casi in mano a forze legate a gruppi islamisti che si sarebbero uniti successivamente allo Stato Islamico, lo stato turco tenne alcuni valichi di frontiera aperti a “tempi alterni”. Tale azione venne giustificata dall’esigenza di mantenere una continuità commerciale con il territorio siriano, aprendo e chiudendo, svariate volte e con violenza, l’accesso in Turchia ai profughi in fuga dagli scontri violentissimi tra varie fazioni. Attraverso questi valichi di frontiera sono transitati nel tempo rifornimenti per Al-Nusra e lo Stato Islamico. Non si è certo trattato di semplice negligenza nei controlli di frontiera da parte della Turchia, dal momento che il governo turco ha in numerose occasioni dimostrato il proprio sostegno a forze controrivoluzionarie come lo Stato Islamico sia in Siria sia all’interno del territorio turco, utilizzando formazioni paramilitari fasciste e religiose nella repressione dei rivoluzionari e dei militanti curdi.

L’atteggiamento del governo turco è sempre stato chiaro. Il confine sotto il controllo turco tra il paese anatolico e la Siria apre e chiude le sue porte in base all’utilità politica della situazione interna alla Turchia ed a quella del nord della Siria. Da un lato l’apertura e l’accoglienza apparente verso i profughi in determinati periodi dell’anno, dall’altra il blocco e la repressione violenta con la volontà d’interrompere ogni collegamento tra le due sponde quando la situazione politica nei due territori minaccia la stabilità politica del territorio turco. Al contempo i combattenti dello Stato Islamico attraversano tranquillamente il confine sotto gli occhi dei militari turchi. Un esempio lampante di tali politiche lo si è avuto con la repressione violenta esercitata dall’esercito turco e la Jandarma (polizia militare turca) durante l’assedio da parte dello Stato Islamico a Kobanê del 2014. Allora migliaia di persone in fuga dalla città, soprattutto curde, vennero duramente attaccate dalle autorità turche che ne stavano impedendo il passaggio. Fu di molti feriti e qualche morto il bilancio di quelle settimane.

Nel Giugno di questo anno, le YPG e le YPJ, hanno condotto un’operazione per tentare di riunificare il cantone di Kobane a quello di Cizire, cercando di liberare dallo Stato Islamico una delle città più importanti della zona settentrionale della Siria, Tall Abyad e la zona circostante.

La città di Tall Abyad, dopo la riconquista da parte delle YPG/YPJ della città di Kobanê, ha assunto per lo Stato Islamico un ruolo strategico e politico centrale. Tall Abyad difatti, conquistata dallo Stato Islamico nel Giugno del 2014, è rimasta sino a qualche mese fa, l’unico valico di frontiera nel nord est della Siria sotto il controllo dello Stato Islamico, permettendo ad esse di ricevere un regolare flusso di aiuti e combattenti provenienti dal territorio turco; il tutto come sempre sotto l’occhio accondiscendente dello stato turco.

Durante tutto l’arco del 2014, le milizie dello Stato Islamico hanno condotto nella zona un’ingente operazione di riassestamento demografico, minacciando di morte i curdi dell’area mediante un’operazione di allontanamento forzato dall’area. Durante l’estate del 2014 sono state molte le famiglie curde, turcomanne ed anche arabe che hanno abbandonato la zona per paura di ripercussioni.

Nel giugno scorso le operazioni delle YPG e delle YPJ hanno portato nel giro di qualche giorno alla liberazione della città di Tall Abyad. Durante lo stesso mese, in Turchia, si sono tenute le elezioni per rinnovare il parlamento ed eleggere il primo ministro della Repubblica, in un contesto politico nel paese fortemente conflittuale. Il partito di Erdoğan non è riuscito ad ottenere la maggioranza, mentre il partito a base curda HDP (Partito Democratico dei Popoli) ha conseguito più del 13% dei voti, entrando di diritto nel parlamento della Repubblica Turca. Questo è avvenuto nonostante il blocco di potere al governo, guidato dal partito conservatore-religioso AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo), abbia tentato con ogni mezzo di ostacolare l’opposizione. Le elezioni infatti furono insanguinate da aggressioni contro attivisti curdi e dei partiti di sinistra, attacchi che culminarono con le bombe di stato ad Amed (Diyarbakir) il 5 giugno che provocarono 4 morti durante un comizio dell’HDP. L’esito delle elezioni, accompagnato dalle continue vittorie sul campo delle forze curde in territorio siriano e da un progressivo radicamento delle forze della sinistra rivoluzionaria in tutto il paese anatolico, hanno condotto il governo di Ankara ad aumentare la violenza della repressione interna.

Ankara non ha digerito la doppia sconfitta ed ha dichiarato, durante un incontro del Consiglio Nazionale di Sicurezza Turco (MGK), la decisione di implementare la sua presenza lungo il confine turco-siriano, in particolar modo in quei territori confinanti con le zone gestite dalle forze curde. Le dichiarazioni del MGK, presieduto dal Presidente della Repubblica Turca Erdoğan, si sono fatte molto dure, arrivando ad affermare che la Turchia “non permetterebbe mai la formazione di uno stato curdo lungo i propri confini meridionali”, ipotizzando la concretezza di un’invasione impellente da parte della Turchia in Siria. Tali affermazioni arrivano anche a margine delle accuse dello stesso Presidente Erdoğan nei confronti delle forze curde di aver perpetrato azioni di pulizia etnica nei confronti della popolazione araba e turcomanna di Tall Abyad. La stessa popolazione al quale lo stesso Erdoğan, tramite i fucili delle proprie truppe ed i gas delle proprie guardie, non aveva permesso l’attraversamento del confine durante gli scontri tra YPG/YPJ e Stato Islamico nei dintorni della città. Tale atto riprende il medesimo atteggiamento repressivo avuto nei confronti dei curdi di Kobanê nell’Ottobre dell’anno precedente, lasciando intendere una continuità d’intenti negli ultimi mesi.

Le dichiarazioni dell’MGK e la decisione di governo turco di prepararsi ad un’invasione della Siria, schierando un maggior numero di mezzi e truppe lungo il confine, sono arrivate lo stesso giorno in cui si è concluso l’attacco sferrato dallo Stato Islamico il 25 giugno a Kobanê .

Il 25 giugno, dopo l’esplosione di tre autobomba lungo il confine con la Turchia a Kobanê, circa un centinaio di combattenti appartenenti alle forze dello Stato Islamico, entrati in città prima che facesse giorno indossando divise delle YPG e dell’FSA, sferrano un feroce attacco rivolto soprattutto contro la popolazione civile. Dopo quattro giorni di battaglia, il 29 giugno finiscono i combattimenti nelle strade, ma appare subito chiaro, come afferma anche un portavoce delle YPG, che l’attacco dello Stato Islamico non aveva certo lo scopo di occupare e controllare la città di Kobanê o anche solo alcune zone di essa. Si trattava invece un attacco suicida collettivo con lo scopo di uccidere il maggior numero di civili. Infatti alla fine dell’attacco si contano 223 morti e 300 feriti tra i civili, uno dei più gravi massacri compiuti dallo Stato Islamico in Siria.

Sia le forze curde di Kobanê sia il governo siriano hanno affermato che le autobomba venivano dal territorio turco e che avevano quindi attraversato i valichi di frontiera controllati dallo stato turco. Inoltre Figen Yüksekdağ, cosegretaria dell’HDP, ha dichiarato che il governo turco ha supportato per anni lo Stato Islamico e il massacro è parte di questa politica di supporto.

Probabilmente il governo turco voleva che l’attacco a Kobanê servisse a dimostrare che le forze riunite attorno alle YPG/YPJ non erano capaci di controllare la città e soprattutto di proteggere i civili, e che potesse quindi rafforzare la presa di posizione dell’MGK riguardo alla “pulizia etnica” antiaraba a Tall Abyad contribuendo così a giustificare un eventuale intervento di terra in Siria o comunque l’invio di ulteriori truppe lungo il confine.

È ancora troppo presto forse per parlare di un cambio di strategia della Repubblica Turca nel conflitto, anche perché il fatto che dalle elezioni di inizio giugno ancora non sia stato insediato un nuovo governo e tuttora siano in atto le consultazioni per trovare una maggioranza, rende incerta la situazione politica interna alla Turchia. Sembra ad ogni modo che dopo la liberazione di Tall Abyad abbiano iniziato ad assumere un peso maggiore quegli elementi ai vertici dell’establishment turco che vogliono un intervento militare diretto in Siria contro la popolazione curda e le forme di organizzazione sociale che si sta dando in Rojava.

Le accuse rivolte dall’MGK e dallo stesso Presidente della Repubblica Erdoğan alle forze curde sono quindi da interpretarsi fondamentalmente come propaganda a sostegno della linea politica e militare che il governo turco conduce nel conflitto.

Tuttavia la giusta opera di demistificazione e la lotta contro la propaganda del governo turco non deve portarci ad ignorare o rifiutare la realtà della guerra. In questo conflitto, l’intervento diretto e indiretto delle principali potenze mondiali e regionali, che inviano armi e combattenti, bombardano e cercano di spartirsi il territorio e le sue risorse, porta ad una recrudescenza della violenza tipica della guerra imperialista. In questo contesto, anche per chi combatte per difendere una prospettiva alternativa al dominio imperialista e capitalista può essere facile cadere nella trappola della guerra, commettendo eccessi o comunque perdendo di vista il fine per il quale si lotta.

Ignorare i rischi che si presentano in una situazione di guerra come questa può portare ad una sconfitta non solo militare, ma anche e soprattutto politica. Una sconfitta politica può assumere anche la tragica forma dell’abbandono della prospettiva rivoluzionaria per ottenere una vittoria militare grazie al sostegno di quelle potenze interessate all’instaurazione di una forma di governo disponibile a non mettere in discussione gli interessi degli stati e del capitalismo globale nella regione. Questo, ancor più di una disfatta militare, costituirebbe una tragedia per la popolazione che nella Rojava sta cercando di darsi gli strumenti per un cambiamento sociale in senso rivoluzionario, perché bloccherebbe adesso e per gli anni a venire ogni prospettiva di reale liberazione sociale, ripristinando le vecchie condizioni di sfruttamento ed oppressione e creandone di nuove.

Per ora il protagonismo della popolazione nella sua pluralità, la presenza radicata di gruppi rivoluzionari, l’autodifesa popolare e la mancanza di un governo dotato di apparati repressivi hanno reso possibile l’inizio di un processo rivoluzionario.

Solo facendo leva su questi punti di forza è possibile vincere questa lotta sul piano politico, senza cedere ai ricatti delle potenze e senza cadere nelle trappole della guerra.

In questa prospettiva è fondamentale la questione della ricostruzione di Kobanê e della Rojava. Perché oltre al bisogno di aiuti immediati, di ricostruire infrastrutture, case ed ospedali, c’è anche bisogno di discutere di come dovrà essere la città, di come ricostruire la società, su quali basi. Ci sono chiaramente diverse posizioni e differenti progetti, da una parte ci sono speculatori che aspettano di fare l’affare del secolo, mentre dall’altra ci sono rivoluzionari che vogliono far sorgere dalle macerie una società libera dalla proprietà privata.

In questi mesi si sta avviando un’ampia campagna per la ricostruzione di Kobanê. Oltre all’appello internazionale lanciato dal KRB, il tavolo per la ricostruzione della città, vi sono campagne e progetti specifici portati avanti dalle forze politiche che hanno sostenuto fino ad oggi la resistenza.

Queste iniziative sono tutte orientate a dare alla ricostruzione un forte senso politico; i lavori infatti non saranno affidati alle multinazionali o ai grandi speculatori, ma sarà organizzata e gestita attraverso la partecipazione dei diretti interessati.

In questo contesto anche il movimento anarchico, in particolare il gruppo DAF (Azione Anarchica Rivoluzionaria) di Istanbul, radicato anche in Kurdistan, dà il proprio contributo specifico alla ricostruzione, nel senso della ricostruzione della vita, di una società nuova, libera, senza stati né classi.

Quanto sia importante la ricostruzione ed in particolare l’intervento dei gruppi rivoluzionari per sostenere il processo di trasformazione sociale in atto, è reso ancora più chiaro dalla ferocia con cui i militanti che si occupano dei progetti di ricostruzione vengono attaccati dal governo turco, dai suoi alleati e dai suoi sicari.

L’attentato esplosivo che ha ucciso i giovani militanti della SGDF a Suruç la mattina di lunedì 20 luglio è un colpo diretto ai gruppi rivoluzionari che sostengono la Rojava. Non è terrorismo indiscriminato ma un massacro mirato di militanti, che ha come scopo l’eliminazione fisica di giovani rivoluzionari e l’intimidazione nei confronti di tutte le altre forze che sostengono i progetti di ricostruzione. Le dichiarazioni di Erdoğan dopo l’attacco sono di fatto un’ulteriore minaccia di invasione della Rojava. Il Presidente della Repubblica Turca ha infatti affermato che l’attentato sarebbe la risposta alle recenti disposizioni di rafforzamento del controllo militare lungo il confine da parte dell’esercito turco.

La sera stessa della strage in molte città della Turchia si sono tenute manifestazioni, nella maggior parte dei casi la polizia ha attaccato i dimostranti e gli scontri si sono protratti nella notte.

Ad Istanbul migliaia di persone hanno marciato verso Taksim fino a quando la polizia non ha attaccato il corteo con lacrimogeni e proiettili di gomma. Ad Amed e Yüksekova ci sono stati durissimi scontri. A Suruç, dove la polizia era già intervenuta con i blindati subito dopo la strage, l’intervento repressivo contro i manifestanti nel tardo pomeriggio ha provocato numerosi feriti.

Dopo questi fatti è ancora più importante appoggiare la ricostruzione della città di Kobanê, sostenendo gli anarchici del DAF e tutte quelle forze che contribuiscono ad uno sviluppo del processo che in quella regione sta aprendo la strada alla rivoluzione sociale.

Giacomo Sini

Dario Antonelli “

“Ecos del desgarro”: un documentario sulla rivoluzione siriana.

“Ecos del desgarro” (Echi dello strappo o Echi della ferita), un documentario in spagnolo, inglese e arabo realizzato dal collettivo libertario spagnolo La Cámara Negra, racconta lo scoppio e gli sviluppi dell’attuale rivoluzione in Siria attraverso le parole ed il materiale audio e video di attivisti/e politici/che in esilio in Turchia.

Uscire dal capitalismo, non dall’Euro!

Quando la coalizione di sinistra Syriza vinse lo scorso Gennaio le elezioni politiche in Grecia, le forze progressiste e quelle antieuropeiste di tutta Europa, anche reazionarie e di destra, accolsero il voto popolare come fosse stato un referendum contro la permanenza nell’Euro. Molti/e greci/che avevano votato Syriza senza troppa fiducia né speranze, consapevoli del fatto che gli aiuti economici provenienti dalla Troika venivano elargiti ad un prezzo troppo alto da pagare in termini sociali e di mera sopravvivenza. Licenziamenti, tagli agli stipendi ed alle pensioni, privatizzazioni e tagli alla spesa pubblica ed ai servizi sociali hanno significato impoverimento per gran parte della popolazione greca, per alcuni la caduta nel baratro della miseria nera. Dal punto di vista psicologico sembrava importante avere ancora una speranza di poter contrastare non solo la miseria ma anche l’umiliazione, si chiedeva semplicemente che un nuovo governo di rottura con i partiti tradizionali, che avevano fallito negli anni passati, ristabilisse la sovranità nazionale greca rispetto ai ricatti di organismi finanziari transnazionali, recuperasse il terreno perduto sul piano delle conquiste sociali introducendo misure urgenti e di vitale importanza per la sopravvivenza dei ceti meno abbienti, negoziasse condizioni realisticamente accettabili per il pagamento del debito senza ricorrere a misure di massacro sociale. Purtroppo le ultime speranze affidate mesi fa alla compagine capitanata da Alexis Tsipras sono andate via via sfumando col passare delle settimane, è risultato evidente che nemmeno questa aveva un piano concreto per uscire nel modo meno doloroso possibile dalla crisi economica. Spulciando fra i tanti discorsi contraddittori fatti dai membri del governo di Syriza mi è sembrato di capire che, oltre a voler guadagnare tempo, il ministro dell’economia Janis Varoufakis puntasse ad un recupero della competitività sui mercati piuttosto che ad una politica di tagli e privatizzazioni indiscriminati. Nei fatti però il governo, a parte riaprire l’emittente televisiva pubblica chiusa dal governo precedente e strappare concessioni a dir poco risibili su misure di risparmio sulla spesa sociale comunque messe in atto, ha accettato tagli alle pensioni e aumento dell’IVA, aumento delle imposte sulla navigazione e altre misure che ricadono sulle spalle dei consumatori, dei lavoratori salariati e dei pensionati. La spesa militare invece non è stata ridotta e la Grecia, obbediente membro della NATO, continua ad acquistare armi da guerra, peraltro obsolete, col denaro che invece potrebbe venir indirizzato altrove.

Andare avanti accettando le condizioni della Troika sarebbe stato alla lunga impossibile, soprattutto avrebbe significato per Syriza fare la fine del socialdemocratico PASOK, partito storicamente forte ridotto ora a forza politica insignificante, pertanto è stato indetto il referendum consultivo che ha visto la vittoria del “no” e quindi un appoggio all’azione di governo. Di appoggio Tsipras ha incassato anche quello di altri tre partiti che in parlamento hanno scelto ora di sostenere la sua linea, mentre ha scaricato il ministro Varoufakis, al centro di critiche e campagne diffamatorie da parte della stampa mainstream europea, sostituendolo con un economista dal look più presentabile ma che porta avanti sostanzialmente le stesse idee in materia politico-economica. I portavoce delle istituzioni politiche ed economiche transnazionali non si sono scomposti ed hanno mantenuto inalterate le loro richieste e condizioni.  Il voto referendario non ha perciò cambiato nulla di sostanziale, le trattative tra governo greco e UE, BCE e FMI proseguiranno nei prossimi giorni…

Osservando questo scenario molti/e si chiedono innanzitutto quand’è che la Grecia riuscirà finalmente ad uscire dalla moneta unica. Questa sembra per molti una soluzione, introdurre una sorta di Nuova Dracma come valuta potrebbe attirare investimenti internazionali, permettere la gestione delle risorse con maggiore autonomia rispetto alle istituzioni finanziarie e politiche transnazionali, aumentare esportazioni e afflusso turistico ora in calo, favorire nuovi accordi commerciali con Paesi al di fuori dell’UE, Russia in primis. Il fatto è che non è detto che la Grecia esca dall’Euro, e anche se ciò dovesse accadere non si dovrebbe essere troppo ottimisti sulla condizione sociale di lavoratori/trici dipendenti, pensionati/e, disoccupati/e e inabili al lavoro in un Paese con un basso costo del lavoro che tenta disperatamente di uscire dalla crisi economica presentandosi appetibile ai mercati internazionali ed agli investitori che non hanno certo scrupoli né tantomeno intenti caritatevoli. Voglio ricordare per un attimo dov’é nato il problema: le crisi economiche nel sistema capitalista sono cicliche. Non è un dogma marxista, è un fatto osservabile. Quest’ultima crisi è partita con l’esplosione della bolla finanziaria delle ipoteche sugli immobili negli USA (2007/08), ha colpito prima di tutto chi aveva richiesto prestiti per gli immobili mandando in rovina parecchie famiglie del ceto medio-basso, ha coinvolto le banche che, negli USA e negli Stati europei ad economia più solida (Germania innanzitutto), sono state “salvate” col denaro dei contribuenti e dei risparmiatori, ha portato sull’orlo del baratro le economie dei Paesi più deboli. Le “manovre speculative di pochi incoscienti”, come le hanno definite alcuni, non sono altro che un sintomo della necessità del capitale di espandersi, rinnovarsi, conquistare nuovi mercati, spingere per un’ ulteriore crescita che richiede sempre maggiori investimenti; non sono altro che un sintomo della necessità del denaro di riprodurre se stesso. Ogni soluzione di stampo capitalista alla crisi porta con se nuove conseguenze -sia essa l’immissione sul mercato di nuovi titoli, la riduzione di salari e stipendi, il taglio alla spesa pubblica, la delocalizzazione delle imprese-, perpetuando al tempo stesso quel sistema che le crisi le genera.

Ma davvero abbiamo bisogno di tutto questo? Davvero i/le greci/che e noi tutti/e dovremmo sacrificarci per salvare un sistema nel quale veniamo usati e sfruttati e che per le sue dinamiche interne può precipitarci nella miseria e  nell’emarginazione privandoci di qualsiasi prospettiva? È da ormai troppo tempo che studiamo in funzione del nostro futuro lavoro, lavoriamo per pagare i costi e le spese che sosteniamo quotidianamente ed in prospettiva della pensione, viviamo in base ai ritmi imposti dal lavoro ed alle esigenze di consumo più o meno subdolamente imposte dai mercati, avvalliamo la morte e lo sfruttamento ancor più brutale di milioni di persone in tutto il mondo, solo perchè non siamo in grado di immaginare e creare una realtà diversa da quella presente. Sarebbe ora di farla finita, in Grecia e ovunque, coi sacrifici per il bene dell’economia, sarebbe ora di creare reti e strutture autogestite che nascono nei quartieri, nelle fabbriche, negli uffici, per sottrarre le ricchezze dalle mani di pochi, per riorganizzare la produzione secondo le reali esigenze di chi finora è stato/a sfruttato/a, riappropriandosi dei mezzi di produzione e decidendo di comune accordo cosa e come produrre, liberandoci del superfluo, abolendo le strutture gerarchiche, prendendoci la responsabilità delle nostre azioni e del nostro presente senza delegare ad altri la promessa di un futuro migliore. Gruppi e strutture autogestiti ne esistono già, vanno moltiplicati e rafforzati, resi più efficaci con contributi concreti, idee e partecipazione diretta. Sarebbe ora di agire in modo solidale e non competitivo, per costruire o riappropriarsi di beni e risorse comuni, evitando le guerre tra poveri, comprendendo che ognuno/a di noi non è solo/a in questa lotta, che ogni singolo individuo vale più di quanto non ci abbiano mai fatto credere e che ciascuno/a di noi è in grado di prendere decisioni libere riguardo la propria vita ed il proprio futuro, è padrone del proprio tempo e della propria intoccabile integrità fisica e psichica e dovrebbe prendere ciò di cui ha bisogno dando allo stesso tempo ciò che può, senza costrizioni, senza diktat né politiche di lacrime e sangue. Facciamo in modo, con la nostra volontà e con la determinazione delle nostre lotte consapevoli, che stavolta a piangere siano i burattinai ai vertici del sistema, i vampiri ai quali succhiare il sangue degli strati sociali ridotti allo stremo non basta, che ricorrono alla propaganda più infima per dipingere gente che s’è rotta la schiena lavorando una vita intera come “sfaticati che hanno voluto vivere al di sopra delle loro possibilità”. Voltiamo le spalle alle negoziazioni farlocche tra Stati, organizziamoci fra diretti/e interessati/e, dal basso e orizzontalmente…altrimenti finiremo per giaciere davvero orizzontali o supini, ancora vittime di chi ci sfrutta e gioca col nostro destino e col nostro presente.

Blockupy Frankfurt 2015.

Il 18 Marzo prossimo è la data prevista per l’inaugurazione della nuova sede della Banca Centrale Europea a Francoforte sul Meno. Per l’occasione una rete di gruppi, collettivi, attivisti/e della sinistra più o meno radicale, dell’area antagonista/autonoma/comelavoletechiamare, sindacalisti ed altri/e ancora si sono dati appuntamento nel cuore finanziario della Germania per rilanciare la lotta contro le politiche di austerity neoliberiste. Pur con qualche riserva e critica a tratti di non poco peso riguardo parte delle analisi e delle proposte prodotte finora dal coordinamento che organizza Blockupy, per non parlare di alcuni gruppi e realtà politiche che vi prenderanno parte, ritengo che sia importante per movimenti e individualità anarchici/che cogliere al volo quest’occasione di mobilitazione e rilancio di proposte e progetti alternativi al sistema dominante, portando all’interno di questa come di altre lotte contenuti, analisi, proposte e azioni di stampo libertario. E poi, detto sinceramente, poter cagare in mezzo al banchetto dei padroni d’Europa e dei loro lacché non è certo un’occasione da perdere.

Di seguito l’appello alla mobilitazione in lingua italiana, tratto dal sito Blockupy.org:

blockupy18m-aufruf2“Dieser Post ist auch verfügbar auf: Inglese, Tedesco

Il 2015 è iniziato con qualcosa di inaudito. Il popolo greco si è opposto a tutte le minacce provenienti dall’Europa eleggendo un nuovo governo di sinistra. È accaduto dopo 5 anni rovinosi, che hanno costretto la popolazione greca a una costante lotta contro la crisi umanitaria e la distruzione sociale. Questo governo è stato eletto per resistere alle istituzioni europee, per non accettare più le misure di austerità imposte alla gente. Noi appoggiamo la decisione del popolo greco di rifiutare la dottrina neoliberale che scandisce il solito ritornello «nessuna alternativa all’austerità». Questa decisione ci dà nuovo potere e apre la possibilità di un futuro differente, tanto più considerando altri importanti movimenti popolari come quello attivo in Spagna. Proprio in questi giorni per le strade di Madrid centinaia di migliaia di persone hanno detto a voce alta: «si può e si vincerà di nuovo!». Poco dopo, l’11 febbraio, in Grecia e in tutta Europa centinaia di migliaia di persone hanno riempito le piazze, lo stesso giorno in cui l’Eurogruppo ha aperto la rinegoziazione del debito greco. Si è scatenata così un’ondata transnazionale di solidarietà.

Questo senso di potere dà speranza a milioni di persone in Europa e incoraggia la resistenza contro il regime della crisi. La solidarietà per il popolo greco e per le sue decisioni democratiche non è solo un obbligo per noi, ma è anche un nostro comune interesse: l’interesse di chiunque in Europa lotta contro le logiche dell’austerità e per migliorare le proprie condizioni di lavoro e di vita. Per questo diciamo: è giunto il momento di agire! Per questo chiamiamo tutte e tutti, da ogni parte d’Europa, a unire le nostre forze transnazionali contro l’apertura della BCE il 18 marzo a Francoforte!

È vero, il regime della crisi europeo è cambiato nel corso del tempo: le riunioni di emergenza dell’UE sembrano essersi fermate e i paesi stanno lasciando il fondo di salvataggio dell’euro. Tuttavia, la pressione esercitata oggi sulla Grecia dimostra che ciò non significa affatto che l’Unione europea e le misure della BCE siano terminate. Il ricatto non si è fermato – tutt’altro. Le istituzioni europee reagiscono ogni volta che sono minacciate, rispondono a loro volta con le minacce e non esitano a riattivare dure misure di austerità. Contemporaneamente, ci troviamo di fronte a qualcosa che appare quasi normale: una nuova terribile normalità della precarietà e della povertà, divenuta realtà attraverso le politiche neoliberiste che sono state attuate durante la crisi. Queste misure si sono radicate saldamente nelle istituzioni statali e non sono soltanto temporanee. Esse favoriscono governi autoritari, sostengono l’ulteriore smantellamento della partecipazione democratica, l’attacco alle condizioni di lavoro, lo sfruttamento delle gerarchie costruite sul regime dei confini. Esse rimandano alla militarizzazione della politica interna ed estera, al crescente razzismo e all’estremismo di destra. In questi ultimi anni, la famigerata Troika e la governance neoliberista hanno aperto una strada a una nuova fase in Europa: un modello precario dei diritti sociali limitati, un modello di controllo e di competizione a cui noi rifiutiamo di abituarci!

Ora sentiamo le élite e i governi gridare forte – con la Germania in prima linea – contro la richiesta del popolo greco di fermare e invertire le privatizzazioni, contro le rivendicazioni di diritti sociali e di una tassazione che colpisca la ricchezza, contro il suo rifiuto di pagare un debito e un interesse che non ha causato. Le élite e i governi temono l’effetto domino che sta attraversando l’Europa; hanno paura che il loro «programma» di competitività e di controllo neoliberale imposto come modello europeo sia ora sul punto di sgretolarsi.

Uno dei principali agenti del ricatto e della normalizzazione dell’austerità, del bastone e della carota, è proprio la BCE. Con la Commissione europea e il Fondo monetario internazionale, essa è parte integrante della scellerata Troika che, insieme al Consiglio dell’Unione europea, ha promosso l’austerità e le privatizzazioni, con il conseguente impoverimento e la precarietà di gran parte delle popolazioni in Europa. Chiedendo di non accettare i titoli greci come garanzia per i prestiti della banca centrale, la BCE impone la continuazione della politica di austerità, prendendo direttamente e chiaramente le parti del governo tedesco.

Per questo Blockupy fa ancora una volta appello per ampie azioni transnazionali contro la BCE, proprio quando sarà inaugurata la sua nuova sede a Francoforte il 18 marzo. Una torre alta 185 metri, simile a una fortezza circondata da una barriera di sicurezza e da un fossato, un simbolo di potere che è costato la cifra sbalorditiva di 1,3 miliardi di euro. Il nostro appello per forti, diffuse e vivaci proteste europee lanciato mesi fa ha già lasciato il segno: la BCE ha annunciato che il gran gala previsto inizialmente sarà ridimensionato in un semplice brindisi. Tuttavia, il numero degli ospiti non ci ha mai interessato. La nostra protesta comporta una critica radicale del suo lavoro – la progettazione, l’esecuzione e la normalizzazione delle misure di austerità.

Sappiamo che Francoforte è il posto giusto per ritrovarci – precari, migranti, operai, attivisti sociali, forze di emancipazione. Sappiamo che non saranno i governi di sinistra a risolvere tutti questi problemi: la vera dinamica inizia nelle strade e nelle piazze, tra i gruppi e le associazioni, all’interno e all’esterno dei luoghi di lavoro come una dinamica sociale. Non ci limiteremo a dimostrare la nostra solidarietà al popolo greco e verso la sua decisione democratica, ma chiariremo anche che non c’è alcun conflitto di interessi tra la gente in Europa. Questa lotta riguarda tutti i popoli in Europa e le lotte, in Grecia e altrove, hanno aperto la strada per tutti noi!

Se non ora, quando? Più rumorosi e forti che mai, facciamo appello per realizzare azioni transnazionali il 18 marzo davanti alla BCE a Francoforte! Il 18 marzo è il momento giusto per convergere a Francoforte, per intensificare i nostri sforzi e per fare in modo che tutti si uniscano alla lotta. Questo è il momento per essere li fulcro della lotta transnazionale dentro e contro il ventre della bestia. Questo è il momento per giudicare la BCE responsabile per le sue politiche e pretendere con forza una direzione politica diversa. Il 18 marzo è tanto la nostra occasione quanto la nostra responsabilità di costruire una comune ed efficace forza dal basso: se loro vogliono il capitalismo senza democrazia, noi vogliamo la democrazia senza il capitalismo.

Il 18 marzo ci prenderemo le strade e le piazze di Francoforte, intorno al nuovo edificio della BCE e nel centro della città con migliaia di persone provenienti da tutta Europa. Ci incontreremo di mattina intorno alla BCE per mettere in campo azioni di disobbedienza civile per bloccare la sua autocelebrazione, interrompendo la normale giornata di lavoro. Sono attività pensate per la partecipazione di massa, costruite con un consenso comune, per questo ognuno è invitato a partecipare. Seguirà poi nel pomeriggio una forte, colorata e vivace manifestazione.

Unisciti all’azione, unisciti ai blocchi della BCE al mattino, ai presidi e alla manifestazione nel pomeriggio: prima abbiamo preso Atene, ora tocca a Francoforte!

Per maggiori informazioni, visita il sito di Blockupy: quanto più ci avviciniamo al 18 marzo, quanto più saranno dettagliate le informazioni che troverai sulle attività, i trasporti e l’accoglienza, il programma del presidio e della manifestazione e molto altro. Per chiedere chiarimenti si può scrivere a[email protected] o collegarsi su Twitter (@blockupy #18M) e Facebook”

Interviste sul (e dal) Kurdistan: dalla resistenza ad una nuova forma di società.

https://robertgraham.files.wordpress.com/2014/10/rojava.png

Spesso non è facile reperire informazioni attendibili e di prima mano sugli sviluppi della situazione in Rojava, sulla natura dei cambiamenti in corso nel kurdistan siriano e sulla situazione e le prospettive rivoluzionarie dei curdi in Siria. L’ultima buona notizia giunta nei giorni scorsi è che la città di Kobane è ora nelle mani delle forze di autodifesa popolare e le truppe dello Stato Islamico si sono ritirate, ma è necessario andare oltre i resoconti delle battaglie sul piano militare e le notize fornite dai media mainstream che ignorano volutamente l’esistenza di milizie popolari di fondamentale importanza come YPG e YPJ e non parlano dell’autogestione in chiave emancipatoria della comunità locali. Soprattutto negli ambienti anarchici/libertari/antiautoritari crescono attenzione e dibattito sulla genuinità della rivoluzione sociale in Rojava e c’è chi, come David Graeber, arriva addirittura a fare paralleli tra la rivoluzione spagnola del 1936 e l’attuale situazione nel kurdistan siriano.

https://linksunten.indymedia.org/image/130410.jpg

Le informazioni su quella che è la realtà quotidiana, le forme di organizzazione democratiche di base, il ruolo delle organizzazioni politiche, le prospettive emancipatorie, egualitarie e antiautoritarie, vanno cercate tra quelle fornite da chi vive nei territori interessati o da essi proviene o chi è stato in tempi recenti in quelle zone, resoconti attendibili e analisi verosimili dei fatti necessari per avere un quadro più completo della situazione in corso e per consentirci eventualmente di immaginare sulla base degli eventi in corso i possibili sviluppi futuri, ma anche per avere un punto di partenza nel caso si voglia contribuire concretamente ad aiutare, per quanto possibile, gli sforzi di chi combatte per quella che noi riteniamo essere una causa condivisibile. Ho deciso perciò di segnalare alcuni resoconti diretti e interviste che trattano gli aspetti dei quali ho appena accennato. Penso che le eventuali divergenze su alcuni fatti e opinioni riportati e qualche imprecisione (dovuta, immagino, a errori di traduzione o di mancata correzione dei testi) non intacchino la validità né l’importanza delle testimonianze:

Il resoconto di Zaher Baher dalla sua visita in Rojava (riportato sul sito di Barbara Collevecchio);

Intervista col Kurdistan Anarchist Forum sulla situazione in Iraq/Kurdistan (riportato sul sito di Barbara Collevecchio);

Intervista al comandante delle YPG a Serêkaniyê (dal sito dell’ onlus Ufficio di informazione del Kurdistan in Italia);

Intervista al giornalista Ozgur Amed (dal sito ZNET Italy);

Intervista a compagni e compagne del DAF (pubblicato su Umanità Nova);

Intervista al fumettista Zerocalcare al ritorno dal suo viaggio in Rojava (dal sito Il Becco del Tucano).

Curdi vs. Stato Islamico: un pò di chiarezza.

Già da diverse settimane avrei voluto buttar giù alcune riflessioni sugli avvenimenti in corso tra il nord dell’Iraq e la Siria, dove imperversa attualmente una guerra tra le popolazioni curde e i fondamentalisti islamici dell’ISIS (Stato Islamico in Siria e Iraq) o IS che dir si voglia. Al centro di tali riflessioni ci sarebbero state, come spesso accade quando scrivo su questo blog, più domande che risposte: da dove viene l’ISIS e da chi è stato appoggiato e aiutato a crescere militarmente questo schieramento? Qual’è il ruolo delle potenze occidentali (USA in primis) e degli altri Paesi dell’area mediorientale nell’attuale conflitto? Perchè le simpatie e l’appoggio da parte degli/lle anarchici/che dovrebbe andare ai curdi, oltre che per il fatto che essi lottano per la propria sopravvivenza minacciata da gente che porta avanti idee a progetti per noi a dir poco ripugnanti? E il PKK, non si trattava di un’organizzazione di stampo stalinista, lontana anni luce da concezioni e progettualità libertarie? A dare le risposte a queste ed altre domande ci pensa un articolo tra i migliori che io abbia letto di recente, conciso (sì, è ben difficile esaurire un argomento del genere in uno spazio più breve!) ma al tempo stesso abbastanza completo, che riporto di seguito, tratto dal sito Anarkismo:

“Tra le macerie dell’imperialismo USA:

Il PKK, le YPG e lo Stato Islamico


Le notizie che vanno per la maggiore raccontano le storie degli orrori commessi dallo Stato Islamico (IS) in Siria ed in Iraq ma anche di come gli Stati Uniti vogliano apparentemente mettere fine a questi orrori per ragioni umanitarie. Quello che non viene mai detto dai media privati e di Stato è da dove viene l’IS, quali sono le vere ragioni di questo nuovo intervento degli USA in Medio Oriente, della volontà degli USA di isolare e distruggere le uniche due forze che stanno realmente combattendo contro l’IS: il PKK e le YPG.

Come è nato lo Stato Islamico

L’evoluzione dell’IS da oscuro gruppo a forza di rilievo in Medio Oriente risale all’invasione ed occupazione statunitense dell’Iraq nel 2003, che portò alla morte di 1 milione e 400mila persone e ad atti di brutalità nei confronti della popolazione. Cosa che naturalmente ha alimentato sentimenti anti-USA in tutto il paese.

L’occupazione statunitense dell’Iraq si basava sulla tattica del divide et impera. Allo scopo di indebolire le possibilità di una resistenza unitaria all’occupazione, gli USA hanno appoggiato l’autonomia di parti del popolo curdo nell’Iraq settentrionale sotto il governo del Governo Regionale Curdo (KRG), guidato da un corrotta classe dominante filo-USA. Gli Stati Uniti hanno anche favorito la violenza settaria in Iraq, sempre per rendere difficile ogni unità popolare contro l’occupazione. In questo quadro rientra l’appoggio ad un governo fantoccio – nonostante fosse guidato dalla linea dura dei politici sciiti più vicini al regime iraniano – che ha represso ampi settori della popolazione sunnita.

E’ in questo contesto che l’IS si è sviluppato come forza sotto la guida di Abu Bakr al-Baghdadi. Molte persone, in particolare sunniti, si sono unite all’IS perché lo vedono come l’unica organizzazione capace di difendere la popolazione sunnita e di resistere tanto all’occupazione USA quanto al governo fantoccio di Baghdad. Ecco perché l’IS ha guadagnato un sostegno di base nonostante sia un’organizzazione brutale ed autoritaria.

Benché l’IS sia un’organizzazione anti-imperialista ed anti-USA, lo è da una posizione reazionaria e di estrema destra. Da tempo persegue lo scopo di instaurare uno stato totalitario sotto la sua dittatura che incorpori ampie porzioni del Medio Oriente. Nel perseguimento di questi suoi ambiziosi scopi politici l’IS si è fatto una storia di atrocità ed omicidi di massa commessi contro i suoi oppositori, siano essi musulmani o membri di rivali gruppi jihadisti. Tutti quelli ritenuti come loro oppositori sono stati trattati con estrema violenza, specialmente coloro dimostratisi riluttanti o non disposti ad abbracciare la loro ideologia estremista. Nella loro politica è centrale la sistematica oppressione delle donne. Tale visione misogina si è tradotta nella riduzione in schiave sessuali delle donne catturate.

Inizialmente, quando l’IS iniziava ad essere una forza in Iraq, gli USA chiusero deliberatamente un occhio, anche se c’erano le prime atrocità, perché gli Stati Uniti volevano che l’Iraq restasse diviso. Quando gli USA se ne sono andati dall’Iraq nel 2011, l’IS controllava già parti del paese.

L’intervento in Siria getta benzina sul fuoco

Non contenti di aver destabilizzato l’Iraq, nel 2011 gli USA iniziarono ad usare le proteste di massa e la guerra civile che ne è seguita in Siria per destabilizzare ed indebolire il regime di Assad. Non si trattava ovviamente di un loro appoggio alle proteste ed alle frazioni in lotta contro il regime di Assad nella guerra civile, perché non era loro interesse sostenere la domanda di democrazia in Siria, quanto piuttosto per gli USA di difendere i propri interessi imperialisti. Era evidente che per gli USA il regime di Assad era troppo vicino alla Russia ed all’Iran. Infatti, gli USA non volevano destabilizzare il regime siriano per la sua brutalità – di ieri e di oggi – quanto perché il governo siriano non era del tutto in linea (per sue proprie ragioni) con i programmi dell’imperialismo USA nella regione.

Quando nel 2011 in Siria scoppiarono le proteste popolari contro il regime, nel contesto della Primavera Araba e sulla base di un reale desiderio di mettere fine alla dittatura di Assad per creare una società migliore nel paese, gli Stati Uniti si attivarono per trarre vantaggi dalla nuova situazione. Benché le proteste di massa in Siria non fossero alimentate dagli USA, questi le hanno usate e retoricamente sostenute per cercare di far progredire i loro piani.

Alla brutale repressione delle proteste da parte del regime di Assad è seguita la guerra civile, in cui sono emersi vari gruppi armati. Alcuni erano jihadisti, altri più laici. Alcune frazioni dell’esercito al comando di generali corrotti hanno abbandonato il regime agli inizi della guerra civile costituendosi in Esercito Siriano Libero (FSA), subito rifornito di armi dagli USA.

Ma, nonostante le posizioni anti-USA, gli Stati Uniti hanno armato anche vari gruppi estremisti islamici e jihadisti che erano entrati in guerra contro il regime siriano. Ben presto molti miliziani di questi gruppi estremisti sono entrati nell’IS (che agli inizi era vagamente legato ad al-Qaeda, per poi distaccarsene per differenze politiche e tattiche). Alcune delle più importanti forze combattenti che sono entrate nell’IS erano milizie con esperienze di combattimento in Cecenia, a cui gli USA hanno fornito armamenti appena si sono unite alla guerra in Siria. Come risultante di questo processo in Siria, l’IS è diventato una della più potenzi forze militari – essendosi dotato di armamenti tra cui i carri armati T-55 e T-72 ed i missili SCUD presi dalle altre forze e di equipaggiamento di origine USA portato dalle altre forze jihadiste – e dal 2013 è padrone di parti della Siria, in particolare della città di al-Raqqa.

Nelle città siriane sotto il suo controllo, come al-Raqqa, l’IS ha instaurato una dura dittatura. Chiunque viene visto come un oppositore viene eliminato, anche tramite esecuzioni di massa. Il controllo dell’IS non viene esercitato solo sulla base della paura, ma anche sull’erogazione di welfare. L’IS ha effettivamente nazionalizzato alcune industrie, il settore bancario, lasciando anche che alcune industrie rimanessero alla proprietà privata. Ha anche imposto tasse più alte per i ricchi, sviluppando con tali proventi maggiori servizi sociali. Nonostante, dunque, sia una forza di estrema destra, l’IS si è guadagnato con tali misure il sostegno delle popolazioni delle aree siriane sotto il suo controllo.

Nel 2014, l’IS ha usato le sue basi in Siria per lanciare nuove operazioni militari in Iraq. Nel corso di questa nuova fase della sua campagna militare in Iraq ha sconfitto l’esercito iracheno in diverse parti del paese, appropriandosi di grandi quantità di moderni armamenti USA che erano stati forniti all’esercito iracheno. Quando l’IS ha assediato pozzi di gas e di petrolio iracheni di importanza per gli USA ed è divenuto una minaccia militare per il governo iracheno e per il KRG alleati degli ISA, allora l’IS è diventato un problema per gli Stati Uniti.

Il sostegno al KRG ed al governo iracheno

Per assicurarsi la riconquista dei pozzi di gas e di petrolio occupati dall’IS e per fermarne l’avanzata in Iraq, gli Stati Uniti stanno fornendo servizi di intelligence ed armi al KRG ed al governo iracheno. Gli USA hanno anche condotto attacchi aerei contro l’IS in Iraq e di recente in Siria su aree come al-Raqqa. La realtà però è che l’esercito iracheno ed il KRG sono stati inefficaci contro l’IS. Il che ha portato gli USA a dispiegare delle forze speciali in Iraq, apparentemente a supporto dell’esercito iracheno e dei curdi del KRG, ma in realtà per affrontare direttamente l’IS. Certo è che se il governo iracheno ed il KRG continuano a dimostrarsi inefficienti contro l’avanzata dell’IS, gli USA potrebbero essere costretti ad impiegare altre truppe per cercare di fermare l’IS.

Le forze progressiste

Ci sono, comunque, forze progressiste – il PKK e le YPG – in Iraq ed in Siria che si sono dimostrate efficaci, ancorché male armate, nel contrastare l’IS. Ma gli USA si rifiutano di appoggiare il PKK e le YPG contro l’IS, a causa della politica progressista di questi due gruppi.

Il PKK ha una lunga storia di lotta di liberazione nazionale contro la Turchia, alleato degli USA, ed è considerato da questi un’organizzazione terroristica. Nel corso di questa guerra, i quadri del PKK hanno acquisito una vitale esperienza militare.

Recentemente, il PKK ha combattuto l’IS per fermarne l’espansione nel nord dell’Iraq dove si stava rendendo responsabile di atrocità contro le popolazioni residenti. Lo scorso agosto il PKK si è mobilitato dalla Turchia in Iraq per fermare il massacro dei rifugiati curdi da parte dell’IS. E continuano a mantenere posizioni chiave nell’Iraq settentrionale.

Nonostante l’iniziale influenza maoista, il PKK e soprattutto il suo fondatore Abdullah Öcalan sono stati fortemente influenzati da alcune idee – sebbene non tutte – del socialista libertario Murray Bookchin. Lo stesso Bookchin che agli inizi della sua vita politica era uno stalinista, si è poi spostato su posizioni anarchiche adottando una forma di socialismo libertario fondato sul comunalismo e sul municipalismo libertario. Per cui, anche se il PKK nasce come gruppo di guerriglia marxista-leninista, a partire dai primi anni 2000, è andato adottando le idee di sinistra libertaria, cuore degli scritti di Bookchin.

Avendo parte di esso fatto dei passi verso una forma di libertarianismo di sinistra, il PKK ha assunto posizioni critiche sullo Stato come struttura, ora visto come oppressivo, gerarchico ed in ultima analisi difensore di una minoranza dominante e del capitalismo. Lo scopo del PKK ed il fine delle sue lotte è una rivoluzione nel Medio Oriente, cosa che induce gli USA a diffidare. All’interno di questa rivoluzione ed in linea con il suo orientamento da sinistra libertaria, il PKK ha esplicitamente stabilito che non è suo scopo creare uno stato, bensì un sistema di democrazia diretta che verrebbe istituito da assemblee popolari, consigli e comuni confederati tra loro. Questo sistema è stato chiamato “confederalismo democratico”. Sebbene questo sistema sia anti-statalista, reputi lo Stato quale ostacolo decisivo alla libertà ed all’uguaglianza e fornisca una visione dell’auto-governo basato sulla democrazia diretta, permangono degli elementi di ambiguità tattica sul fatto se lo Stato debba essere esplicitamente liquidato nel processo rivoluzionario (come sostengono gli anarchici) o se lo Stato possa semplicemente ritirarsi all’interno di un espandersi della democrazia diretta, senza necessariamente essere liquidato.

Oltre ad essere per una forma di auto-governo libertario, il PKK è anticapitalista e punta a cercare di costruire un’economia che sia gestita per soddisfare i bisogni del popolo. Per cui si punta a creare un’economia più ugualitaria, ma non è stato stabilito se tale economia sarebbe basata sull’autogestione dei lavoratori e sulla socializzazione dei mezzi di produzione e della ricchezza. Perciò, sebbene sia stato fortemente influenzato da idee di sinistra libertaria e benché si tratti di un movimento progressista (anche alla luce della forte presenza femminista), il PKK non può essere considerato come del tutto anarchico.

Gli USA, ovviamente, non prendono bene la politica progressista del PKK dal momento che se una rivoluzione basata sulle idee del PKK dovesse prendere piede in Medio Oriente, gli interessi imperialisti statunitensi nella regione verrebbero completamente compromessi.

Influenzati da alcune di queste idee del PKK, ma apparentemente non da tutte, i Curdi nella Siria settentrionale – un’area nota come Rojava – hanno iniziato dal 2011, all’indomani della rivolta contro il regime siriano, a istituire consigli ed assemblee. Questi organismi – a volte definiti col termine di comuni – sono confederati insieme nel Comitato Supremo Curdo che funziona come organismo di coordinamento. Sebbene si tratti di strutture basate sulla democrazia diretta, non è chiaro se anche l’economia sta subendo trasformazioni in una direzione più ugualitaria. Cioè non è chiaro se la democrazia diretta nella sfera politica sia stata estesa anche alla sfera economica. Inoltre, non è chiaro – e non è menzionato nei vari report – se nella Rojava ci siano stati dei passi verso la socializzazione o la collettivizzazione dei mezzi di produzione e della ricchezza, anche se si sa di redistribuzione delle terre. Nonostante ciò, la sperimentazione di consigli e di assemblee nella Rojava va avanti (pur in presenza di minacce interne da parte di partiti che vorrebbero istituire una struttura statalista). Ciò che anche è progressista e che va avanti è la liberazione delle donne, che è uno dei fronti avanzati delle iniziative nella Rojava.

Per difendere il territorio della Rojava sono state istituite nel 2011 le YPG, una struttura militare a milizie. All’interno di esse le donne svolgono un ruolo dirigente. Sono state le YPG le forze più efficienti nei combattimenti contro l’IS in Siria. Certo è che la milizie YPG hanno acquisito esperienza come combattenti in un breve lasso di tempo, dal momento che prima di essere impegnate nella difesa del territorio contro l’IS, le YPG hanno dovuto difendersi da elementi del FSA (con cui però sono ora alleate in chiave anti-IS), o da altri gruppi jihadisti e dall’esercito siriano.

Per tutto il 2013 ed agli inizi del 2014, le YPG hanno fatto arretrare l’IS allargando i confini della Rojava. Alla fine del settembre 2014, però, l’IS ha lanciato un’altra grande offensiva contro la Rojava, utilizzando non meno di 40 carri armati contro le YPG che invece non dispongono di sufficienti armi pesanti. Attualmente, le YPG stanno combattendo una grande battaglia contro l’IS per il controllo della strategica città di Kobani, dentro il territorio della Rojava. Con i recenti bombardamenti degli USA contro l’IS nella Rojava, l’IS ha spostato ancora altre forze sul fronte di Kobani.

Tuttavia, per gli USA, le YPG ed il PKK restano minacce al pari dell’IS. La ragione sta nel fatto che nonostante certi limiti, queste forze stanno dimostrando che la società può essere gestita dal popolo in un modo più democratico e potrebbe essere possibile mettere fine al capitalismo, allo Stato, al patriarcato ed al dominio di classe grazie alle lotte ed ai movimenti di massa. Ecco perché gli USA si rifiutano di fornire assistenza alle YPG ed al PKK. A riprova di ciò, gli USA e la Turchia hanno concesso ai combattenti dell’IS di attraversare liberamente il confine turco per attaccare il PKK e le YPG. Inoltre, la Turchia ha bloccato con la forza al confine tutti coloro, soprattutto Curdi, che volevano entrare per unirsi alla lotta contro l’IS, specialmente ora che Kobani è sotto minaccia. Aggiungiamo che ora gli USA sembrano intenzionati a spingere il KRG a lanciare un attacco contro il PKK e possibilmente contro le YPG, nonostante l’incombenza della minaccia dell’IS.

Conclusioni

E’ evidente che l’IS è una forza reazionaria che non offre nessuna speranza per un futuro migliore per il Medio Oriente. L’IS vuole instaurare una dittatura e si mostra del tutto intollerante verso chiunque dissenta dalla sua politica. Dalle scelte degli USA, si coglie altrettanto chiaramente che non gli importa granché della democrazia o delle atrocità commesse dall’IS. Gli USA non sono interessati a che ci sia un Medio Oriente pacificato, libero ed uguale, dal momento che la sola cosa che sanno offrire è ancora più miseria per la classe lavoratrice della regione. Per la classe lavoratrice del Medio Oriente, solo le politiche e le iniziative messe in atto dal PKK e dalle YPG offrono – al momento – qualche prospettiva di un futuro migliore. Ecco perché, perversamente, gli USA vogliono distruggerle.

Shawn Hattingh

Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali.”

Mi ripropongo, tempo permettendo, di pubblicare prossimamente altro materiale informativo che aiuti ad approfondire ulteriormente la questione.

Sullo sciopero agrario in Colombia.

Fonte: Infoaut, pubblicato in data 21/08/2013.

“Colombia, sciopero agrario. In migliaia bloccano le strade

altPer due giorni consecutivi, migliaia di colombiani che lavorano nel settore agrario sono scesi in strada in occasione dello sciopero nazionale del settore. La mobilitazione è stata indetta dopo che il governo colombiano ha approvato nuove misure di espropriazione delle terre dei contadini  al fine di consegnare le risorse naturali alle multinazionali. Nonostante i numerosi giorni di mobilitazione durante i quali i contadini si sono opposti alla politica di sfruttamento della terra colombiana, il governo ha continuato a sradicare forzatamente le terre che per tanti anni hanno coltivato i contadini della zona di Catatumbo.

Nella giornata di ieri, l’oceanica partecipazione allo sciopero ha portato a scontri tra i contadini e la polizia colombiana. Numerose sono state infatti le strade bloccate in più di 20 dipartimenti della Colombia. A Bogotà, centinaia di persone sono scese in strada a protestare in cinque diversi punti della città, comunicando il loro rifiuto verso le politiche economiche del Governo e ai Trattati di Libero Commercio che mettono la parola fine alle terre coltivate, alle miniere e ad atri settori analoghi.

Nei due giorni di sciopero, circa 16mila poliziotti sono stati dispiegati per reprimere la protesta che ha raggiunto il suo apice nella giornata di ieri. L’atteggiamento aggressivo della polizia ha portato a numerosi feriti e circa 50 persone arrestate, tra di loro, alcuni giornalisti. Almeno un manifestante risulta ferito da un colpo di arma da fuoco.

Nella Valle del Cauca, circa 600 persone che si trovavano a manifestare davanti al municipio, sono state circondate per diverse ore dalla polizia, che aveva a suo tempo ricevuto l’ordine di sgomberare le piazze e le strade per rendere inefficace lo sciopero. Tra le istanze dei lavoratori del settore agrario e minerario, l’incremento di misure che aiutino la produzione agraria locale, la partecipazione delle comunità e dei piccoli e tradizionali minatori nella regolazione della politica mineraria, misure e garanzie reali per l’esercizio dei diritti politici della popolazione rurale e agevolazioni per la popolazione rurale e urbana nell’ambito dell’educazione, salute, casa, servizi pubblici e trasporti.

Nel frattempo, ancora oggi, migliaia di colombiani continuano a raggiungere diversi punti in tutto il Paese, per proseguire la mobilitazione. Lo sciopero agrario e popolare quindi, continua ad oltranza. Le mobilitazioni stanno ricevendo sempre più una connotazione popolare e di massa, dopo che si sono uniti alle proteste anche camionisti, studenti, operai, medici, insegnanti e organizzazioni sociali.”

Per capire meglio i retroscena e le motivazioni dello sciopero in corso in Colombia consiglio la lettura di un’articolo in lingua spagnola pubblicato su Anarkismo, approfondito e ben documentato, arricchito da notizie attuali pubblicate nello spazio dedicato ai commenti: [Colombia] 19 de Agosto, paro agrario y popular, ¿un nuevo punto de inflexión en la lucha de clases?

Rivolta in Turchia: notizie, aggiornamenti e solidarietà internazionale.

Alcuni link contenenti informazioni ed aggiornamenti in diverse lingue sulla rivolta in corso ad Istanbul e in altre zone della Turchia:

http://gezipark.nadir.org/

http://occupygezipics.tumblr.com/

https://twitter.com/search?q=%23occupygezi

http://gazetegezipostasi.blogspot.de/

Intanto anche la solidarietà internazionale anarchica si fa sentire. Oltre agli appelli di sostegno ed alle dichiarazioni di solidarietà nei confronti dei rivoltosi in Turchia, in numerose città estere hanno avuto luogo azioni solidali. Nelle foto sotto alcuni piccoli esempi: Striscione esposto a Tessalonicco, Grecia; Striscione esposto a Patrasso, Grecia; Striscione esposto a Kaunas, Lutuania; Manifestazione spontanea a Dortmund, Germania, alla quale hanno partecipato circa 80 persone.

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Presentazione del progetto Ortiga.

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Il progetto Ortiga nasce dal desiderio di alcuni individui di provare a cambiare la propria vita ridefinendo il proprio quotidiano attraverso nuove pratiche, di agricoltura biologica, autogestita sulla base delle proprie possibilità e della propria volontà.

Per fare questo vogliamo cominciare – anche – da un orto collettivo, condiviso, da qualcosa di tangibile e molto concreto, sul quale non fermarsi a immaginare  un nuovo quotidiano ma cercando di costruirlo in autogestione. Fin da subito. Perché vogliamo che il nostro orto sia l’inizio della nostra personale rivoluzione… A schiena dritta!

La compagnia dell’ortiga”

Per ulteriori informazioni su come raggiungere il luogo dell’iniziativa e per tenersi aggiornati sul progetto: http://ortiga.noblogs.org/